TEMPI di Edith Bruck


Mia madre
Era povera innocua
Gassata perché ebrea
Diceva di aprire la porta
A chi bussa
Dar qualcosa
A chi tende la mano
E dove c’è da mangiare per due
C’è anche per tre.
I conti del suo cu
ore
Sono da bocciare.

Dalla prefazione di Michela Meschini

Sono diversi i tempi chiamati a raccolta da Edith Bruck in questo libro, che si lascia leggere d’un fiato e che, con altrettanta immediatezza, si imprime indelebile nella memoria dei suoi lettori. C’è il tempo dell’infanzia e il tempo della vecchiaia, che si richiamano a vicenda; il tempo dei riti familiari e il tempo della solitudine; il tempo della memoria e il tempo del dialogo, specie con i morti; il tempo delle domande – a Dio, alla storia, a se stessa – e il tempo sospeso della scrittura, solcato da dubbi e incertezze, eppure capace di legare insieme, come un filo invisibile, le tessere di un’unica, ininterrotta meditazione sull’esistenza e sul destino che abbraccia l’intera vita letteraria dell’autrice. Chi ha familiarità con l’opera in prosa e in versi di Edith Bruck non stenterà a riconoscerne, in queste pagine, la straordinaria continuità di ispirazione e l’inimitabile coerenza di tono e di contenuto: tratti distintivi di una scrittura che non aderisce a un disegno premeditato, non risponde a calcoli letterari, ma nasce dall’urgenza dei sentimenti e dalla necessità di testimoniare. (…) In Tempi, la poesia, precipitato di memoria e di esperienza, si fa testimonianza del presente, un presente minacciato dal virus dell’indifferenza e dell’odio, contro il quale, in assenza di vaccini efficaci, è forse possibile adottare la cura che Edith Bruck, poetessa d’istinto e di pensiero, ci offre in modo persuasivo e naturale in queste pagine.


Recensione

La poesia è ovunque ci sia, nelle parole, il peso di un pensiero che ci rende leggeri. Che ci emoziona nel profondo. Che ci fa provare sentimenti di condivisione. Voglia di consolare. Desiderio di specchiarsi nelle esperienze degli altri.

Edith Bruck la poesia ce l’ha nel sangue. Si avvista in tutti i suoi scritti, che bruciano di verità, quella che fa male ma che lei, forte del suo dolore, riesce a spandere con assoluta naturalezza. Una scrittura cruda, semplice e graffiante, che non cerca la sensazione ma semplicemente appare come cronaca amara di una vita vissuta nel ricordo del suo olocausto e di quello di tutto il popolo ebreo.

In “Tempi” la poetica di Edith Bruck si traduce in una sommatoria di versi asciutti, che girano intorno alle sue esperienze di vita, alla sua famiglia, all’esperienza di essere ebrea, sopravvissuta ai campi di sterminio. Leggerla è difficile. La poesia è più crudele della prosa poiché obbliga chi la legge al dolore dell’immedesimazione e innalza e fomenta nel lettore quella sensibilitùà graffiante chiamata compassione, la particolare inclinazione a soffrire insieme, una mano sulla spalla, l’altra sul viso, a sostenere e ad asciugare una lacrima.

Versi che non ricercano la perfezione stilistica, né che inseguono le regole della metrica classica. Direi, invece, che sono pensieri, buttati giù d’impeto, senza filtri che li debbano abbellire. L’intento infatti non è quello di ricamare sensazioni, ma quello di fissare sulla carta le immagini più forti, più importanti della sua esistenza.

Vi troviamo poesie dedicate al padre, alla madre, alla sua gente e all’amato marito, scomparso e mai dimenticato. Vi troviamo il passato ma anche il futuro, che include il timore dell’imperversare delle nuove forme di odio che si rafforzano sempre di più.

Ricordi e rimpianti. Ma anche immagini dolcissime della sua vita in Ungheria, prima di vivere l’esperienza del ghetto e della deportazione.

Dio, che sta a guardare gli orrori perpetrati dai suoi figli, immobile. La vita, che abbiamo il dovere di vivere fino in fondo, nonostante tutto. La memoria, che non deve affievolirsi mai. Israele, la terra promessa e Auschwitz, il ricordo innominabile. L’ieri, che deve essere ricordato. E l’oggi, denso di futili devianze, che l’autrice stenta a riconoscere e a comprendere.

Una lettura amara e indispensabile. L’inneggiare della memoria, che va coltivata alla stessa stregua di un fiore delicato. Il rimpianto del non detto davanti all’eternità della morte. La consapevolezza che niente potrà cambiare le nature nefaste dell’uomo, nemmeno un miracolo.


L’autrice

Edith Bruck, di origine ungherese, è nata nel 1931 in una povera, numerosa famiglia ebrea. Nel 1944, poco più che bambina, il suo primo viaggio la porta nel ghetto del capoluogo e di lì ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta alla deportazione, dopo anni di pellegrinaggio approda definitivamente in Italia, adottandone la lingua. Nel 1959 esce il suo primo libro Chi ti ama così, un’autobiografia che ha per tappe l’infanzia in riva al Tibisco e la Germania dei lager. Nel 1962 pubblica il volume di racconti Andremo in città, da cui il marito Nelo Risi trae l’omonimo film. È autrice di poesia e di romanzi come Le sacre nozze (1969), Lettera alla madre (1988), Nuda proprietà (1993), Quanta stella c’è nel cielo (2009, trasposto nel film di Roberto Faenza Anita B.), e ancora Privato (2010), La donna dal cappotto verde (2012). Presso La nave di Teseo sono usciti La rondine sul termosifone (2017), Ti lascio dormire (2019) e Il pane perduto (2021, candidato al LXXV premio Strega). Nelle sue opere ha reso testimonianza dell’evento nero del XX secolo. Nella sua lunga carriera ha ricevuto diversi premi letterari ed è stata tradotta in svariate lingue. È traduttrice tra gli altri di Attila József e Miklós Radnóti. Ha sceneggiato e diretto tre film e svolto attività teatrale, televisiva e giornalistica.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Genere: poesia
  • Pagine: 68