
Un memoir che attraversa il corpo trasversalmente
Confessione, riflessione, digressione. Tirannia del corpo, perfezione, bellezza, disformia. Prima della classe. Brutto anatroccolo. Cibo che riempie vuoti e che è assoluto controllo. Digiunare, abbuffarsi, vomitare. Il corpo un nemico implacabile. Un involucro supponente, esigente, straniero. Giudicato, controllato, odiato, disconosciuto. Non percepito come reale. Quella cosa che contiene un sé multiforme, i cui confini sono aleatori, capricciosi, mai gli stessi. Essere diversa, quindi. Ed avere una forma che non ci rappresenta. Anzi, che ci estranea, ci crea disagio, incertezza, paura e vergogna.
Questo e anche altro è ciò che contiene il memoir di Yasmina Pani. Un vortice di pensieri come un ciclone il cui occhio è il corpo. Vissuto come zavorra, come etichetta sbagliata, come specchio di una realtà che non sa rappresentarci. Il corpo come somma di tutti mali benché potenzialmente dispensatore di sconfinate gioie.
Un corpo perfetto come immagine della felicità. E dove insiste l’imperfezione si apre una prateria sconfinata d correzioni da imporgli, per dominarlo, plasmarlo, allinearlo, finalmente, all’immagine che si ha di sé. Un’immagine destinata a schiantarsi, quando l’immagine è rimandata da uno specchio, banale, maledetto, turpe cartina di tornasole che ci fa precipitare nella delusione, che diventa lotta e poi dominio e poi controllo. Fino a toccare la follia.
La scrittura di Yasmina Pani: disturbante, feroce, lucida.
Tutto nella scrittura di Yasmina Pani è contraddizione. Nella totale assenza di logica e di pensiero organizzato e coerente si dispiega la sua confessione che nasce per dissipare l’avversione verso il corpo. Per poterlo punire, per dargli la colpa di un’attitudine autodistruttiva che diventa inevitabilmente il nucleo stesso dell’esistenza. Una vita che senza quel pungolo, quel dolore, quella folle colpa senza espiazione, perde inaspettatamente il suo sale. Diventa inutile, dispersiva. Perchè alla fine, quella lotta, quel dolore, quella privazione, quella fissazione al limite dell’assurdo è la vita stessa, oltre la quale c’è il vuoto.
In Veneri deformi c’è una vita intera. Tutto torna al punto di partenza, poiché ciò che Pani vive è un mefistofelico loop che non può trovare soluzione. Un corpo non può modificarsi nella sua sostanza così come non può modificarsi, se non in minima parte, la convinzione della propria deformità. Se per gli altri il corpo è un dato di fatto, per lei è invenzione, caso, la randomica espressione di un disagio che non si risolve neanche aggrappandosi all’oggettività dello specchio.
Fame, digiuno e controllo: il corpo che combatte la sua guerra.
Se il corpo è un capriccioso contenitore dai contorni sfumati, che può dilatarsi e comprimersi, occupare spazio, provocare disagio, disapprovazione e anche un senso di orrore, il cibo è il volano che ammaestra questa immagine. Un corpo che digiuna è un corpo vinto, è materia inerte che si lascia plasmare dalla volontà. La mente assume il comando.. Spegne gli allarmi della fame, confonde il riflesso nervoso della vista. Finché sei magra, vinci. Finché sei magra sei desiderabile. Sei forte, convinta finalmente di saper tenere in mano il timone della propria vita, che solo digiunando, boicottando quindi il bisogno primordiale di nutrirsi, può condurre alla felicità. L’estremo bisogno di controllo trova nel digiuno la sua massima espressione. E un attimo prima di raggiungere la massima espressione della felicità c’è la caduta. Più che una resa, cadere è un bisogno. Occorre toccare il fondo per risalire. Questo elementare concetto trova espressione nell’abbuffata, in un vero caos alimentare. Un momento di resa, necessario per innescare nuovamente il bisogno di ritrovare il controllo. Quella necessità inenarrabile di correre ai ripari, di correggere. La privazione che ti riporta a terra, a governare con ferrea determinazione i ritmi del corpo, privato di cibo, quindi punito ma al tempo stesso perso nell’erratica gioia della rinuncia, del rigore. Il saper fare ciò che a molti è precluso. Digiunare significa sfidare le leggi della vita. Spingersi al margine tra la vita e la morte. E starci bene.
Cosa è questo libro. E cosa non è.
Veneri deformi non è una lettura educativa sui disturbi alimentare. Non è un manale, non è una testimonianza terapeutica, non è un percorso di guarigione confezionato per rassicurare il lettore. Non spiega, non consola, non suggerisce soluzioni. Pani semplicemente si racconta. Lo fa con un’onestà quasi oscena, senza condannare se stessa. Sarebbe impossibile, forse, rinnegare quel dolore senza rinnegare la propria identità. Pani non cerca conforto. Cerca la verità. E la verità è scomoda, disturbante, perfino repellente a tratti. Ma è anche autentica, impossibile da ignorare.
L’immagine di sé, fin dall’infanzia, si forma sul costante confronto tra gli altri e se stessa. Non è il frutto delle sollecitazione di un mondo che basa sull’estetica il valore delle persone. Non sono i modelli di perfezione che sin da piccola ha avuto d’innanzi. E’ molto di più. E’ rifiuto delle proprie fattezze poiché percepite come deformi. Fattezze che la condannano alla mediocrità, nonostante gli altri la trovino spesso attraente. Un inganno destinato a crollare su se stesso. Una deformità invisibile agli altri ma evidentissima agli occhi di chi la vive.
Una protagonista scomoda e per questo necessaria
Pani è autoironica, dissacrante, sboccata., pazza. La sua franchezza è disturbante. La sua spiccata sexsualità è scomoda. Il suo linguaggio troppo diretto. E i suoi disturbi creano orgiastiche eco di incredulità, rabbia, schifo, voglia di dirgliene quattro. Pani sa si essere folle. Sa di essere ingombrante. Eppure, il suo narrato è senza colpe perché vero. E la verità non può mai essere additata o ignorata. Solo accolta, ascoltata. Mezzo potente per squarciare gli animi, i costrutti e la forma, quella che protegge e conforta.
Pani narra per mettere il corpo in discussione. Corpi giudicanti. Corpi che trasmettono un dolore potente, che noi stessi fagocitiamo, essendone fautori e vittime al tempo stesso. Per Pani il corpo è un tarlo, che non riconosce come suo. Che vede in modo distorto. E’ la filastrocca di un dolore che è femmina. Femmina, quindi identificata e identificabile attraverso di esso, schiava di una forma che esprime una promessa che non si intende mantenere.
Perché leggere Veneri deformi
Perché è un libro che non ha paura di essere sgradevole.
Perché parla del corpo femminile senza renderlo metafora elegante o simbolo poetico. Lo mostra nella sua brutalità: corpo giudicato, controllato, esibito, odiato, corretto.
Perché racconta qualcosa che molte donne conoscono intimamente: l’idea di esistere attraverso lo sguardo altrui. L’impressione che il corpo sia sempre una promessa da mantenere o un fallimento da correggere.
E soprattutto perché Pani riesce a fare qualcosa di raro: trasformare l’ossessione in linguaggio letterario senza ripulirla, senza renderla innocua.
Chi è Yasmina Pani
Yasmina Pani è autrice, traduttrice e voce profondamente originale nel panorama contemporaneo italiano. La sua scrittura attraversa il memoir, l’autofiction e la riflessione sul corpo con una lingua febbrile, ironica e spesso volutamente eccessiva.
In Veneri deformi porta sulla pagina una materia autobiografica incandescente, trasformando il disturbo alimentare e la dismorfia in strumenti di indagine identitaria e narrativa.
Neo Edizioni e la nuova collana “Diversioni”
Il libro è pubblicato da Neo Edizioni, casa editrice indipendente che negli ultimi anni si è distinta per un catalogo fortemente riconoscibile: letteratura disturbante, voci laterali, testi che rifiutano l’omologazione narrativa e linguistica.
Con la nuova collana “Diversioni”, Neo sembra voler spingere ancora oltre questa ricerca. Non libri pensati per intrattenere in modo rassicurante, ma opere che deviano, disturbano, aprono crepe. Libri che scelgono l’irregolarità, il margine, l’inquietudine.
Veneri deformi incarna perfettamente questa linea editoriale: un memoir feroce, anti-retorico, che non cerca di piacere ma di incidere.
Il romanzo
Il racconto crudo, ma anche ironico, di un’esperienza di disturbo alimentare
Yasmina Pani ci consegna una confessione dura e sincera, una confessione che parla del suo corpo, delle sue ossessioni, delle sue paure. Nel farlo, tocca anche temi come il lavoro, la letteratura, le relazioni, l’ansia. A differenza della maggior parte delle opere che raccontano una storia simile, questo libro non offre consigli né vuole affidare messaggi di crescita e speranza al lettore: con una lingua precisa e un perfetto equilibrio formale, riporta fedelmente la verità come la vive l’autrice. In queste pagine troviamo la stessa intelligenza, lo stesso approccio diretto e non allineato, la stessa lucidità che caratterizzano ogni suo lavoro, compresi i progetti divulgativi dei suoi canali YouTube e Instagram.
- Casa editrice: Neo Edizioni
- Pagine: 128
- Prezzo: E 13,00
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