
Sono seduta su una delle panchine in metallo del ponte superiore dell’unico traghetto in partenza stasera. Ho davanti agli occhi le immagini allegre e terribili della nave Vlora, partita dalla stessa banchina nell’agosto del 91, che arrivò sulle coste italiane con un carico di disperati festanti. In tasca l’unica foto scattata la sera di due settimane prima. E’ l’immagine sfocata di un uomo alla finestra. Di lui si vede solo un ombra in controluce, un contorno indefinito, come una macchia. Forse l’anima è solo una macchia che non va via.
Il riverbero del passato: radici e memoria del luogo da cui veniamo.
La storia dell’Albania è uno scrigno di crudele bellezza. Una terra dilaniata, un passato che non le ha fatto sconti, quando, solitaria e invisibile, si è lasciata calpestare da uomini venuti dal mare per assoggettarla, ha ceduto ai regimi, ha chiuso lo sguardo davanti al futuro, quel luogo che credeva di non meritare e che l’ha trattenuta dentro ad una bolla trasparente.
Dell’Albania conosciamo spesso solo la superficie più banale. Conosciamo i suoi uomini e le sue donne, che dopo la fine del regime comunista, nel caos creatosi con la caduta del Muro di Berlino e delle dittature dell’est, fuggirono in massa per inseguire il sogno italiano. Il sogno dell’abbondanza in una terra avara, che non era pronta ad accogliere quei disperati, i nuovi sognatori, seguaci dell’utopia dell’integrazione.
Le immagini della Vlora sulla banchina del porto di Bari, presa d’assalto da oltre ventimila albanesi, è una fotografia che non dà pace a chi, come me, quell’epoca l’ha vissuta senza comprenderla. Ed è un’immagine che non dà pace neanche a Lara, studentessa di giornalismo, nata in Italia da genitori albanesi e giunta in Albania per la prima volta per intervistare un uomo che vive recluso nella sua abitazione da oltre trent’anni. Una storia che è il volano per riportare la narrazione indietro di trent’anni, in un’Albania sfiancata dal suo stesso passato, chiusa nelle paratie oscure della propria storia e delle proprie tradizioni. Una terra dove l’onore conta più della vita. Dove il sangue versato si lava con il sangue di chi ha offeso, attraverso una vendetta che colpisce i figli al posto dei genitori. E’ la dura legge del Kanun, che esige la riparazione di un delitto con il sangue. Una sorta di occhio per occhio dal retaggio antico e crudele dal quale ci si salva solo mediante l’isolamento.
Il Kanun è dunque il nodo narrativo del nuovo romanzo di Ermal Meta, artista poliedrico nato in Albania e cresciuto in Italia che mostra ancora una volta il forte legame con le sue origini. Con una Storia che lo trattiene a sé in un rapporto che appare ambivalente, di nostalgia e di rifiuto, di appartenenza e di mutazione. Radici che non possono essere recise, sebbene contorte e deboli. Ma è anche e soprattutto la forza dell’amicizia, il sentimento supremo nel nome del quale i due protagonisti di questo romanzo supereranno gli ostacoli che la società del tempo costruisce per separare e per distruggere. E quella della libertà, che è l’anelito più forte di tutti, capace di rompere ogni catena.
La narrazione di Meta ha un forte impatto emotivo. Appare immediatamente percepibile il suo coinvolgimento nella vicenda, circostanza che la rende vivida e reale pur nella sua complessità. Si percepisce chiaramente nella sua prosa, la condanna verso un retaggio culturale inaccettabile, ma al contempo è palpabile una sofferta indulgenza, una dolcezza che esonda anche dalle pagine più crude, segno della compassione verso un popolo minato da una Storia avversa. Il lettore dovrà fare i conti con la violenza di un passato che non vuole evolvere, né cambiare. Con una società fortemente patriarcale, in cui la donna non ha voce, spesso intrappolata in matrimoni combinati, senza amore né rispetto. Con uomini che nascondono le proprie debolezze nell’alcol e nella prevaricazione. Con una società che non ha più niente da dare e che spinge le persone ad emigrare, verso luoghi dei quali non si sa niente, dove delinquere e violare diventa l’unico mezzo per sopravvivere. Ma l’amicizia, il legame tra due ragazzi cresciuti insieme sa squarciare il buio. Un sentimento genuino che spezza la catena di sangue del kanun. Questo spiraglio, la luce che tutto può e tutto ripara, rischiara l’intera narrazione e trova un motivo per corroborarsi, per diventare inattaccabile, anche quando la realtà supera ogni amarezza.
Ermal Meta ci regala ancora una volta un romanzo autentico, che tocca nel profondo. Che solletica il nostro bisogno di credere che i buoni sentimenti siano l’antidoto necessario e sufficiente a distruggere il dolore e la violenza. Ermal si conferma un narratore sensibile ed attento, una dote che mi piace pensare sia il regalo che l’Albania gli ha riservato. Un dare e un avere che nella contabilità di una esistenza non può che aggiungere, sommare. Un surplus che un figlio trattiene in sé, per contenere tutti i ricordi dolorosi della sua gente. Il suo romanzo è una miscela potentissima di ribellione e di rassegnazione, due attitudini opposte che spesso descrivono un popolo troppo a lungo tenuto al giogo e repentinamente liberato, perduto nella solitaria pianura delle possibilità. Il luogo in cui si decide la direzione di una vita, troppo spesso affidata al caso. O al caos.
Il romanzo
Albania. 2025. Lara, una giornalista italiana, di genitori albanesi, fa ritorno in Albania per intervistare un uomo di cui non sa il nome, che vive rinchiuso nella sua abitazione da trent’anni, dal 1995. Non sa cosa la aspetta, non sa che questo incontro cambierà la sua vita. Albania. 1995. Due famiglie. Halil e Rozafa hanno perso la figlia, Nina, scomparsa nel nulla e mai più ritrovata. Sono rimasti con il figlio maggiore, Uksan. Zek è un uomo violento, picchia sua moglie Odeta e il loro figlio Samir. Samir e Uksan sono coetanei, amici per la pelle, con la vita davanti, anche in una terra senza futuro. Un equivoco, una banale lite e Halil, padre di Uksan, picchia a morte Zek, padre di Samir. Scatta il Kanun, la riparazione del delitto. Samir, ora, è obbligato dalla sua famiglia a preservarne l’onore, vendicare il sangue versato, uccidere il suo amico fraterno Uksan. L’amicizia tra i due ragazzi, il desiderio di libertà sarà più forte della vendetta. E Lara chi sta andando a incontrare?
L’autore
1981, Fier
Ermal Meta è un cantautore albanese naturalizzato italiano. È stato un componente dei gruppi Ameba 4 e La Fame di Camilla, a partire dal 2013 ha intrapreso invece la carriera solista, pubblicando quattro album in studio e vincendo il Festival di Sanremo 2018 in coppia con Fabrizio Moro con il brano “Non mi avete fatto niente”.
Esordisce nella narrativa con Domani e per sempre (La nave di Teseo 2022) di cui sono stati opzionati i diritti cinematografici da Carlo degli Esposti – Palomar per una serie televisiva.
Tra gli altri titoli, Le camelie invernali (La nave di Teseo, 2025).
- Casa Editrice: La Nave di Teseo
- Collana: Oceani
- Pagine: 207
- Prezzo: E 19,00
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