
Sull’orlo di un continente la luce sta svanendo. Il mare è una distesa piatta e color rame di Sole riflesso e le ombre delle nuvole si allungano sull’acqua. L’Asia arriva e scompare. L’Australia è una sagoma scura e informe in quest’ultimo soffio di luce, che ora è diventata di platino. Tutto si sta oscurando. L’orizzonte terrestre, spalancato di luce in un’alba così recente, sta sparendo. La linea perde nitidezza nell’oscurità, come se la terra si stesse dissolvendo. e il pianeta diventa viola e sembra sfocato, un acquarello che perde colore.
Più sei lontana, più ti amo. La Terra, il tempo, la materia incomprensibile.
11 febbraio 2025
Lo sforzo dell’immaginare non è mai stato così magnifico. Il viaggio mai più remoto e incomprensibile. Un romanzo che regala solitudini, estasi e baratro, dentro ad un buco nero che sembra divorare tutto. Noi, le radici piantate a terra, salde per vincere la paura di scomparire. E i rami, come braccia di un bimbo che reclama attenzione, protesi verso l’alto. Per la voglia di sapere, conoscere, elevarsi dal nostro misero essere fisico, carne cresciuta intorno ad un tubo digerente, immondo ed essenziale. Condito con uno sprazzo di cuore, buttato là, ad amalgamarsi con le esigenze fisiche ed abbiette dell’essere umano.
E’ questa nostra natura a determinare i nostri limiti. E’ una zavorra che ci tiene ancorati a terra, a volta timorosi persino di immaginare. Samantha Harvey ci regala l’estasi dello Spazio, in questo romanzo, vincitore del Booker Prize 2024, che racconta la giornata di sei astronauti in una stazione spaziale internazionale. Un’ambientazione ambiziosa e insolita, che l’autrice rende al meglio grazie allo studio capillare delle abitudini e dei protocolli che vigono nello Spazio. Lungi dall’essere una cronaca della vita in una stazione spaziale, è invece e soprattutto un’incursione nelle sensazioni, nei pensieri, nell’intimo dei sei astronauti. Che si trovano immersi nella profondità più buia e sconfinata che può essere immaginata dall’uomo, lontanissimi eppure privilegiati, nel poter osservare la Terra da lontano.
Una posizione insolita, che rende l’uomo piccolo, ma allo stesso tempo ingranaggio necessario nell’enorme macchina della vita. L’Uomo, che lascia la sicurezza di un terreno sotto ai piedi e accetta di fluttuare senza peso, esposto ai pericoli di una condizione fisica estrema e agli abbagli che la mente pone, in quell’imbuto senza certezza che è lo Spazio. Lo spazio che fa a pezzi il tempo. Il tempo che ha perso i suoi riferimenti abituali, del quale va tenuta una buffa e artificiosa contabilità. Perché sulla navicella si susseguono numerose albe e altrettanti tramonti. In una sola giornata sono molte le orbite che gli astronauti fanno intorno alla Terra, cogliendo il nostro pianeta in ogni sfumatura. Nel buio di una notte fugace, trafitto dalle scie delle luci delle città, nei crepuscoli rosa e verdi, interrotti solo dai ciuffi morbidi della nuvole, piume dorate che ne ammantano la superficie azzurra, perfettamente curvata. Nella luce solare, vivida, incandescente, che tramuta i colori e le rende simili a perle, acciai, smeraldi, lucidi mantelli colorati e imprevedibili. Una cartina geografica che palpita, vive, muta.
Tutto muta, tutto incanta nella sua imprevedibilità. Da lassù gli astronauti sono come moderni indovini, mistiche Cassandre che indovinano le crepe inferte con le nostre mani incaute. Vedono il tempo che muta, i vortici, le depressioni e i cicloni. E studiano come la loro condizione impatta la vita che conosciamo e che inconsapevolmente viviamo là in basso.
Contrastano l’assenza di gravità che atrofizza i loro muscoli, fanno fotografie, chattano con i loro cari, studiano e sognano nelle loro cuccette. Non è nostalgia, non è rimpianto. Solo enorme distanza, che ti fa dimenticare chi sei, facendoti sentire parte di un unico organismo. Estasi dolorosa verso quel puntino azzurro che sembra essere stato posto al centro dell’Universo, tanto è bello, unico, conosciuto, certo. Quanto invece è buio, subdolo e profondo lo spazio la fuori. Inospitale, ottundente, senza rumore e senza forma. Un’attrazione infida che giunge a trascinare l’uomo che galleggia nel niente, senza un’ancora che lo tenga saldo. Perché se non si è saldi a terra anche la testa vola via. Verso i ricordi della vita terrena, verso quell’ineluttabilità che fin da piccoli li ha destinato allo spazio, al corridoio senza fondo che sembra risucchiarti ogni giorno.
Il loro è un destino quasi doloroso, che li pone al di sopra dell’incertezza, moderni paladini di una verità che hanno ormai cessato di desiderare, poiché la conoscono e la vivono in prima persona. Unici al mondo, o quasi a possedere la chiave di accesso. A penetrare il mistero del tempo che lassù sembra non esistere. Una bugia inventata dall’uomo, che si sfalda immediatamente quando si guarda la terra passarci accanto.
Samantha Harvey riesce a regalare al lettore l’estasi del volo interstellare. Un affaccio incredibilmente reale sulla vita immaginata e immaginaria di chi penzola tra le stelle ed è il depositario di ogni segreto e di ogni conoscenza. Privilegiato, ma anche segnato dalla malinconia e dallo struggimento di sapere la vita così fragile ed effimera. Destinato a incarnare e ad accogliere la brutalità dell’uomo incapace di cogliere l’estrema bellezza. Che da sola appare sufficiente a muovere e a giustificare una vita intera. Quella bellezza fugace, vulnerabile, che tutto sembra poter contaminare. E che appare così incontrastata e incontestabile dallo Spazio.
Il romanzo
Nel cuore nero del cosmo, sei astronauti viaggiano in orbita attorno alla Terra, a bordo di una stazione spaziale. Vengono dall’America, dalla Russia, dall’Italia, dalla Gran Bretagna e dal Giappone, e sono partiti per studiare il silenzioso pianeta blu, su cui scorre intensa la vita da cui sono esclusi: un matrimonio in crisi, un funerale, un fratello ammalato, un tifone che minaccia devastazione. Li vediamo nei brevi momenti di intimità in cui preparano pasti disidratati, fanno ginnastica per non perdere massa, dormono a mezz’aria in assenza di gravità, stringono legami tra loro per sottrarsi alla solitudine. Ognuno è preso dai propri pensieri e dal proprio passato terrestre, ma più scorre il tempo più cominciano a sentirsi parti di un unico corpo – Pietro la mente, Anton il cuore, Roman le mani, Chie la coscienza, Shaun l’anima e Nell il respiro. Profondo e commovente, Orbital è un canto d’amore alla bellezza dell’universo e del nostro pianeta, che osservato da lontano diventa prezioso e precario, un gioiello sospeso nell’infinito, un paradiso da proteggere. Con voce incantata, Samantha Harvey ci ricorda che di fronte all’immensità del tempo e dello spazio siamo solo piccole foglie al vento, e che la nostra esistenza è scritta dal futuro che riusciamo a sognare.
L’autrice
Samantha Harvey è una delle maggiori autrici in lingua inglese, già selezionata al premio Betty Trask, all’Orange Prize for Fiction, al Guardian First Book Award, al James Tait Black Prize e il Baileys Women’s Prize. Vive nel Regno Unito e insegna scrittura creativa alla Bath University. È autrice, tra gli altri, di Vento dell’ovest (Neri Pozza, 2020). Con Orbital ha vinto all’unanimità il Booker Prize 2024.
- Casa Editrice: Enne Enne Editore
- Pagine: 176
- Prezzo: E 18,00
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