TRISTE TIGRE di Neige Sinno


Tigre! Tigre! che ardi e splendi

nelle selve della notte,

che immortale ti forgiò

la tremenda simmetria? (…)

Gli astri già scagliaran lance,

inondando il ciel di pianto;

ai suoi atti lui sorrise?

Lui che fece Agnello e te?


20 maggio 2024

Scomparire dentro la propria storia, destinata ad esistere nell’ombra.

Il titolo è assai criptico, ma la reputazione e il clamore di questo romanzo, vincitore del Premio Strega Europeo, precede ogni circostanza, ogni curiosità.

Il rimbombo di questo romanzo è incessante e inesorabile. Parlare di abusi su minori, specie dentro alle maglie di un memoir, è qualcosa di terribilmente morboso, dal quale probabilmente si vuole prendere le distanza, per evitare di essere contaminati da tanto orrore. Ma è anche qualcosa che vogliamo sapere. Sapere se si può sopravvivere a tanta violenza, se dopo sarà possibile innamorarsi e avere una vita, come guarire le ferite, come e se raccontarlo, come e se denunciare, come e se ricostruire il proprio vissuto.

La tigre del titolo è quella di William Blake, che nella sua opera esalta il complesso intreccio, nella creazione, di oscurità e luce. La tigre, creatura bellissima e distruttrice, usa la potenza come specchio della sua innegabile fascinazione, tanto da rendere quasi improbabile che il suo creatore, colui che ha saputo forgiare tanta bellezza e ferocia nello stesso corpo, possa aver creato anche l’agnello, simbolo di innocenza e arrendevolezza.

Ma è anche la tigre di Margaux Fragoso, che nel 2011 pubblica il libro “Tigre, tigre” e parafrasa i versi di Blake per raccontare la sua esperienza di abusi con un vicino di casa apparentemente gentile che possedeva diversi animali esotici e che finisce per condividere con la sua piccola vittima una prigione di sofferenza dalla quale è impossibile fuggire.

L’accenno al dualismo che persiste in natura è cruciale per rappresentare la coesistenza di bene e male. In un mondo fatto di straziante bellezza esiste l’orrore, il male. In una persona apparentemente innocua sopravvive e prolifica la volontà di sopraffare e distruggere, un insensato bisogno di dominio, di sopraffazione.

Le conseguenze dello stupro vanno ben al di là dell’ambito circoscritto della sessualità, minano tutto, dalla capacità di respirare fino a quella di rivolgersi alle persone, ma anche di mangiare, lavarsi, guardare immagini, disegnare, parlare o tacere, di percepire la propria esistenza come una realtà, di ricordare, di imparare, pensare, abitare il proprio corpo e la propria vita, sentirsi capaci di, semplicemente, essere.

Neige Sinno insiste molto su questo aspetto, sul bisogno di manipolare, di imperare sul destino di un’altra persona. Il fatto che la vittima sia un bambino rende le cose più facili per l’aggressore: un bambino non sa sottrarsi alle malsane attenzioni, perché non sa circoscrivere ciò che vive, non sa classificarlo, né nominarlo. Il bambino chiude se stesso in una gabbia. Si isola, annientato dall’umiliazione di subire atti che vengono percepiti come sbagliati. E il carnefice vive l’apoteosi della sua potenza. Spesso senza pensare di nuocere. Al contrario, ritiene di essere il dispensatore di esperienze che saranno il valore aggiunto del bambino, una vota cresciuto.

Detto questo si deve decidere se leggere questo memoir. Così come la stessa autrice ha dovuto decidere se raccontare o meno gli anni di abusi subiti per mano del suo patrigno.

Il dilemma non è banale. Da qualunque angolazione si guardi. Neige Sinno ha evidentemente sciolto le sue riserve. Ha deciso di consegnarci la sua esperienza. Non senza le perplessità che girano intorno alla spettacolarizzazione di un fatto privato.

Un autore scrive di se stesso poiché incapace di costruire altro di altrettanto interessante? Se è vero, l’autore scompare dentro alla storia, che è così agghiacciante da rendere iniquo tutto il resto. Una storia così cruda e orribile può esistere anche senza quelle qualità che fanno di uno scritto qualsiasi letteratura? Ciò distrugge l’ideale romantico che vede la scrittura come balsamo per ogni guarigione. Come se scrivere fosse più importante di vivere. Come tenere costantemente distinte letteratura e vita vera.

Questi interrogativi percorrono per intero tutto il memoir. Raccontare di sé appare a Sinno come un modo per sminuire le proprie qualità di scrittore. Un pretesto per arrivare al pubblico puntando sul morboso.

Non c’è nemmeno l’appiglio del presunto potere salvifico della scrittura per chi è stato abusato. La scrittura non salva Neige Sinno, perché semplicemente non può farlo. La scrittura assolve esclusivamente al ruolo di monito. Non è perdono, non è condivisione. E’ solamente bisogno di trovare un motivo, rinunciando alla velleità di smontare la figura del carnefice, che qui tace, senza fornire al pubblico la sua visione, le sue scuse, millantando un perdono. Neige, la figlia naif cresciuta in campagna all’ombra dei sogni fragilissimi dei suoi genitori hippies, con il suo sguardo sfrontato, la sua estrema acutezza e la sua voragine nel petto, non si salva. Ma vive, ama, lavora e scrive. Laconicamente, senza ricercare niente in quel suo scrivere se non la voce di sé bambina. Non è salva, perché il buio sa inseguirla ovunque. Anche quando lui non c’è più e non può più danneggiarla.

Questo non è un romanzo per tutti e deluderà chi cerca nelle pagine la descrizione degli abusi, la ricostruzione della memoria, la galleria degli orrori che rimanda l’immagine di una bambina abusata per anni fin dalla tenera età. Eppure è tanto più orribile ascoltare Neige che parla senza dire, attenendosi alla disamina delle circostanze, allo studio dell’ambiente familiare in cui è cresciuta, riconfigurando la sua memoria per accogliere quella bimba che tace, che desidera sparire. Che rischia di confondere l’attenzione con l’amore, quell’amore che lei nega con forza al patrigno. Quell’amore che diventa la scusa per l’abuso, ripetuto e per questo normalizzato e normalizzante, l’unica modalità di avvicinare la bimba a sé. Un abuso che l’aggressore ridisegna per innalzarlo ad amore, vicinanza, desiderio di condivisione.

Quella miserevole commistione tra attenzione e abuso che Neige Sinno rifiuterà, da adulta, di accantonare in un angolo della sua memoria e che la porterà a denunciare.

Quella confusione tra amore e abuso che già mosse la penna di Nabukov in Lolita, romanzo che l’autrice utilizza per entrare nella testa del predatore. Qui l’accusato si pone nei panni della vittima. Sedotto. Soggetto passivo di una passione alla quale non sa sottrarsi. Soggetto perverso che trasforma la realtà per adattarla alle sue fantasie perverse. Una storia d’amore, anziché di pedofilia.

La storia che leggerete in Triste tigre non è la storia di una bimba abusata. E’ di più ed è anche altro. E’ la ricerca e lo studio di quel luogo oscuro in cui si muovono le vittime di ogni sopruso. Un luogo che è l’imbuto e la calamita di sofferenze e distorsioni.

E’ un modo per rifiutare il ruolo di vittima. Per allontanare da sé l’abuso come leva per ricercare un cono di luce che dia alla vittima ogni attenuante. E’ chiamare l’omertà con il proprio nome e il coraggio di destrutturare le figure familiari che non hanno saputo vedere e proteggere.

Un viaggio che mette ordine nel disordine e memoria nell’oblio. Che dà alle parole il giusto significato, che nutre ogni mancanza e che rimette ogni tassello al proprio posto.


Il romanzo

Doveva avere sette anni, forse nove, non lo ricorda con esattezza Neige quando il suo patrigno ha cominciato ad abusare di lei. A parte il momento esatto in cui tutto ha avuto inizio (il trauma ha alterato per sempre la cronologia dei fatti), i ricordi sono perfettamente incisi nella mente e nel corpo della donna che Neige è diventata. La decisione a diciannove anni di rompere il silenzio, la denuncia, il processo pubblico, il carcere per lo stupratore, la vita nuova molto lontano dalla Francia. E quella donna si è interrogata a lungo se scrivere il libro che stringete tra le mani, perché trovava solo motivi per non farlo. Fino al giorno in cui il passato l’ha raggiunta e l’impossibilità di scrivere è diventata impossibilità di non scrivere. Questa che leggerete non è «soltanto» la storia di una bambina che è stata violentata per anni da un adulto; è la ricerca pervicace degli strumenti per dire di quell’altro luogo, il paese delle tenebre dove vivono tutti quelli come Neige; è il rifiuto netto della retorica delle vittime (nessuna resilienza, nessun oblio, nessun perdono); è la necessità di trovare semplici parole precise che dichiarino l’irreparabilità del danno; è l’urgenza di rendere testimonianza, sì, ma collettiva. Perché l’abuso si consuma in una dimensione separata di omertà e solitudine, una dimensione che è fisicamente la stessa in cui si svolge il resto della vita, ma che si sovrappone come un doppio di intollerabile nitore. Triste tigre è il viaggio in questa dimensione, è il dialogo necessario con i grandi della letteratura che questa dimensione l’hanno interrogata, e che hanno fornito all’autrice gli strumenti per tutto questo. Un libro, che usa la scrittura come un martello, attraversato da una domanda: colui che ha creato l’agnello ha creato anche la tigre?

Io ho voluto crederci, ho voluto sognare che il regno della letteratura mi avrebbe accolta come una delle tante orfane che vi trovano rifugio, ma neppure attraverso l’arte si può uscire vincitori dall’abiezione. La letteratura non mi ha salvata. Io non sono salva.


L’autrice

NEIGE SINNO è nata nel 1977 nella regione delle Hautes Alpes. Dopo un periodo negli Stati Uniti, si è trasferita in Messico, dove vive col compagno e la figlia. Ha studiato anglistica, traduce e ha scritto anche un altro romanzo e una raccolta di racconti. Alla sua uscita in Francia, Triste tigre è diventato immediatamente il caso editoriale dell’anno e il libro più premiato (Prix littéraire Le Monde; Prix Blù Jean-Marc Roberts; Prix Les Inrockuptibles; Prix Femina; Prix Goncourt des lycéens; Choix Goncourt de la Suisse; Choix Goncourt de la Belgique; Choix Goncourt de l’Orient; Choix Goncourt de la Slovaquie, Choix Goncourt de l’Inde, Choix Goncourt de l’Autriche, Choix Gouncourt de la Grande Bretagne, Choix Goncourt des Pays-Bas). 


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Luciana Cisbani
  • Pagine: 240
  • Prezzo E 18,00

Pubblicato da laurasalvadori

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