
Recensione di Una delicata collezione di assenze di Aline Bei: un romanzo sul femminile tra silenzio, corpo e violenza invisibile.
Il femminile come negazione: silenzio, assenza, rimozione
Il femminile, in questo romanzo della brasiliana Alina Bei, è un codice narrativo che nasce dalla negazione. Quella del silenzio, del non detto. Quella dell’assenza, fisica e ideale. E quella del non visto, della violenza sui corpi, che non sanno decodificare i linguaggi del sopruso e così lo aggirano, lo scordano, lo annullano con lo strabiliante potere della rimozione.
La narrazione è una storia che ricompare. E’ fuga e ritorno. Un tentativo che fallisce e il susseguente ripiegare sui pavimenti già percorsi, dove la polvere ancora non è riuscita a sedimentare. Una narrazione che le donne sanno a memoria. Fatta di silenzio, difesa, chiusura. E di resa.
Una storia di ritorni: Margarida, Gloria, Laura
Margarida torna dalla madre dopo essere fuggita per lavorare in un circo. Sotto il tendone Margarida è stata una dea, vestita di bianco, una creatura ultraterrena. Lì ha conosciuto l’amore per il Clown ma anche il rifiuto, quello del Mago, che la ripudia per non essersi concessa a lui. Una figlia in grembo e un sogno crollato su se stesso la riportano nella casa dalla quale è fuggita. Le resta solo la capacità di leggere la mano, abilità che le darà da vivere. Sua figlia, Gloria, a sua volta soccomberà alla fascinazione della fuga, lasciando a Margarida una bambina appena nata, Laura, che, come il Clown aveva predetto, diventa la sua unica ragione di vita.
Filipa, madre di Margarida, non regge al disonore della sua progenie. Donna molto religiosa, si rifugia tra le mura di una Chiesa, pervasa da un amore a senso unico e scevro da qualsiasi dramma verso Dio, che nulla chiede se non di ubbidire alle sue leggi.
Il corpo femminile: crescita, vergogna, esposizione
Nella casa dal cancello arancione, nella quale si entra schioccando le mani poichè non c’è un campanello, Margarida e Laura sono due relitti in una baia insperatamente tranquilla. Vivono di poco, osservando i loro corpi cambiare e controllando i loro equilibri interiori, così faticosi da mantenere.
L’una impegnata a colmare le voragini lasciate dall’assenza della figlia Gloria. L’altra a interpretare la propria piccola vita, fatta delle scaramucce con le compagne, che intuiscono le difficoltà di crescere senza genitori e sanno come acuirne le incertezze, le insicurezze, le domande senza risposta che un’adolescente non può da sola riuscire a risolvere. I corpi sono nemici che non si lasciano vedere, dei quali si può solo indovinare potenza e pericolo, sorpresa e ingovernabilità. Margarida sfiorisce ma non può cedere. Laura esplode. Un caleidoscopio di colori insopportabili alla vista, che a volte si vorrebbe celare, rendere più tenui, velarli con una trama di invisibilità, che dia il tempo di abituarsi alle secrezioni, al sangue, alle forme che escono allo scoperto e che ci rendono deboli ed esposti.
Laura ancora non sa che diventerà sempre di più un corpo che varca la porta in direzione della propria scomparsa; un corpo che alla luce delle attività quotidiane sarà maturo e completo e per questo molto più visibile di quello che aveva da bambina, con vene e ampiezze, nei sulla pelle e un sedere fastidiosamente piatto. Ma erano i seni a stupirla di più, avere il seno avrebbe cambiato tutto.
Sono, entrambe, agli estremi della vita di una donna. Luoghi dove alberga l’incerto. Dove l’identità passata si sfalda, alla ricerca di nuovi punti di riferimento. Il passato reclama spazio ma il presente sta stretto, boccheggia in cerca di ossigeno, di aria nuova. E il futuro è un’incognita. Un vuoto da riempire in fretta come capita, perché quel risucchio mortifero si plachi, smetta di spaventarci, cessino le eco spaventose di ciò che conosciamo bene ma che preferiamo non dire, non vedere, perché così non esiste, non ci tocca.
In questa pianura da esplorare, l’ennesimo ritorno, quello di Filipa, disegna nuove prospettive. Un nuovo spazio si crea. Un nuovo bisogno di riempire si fa avanti. Mentre accade ciò che accade. Il non detto, il non visto, che si palesa nuovamente, come un destino ineluttabile.
Il tema del ritorno: destino e ripetizione
Il motivo del ritorno è davvero pregnante in questo romanzo, come lo sono le parole della sfera femminile, misteriose, imprevedibili, inaffrontabili eppure necessarie. Amore, se°sualità, desiderio, maternità. Cose che accadono, che trasformano l’esistenza, che spesso non si scelgono nemmeno, con le quali convivere ma che spesso non hanno un significato preciso. Sono parole sotterranee, che si insinuano sottopelle, che scrivono destini. E poi c’è il resistere, sempre e comunque. Alla violenza di genere, alla menzogna, al disincanto, al dover crescere in fretta, al ruolo di moglie e di madre. Un destino scritto sulla pelle che non può essere cancellato e che investe le donne di questo romanzo, la loro fuga e il loro ritorno al punto di partenza. Eppure Bei lancia, forte, un messaggio di rottura. Una spinta verso la ribellione che giunge infine a tentare di rompere una catena, nonostante non via sia salvezza.
Linguaggio e forma: una scrittura libera e stratificata
In un romanzo che irrompe sulla scena con una forma insolita e impetuosa, con pagine che nascono libere e prive di schemi, con una sovrapposizione tra il linguaggio parlato e il pensato, tra la voce narrante e le voci delle protagoniste, nella confusione estatica di font diversi, di linguaggi e forme mutuati dalla sceneggiatura, di dialoghi come fiumi errabondi che scendono una china, la narrazione incede per mano ad una innata attitudine verso la poesia, con tutta la meraviglia di una storia che parla di noi, la stessa lingua, le stesse nostre paure, crisi, incertezze, forzature, doveri, bisogni, sogni.
Forma e narrazione si completano a vicenda generando una bolla pulsante di vita, inaspettata e imprevedibile, così come lo sono queste pagine che sembrano uscire da un flusso di coscienza inarrestabile. Leggerle è un viaggio intestino, tra fantasmi del passato e riverberi di desideri che ormai non ci appartengono più, ma che pulsano ancora negli angoli più nascosti del corpo. Che tutto sa, in fondo. E che non dimentica.
Il romanzo
In una modesta casa dal cancello arancione, convivono nonna e nipote. Laura è alle prese con il difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza, mentre Margarida, chiromante in un mercato d’antiquariato, dedica ogni sua energia alla nipote, unico filo che ancora la lega a Glória, la figlia di cui non ha più notizie.
L’arrivo improvviso di Filipa, la madre di Margarida, incrina il loro fragile equilibrio: con le sue valigie e le sue amarezze, occupa spazi e pretende attenzioni, costringendole a ripensare al proprio posto nella famiglia.
Laura dovrà affrontare la gelosia e la solitudine, e sua nonna il peso di un nuovo carico di cura, mentre lentamente affiora un segreto che ci lascia increduli e sconvolti.
Con uno sguardo poetico e implacabile, Aline Bei racconta i corpi che cambiano, i desideri taciuti, le ferite che si ereditano. Un romanzo intimo e universale che illumina, con rara delicatezza, l’inesauribile potere dei legami femminili.
L’autrice
Aline Bei è nata a San Paolo nel 1987. È laureata in Lettere presso la Pontifícia Universidade Católica de São Paulo (PUC-SP) e in Arti sceniche presso il Célia Helena Centro de Artes e Educação, e ha conseguito una specializzazione in scritture performative alla PUC-Rio. È autrice dei romanzi O peso do pássaro morto, vincitore del Premio São Paulo de Literatura (2017) e del Premio Toca; Pequena coreografia do adeus, finalista del Premio Jabuti (2022); e Una delicata collezione di assenze (2025).
- Casa Editrice: La Nuova Frontiera
- Traduzione: Marta Silvetti
- Pagine: 288
- Prezzo: E 19,00