Tanto domani muori di Antiniska Pozzi

Quel passato che non è mai trascorso. Quella lotta che non trova requie.



C’è un pezzo della nostra storia nel nuovo romanzo di Antiniska Pozzi. Un riverbero che giunge inatteso, come una medicina in cui lo zucchero sia chiamato a mascherare un sottile miasma. Un ricordo sfocato i cui contorni si fanno sempre più nitidi, netti, infine lampanti. Un’eco che risulta inappellabile. Qualcosa che si è voluto ignorare ma che sgorga con potenza, come un gas trattenuto nelle profondità insondabili della terra.

Quello che eravamo poco tempo fa, quando ancora il futuro sembrava magnanimo. Un domani fulgido in cui credere. L’amore che ci avrebbe salvato, un nuovo luogo da abitare, Una promessa da mantenere, senza indugio, prima che la realtà si infranga, cada in mille pezzi.

Anna, figlia del novecento: identità, classe sociale e frattura generazionale.

Anna è l’anello che congiunge la generazione nata con la guerra e quella che la guerra non se la ricorda più, che se la fa raccontare e che crede di farsi beffe delle proprie origini e del proprio destino. Anna è una bimbetta di sei anni quando la neve sommerge Milano in un gennaio gelido e mai dimenticato ed è una studentessa universitaria quando la tragedia si abbatte su di lei. Anna è la figlia della classe operaia, in bilico tra la povertà e la sussistenza, con genitori non scolarizzati, con un guardaroba all’osso, con un vocabolario avaro. Poche parole e dette male, poiché apprese da bocche sguaiate, attorniate dalle lusinghe del dialetto, incerte in una foresta di accenti che non si sa mai per certo da che parte cadono e che inflessione danno alle parole, che escono scolorite, deboli e invertebrate, senza midollo. La figlia povera e incompresa, che diventa una piccola borghese, una donna dei piani alti, una donna che si è fatta da sola sulle macerie di un’infanzia tremula, difficile, sotto tono. Una donna che non sa più chi sia in realtà, che si dà in pasto all’ennesimo analista che le chiede come sta. Una che sa di essere un’anomalia, dentro ai salotti radical chic con le scarpe scollate e le calze rotte.

La famiglia: genitori sconfitti e sogni espropriati

I genitori di Anna sono stati depredati dei loro sogni, con un colpo di spugna deciso e risolutivo. Via l’attesa, via la speranza, via il miraggio di una famiglia che salvi e che sia ricovero e ristoro. Lei, Adriana, catturata dalle spire della depressione e ingoiata dalle maternità, alcune implose nel sangue, in un fallimento globale. Un lavoro che le viene strappato da una società male organizzata, che costringe una madre ad abbandonare il lavoro per mancanza di qualsiasi assistenza. Una vita tra quattro mura, tra bambini urlanti, ai quali tappare la bocca a suon di cinghiate. Lui, Nino, una promessa del calcio che per un capriccio finisce a lavorare in fabbrica. Quei piedi divini ed estrosi dentro a scarpe sempre più strette. Il rifugio nella contestazione e il rigetto verso un lavoro al nero. Una stanchezza che non si argina. Baffi neri a nascondere il ghigno della delusione e quella particolare pazienza che hanno certi uomini, quando viene tolto loro tutto, persino la memoria e il ricordo. Un calendario in cui segnare un bilancio sempre più spostato verso l’indigenza. Una moglie che ogni giorno si va spegnendo. I figli da crescere senza aver contezza della realtà che li avvolge.

Radici popolari e rassegnazione: la saggezza amara di un’Italia che cambia.

La storia che segna il ritmo narrativo di “Tanto domani muori” è fatta di delusione e di rassegnazione. Di radici popolari, di saggezza spicciola e cattiva. In cui la sorte non va stuzzicata. Occhi bassi e la consapevolezza che un niente ci separa dalla catastrofe. E’ la storia di un paese che cresce e che si scontra con una modernità fallace, doppia. Un Giano beffardo, ingannevole, che non ha pietà. La storia di donne e uomini che si spostano, dalle province polverose alle città grigie, dove appassiranno lentamente, dando in pasto i figli ad un presente incerto, del quale non ci si può fidare. Figli inseguiti dalla mala sorte, un’eredità purulenta che schiaccia i più deboli, rendendoli succubi di un futuro atteso che non arriva mai. Qualcuno tuttavia potrà salvarsi, almeno in apparenza. Farà ciò che i suoi genitori non hanno potuto fare. Studierà, sceglierà se sposarsi oppure no. Se fare figli o rinunciarvi. Se avere una carriera o no. Sarà un uomo o una donna che tende alla felicità, ma pur sempre in bilico tra quel passato che lo chiama a gran voce per trascinarlo giù e un futuro che sembra ad un passo ma che in fondo è davvero irraggiungibile.

La scrittura di Antiniska Pozzi: una prosa che confina con la poesia.

Antiniska Pozzi ha una voce potente, lucida. Capace di scrivere ogni acuto dei decenni che ci hanno preceduto, evocandone persino gli odori e i rumori. Disegnandone i contorni con grande realismo e una cura incredibile dei dettagli. Una fotografia in bianco e nero dai bordi sdruciti e sfilacciati come risultato di una prosa che cesella ogni singolo oggetto, ogni rimbombo, ogni sensazione. Un sentimento diffuso di docile compassione per chi ci ha preceduto, debole frutto di una società presa a schiaffi dalla guerra e abbacinata dalle lusinghe di un progresso imperscrutabile, inaccessibile per molti e incompreso dai più.

Ciò che emerge è quella sottile disillusione che pervade la generazione nata a ridosso della seconda guerra mondiale, che con niente si sfalda e con niente riprende il proprio posto, a fianco dell’infelicità e di una ottusa attitudine alla tristezza. Una tristezza che si tramanda, che si nutre della propria carne cannibalizzandosi, e che lancia un testimone sfuggente ai propri figli, che non sapranno agguantare al volo le opportunità di una società che esce allo scoperto lanciandoci alla cieca in uno scontro azzardato in cui non c’è alcuna certezza di riuscita.

È spezzata a metà, Anna, tra il mondo a cui vorrebbe appartenere e il mondo da cui viene, figlia di Nino, amante di Ludovico. Ha un passato da proletaria e il presente di una borghese benestante, il padre le vive appiccicato addosso mentre spende soldi per i libri, per le pause pranzo, per i pantaloni alla moda che le stanno sempre male, perché Anna ha ancora quel corpo goffo e legnoso, un corpo da lavoratrice, le mani tozze, i fianchi larghi, lo dice in giro, il corpo, senza che lei lo voglia, che viene da un mondo di contadini, operai, gente che non ènata per farsi contemplare. Eppure dentro quelle spalle, nella testa, in quelle mani, ci sono entrate troppe parole che venivano da altri mondi, e nessuno ha fatto niente per impedirlo, anzi, in molti lo hanno ritenuto auspicabile. Migliaia di parole provenienti da lingue che Nino non avrebbe capito, che Adriana non capisce. È partita da un mondo, Anna, senza approdare in nessun altro: è in perenne transizione, sa da dove viene e dove vorrebbe andare, ma l’origine è perduta e la destinazione si sposta ogni giorno più in là. Vive in una terra di mezzo in cui non è possibile scendere a patti con il concetto di identi-tà. È Anna che ha perduto Anna, è Anna che non ha ancora Anna. È un’anomalia, presenta elementi non riconducibili al modello prototipo di una classificazione o al normale svolgimento di determinate funzioni.

Quei figli sceglieranno se consegnarsi al sentimento di rivalsa, all’imitazione degli atteggiamenti borghesi o se trincerarsi nelle lotte di classi che infesteranno gli anni a venire. Anni cruciali per il paese che Pozzi ci consegna dentro a laghi di insoddisfazione e di insidie. E nell’incertezza dell’essere, del riconoscersi, del darsi un’etichetta, si chiude questa storia bellissima e crudele, scritta con una prosa che si confonde con la poesia, con i toni fluidi e sfocati della malinconia, delle occasioni mancate, del rimpianto e del rimorso. In fondo il nodo cruciale di ogni figlio è la decisione, spesso inconsapevole ma mai gratuita, che oscilla tra il ricordo e l’attesa. Tra il passato e il futuro. Tra l’essere o il diventare. Conformarsi o tradire. Riconoscere o disconoscere chi ci ha preceduto e messo al mondo. Lasciandoci in balia di quell’errore, di quell’anomalia, inattesa, innominabile, sconosciuta. Perché il mondo corregge se stesso e chi vi cammina sopra, sempre.


Il romanzo

“Casa auto lavoro / tanto domani muori. È scritto su un muro poco lontano dalla ferrovia, nella periferia nord di Milano, vicino a casa di Anna, che ha sei anni e un rumore che le abita la testa, un cubo che rotola nel buio mentre nella stanza accanto il padre russa e la madre veglia i propri fantasmi. Al terzo piano dell’edificio in klinker marrone dove abitano, Anna osserva i suoi genitori consumarsi. È figlia di un operaio, Nino, che sognava di fare il calciatore e ora cerca la felicità nelle cose semplici, e di Adriana, che è nata in Toscana, vicino al mare, non lavora ed è segnata da una malinconia che non trova nome né sollievo, dalla costante paura della disgrazia. Una disgrazia annunciata durante l’infanzia dalla Canuta, una sorta di spettro che popola incubi e racconti familiari.

Accanto a loro Anna cresce, la bambina introversa e accondiscendente si trasforma in un’adolescente piena di domande, in cerca di una voce che non sia solo eco del mondo da cui proviene, mentre gli anni Settanta trasformano il Paese. Finché le crepe del mondo si spalancano anche nella sua vita, e la tragedia, che sua madre da sempre attendeva, diventa realtà.

Antiniska Pozzi ha la voce di chi è abituata a scrivere poesia, e si vede. Tanto domani muori è un libro prezioso, per la lingua, lirica e capace di colpire al cuore chi legge, per la ricostruzione di un mondo familiare e il passaggio di un’epoca, per la capacità di trasformare il dolore in arte e un romanzo di formazione in un racconto universale, in una riflessione al tempo stesso intima e politica sull’appartenenza, il lutto, il riscatto, simbolo di un’intera generazione sospesa tra sacrificio e desiderio di futuro.


L’autrice

Antiniska Pozzi (1978) è nata a Milano. Dopo la laurea in Lettere moderne lavora come traduttrice d’incunaboli e giornalista. Inizia a scrivere per il teatro, e pubblica il monologo teatrale sulle morti bianche L’insalata di pomodori (premio “Per voce sola” 2008). Seguono i romanzi Dove vanno le iguane quando piove (Cabila, 2009) e Per essere Chiari (Milieu, 2021), e le sillogi Amavo (una volta) un comunista (Premio Beppe Salvia 2018) e Un nome di strega (Premio Prato 2022). 

Suoi racconti sono apparsi su diverse riviste, tra cui Cadillac Magazine, Monolith Volume, Bomarscè, Pastrengo, Risme, Grande Kalma, Film Tv. Ha tradotto testi di poeti inediti in Italia: Un’abitudine a scrivere di Helen Jacobs (Biblion, 2021), Un paradiso portatile di Roger Robinson (T.S. Eliot Prize 2019, Biblion, 2022), Mary Cresswell in Miglior Acque (Samuele Editore, 2022); Matthew Arnold in La camera degli animali (Il Saggiatore, 2022), Bugie di Doireann Ní Ghriofa (Biblion, 2024). Attualmente vive a Milano e insegna italiano presso la scuola secondaria. 


  • Casa Editrice: HarperCollins
  • Pagine: 168
  • Prezzo: E 18,00

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Pubblicato da laurasalvadori

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