
L’attesa del diavolo di Mary MacLane, tradotto e riscoperto da Sofia Artuso per Ago Edizioni: femminile, fuga, desiderio, scrittura come atto di esistenza.
L’attesa del diavolo: Mary MacLane e la fame di esistere
L’attesa del diavolo arriva dal primo Novecento come una lama crudele. Taglia il tempo, attraversa il secolo, si posa sul presente con una precisione feroce. Mary MacLane scrive per emergere, per essere vista, per incidere il proprio nome nella carne del mondo. Scrive per restare. E rimane, come un lampo che illumina un cielo grigio. Luce che acceca e che riscrive le modalità di essere donna, in un’epoca che vorrebbe rinchiuderla in un perimetro asfittico, in secondo piano, i contorni sfocati e la voce ridotta ad un bisbiglio. Una gabbia che Mary decide fin da giovanissima di violare.
Questo romanzo, riscoperto grazie al lavoro di scout letteraria di Sofia Artuso e restituito al lettore italiano attraverso una traduzione che conserva febbre, eccesso e vertigine, rappresenta una chiamata. Una chiamata al desiderio, alla voce, alla libertà. Ago Edizioni compie qui un gesto editoriale necessario: riporta alla luce una scrittura che brucia.
Mary MacLane: una voce femminile troppo avanti per il suo tempo
Mary MacLane nasce nel 1881 e cresce in un contesto nordamericano dominato da moralismo, controllo sociale e rigida gerarchia patriarcale. A diciannove anni pubblica L’attesa del diavolo e diventa subito un caso. Il libro vende moltissimo, scandalizza, divide. Una giovane donna che parla di ambizione, corpo, desiderio e grandezza personale scuote un mondo che vuole le donne silenziose.
Mary si percepisce come creatura eccezionale. Rivendica il diritto alla gloria, alla memoria, alla centralità. Il suo femminile appare moderno, visionario, radicale. Una soggettività che si afferma senza chiedere autorizzazioni.
Il femminile come centro e come urgenza
Il femminile che attraversa L’attesa del diavolo vive di intensità. Mary parla di sé come soggetto assoluto, corpo desiderante, mente febbrile. Il femminile prende spazio, reclama attenzione, pretende sguardi. Qui la donna scrive per fondarsi, per darsi forma, per esistere pienamente. Ogni pagina diventa una dichiarazione di presenza. Ogni frase un atto di rivendicazione.
Fuga e felicità: il desiderio di una vita più grande
La fuga rappresenta una tensione costante. Fuggire significa cercare una felicità possibile, coerente con la propria intensità interiore. La provincia soffoca, le convenzioni stringono, il tempo storico limita. Mary guarda oltre e immagina una vita diversa, più ampia, più vera. La fuga assume valore creativo. Diventa gesto di fedeltà verso se stessa. Una promessa di libertà.
Scrittura come realizzazione di sé
Per Mary MacLane la scrittura coincide con l’esistenza. Scrivere significa diventare. La pagina accoglie corpo, ossessioni, desiderio di assoluto. Ogni parola serve a fissare una traccia, a opporsi alla sparizione. La scrittura fonda l’identità. Espone. Incide. Salva. Tradurre tutto questo richiede ascolto e coraggio.
Sofia Artuso: scouting letterario e traduzione come alleanza
Il lavoro di Sofia Artuso si muove su due piani fondamentali: la scoperta e la restituzione. Come scout letteraria riconosce una voce necessaria sepolta dal tempo. Come traduttrice sceglie di accompagnarla, rispettarne il ritmo, conservarne l’eccesso. La traduzione mantiene intatta la carica emotiva del testo, il suo stile diretto, febbrile, volutamente sbilenco. Una lingua che corre, inciampa, accelera. Una lingua viva. Alla quale Artuso ridà voce, consentendone tutti i rimbombi, oggi più che mai assordanti, nonostante siano trascorsi molti anni di lotte e di rivendicazioni femministe. Un lavoro che si immagina complesso, impegnativo. L’atto di imbrigliare il narrato di Mary, un puledro scalpitante che non vuole essere domato ma correre a perdifiato sull’erba, dietro a nuvole capricciose e sfuggenti. L’atto con il quale la traduttrice asseconda lo spirito di Mary, resistendo alla tentazione di normalizzarlo, di renderlo più educato. Evitando di sentirsi chiamata in causa come donna prima che come professionista. Compiendo, giocoforza, un atto politico.
Uno stile diretto, folle, scandaloso
Lo stile di Mary MacLane vibra di urgenza. Diretto, confessionale, ardente. Una scrittura che rifiuta l’equilibrio e abbraccia l’eccesso. Una follia che assume valore conoscitivo. Permette di vedere più a fondo, più a nudo. Questo stile scuote perché espone. Disturba perché rivela. Affascina perché osa. E’ un atto di auto-creazione, una vera sfida al mondo.
Scandalo e patriarcato: il bisogno di scuotere
Mary scrive dentro una società che assegna alle donne ruoli ristretti. La sua risposta passa attraverso lo scandalo. Attraverso il desiderio. Attraverso la parola. L’attesa del diavolo incrina l’ordine patriarcale e ne mostra le crepe. La voce di Mary disturba perché afferma una soggettività femminile piena, carnale, ambiziosa.
Carnalità come linguaggio dell’anima
Il corpo attraversa ogni pagina. Sente, desidera, reclama. La carnalità diventa forma di conoscenza. Il desiderio parla una lingua primaria. Corpo e parola coincidono. La carne si fa scrittura. La scrittura diventa corpo.
Il suicidio come ultima soglia di libertà
Nel romanzo emerge anche il pensiero del suicidio. Una riflessione dura, lucidissima. Il suicidio appare come possibilità estrema di controllo, come ultima chiave custodita. Una scelta che restituisce padronanza. In una società che decide per le donne, questo pensiero assume un valore radicale. Terribile e potente insieme. Ed è anche un pensiero tremendamente evocativo, dal momento che Mary, ancora molto giovane, disillusa e dimenticata, muore probabilmente per sua propria mano. Rigettata dalla stessa società che qualche anno prima l’ha osannata. Dopo il clamore, il silenzio. Dopo l’onda anomala, la quiete assordante.
Il diavolo come figura umana da venerare
Il diavolo del titolo vive lontano dalla teologia. Rappresenta l’alterità, la trasgressione, la promessa di una vita più intensa. Una figura umana che vede Mary, che la riconosce, che la desidera. Venerare il diavolo equivale a scegliere l’eccesso, la febbre, il desiderio. Una presa di posizione simbolica che racchiude tutta la forza sovversiva del testo. Il diavolo di Mary MacLane è il latore di una felicità che annienta. Che è il fine e il mezzo per realizzarsi. E’ desiderio, carnalità, piacere estremo che passa dal corpo, attraversandolo e conquistandone ogni recesso. Un’idea che al tempo è blasfemia, e che proprio per questo incarna il desiderio di Mary di scandalizzare nel profondo i suoi lettori. Solo scuotendo il lettore Mary può aspirare a lasciare il segno. Solo lo scandalo può darle luce, risonanza. Tutto il resto resterebbe solamente il canto dl cigno di una donna insana di mente, immediatamente messo a tacere.
Mary MacLane oggi: una presenza ingestibile
Mary oggi userebbe la parola come arma. Scriverebbe per esporsi, per disturbare, per lasciare segni. Parlare di corpo, desiderio, morte, ambizione resterebbe il suo gesto politico. Verrebbe osservata, sezionata, discussa. Continuerebbe a scrivere. Sempre. Per essere vista. Per essere ricordata. In un presente in cui spesso si scrive per essere visti e solo secondariamente, per esistere.
Perché leggere oggi L’attesa del diavolo
Leggere oggi L’attesa del diavolo significa accettare un corpo a corpo. Con il desiderio, con l’ambizione, con la voce di una donna che rifiuta ogni forma di ridimensionamento. In un tempo che ama le narrazioni rassicuranti, Mary MacLane arriva come una presenza che eccede, che parla troppo, che chiede tutto. E proprio per questo risulta necessaria.
Questo libro interroga il presente con una lucidità quasi imbarazzante. Parla di visibilità come bisogno vitale, di scrittura come atto fondativo dell’identità, di fuga come scelta legittima quando il mondo risulta insufficiente. Temi che attraversano le vite di molte donne contemporanee, spesso ancora costrette a contrattare spazio, voce, desiderio.
Leggere Mary MacLane oggi significa riconoscere una genealogia. Capire da dove arriva una certa radicalità femminile. Ritrovare una scrittura che vive fuori dal compromesso, che rifiuta la pedagogia del dolore e la retorica della guarigione. Qui non esiste redenzione. Esiste intensità. Esiste fame di vita. Esiste la volontà di lasciare un segno.
In un’epoca che chiede alle donne di essere forti ma composte, consapevoli ma concilianti, Mary MacLane sceglie l’eccesso come forma di verità. Il suo io smisurato, esposto, dichiarato, diventa un gesto politico ancora attivo. Un invito a occupare lo spazio senza chiedere scusa.
L’attesa del diavolo si legge oggi per ricordare che il desiderio non ha bisogno di giustificazioni. Che la scrittura può essere una casa, una fuga, un’arma. Che alcune voci arrivano troppo presto e per questo continuano a parlarci più forte.
Il romanzo
«Vorrei che questo Ritratto venisse pubblicato e prendesse il largo in quel profondo mare salato – il mondo. Lì, sicuramente, qualcuno in grado di capirlo e di capirmi ci sarà». Mary MacLane vive a Butte, nel Montana, che a detta della stessa autrice, offre «uno dei panorami più brutti che si possa desiderare di vedere». Ha diciannove anni quando scrive I Await the Devil’s Coming, un grido forte e distinto che vuole far tremare i buoni propositi della società borghese americana totalmente incapace di accogliere una mente libera e rivoluzionaria come quella di Mary MacLane, che arriva a porsi nel 1901 la questione: «esiste, in questo mondo spietato, qualcosa di sublime quanto l’amore puro di una donna verso un’altra donna?». Di qui nasce L’attesa del Diavolo, che non è: «quell’orrenda creatura in calzamaglia rossa, con zoccoli caprini, coda e un forcone a due punte. Invece, penso a lui come a una persona di immane fascino, forte, dalla volontà d’acciaio e con indosso abiti comuni – un uomo di cui innamorarsi perdutamente, follemente». Un memoir, un ritratto che si serve della struttura del diario, quasi un retaggio formale dell’infanzia, un libro la cui scrittura insegue il senso e i pensieri dando vita a un flusso di coscienza animato dalla ricerca a tratti estenuante e a tratti rassegnata, di una pur effimera via di fuga.
E in questa fessura di vita di tre mesi, in cui MacLane riporta il suo quotidiano nero su bianco, si riconosce la spavalderia dei vent’anni che non ammette chiaroscuri ma soltanto colori netti e vividi.
Al libro bastò un solo mese di pubblicazione per suscitare un’eco fortissima, tanto che il nome di Mary MacLane si fece conoscere presto in tutto il Nord America. La stampa riempì intere colonne di giornale di articoli su questa autrice sconosciuta, la squadra di baseball di Butte si fece ribattezzare in The Mary MacLanes, si arrivò subito a parlare di “MacLaneismo”, il «Washington Post» definì il libro come «uno dei più sorprendenti pubblicati negli ultimi anni», venne persino inventato un cocktail col suo nome. Un libro la cui forza evocativa non si è persa nel tempo, ma, al contrario, è ancora capace di restituire al lettore un sentimento di lotta e grazia.
L’autrice
Nasce nel 1881 a Winnipeg, in Canada. In tenera età si trasferisce con la sua famiglia negli Stati Uniti: in un primo momento nel Minnesota, poi, in seguito alla morte del padre e al nuovo matrimonio della madre, a Butte, nel Montana. Nel 1902, a diciannove anni scrive il suo primo libro, I Await the Devil’s Coming che, pubblicato con il titolo The Story of Mary MacLane, vende inaspettatamente centomila copie. La censura si affretta a vietarne la vendita dopo soltanto un mese a causa degli argomenti trattati considerati scandalosi. Seppur breve, questo successo le garantisce la possibilità di lasciare la provinciale Butte per l’agognata New York. Invischiata in processi per furto, regista, giocatrice d’azzardo, morì proprio a New York il 6 agosto 1929, forse suicida, con una copia del suo primo, indimenticato, libro tra le mani.
- Casa Editrice: Ago Edizioni
- Traduzione: Sofia Artuso
- Pagine: 240
- Prezzo: E 18,00
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