
“Ci siamo persi e non lo sappiamo ancora”. Me lo ripeto un’ultima volta. Ma stavolta, la frase non fa male. Forse il vero passo avanti è accettare che si può cadere. Capire che ci si può rialzare anche senza sapere dove si sta andando. La città è grande. Io sono ancora giovane. Abbastanza per perdermi di nuovo. Abbastanza per ritrovarmi. Apro il telefono e cancello quella play list. Non voglio più affidare i ricordi a delle canzoni. Forse è nel silenzio che si impara a restare.
10 settembre 2025.
L’attimo che cambia tutto, rammentandoci che vivere vale sempre la pena.
Non sempre ci rendiamo conto di quanta vita ci sfiori ogni attimo. Siamo, di base, troppo concentrati su noi stessi per renderci conto che mentre noi viviamo anche gli altri lo fanno, con i loro modi, mossi dai loro desideri, dal loro vissuto, da un presente che spesso non è ciò che avrebbero voluto.
Gli altri, un esercito silente che ci scorre accanto e che a volte non vediamo neanche. Ma che qualcosa sopra noi (fatalità, destino, caso, Dio?), decide di mettere sulla nostra strada. E a volte accade il miracolo e due sguardi si incrociano. E da lì nasce qualcosa. La quiete di rompe, l’equilibrio si sposta. Niente è più come prima.
Piero Meli racconta la fugacità di quell’attimo. Riuscendo a cogliere la meraviglia e l’unicità di ogni esistenza. Il fragore silenzioso di uno strappo, di un ricordo che si affaccia per dirci che c’è ancora qualcosa da dire, da fare, da salvare.
Una narrazione che indugia in quell’angusto e fugace spazio tra la realtà e l’immaginario, tra la vita e la morte. Un attimo che cambia tutto. Che interrompe, scuote, esplode, schianta, finisce. Mentre qualcosa si stacca, levita, nasce. L’attimo inevitabile, eterno, primordiale. Che scandisce e riscrive la vita per chi resta. Il malcapitato che passa per caso, che il caso conduce proprio lì, dove i destini si compiono e le scelte reclamano di essere fatte, implodendo su se stesse, impattando definitivamente, determinando, risolvendo una vita intera.
Una costruzione che racchiude un senso del tempo governato dalla fatalità, spaventosa ma onnisciente, che fa di tutta l’erba un fascio, che indica una volta per tutti che ognuno ha i propri demoni da combattere e che talvolta li vince proprio grazie ad un incontro fortuito, che cambia la prospettiva. Un inno alla saggezza di questa nostra vita, che mentre ci tende l’imboscata ha pronta già la mano che ci risolleverà, dandoci nuovamente fiducia nel futuro.
Così, mentre una donna vestita di rosso appare davanti ai protagonisti di queste storie, avviene il cambiamento che risolve, illumina, ridà il gusto di vivere. Una figura eterea, che forse simboleggia proprio la fugacità della vita. Sfrontata, incurante della pioggia che cade, sicura di sé e irresistibile. Né donna, né angelo, sospesa essa stessa due mondi, quello dei vivi e quello dei morti. Lo sguardo che arriva in profondità, pieno di sapienza e di grazia. Con lei, volti, oggetti, immagini: una ragazza in una lavanderia, una vecchia con un pennello tra le dita, un uomo con una macchina fotografica. Un libro, un bottone, una rosa d’argento.
Il senso di questo libro è proprio quello di registrare i miracoli della contestualità. Di ciò che succede agli altri nell’attimo esatto in cui a noi accade qualcosa. Di come tutto sia legato, concatenato, cause ed effetti che impattano sugli altri senza che noi ce ne rendiamo conto.
Piero Meli sembra suggerire di prestare attenzione. Di soffermarci senza correre. Di uscire dal nostro guscio, gettare lo sguardo più in là. Di prendere la vita com’è, di avere fiducia nella meccanica del mondo, che possiede una saggezza a noi spesso preclusa e incomprensibile.
Tanta è la potenza emotiva racchiusa nelle pagine, un ritmo dolce e malinconico che accompagna tutta la narrazione. Meli ha una scrittura morbida, accogliente, un balsamo che accarezza. I suoi personaggi sono fragili, incoerenti, e forse è proprio per questo che ci entrano così facilmente sotto pelle.
Questo romanzo è uno scrigno da aprire nei giorni di pioggia, dal quale, ne sono certa, potrà uscire un vapore dolce, che lubrifica gli ingranaggi arrugginiti e riallinea i pianeti. E se una piccola, temporanea tregua arriverà, Meli potrà riscuoterne il merito. Un buon libro può tantissimo, è, appunto, medicina e stimolo fortissimo a dire, fare, salvare.
Il romanzo
Milano, un giorno qualunque, sotto una pioggia incessante. L’acqua scivola sui marciapiedi, specchia le luci sfocate dei lampioni, dissolve i confini tra sogno e realtà. Tra taxi fermi nel traffico, passi affrettati e ombrelli neri, un dettaglio che spezza la monotonia: una donna avvolta in un cappotto rosso. A volte la vita si gioca in un istante. Ti fermi, esiti, e in quell’istante decidi tutto. Oppure lasci che il tempo scivoli via, come pioggia sui vetri, come un treno che passa senza fermarsi. Piccoli miracoli sotto la pioggia è un romanzo corale di racconti intrecciati, di scelte fatte e mancate, di sogni che resistono e altri che svaniscono come il fumo di una sigaretta nella notte.
L’autore
Piero Meli (Bari, 1980) è appassionato di scrittura, fotografia e vino. Scrive per la rivista letteraria Correlazioni Universali, dove cura la rubrica Wine & Book. Ha pubblicato con Secop Edizioni la raccolta di racconti AmoreAmaro: racconti tratti da storie (quasi) vere (2022); con Giulio Perrone Editore ha firmato In Puglia. Da Alda Merini a Mario Desiati (2024), un’opera che esplora il territorio pugliese al di là degli stereotipi da cartolina, raccontando una regione autentica, fatta di dettagli nascosti e atmosfere suggestive.
- Casa Editrice: Giulio Perrone Editore
- Pagine: 156
- Prezzo: E 17,00
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