L’AQUILA NERA – Una storia rimossa del fascismo in Albania – di Anita Likmeta


Scrivere di questi eventi significa misurarmi non solo con il passato ma anche con il mio presente. La scacchiera di Ciano non è solo un simbolo della politica italiana di quel tempo, ma anche una metafora della mia stessa condizione. Essere albanese significa portare con sé il peso di una storia segnata dalla dominazione e dalla resistenza. Essere italiana significa, invece, appartenere ad un Paese che, in quel periodo, fu il carnefice di quella storia. Come posso conciliare queste due parti di me? Forse non posso. Forse questa contraddizione è ciò che mi definisce, proprio come la storia di Zog e Ciano definisce L’Albania di oggi: un Paese che, nonostante tutto, continua a cercare la propria autonomia, la propria voce. E io, attraverso la scrittura, cerco la stessa cosa: un modo per essere entrambe le cose, senza perdere la mia essenza.


Riscrivere la Storia, un atto necessario.

13/05/2025 – Laura Salvadori

Di Anita Likmeta ho letto Le favole del comunismo, suo primo romanzo, uscito lo scorso anno sempre per Marsilio. E trovo che il passaggio che ho scelto come didascalia sia emblematico del sentimento ambivalente che prova per le sue due patrie: quella natale, che le ha aperto gli occhi sulle miserie di un regime totalitario e quella in cui ha scelto di vivere, che l’ha messa di fronte alle complessità del processo di integrazione in un Paese che non è il tuo.

E’ proprio questa dicotomia, tra sradicamento e inclusione, che mi ha spinto a leggere ciò che l’autrice ha da dire. Trovo illuminante e necessario che qualcuno si prenda la briga di scuoterci e di aprirci alla conoscenza delle verità storiche semisconosciute o parafrasate. Come la storia recente dell’Albania, di cui sappiamo poco e male. Una storia segnata dall’invasione fascista del 1939, quando l’Italia, abbagliata dai miraggi dell’espansione coloniale, decise di annettere l’Albania al suo traballante impero, costruito, come spesso accade, con il sangue e il sopruso. Un’annessione che fa rima con invasione, un atto camuffato da qualcos’altro. Da una millantata collaborazione che avrebbe dovuto aiutare l’Albania nel cruciale passaggio verso il progresso, il benessere, la stabilità. Una messa in scena della propaganda fascista, un paravento che nascondeva la vera natura di quell’atto. Una sottomissione, un progressivo e inesorabile infiltrarsi dentro la macchina dello stato albanese allo scopo di sottrarne la sovranità.

Anita Likmeta costruisce con enorme perizia e con grande partecipazione emotiva gli eventi che si sono susseguiti nella sua terra natale dagli anni trenta agli anni novanta del novecento, quando l’Albania, finalmente libera da una tirannia di matrice opposta ma ugualmente tossica e corrosiva, implode su se stessa dando il via al primo flusso migratorio di una lunga serie. Uso qui una parola che la stessa Likmeta bolla come impropria, poiché usata spesso per definire il suo popolo, ridotto ad un numero crescente di persone da accogliere. Ma del resto qui si tratta di Storia e la Storia non si confuta, né si mistifica. Alla storia si rende onore con la verità che è tale se va al di là delle parole scelte per descriverla.

Quando nel 1991 la Vlora giunge nel porto di Bari con a bordo ventimila disperati, i ruoli tra i due paesi sono rovesciati. L’invasore di allora diventa invaso. Ma l’invasore di oggi non porta una divisa e stivali lucidi. E’ una persona smarrita, un rappresentante dei nuovi dannati della Terra, gli esclusi, i dimenticati, che non hanno più niente in mano se non la loro miseria. L’Italia degli anni 90, del consumismo e della modernità, non è pronta ad accogliere gli esuli. La sua è una risposta che nuota nella diffidenza. E nell’oblio. L’Italia si è dimenticata cosa significa invadere una terra, appropriarsene e farne ciò che vuole. L’Italia non è pronta a rivedere in quei volti scavati, l’immagine di se stessa pochi decenni prima. Non c’è compassione senza memoria.

Sulla Vlora c’è anche la mamma di Anita con i suoi due fratellini. In cerca di un futuro per i suoi figli. Anita potrà ricongiungersi a lei solo diversi anni dopo. Iniziando così la sua sofferta transizione verso una identità nuova, che stenta ad appiccicarsi alla sua pelle, che la spinge per molto tempo a sentirsi sola e diversa. Senza voce, incorporea, senza peso.

Il romanzo incede tra passato e presente, tra la Storia maiuscola e quella minuscola, che parla il linguaggio della sottrazione, della rinuncia e della ribellione. Sotto le parole, i fatti, è palpabile una sofferenza sorda e il desiderio inespresso di essere vista, calcolata, ricompresa. E quello ancora più viscerale di mostrare il rovescio della medaglia. Il riverbero dei tempi in cui l’Italia affondò la lame sulle carni inermi e quello in cui il più debole, ferito e armato solo del proprio coraggio, resistette all’ingiuria e al furto della propria identità nazionale. E con l’oppresso, l’oppressore giunse ad armarsi e a difendere la resistenza albanese, quando, dopo l’armistizio del ’43, l’esercitò si sfaldò e quel fucile imbracciato per forza fu puntato altrove, verso un nuovo nemico.

Tra i flutti imprevedibili della Storia, tra i gorghi e le correnti avverse e subdole, Anita Likmeta ci consegna, insieme alla Storia dell’Albania, la sua storia personale. Una storia che è lo specchio di una Italia debole e spicciola, che non si cura di chi gli ha affidato la propria vita, per salvarla e renderla degna di essere vissuta. Leggerla non è facile. Occorre mettersi in discussione, ripensare a ciò che ci hanno fornito preconfezionato, pronto per essere sminuito, contrastato. Occorre scendere a patti con la parte debole di noi stessi.

Ma il passato non si cambia. Può solo essere vivisezionato e interpretato, per correggere il tiro, in futuro. La Storia insegna.

La storia non fa sconti, né ammende. E l’occhio è complice di ogni misfatto, poiché ha la possibilità di chiudersi. Ma io lo tengo aperto e nel rumore che mi circonda, tengo sveglio anche il vostro. La tua voce, il mio orecchio, un coro.


Il romanzo

Non ricordo chi fu il primo a vederlo, se mio cugino Armand o sua sorella Xhixhja. Ricordo però che facemmo subito capannello intorno a quello strano ritrovamento. Un lungo osso bianco era affiorato dalla terra e se ne stava lì, mezzo dentro e mezzo fuori, come la radice di un albero.» Fine estate 1994. A Rrubjekë, un villaggio con le case basse di pietra e i campi che si estendono a perdita d’occhio, una banda di ragazzini in cerca di avventure si imbatte nei resti di alcuni soldati italiani. Anita è la più piccola del gruppo, ma percepisce tutta la drammaticità di quel momento in cui la morte si rivela ai suoi occhi nell’uliveto non lontano dalla casa dove vive con i nonni. È allora che comincia a farsi domande che la porteranno a decidere di raccontare una storia dolorosa condivisa tra le sue due patrie: quella natale, l’Albania, e quella d’adozione, l’Italia. Tra legami profondi e ferite aperte, tra cronaca familiare e tragedia collettiva, Likmeta sottrae all’oblio una vicenda complessa che si snoda su più piani temporali, dagli anni trenta agli anni novanta del Novecento, fino ai giorni nostri. Scoprirà così che l’Italia non è stata solo quella degli invasori, delle navi che riempirono il porto di Durazzo il 7 aprile 1939, delle uniformi per le strade di Tirana, dei manifesti con il volto di Mussolini, dell’italiano imposto come lingua del potere. Un’altra Italia non si era limitata a eseguire ordini e, nel caos dell’8 settembre 1943, aveva scelto. Di quelle testimonianze diventa urgente ritrovare e custodire la memoria. Soprattutto oggi, nella consapevolezza che «il fascismo non è un ricordo del passato. L’invasione dell’Albania non è un fatto archiviato nei manuali. Raccontarla significa strapparla alla retorica e alla neutralità. Significa dire che dietro le manovre politiche, le leggi, i trattati, c’erano volti, mani, terre spaccate e storie che si sono spezzate».


L’autrice

Anita Likmeta , nata a Durazzo in Albania e naturalizzata italiana, è scrittrice e giornalista. Ha scritto per la rivista «La Biennale di Venezia» e collabora con diverse testate. Il suo primo romanzo, Le favole del comunismo (Marsilio, 2024), ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti, tra cui il Premio internazionale Viareggio-Rèpaci e il Premio letterario Giuseppe Dessì.


  • Casa Editrice: Marsilio Editore
  • Pagine: 165
  • Prezzo: E 17.00

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Pubblicato da laurasalvadori

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