
10 marzo 2025
L’odio che corrompe. L’odio che spinge a combattere. Vita e morte di una donna sola.
Non avevo mai sentito parlare di Victoria Benedictsson. Quando mi sono avvicinata a questo romanzo ho immediatamente sentito un’affinità, un legame, qualcosa che mi portava verso Victoria. Volevo sapere tutto di lei. Della sua opera. Del suo risveglio dal coma indotto dalla società di quel tempo. Di come si era liberata dal giogo del matrimonio borghese, dalle catene della morale, in un’epoca in cui farlo era semplicemente impensabile. Le donne, nella seconda metà del XIX secolo, sono gingilli. Esseri tenuti a bada dal patriarcato imperante, Morigerate o dissolute, senza vie di mezzo.
Cerco una sua foto sul web. Trovo una ragazza dal volto austero, che non sorride. Lo sguardo tuttavia è dritto, puntato verso qualcosa al di là della macchina. Mi interrogo se quello sguardo sia uno sguardo d’odio. Saprò che l’odio cui aspira Victoria riprende un pensiero di Emile Zola “l’odio è l’indignazione dei cuori possenti…”. Un odio che sgorga con forza dalla negazione di una educazione scolastica, dalla rivendicazione della libertà di scrivere, di essere un’artista. Dalla prigione, sbarre erette nelle sconfinate e solitarie pianure della Scania.
Mi chiedo se da quello sguardo traspare già la decisione di togliersi la vita, un anelito che, apprendo leggendo, sembra averla inseguita da sempre. Una vita di fuga, l’unica per chi come Victoria possiede una grande forza, quella che la conduce al centro del dibattito sulla questione morale, e una fragilità senza limiti, che la fa dubitare del suo valore.

Victoria è un essere umano complesso. Nata da una famiglia modesta, viene educata a casa dalla madre. Fin da piccola si rifugia nel suo mondo fantastico, per sopportare la malinconia delle sua giornate e il peso del lutto per la prematura morte del fratello, che aleggia come fumo tossico in tutta la casa, facendola sentire inutile. Da giovinetta Victoria vuole dipingere, ma il padre le nega l’accesso alla scuola. Il matrimonio le appare come l’unica via di fuga da una vita che le sembra inutile. Il promesso sposo è molto più grande di lei. Victoria non ha idea di cosa sia il legame matrimoniale, che le si rivela in tutta la sua violenza. Si sente braccata, senza via di scampo da una vita già segnata, senza una sua identità sociale ed economica.
Si rifugia nella scrittura e pubblica le sue prime opere sotto uno pseudonimo maschile. Scelta che perdurerà per tutta la sua vita. Per scrivere e per essere presa sul serio è necessario persino pensare da uomo. Eppure quello è il periodo di John Stuart Mill, di Ibsen, dei fratelli Edvar e George Brandes. E’ una disputa che durerà molti anni, combattuta sul suolo scandinavo, che agita la morale, il matrimonio borghese, la libertà sessuale. Le donne ne sono causa e effetto. Ci si interroga sulla castità, sul sesso prima del matrimonio, sulla forza degli istinti, sulla necessità della prostituzione per tenere a bada gli uomini nell’attesa del matrimonio. Si mette in dubbio la religione, e con essa le regole della moralità. E ci si interroga sul matrimonio come atto di sostentamento per le donne, alle quali non è permesso lavorare, una gabbia dorata dove l’amore latita e muore.
Victoria cresce come artista negli anni in cui questa battaglia è più cruenta e le istanze per la creazione di una nuova società sono più forti. Lei stessa è l’esempio vivente di una nuova figura di donna, che si affranca dal matrimonio, persino dai figli e si rende indipendente, combattendo contro uno stuolo di benpensanti che la osteggiano e la deridono. Il lavoro è la sua verità, ma per verificarne la valenza Victoria combatterà tutta la vita con un potente senso di inferiorità e con l’esigenza fortissima di avere accanto a sé dei compagni di vita, persone con le quali confrontarsi, aprirsi e sfogare le proprie frustrazioni.
Victoria sarà solitaria, quasi un’anacoreta, costretta all’isolamento anche dalle circostanze e dalla ristrettezza culturale dell’ambiente da cui proviene e sarà al tempo stesso all’angosciosa e continua ricerca di una fratellanza, di un sostegno morale, specie dopo la fine del suo matrimonio. Una e non l’unica delle contraddizioni che segneranno la sua vita. Vita alla quale crede, che deve scorrere e fluire libera per poter fare letteratura. Vita alla quale tuttavia rifugge perché troppo dolorosa, con la morte come ultima ratio, quel salvagente che in qualsiasi momento sa di poter afferrare. Vita che è continua fonte di ispirazione per lei, attenta osservatrice di ciò che la circonda. L’ambiente rurale della Scania del tempo, il matrimonio, lo scontro tra aspirazioni e realtà, sono tutti aspetti che Victoria mutua per farne letteratura, così come la sua stessa esistenza diverrà, a brevissima distanza dalla sua morte, materiale per il romanzo La signorina Julie di August Strindberg.
I suoi diari fanno parte integrante di questa biografia e sono una fonte inesauribile e imprescindibile per entrare in connessione con il mondo di Victoria Benedicsson. Scritti con l’ausilio di codici cifrati, a volte scarni a volte veri fiumi di parole e di interrogativi. Diari che diventano il canovaccio dei suoi romanzi e che talvolta trasformano lei stessa in un personaggio di un romanzo. I diari saranno testimoni anche della sua passione per George Brandes, personalità indiscussa del periodo, critico letterario, filosofo, docente infuocato e libero pensatore, critico verso la religione e le sue ricadute sulla condizione della donna. Con lui Victoria intreccerà una relazione manipolatoria, che la renderà dipendente e acuirà ancora di più il suo senso di inferiorità. Una relazione che sarà la miccia per quella morte tante volte evocata.
Victoria Benedictsson è stata un’artista fuori dal comune. Colei che senza alcun mezzo si tirò fuori da un matrimonio senza amore, costruì da autodidatta la sua ossatura di scrittrice e si inserì nell’ambiente letterario più stimolante dell’epoca, riuscendo a sostenersi economicamente e a farsi un nome. Ciò che fece fu una vera rivoluzione. Riuscì a sottrarsi alle catene più forti e subdole del tempo con la sola forza della sua volontà, costruendo da sola la sua carriera. Un’impresa che appare anche oggi non comune e non priva di difficoltà. E di difficoltà ne visse parecchie, conducendo un’esistenza sempre il bilico sul baratro, con la morte sempre accanto, simbolo della cocente sconfitta ma anche balsamo per curare le ferite inferte da un cammino periglioso e fuori dal comune.
Elisabeth Asbrik conduce questa storia nella Storia con amore, rispetto e verità. Riesce nell’intento di consegnare intatta al lettore una donna e la sua epoca, dipingendola qual era e investendo energia e dedizione nel disegno della sua vita e delle sue opere. Una lettura che avvince, che coinvolge e ci fa scoprire un personaggio incredibile, visionaria, coraggiosa, forte nell’intento di creare l’artista prima della donna. la scrittura prima della vita, l’anima prima del corpo. Con Victoria il lettore scopre un’epoca intera, con i suoi artefici, con le sue lotte intestine, le avvisaglie di una società che cambia e di consapevolezze che si svegliano e cercano la loro soluzione. Gli aneliti, i sacrifici, le battaglie che hanno preceduto le lotte femministe e la ribalta delle correnti atee rispetto all’impero della religione. La luce dopo le tenebre, che si diffonde nel mondo conosciuto. Anche grazie ad artiste come Victoria, che accettò di essere il capro espiatorio di queste correnti di cambiamento, immolando la sua vita all’arte e a quell’ideale di perfezione e di centralità che le negò la vita.
Il mio grande, bellissimo odio va oltre la biografia. E’ un’incursione nelle pieghe dell’anima. E’ uno studio sull’amore, sul possesso, sulle dinamiche tra i sessi, sul femminile nella sua interezza. Sul desiderio e sui costrutti che lo ingabbiano per farlo diventare inopportuno e pericoloso. Una religione del comportamento e delle aspettative.
Ringrazio di cuore Elisabeth Asbrink per essere stata per me (e per molti altri, ovviamente!) il faro nella notte. Grazie per aver nuovamente evocato l’eco di Victoria Benedictsson facilitandone il perdurare del rimbombo. Un rimbombo necessario, illuminante ed esemplare.
Il romanzo
Un romanzo biografico di Elisabeth Åsbrink riscopre Victoria Benedictsson: intellettuale, pioniera e scrittrice svedese, unica donna a brillare nel fermento culturale della Scandinavia di Strindberg, Ibsen e Georg Brandes.
Solitaria, eppure dominata da una necessità viscerale di vicinanza e complicità; isolata nella Svezia rurale, eppure assidua frequentatrice dei teatri di Copenaghen; donna che avrebbe preferito nascere uomo: Victoria Benedictsson è stata una delle voci più importanti dell’Ottocento svedese, autrice di romanzi, racconti e opere teatrali firmati con lo pseudonimo di Ernst Ahlgren. Sono gli anni di Strindberg, Ibsen, Ellen Key, di Georg Brandes, che iniziò i dibattiti sul sesso e il ruolo delle donne nel matrimonio e nella società scandinava: le questioni che Benedictsson vive in prima persona. Lei che sogna di diventare un’artista ma viene ostacolata dalla famiglia e poi finisce intrappolata in un matrimonio infelice, con molti figli a carico che fatica ad amare, fonte di un perenne senso di colpa. E che dopo lunghe battaglie col marito, armata solo del suo «bellissimo odio», cioè una strenua determinazione a rivendicare ciò che si merita, riuscirà a mantenersi con la sua penna e a entrare nel ristretto circolo di Brandes, il suo mito e futuro amante. Ma oltre i successi e le conquiste della pioniera, quella di Victoria Benedictsson è anche una vita di dolore, di frequenti malattie e di insicurezze, mossa da una profonda e insaziabile sete di connessione, che finirà tragicamente con il suicidio a soli trentotto anni. Scavando tra diari, lettere e scritti privati, Elisabeth Åsbrink riscopre un’intellettuale di culto a lungo dimenticata con un romanzo biografico in cui la sua lucida voce si mescola, appropriandosene, a quella potentissima della sua protagonista scrittrice.
L’autrice
Scrittrice e giornalista svedese, si è affermata in patria e all’estero con reportage letterari di argomento storico e sociale che fondono fascino narrativo, una ricerca minuziosa e una profonda sensibilità, ottenendo premi prestigiosi come l’August e il Kapuściński. Iperborea ha pubblicato 1947, racconto poetico di un anno decisivo per la storia dell’Occidente, Made in Sweden, un viaggio tra cinquanta parole, eventi e personaggi che hanno fatto la Svezia, e Abbandono, che racconta tre generazioni di donne sullo sfondo della storia del Novecento.
- Casa editrice: Iperborea
- Traduzione: Katia De Marco
- Pagine: 480
- Prezzo: E 20,00
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