
27 febbraio 2025
Io valgo, attraverso il prisma distorto del giudizio maschile.
Ci sono cose che sappiamo bene ma che hanno continuamente bisogno di essere ribadite per poter affermare la propria esistenza. Se giri l’angolo, se ti distrai un attimo e lasci che altre idee provino a prendere il sopravvento sull’idea originale, c’è l’enorme rischio che queste cose perdano forza, diventino vagamente ridicole, estreme, in quell’accezione equivoca che finisce per sminuirle e per farci vergognare di averle pensate e sponsorizzate.
Noi donne lo sappiamo bene. Basta uno sguardo in tralice, un accenno di dubbio, un sorriso sghembo a sgombrare il campo alle nostre rivendicazioni sull’annosa questione della differenza di genere. Un tema caldo, scomodo, che a volte siamo disposte ad accantonare per evitare scontri. Per essere accettate, per non passare per le solite guastafeste, quelle che non vuole nessuno, destinate a solitudine, sterilità e oltraggioso confino.
Questo, in soldoni, il tema che sviscera Arianna Farinelli nel suo nuovo romanzo “Storia di una brava ragazza“. Farinelli si rifà alla sua esperienza di vita, partendo dall’adolescenza di borgata, alla prima gioventù in un liceo classico del centro, all’università fatta di studio disperato e intransigente, per finire all’altro lato dell’Oceano Atlantico, in cui approda per sfondare come docente universitario finendo tuttavia intrappolata in un matrimonio borghese, schiacciata dalla cura dei figli e dalla consapevolezza che la sua carriera potrà attendere, anche all’infinito, secondaria e subordinata rispetto alla missione più importante, quella di moglie e madre.
Una storia che ci appartiene, che ci somiglia e ci definisce. Che fa male a vederla emergere dalle pagine, da una prosa incisiva, forte, che non fa sconti né a se stessa né a nessuna di noi. La storia delle donne della famiglia, la storia delle donne italiane e del femminismo, l’ideologia della contraddizione dinnanzi alla quale inchinarsi ma complessa da praticare e incredibilmente camaleontica. Che un momento è verità assoluta e il momento dopo si trasforma in un sottile imbarazzo. In quel mal di pancia che ti coglie sul più bello, facendoti fare marcia indietro.
Arianna tocca tutte le tappe obbligate durante la sua maturazione. Le differenze di classe, che la fanno vergognare del lavoro della madre, quello stesso lavoro che le consentirà di frequentare uno dei licei più esclusivi della capitale. La difficile conciliazione tra la sua condizione sociale e l’ambizione ad elevarsi, tanto difficile se provieni dallo “sprofondo”, da quella periferia sgrammaticata e becera dove la femminilità e la bellezza sono prede dei ragazzi e degli uomini. E dalla quale si può fuggire solo con lo studio e la cultura.
Lo studio, appunto, il passaporto per crescere ed affermarsi. La fuga dall’Italia, dal conformismo, dalle disparità di genere, i temi avversi che la allontano dall’indipendenza e dal successo. E New York, la meta sperata che poco dopo implode su se stessa, mostrandole il suo lato nascosto. Lo stesso dal quale è scappata, che rinasce, si perpetua in un teatrino già visto. Quello che vede la donna scissa in due parti: quella che desidera emergere e quella che si fa sabotaggio, preferendo sminuirsi pur di essere accettata dai maschi, ritenuta degna di sperare in un buon matrimonio da cui dipendere, economicamente ed emotivamente.
Il matrimonio è l’inganno in cui Arianna si lancia ancora giovanissima. Un salto senza paracadute che la trasformerà in una creatura dedita alla cura degli altri. La gabbia dorata che le farà fare un passo indietro, che le farà perdere l’opportunità di investire nella propria carriera e che poi l’abbandonerà.
Arianna è la voce che spesso ci è mancata, troppo debole oppure del tutto assente. E’ quella filastrocca che troppo spesso abbiamo avuto bisogno di ripeterci, come una tabellina che non vuole entrarci in testa o che sappiamo fin troppo bene e ci vergogniamo a ripetere davanti a tutti.
A cosa serve oggi, dunque, sapere? In questi anni ormai così distanti dagli anni in cui venne sancito il diritto a divorziare, ad abortire, in cui si cancellò il matrimonio riparatore, in cui lo stupro fu riconosciuto reato contro la persona. Serve a fare quadrato, a rivendicare, a fortificarci, a non vergognarci di essere brave, brillanti e colte. Serve a scegliere, a pretendere di essere chiamate con il nostro titolo di studio, a non piegarsi alla necessità di essere amate a qualsiasi costo. Serve a non asservire. A essere libere da ruoli preconfezionati che non ci rispecchiano.
Serve a riconoscere a noi stesse il nostro valore, che non è frutto dei giudizi di un compagno, di un datore di lavoro, di un collega o di un familiare maschio. Serve a fregarsene di primeggiare nella classifica tetta/culo in cui qualche maschio si è divertito a inserirci, serve a fregarsene di dover essere belle r docili per forza.
Questo romanzo è uno strumento di riflessione sulla necessità di ridefinire il valore femminile, svincolandolo dai giudizi esterni e promuovendo una consapevolezza autonoma e autentica. E’ un manifesto da leggere alla bisogna, come un breviario che indica la strada per il regno dei giusti. Che si trova qui, sulla terra. Un paradiso da ricercare con determinazione e coraggio. Con coralità, unione e forza.
- Casa editrice: Einaudi Editore
- Pagine: 194
- Prezzo: E 17,50
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