I PIPISTRELLI di Inès Cagnati


Cammino nella notte che ha dentro di sé i treni. I treni sono tutti partiti. Le notti della terra sono percorse dalla follia dei treni neri. Vanno in tutte le direzioni come lunghi bruchi urlanti, condannati a non incontrarsi mai se non vogliono distruggersi. Dovunque i treni fuggono e si sfuggono, le persone si cercano e si sfuggono, i treni gridano. Devo tornare a casa. Cammino lentamente nella notte dei treni. Domani tornerò.


L’amara vita di chi non è più nessuno. Inés Cagnati: racconti di un’infanzia violata.


17 dicembre 2024

Di Inés Cagnati ormai mi pare di conoscere tutto. Il suo linguaggio naif, che giunge dagli afflati di un’infanzia violentata dall’indigenza, materiale ed emotiva. La sua inguaribile mestizia, che pure giunge da un narrato semplice, costruito per mezzo delle eco di una natura perfetta, densa di bellezza, eppure contaminata dal rigore, dalla scarsità, da una forma di ingratitudine e di avarizia che abbrutisce e schiaccia l’uomo che la cura. I suoi retaggi, così dolorosi. La sua storia di immigrazione, di estraneità, di discriminazione. La terra piena di sassi, la dolcezza di una cagna, il corpo lanoso e caldo, la sua testardaggine, l’accettazione della sua condizione subalterna, destinata a calci e digiuni. La madre assente, una figura senza confini, anaffettiva, dura, della quale anelare una carezza, un po’di attenzione. Il padre, se c’è, rabbioso, irascibile, indomabile e incomprensibile. Una nidiata di sorelle, femmine senza utilità, gambe sottili, sottane sporche e capelli come nidi di uccelli. La campagna, ingrata, che incattivisce il padre e chiude la madre tra le sbarre di un silenzio pieno di risentimento, E la povertà, che circonda ogni cosa. Una natura matrigna, un male cosmico, che contamina ogni creatura vivente.

Di Inès Cagnati ci si innamora perdutamente. Un amore che è struggimento, ansia, dolore sordo senza cura. Inès torna sempre all’infanzia come contenitore del dolore più acuto perché incomprensibile. Un dolore che fa a pugni con l’ingenuità e il candore dell’infanzia, duro a morire, anche nelle condizioni più estreme. Le bambine di Inès Cagnati sono abituate al dolore. Lo accettano e cercano inconsciamente di ingannarlo, accontentandosi di niente. Con una strenua resistenza, con quel senso di condanna che nasce dalla necessità di sopravvivere pur dentro a situazioni di tribolazione e angustia.

Leggendo i suoi romanzi esce l’urgenza di consolare, di guarire. E torniamo con il ricordo alle nostre personali amarezze, dalle quali in qualche modo ci siamo emancipati crescendo, con la netta sensazione, tuttavia, che l’esperienza non abbia giovato affatto a queste bambine, divenute, senza dubbio, adulte chiuse dentro silenziose stanze buie, reiette e incomprese.

Quanta mestizia in quelle pagine. E quanta soave tristezza, un balsamo che scorre sopra ferite aperte che tuttavia non sanguinano più. Quella prosa che mutua pensieri e speranze dal linguaggio infantile. L’ingenuità, la purezza che sembra dare una giustificazione a tutto, che sembra perdonare ogni offesa, ogni graffio. Che sa ingannarsi, che sa dimenticare e infischiarsene, se necessario.

In I pipistrelli l’autrice si cimenta nel racconto breve. I suoi sono, ancora, personaggi esclusivamente femminili. Bambine schiacciate da famiglie assenti, da lavori sfiancanti, costrette a confrontarsi con ambienti estranei, che le emarginano e le fanno sentire diverse da tutti gli altri. Compiti che le bambine di Inès assolvono con leggerezza e rassegnazione, cercando nella natura che le circonda quella strenua consolazione che non trovano in famiglia. Donne abbandonate, illuse, pazze o ritenute talI perché povere e sole. Un mondo crudele nel quale tuttavia questi mesti personaggi riescono a trovare sacche di sopportazione e tolleranza, dentro alle quale continuare a vivere cullando assurde speranze di vita.

Un microcosmo, come quelli già narrati in Génie la matta e in Giorno di vacanza, anch’essi pubblicati da Adelphi, uniche opere al momento tradotte in Italia di questa autrice. Un microcosmo che non offre scampo ma che al tempo stesso incanta per il suo candore e la sua innocenza. Di mestizia non si muore, sembra dirci Cagnati. E’ un destino che tocca ai poveri e agli emarginati, con il quale presto si scende a patti.

Un piccolo esercito di invisibili, senza voce. Che si fa schermo con una corazza difficile da penetrare. Una voce, quella di Cagnati, che è puro incanto, che ci apre il cuore con una lama sottile, che ci fa vergognare delle nostre meschinità, che ci solleva dal senso di colpa per non essere stati noi stessi poveri, infelici, straziati dal bisogno e dall’indigenza grazie a quella stilla di compassione che sembra sgorgare per rimettere i nostri debiti e farci guadagnare un perdono.


Il romanzo

«So il nome e le proprietà di tutte le erbe che curano il corpo» dice con fierezza la protagonista tredicenne di uno dei racconti qui riuniti, da cui sembra spirare il profumo mielato dei fiori d’acacia e quello amarulento del latte di fico. La natura è del resto l’unico sapere di chi non ha per orizzonte che indigenza, campi, vigne, stagni, colline, e l’unico riparo dal dolore per le creature difettive che Inès Cagnati sa raffigurare con un ritegno che lascia intravedere abissi di tristezza. La tristezza che scaturisce da madri dal viso tirato e cupo e da padri cui solo la collera riesce a dar voce. E insieme dall’«altro mondo», popolato di insegnanti armate solo di «parole violente» e regole inflessibili; di figli che non sanno nascondere l’insofferenza delle loro origini e di anziani genitori che la sera se ne stanno lì a «guardare il volo vellutato dei pipistrelli nel crepuscolo violaceo»; di comunità che respingono chiunque appaia disturbante e alieno – e dunque pazzo. Come la donna che tutti chiamavano «la pipistrella» perché nel capanno isolato in cui viveva solo quei «sacchetti di polvere nera imprigionata nelle ragnatele» parevano accoglierla e rispecchiarla. Alberi e animali, popolo di tacita e primordiale saggezza, sono la vera patria di queste vulnerabili creature, cui è concesso al più il sogno di andarsene lontano, «fino al deserto dove passano i cammelli con le carovane del sale».


L’autrice

Inès Cagnati (21 febbraio 1937 – 9 ottobre 2007) è stata una scrittrice e pittrice francese. Nata a Parigi, ha trascorso gran parte della sua vita nel sud della Francia. La sua carriera artistica ha abbracciato diverse forme di espressione, includendo la pittura, la scrittura di racconti e romanzi, nonché la traduzione di opere letterarie. Nonostante la sua breve carriera letteraria, Inès Cagnati ha lasciato un’impronta significativa nel panorama letterario francese. I suoi romanzi e racconti sono stati apprezzati per la loro profondità emotiva e per la capacità dell’autrice di evocare paesaggi e atmosfere suggestive. Di InèsCagnati sono apparsi presso Adelphi Génie la matta (2022) e Giorno di vacanza (2023).I pipistrelli è uscito per la prima volta nel 1989.


  • Casa Editrice: Adelphi
  • Traduzione: Lorenza Di Lella, Francesca Scala
  • Pagine: 165
  • Prezzo: E 18,00

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Pubblicato da laurasalvadori

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