LIETO FINE di Isaac Rosa

                                    Quando sopraggiunge il "ti voglio bene ma non ti amo"

A quel punto ti sei presentato tu con la tua erezione contro le mie natiche, pronto a cronicizzare come sempre le tue consuetudini copulatorie, perché per te la normalità era quella: passare una giornata intera senza altra comunicazione tra noi se non quelle relative alla gestione domestica, senza che sapessi niente di me né io di te, collidendo casualmente e dissimulando appena gli sguardi infastiditi, litigando per qualunque stupidaggine e tirando fuori vecchie recriminazioni, ma non c’era motivo di preoccuparsi perché la notte ti infilavi nel letto e mi abbracciavi con un affetto che non avevo visto per tutta la giornata, e mi dicevi qualcosa di bello all’orecchio: ti voglio bene, ti voglio molto bene, ti voglio tanto bene, ti amo. E mi toccavi, sì, l’orologio del ventre che ultimamente girava solo per avvisare che era ora di scopare. Una trombata matrimoniale, poi a dormire.


14 luglio 2023

Un passo a due sulla fine di un amore. Due voci che si alternano nella complicata sintesi di un sentimento che si sgretola quasi all’improvviso, dopo essere stato travolgente e assoluto. Niente di nuovo, direte. Invece no, tutto il contrario. Perché Isaac Rosa, più che mai illuminato in questa sua ultima opera, tanto da farmi dimenticare, strada facendo, che l’autore di queste pagine è un uomo, riesce a rendere unica la cronologia, al contrario, di un amore.

Lui e lei si alternano nel racconto in prima persona. Sono voci attonite, rancorose, piene di recriminazioni. Ognuno chiuso nella sua visione di un amore che perisce sotto i colpi della vita, dell’abitudine, di ciò che spesso ci fa pronunciare il necrologio di ogni amore. Quel “ti voglio bene ma non ti amo” capace di nascondere infinite fratture, generalmente insanabili, che allontanano una coppia rinchiudendola nella gabbia dorata dell’abitudine. Comoda, sicura, ma pur sempre una gabbia ove il cuore inaridisce.

Un racconto accorato, dove le lacrime si nascondono tra le ciglia, pronte a cadere. L’impressione latente ma costante che sarebbe bastato poco a salvare l’amore. Un pizzico di interesse in più, maggiore vicinanza e comprensione, quell’indulgenza che spesso manca quando il tempo rende più evidente le diversità, i punti di vista, gli atteggiamenti reali o attesi. Ma siamo sempre pronti a fare il primo fatidico passo?

E nell’elenco delle mancanze e dei tradimenti, Rosa sa incastonare vere istantanee di vita in comune. L’estasi dell’amore fisico, la vicinanza estrema dell’innamoramento, quando ci sentiamo talmente affini, talmente sovrapponibili e complementari da assomigliarci anche fisicamente.

Una vita in comune che sembra inattaccabile. Il desiderio sempre acceso, che non ha bisogno di alcuna sollecitazione. La vita che cresce, che si forma, i figli che nascono creando un’isola di estasi che cela in modo subdolo l’insidia della stanchezza e dell’inesorabilità. I desideri, le carriere che devono decollare, gli incastri e i compromessi per far funzionare quel complicato ingranaggio che è il menage domestico, la gestione dei soldi, che a volte ci sono e a volte latitano e rendono i progetti di vita chimere. Il senso di colpa che ne deriva. Il senso di colpa sempre, sempre presente, il tarlo peggiore. Invisibile ma dai denti aguzzi, instancabili.

Un’esperienza di lettura che mette alla prova, per la chiarezza quasi profetica con cui l’autore raffigura la parabola discendente dell’amore che mai come in questo romanzo appare fragile come cristallo e destinato, in un modo o nell’altro a rompersi in mille pezzi.

L’amore, che si confonde con il desiderio. L’amore che deve bruciare nell’atto fisico dell’amplesso. Il desiderio che poi scema, come poter dire il contrario? E che trascina l’amore nel suo pozzo profondissimo.

Nessun lieto fine, dunque? Beh, non qui, sicuramente. Non è un mistero, del resto, perché il romanzo parte dalla fine dell’amore e percorre a ritroso tutta la sua storia. Nessun lieto fine, in generale? Beh si, a mio avviso. Questo è un romanzo, è finzione. Ma il realismo con cui dipinge l’evoluzione dell’amore fino alla sua fine è assoluto.

Per chi non crede nell’amore eterno questo romanzo è una cruda conferma. Per chi invece ci crede è forse motivo di frustrazione dover trovare argomenti ed esempi per affermare il contrario.

Quello che invece rimane, sia per il cinico che per l’inguaribile romantico, è la prosa perfetta di Isaac Rosa, precisa, circostanziata, millimetrica. Un’analisi minuziosa sulle dinamiche dell’amore, in tutte le sue sfaccettature. Un’incursione intimissima dentro ad un uomo e a una donna, che non tralascia niente, che analizza ogni sfumatura, ogni pensiero. Un’indagine sociologica sui rapporti umani, sulle trasformazioni sociali che impattano sull’idea di famiglia e sulle aspettative delle persone nei confronti della coppia. L’autopsia dell’amore, dei nostri errori, dei nostri desideri più segreti e inconfessabili.

Un’analisi matematica che lascia spazio alle vibrazioni dell’amore, comunque violente e assolute, sia quando esplode che quando implode, inesorabile. Che ci crediate o no.


Il romanzo

Antonio e Ángela stanno insieme da tredici anni, ne hanno poco piú di quaranta, hanno due bambine piccole, vivono nella costosissima Madrid e lavorano entrambi nel settore culturale. Iniziando dal finale, e cioè dalla loro separazione, Isaac Rosa ripercorre in un lento rewind il loro rapporto, registrandone, come un implacabile sismografo, l’euforia, la stanchezza, le vette, i fallimenti, e allo stesso tempo le vibrazioni piú recondite e inconfessabili. Un’autopsia incessante dei desideri, delle aspettative e degli errori di una relazione amorosa, in cui emergono risentimenti e incomprensioni. Ma anche una galleria di momenti felici.


L’autore

Isaac Rosa è nato a Siviglia nel 1974. Per Einaudi ha pubblicato Lieto fine (2023). I suoi romanzi hanno vinto numerosi premi letterari e sono stati tradotti in diverse lingue.


  • Casa Editrice: Einaudi Editore
  • Traduzione: Federica Niola
  • Pagine: 265

Pubblicato da laurasalvadori

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