L’ALTRO di Thomas Tryon

 
Così uguali, eppure così diversi. Ricordò come reagivano a “fare il gioco”, quel “transfert” quasi mistico che lei aveva scoperto da ragazza e insegnato a loro. Così diversi, Niles un figlio dell’aria, uno spirito gioioso, bel disposto, cordiale, affettuoso, la sua indole si rispecchiava anche nel suo viso: tenero, allegro, premuroso.
Holland? Di nuovo qualcosa di diverso. Aveva sempre voluto bene a tutti e due in egual misura, eppure Holland era un figlio della terra, silenzioso, guardingo, chiuso in se stesso, intrappolato da segreti non condivisi. Ardentemente desideroso di affetto, ma incapace di darne; così misteriosamente introverso.
 

Trama

Niles Perry sono gemelli identici di tredici anni. Molto legati, tanto da poter quasi leggere il pensiero l’uno dell’altro, ma anche molto diversi: Holland, audace e dispettoso, negli occhi una luce sinistra, esercita il suo carisma sul fratello Niles, gentile e remissivo, desideroso di compiacere gli altri, il tipo di ragazzo che rende orgogliosi i genitori. Hanno da poco perso il padre in un tragico incidente e vivono in una fattoria del New England con la madre e la nonna. Le giornate estive in campagna sono lunghe e noiose ma la fantasia multiforme dei ragazzi è un’arma efficace, che si alimenta di oggetti preziosi custoditi gelosamente in una vecchia scatola di latta, assi che scricchiolano e orecchie tese a percepire passi misteriosi, spettacoli macabri inscenati in cantina e vecchie storie che sembravano dimenticate. Ecco però che l’incantesimo dell’infanzia si spezza: una dopo l’altra, una serie di figure vicine ai ragazzi vengono coinvolte in cruenti fatti di sangue. E diventerà presto chiaro che la mano dietro a queste inquietanti tragedie può essere una sola…
L’eterno fascino perturbante dei gemelli è protagonista in questo romanzo in cui nulla è come sembra, che rapisce il lettore e lo conduce attraverso una sottile analisi dell’oscurità che dimora dentro ognuno di noi. Il ritorno di un grande classico dell’horror, bestseller da tre milioni e mezzo di copie, paragonato a Shirley Jackson e Patricia Highsmith e precursore dell’esplosione del genere insieme a pietre miliari come L’esorcista.

Recensione

Il tema del doppio non cessa mai di suscitare nell’uomo una morbosa curiosità.  Probabilmente proprio per questo motivo Tryon, già attore di successo negli anni cinquanta del novecento, volle cimentarsi nella scrittura horror e dette alla luce, nel 1971, il suo romanzo più famoso, “L’altro” che Fazi Editore ha deciso di far tornare alla luce.

Il romanzo è incentrato sul rapporto ambivalente e misterioso di due gemelli alle soglie dell’adolescenza, simili nell’aspetto ma molto diversi nel carattere: Holland, dal carattere torvo e misterioso e Niles, che invece è docile, gentile e succube del fratello, per il quale nutre un’ammirazione malata, venata da una sudditanza psicologica che non riesce a scrollarsi di dosso.

Il romanzo è intriso di atmosfere gotiche e ammorbanti. La vicenda si svolge in una piccolo centro della provincia americana, dove tutti si conoscono molto bene e dove il pettegolezzo e le malelingue non conoscono ostacoli. L’atmosfera sonnolenta, il caldo asfissiante dell’estate, i giochi subdoli e strambi dei due gemelli, i personaggi che li circondano, a partire dalla madre che non lascia mai la sua stanza, prostrata dal lutto e dalla nonna di origini russe che sembra leggere nel pensiero dei due nipoti, per finire poi ai vari personaggi che gravitano intorno alla casa dei Perry, ognuno con la sua personale ossessione. E poi la narrazione, che alterna due piani temporali: uno scritto in prima persona e l’altro scritto in terza persona, che sballotta il lettore avanti indietro nel tempo. Senza dimenticare la continua e ricercata confusione tra i ruoli dei due gemelli, che insinua una nebulosa incertezza nella mente del lettore, già preda della scrittura ipnotica e raccapricciante dell’autore.

I gemelli appaiono fin dalle prime pagine assai misteriosi. I giochi che condividono, i loro segreti incomprensibili, i fatti che narrano e ciò che accade nella casa dei Perry gettano subito una luce sinistra su di loro. In particolare su Holland, la cui armonica, con il suo suono simile ad un lamento, che precede ogni sua  mossa. Holland, con il suo sguardo orientale, che ogni tanto sparisce sul tram che porta alle Shadow Hills. Holland, che sembra attirare la disgrazia in ogni luogo che calpesta.

Ed ecco che dai Perry iniziano a verificarsi dei fatti raccapriccianti. Sparizioni, morte, orrore che sembrano seminati dalle mani svelte e rapaci di Holland.

La successione di quegli ebenti sembra non avere fine. Il lettore ha già da tempo emesso la sua sentenza. Ma i colpi di scena non mancheranno e lasceranno chi legge davvero spiazzato.

Malvagità? Follia? Superstizione? Chi è che ha fatto ciò che ha fatto? Chi è l’altro?

Ovviamente lo scoprirete da soli. Ma non prima di esservi sentiti spaesati. Non prima di aver temuto di non aver capito proprio niente. Non prima di aver assorbito quelle subdole e spaventose atmosfere, in cui follia e perversione vanno terribilmente a braccetto.

Non so se siete pronti per andare a Pequot Landing… sta di fatto che la curiosità avrà la meglio e vi troverete invischiati in un fango purulento e infido. E mentre scivolerete giù sentirete forse il suono di un’armonica a bocca….

Con una scrittura ipnotica e piena di simboli macabri e ottenebranti, Tryon si mostra un geniale affabulatore e un prestigiatore delle parole, che dalla sua penna escono scure e ammorbanti, ed hanno ormai perso la loro leggerezza per assumere toni sordidi e pieni di suspense.

Tryon ha un talento incredibile per indurre visioni oniriche nel lettore, ipnotizzato dalle sue onomatopee e dai suoni, odori e tinte dei luoghi che descrive. Il labirinto che sa creare nella nostra mente è una prigione inespugnabile. Tryon ci inganna con sapiente mistificazione e rinchiude i nostri pensieri in modo che non possano in alcun modo liberarsi dalle loro catene.

“L’altro” è davvero un capolavoro horror. Eppure Tryon non si serve di immagini cruente. Tryon si serve solo delle parole, così innocenti seppur cariche di enorme potenziale. E con le parole rinchiude la nostra immaginazione e la rende schiava.

Chissà se tornerete a Pequot Landing……

Chissà chi vi aprirà la porta quando busserete….

L’autore

Attore e scrittore statunitense, Thomas Tryon ha avuto un’importante carriera cinematografica recitando anche al fianco di John Wayne. Dopo aver assistito alla proiezione del film Rosemary’s Baby di Roman Polanski, tratto nel 1968 dall’omonimo romanzo di Ira Levin, Tryon volle misurarsi con la stesura di un romanzo proprio. Ne scrisse diversi, di genere horror e fantascientifico. L’altro è la sua opera più celebre, e ispirò il film omonimo diretto da Robert Mulligan.

  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Darkside
  • Genere: horror
  • Pagine: 400

L’ETERNITA’ DELL’AMORE INCOMPIUTO di Sergio Tavanti


(…) l’amore incompiuto è quello che poteva essere e poi non è stato, perché interrotto nel suo divenire da un evento improvviso, inaspettato, traumatico Una lama lo ha sezionato in due parti ben distinte: un passato conosciuto e vissuto ed un futuro impossibile a crescere e ad affermarsi, caratterizzato da un incombente rimpianto e da un inutile rimorso. Ma l’essenza di un amore germogliato tra due persone si conserva permanente ed incorruttibile nel tempo, anche dopo la sua brusca interruzione; attende serenamente il suo compimento come fonte di energia disponibile a rinascere in qualsiasi momento. E se questa speciale reincarnazione non avviene, allora rimane perennemente nel suo stato di purezza spirituale.

Trama

Quante volte si può amare nella vita? Quanti amori incompiuti sono destinati a durare nel tempo e nella memoria? Le risposte sono contenute in uno scritto custodito per anni in un cassetto e ritrovato per caso che svela il passato di Cosimo ed Eleonora e racconta il loro grande amore prematuramente interrotto. Con il romanzo L’eternità dell’amore incompiuto, l’autore Sergio Tavanti insegna che la forza dei sentimenti supera anche lo scorrere del tempo e degli eventi.

Recensione

Un romanzo che è medicina per gli animi nostalgici e romantici e al tempo stesso prezioso materiale di riflessione sulla vita e sulle occasioni perdute.

Pochissime parole per riassumere l’intensa esperienza di lettura de “L’eternità dell’amore perduto”. Una lettura interessante, seppur circoscritta, in estrema sintesi, allo studio dell’interiorità di tre personaggi per entrare dentro ai meccanismi della loro vita e dei loro pensieri. Cause e conseguenze che determinano lo svolgersi di una intera esistenza, che mai come in questo romanzo appare legata e determinata da eventi anche insignificanti ma la cui portata si mostra decisiva a dare un indirizzo alla nostra vita.

Lo spunto di questo romanzo è interessante proprio per questo tipo di riflessione.

La narrazione parte dall’incontro di Cosimo e di Eleonora, allora giovanissimi. Si innamorano di un amore sincero, goffi ed esaltati per l’esperienza di questo loro inaspettato e travolgente amore. La loro storia è pura ed intensa ma si interrompe bruscamente a causa di un evento banale, che i due giovani, se più esperti e sicuri di sé, avrebbero potuto superare senza difficoltà.

Ma la vita, o il destino, li divide. Cosimo ed Eleonora prenderanno direzioni diverse. Cosimo conoscerà Francesca e formerà una famiglia con lei. Eleonora invece non riuscirà a costruire una relazione soddisfacente con nessuno e rimarrà single.

Entrambi, tuttavia, avranno modo, durante l’intera loro vita, di ripensare spesso a quell’amore incompiuto con nostalgia. Il ricordo dell’intensità di quel sentimento farà da cornice allo loro vite e ritornerà spesso a far capolino nelle loro teste, con una forza indistruttibile, come fosse predestinato a realizzarsi, contro tutto e tutti. Francesca assisterà, con timore prima e con malinconica rassegnazione dopo, al riproporsi quasi ciclico di questo ricordo incorruttibile e darà dimostrazione di una forza incredibile e strenua nel difendere a tutti i costi la sua relazione con Cosimo. Una forza positiva, sincera e pura, che a più riprese mi ha fatto considerare come protagonista di tutta la narrazione proprio il suo personaggio.

Il romanzo, che si snoda fluido tra le pagine fitte di prosa attenta e ottimamente costruita, è potente soprattutto per la capacità di rileggere la nostra esistenza come una combinazione di eventi che hanno l’incredibile potere di innescare delle reazioni capaci di modificare il corso di una vita.

L’eterno dilemma del “poteva essere” si ripropone forte in questo romanzo, che è davvero riduttivo catalogare come “romance”. In realtà “L’eternità dell’amore incompiuto” è uno studio attento delle dinamiche di una vita intera, dove la nostalgia e l’idealizzazione di un evento incompiuto diventa il perno per una riflessione più profonda.

Ciò che non è stato e poteva essere si mostra agli occhi dell’uomo come qualcosa di simile alla perfezione. Un ricordo che non si è lasciato corrompere dal tempo e dalla meschinità che spesso distrugge le nostre azioni. Ciò che non è stato viene idealizzato dentro di noi. Un accadimento che non si è concretizzato per intero viene completato nella nostra mente a nostro completo piacimento. Nello stesso modo, una persona che si è allontanata dalla nostra vita serba in noi un ricordo puro, che non si è lasciato sciupare dagli eventi che inevitabilmente offuscano anche le più nobili intenzioni.

Palpabile la nota nostalgica, che ho percepito chiaramente in tutto il romanzo, come anche la trasposizione nel personaggio di Cosimo di parti autobiografiche dell’autore stesso, che con il protagonista condivide età anagrafica, luogo di nascita e professione.

Un romanzo, dunque, che appare ai miei occhi come una sorte di bilancio di vita. Una storia dove i ricordi di gioventù si ergono prepotenti e guidare la penna attraverso uno struggente percorso: quella che poteva essere e quella che è stato.

Ottima prova per Sergio Tavanti, che confeziona un romanzo davvero ben costruito, gradevole nell’esposizione dei fatti e condotto con una scrittura senza sbavature. Il suo romanzo non è solo la storia di una vita e di un ricordo di gioventù, ma anche e soprattutto un inno alla nostalgia e alla immaginaria costruzione intorno ad un rimpianto, sul quale inevitabilmente finiamo per indugiare, sognare e immaginare. L’amore incompiuto è sempre veicolo di profonda nostalgia, per chiunque. Proprio perché incompiuto è facile idealizzarlo ed è comprensibile volerlo innalzare a simbolo dell’Amore vero. Un amore che non si è mai scontrato con le difficoltà quotidiane e con l’amarezza che deriva dall’abitudine.

E poiché tutti, più o meno, abbiamo un amore incompiuto, è tremendamente semplice lasciarci trasportare dalla stessa dolce nostalgia che ha ispirato l’autore in questo romanzo. Provare per credere…

L’autore

Sergio Tavanti, nato a Firenze nel 1951, giornalista pubblicista dal 1970, tuttora iscritto all’Ordine, ha sempre alimentato la passione della “carta stampata” con articoli, saggi, racconti, che si sono concretizzati in quella affascinante metamorfosi dell’ideazione in testo scritto. Da “La penna stilografica origini, funzionamento e collezione” a “Quel meraviglioso mondo di Pericle” a numerose altre pubblicazioni di carattere scientifico, la sua professione di chirurgo generale, pur onerosa per quanto riguarda il tempo a disposizione per altre attività, non gli ha impedito di mantenere sempre vivo il grande interesse per la narrativa, che si arricchisce ora di questo nuovo invito alla lettura.

  • Casa Editrice: Albatros
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine:
  • 219

IL CASOLARE AMARANTO di Anna Laura Littero

Lei stava per arrivare e, con la stessa forza con cui avevo cercato di scacciarla, avevo voglia di raccoglierla perchè lei era e restava il mio punto felice e non importa chi o cosa potesse ruotare attorno a quel punto, io mi ci ero fermato su quel punto.

Trama

Luckas, giornalista affermato, è un uomo appagato e sicuro di sé almeno sino a quando non incrocia sulla sua strada Clara, una giovane ed esordiente pittrice, una donna enigmatica e dal forte carisma.

Tra i due si innescherà uno strano gioco fatto di ripicche, dispetti e sciocche rivendicazioni che sfocerà in un amore travolgente e appassionato ma Clara è sposata con un russo emigrato in Italia dedito

alla contraffazione d’opere d’arte e ritenuto una sorta di “Padrino” nel traffico degli affari illeciti.

Sarà proprio il timore verso quest’uomo che li porterà a consumare il loro amore di nascosto ma sarà proprio la forza di quest’amore che li convincerà, successivamente, a uscire allo scoperto.

Da quel momento in poi, per i due amanti, nulla sarà più come prima, le loro vite cambieranno per sempre e con esse anche il loro destino.

Recensione

L’amica virtuale Anna Laura Littero ha fatto un gran lavoro con questo suo primo romanzo.

“Il casolare amaranto” racchiude uno squarcio di vita vissuta nelle sue pagine e propone al lettore una storia accattivante e di largo respiro, dove l’eco di diversi generi letterari si incrocia pericolosamente a creare un affresco vivace, dinamico e fresco, che regala un momento di evasione e di suspense.

La penna di Anna Laura è ispirata e desiderosa di ben figurare. Partendo da una storia d’amore, che si mette prepotente al centro della trama, l’autrice lascia che questa viri verso altri spunti, come il tradimento, la passione, le dinamiche familiari, il desiderio di amare e di perdonare.

Il risultato è un contenitore in cui le vicende umane, il destino e la volontà creano un mosaico davvero piacevole e ben costruito, attraverso il quale la lettura scorre veloce e soddisfacente.

L’autrice fa un gran lavoro sui due protagonisti, in particolate sulla figura di Clara, una donna complessa, con un passato da scoprire. Clara, dall’aspetto fragile e indifeso, è in realtà una donna molto forte, capace di atteggiamenti inaspettati e dotata di grande intraprendenza e di un incredibile spirito di sacrificio. Sola e sprovvista di una spalla a cui appoggiarsi, saprà ribellarsi al destino e pagare a caro prezzo le sue scelte.

Luckas, il protagonista maschile nonché voce narrante del romanzo, ha anch’esso un passato difficile ma a differenza di Clara, si limiterà a subire un destino capriccioso, abbandonandosi ad un  sentimento colmo di passione per il quale si dimostra disposto a tutto.

Anna Laura è davvero brava a dare voce a Luckas, in questo romanzo che è interamente condotto con la prima persona singolare. Il risultato è un personaggio empatico nel quale sarà facile riconoscersi.

Ultimo aspetto da evidenziare è la facilità con cui l’autrice ci porta a spasso per i luoghi del romanzo. Gradevolissima l’ambientazione greca, con luoghi, suoni e profumi che toccano i sensi del lettore, trascinandolo nel cuore della storia. La dinamicità della trama si riscontra nei numerosi cambi di scena che l’autrice propone in modo sapiente e mai banale.

Insomma, una gradevole lettura e una buona prova per Anna Laura, che dona al suo romanzo una sorprendente capacità di trasformarsi pagina dopo pagina.

Il romanzo infatti ha numerosi punti di vista e offre anche tanti spunti di riflessione al lettore. Sarebbe un errore ritenere che Il casolare amaranto sia una storia che si esaurisce e si completa con la storia d’amore tra i protagonisti. In realtà, l’aspetto più pregevole del romanzo è la metamorfosi che l’amore può produrre nell’animo umano, rendendo accettabile anche il più duro sacrificio, a controbilanciare la consapevolezza di lottare o aver lottato per ciò che più conta. Aspetto che, come detto, ritrovo nel personaggio di Clara.

Bello il finale e pregevole la crescita interiore di Clara, che si conferma un personaggio di grande spessore, capace di credere fino in fondo nei suoi sogni e nell’amore che inseguirà fino in fondo anche a discapito della sua stessa vita.

Un libro “non solo rosa” che consiglio alle anime romantiche ma anche ai lettori più esigenti, quelli che credono che l’amore possa compiere ogni giorno un piccolo miracolo.

L’autrice

Anna Laura Littero nasce a Torremaggiore (FG) il 21/05/1982. Con la sua famiglia e suo marito vive a San Severo (FG) dove coltiva, in parallelo al suo lavoro aziendale, la passione per la scrittura.

“Il casolare amaranto”, suo romanzo d’esordio, segue la pubblicazione del racconto “La terra dei non ricordi” edito nella raccolta “!Puglia Quante Storie 3”.

  • Casa editrice: YouCanPrint
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 187

ASINTOTI E ALTRE STORIE IN GRAMMI di Davide Rocco Colacrai

 
(…) E ti amai in ogni ritorno ed eclissi, quando eravamo noi l’assioma dell’amore e combaciavamo con la nostra evidenza, il nostro spazio, con l’accelerazione dell’asse padre del presente e la solitudine del sudore, noi fragili e coraggiosi, di poche parole, nel nudo blu del mondo come corsari (…).

Recensione

Un libro fatto di istantanee. Un libro che racconta storie, tessere colorate che forse si incastrano o che spesso se ne stanno da sole, senza timore di essere senza capo né coda, senza che una musica le accompagni in un coro.

Non so cosa sia la poesia o cosa sia poetico. Non cerco una definizione, né dei confini entro i quali ingabbiare parole e frasi. Ma so riconoscere nella scrittura la vibrazione che tocca dentro e che lascia un ricordo fatto di leggiadra malinconia.

Leggere “ Asintoti e altre storie in grammi” è stato un colpo di fulmine. Mi sono innamorata degli scritti di questo autore, in cui ho trovato una sensibilità e una profondità che non leggevo da tempo.

Davide Rocco Colacrai coglie la bellezza come noi cogliamo un fiore. La sa trovare, in mezzo al caos delle nostre vite. La vede, la prende e la rende musica. E con questa musica allieta e cura le nostre vite, rese ottuse dalla velocità delle nostre corse quotidiane.

Colacrai ha una penna magica, che usa come fosse un cesello. O come fosse un ago, con il quale tesse  virtuosi ricami, combinando le parole a formare un insieme coerente e perfetto, degno di elevare il nostro animo ad un livello di conoscenza e di consapevolezza che probabilmente nemmeno noi ci raffiguriamo.

Le sue poesie hanno una metrica coraggiosa, ardita e indomabile. Alcune di esse sono terribilmente vicine alla prosa, perché raccontano storie. Parlano di ricordi,  persone, cose, avvenimenti. Disegnano pensieri o desideri. Descrivono la purezza di un sentimento e la meraviglia di un attimo irripetibile.

E appena prima di lasciar andare le parole verso la meraviglia di una immagine, il poeta ci offre uno stralcio di un pensiero, una strofa di una canzone, una citazione. Come a prepararci. Come a cercare egli stesso, la giusta atmosfera per i suoi versi.

Ecco dunque un’opera da sorbire piano. Un’opera che colpisce là dove è più tenero e che sa farsi spazio anche dove la corteccia è più dura. Tra le spine. Un’opera spesso condotta in prima persona che si lascia esplorare senza pudore. Il lettore si potrà affacciare a guardare dentro queste immagini. Dentro la vertigine che le parole, se ben combinate, sanno infondere nell’uomo, vittima dell’insopprimibile desiderio di cadere dentro ad un’oasi di inchiostro.

L’autore

Giurista e Criminologo, Davide Rocco Colacrai è al suo undicesimo anno di carriera letteraria e nel frattempo ha ricevuto numerosissimi riconoscimenti, molti anche internazionali ed europei. Tra gli ultimi: il “Memorial Gennaro Sparagna”, l’“Unicamilano”, “Le rosse pergamene” e il “Ut Pictura Poesis-Città di Firenze” tutti e quattro per l’edito; la medaglia d’oro al merito al PremioInternazionale “Medusa Aurea” organizzato dalla AIAM (Accademia Internazionale di ArteModerna) negli anni 2018 e 2109, il “Parole e Poesia” e il Riconoscimento al Merito Speciale della Giuria nell’“Apollo dionisiaco” per il secondo anno consecutivo, inoltre il Premio Letterario Europeo “Massa, città fiabesca di mare e marmo” e la Medaglia di Letterato del XXI secolo conferita dalla Accademia Internazionale Francesco Petrarca.

Ė autore dei seguenti libri: “Frammenti di parole” (2010), “SoundtrackS” (2014), “Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte” (2015), “Infinitesimalità” (2016), “Istantanee Donna (poesie al femminile)” (2017), “Il dopo che si ripete, sempre in sordina” (2018) e “polaroiD” (2018), che ama presentare sotto forma di spettacoli di “poesia in teatro”, con cui gira da alcuni anni l’Italia.Hanno scritto di lui Alfredo Rienzi, Carmelo Consoli, Livia de Pietro, Armando Saveriano, ItaloBonassi, Flavio Nimpo, Mauro Montacchiesi, Gordiano Lupi, Alfredo Pasolino, Stefano Zangheri e molti altri.

Nel tempo libero, insegna matematica, studia recitazione, è autore radiofonico per whiteradio.it, colleziona 45 giri da tutto il mondo (ne possiede duemila), ama leggere, praticare sport all’aria aperta e viaggiare.

  • Casa Editrice: Le Mezzelane
  • Genere: poesia
  • Pagine: 80

LE SCARPE DEL FLANEUR di Jonathan Rizzo





Si liberi il demone,
possa danzare la penna
nuda in controluce
nel crepuscolo.
Cerco un lieto fine,
ospite non abituale
tra le mie righe.

“Jonathan Rizzo non è poeta che si lascia imbrigliare dalle facili maglie di una critica letteraria, men che meno da quelle di una breve introduzione alla sua raccolta “Le scarpe del flâneur”. La sua è una poesia corporale, della presenza, del suo farsi e del suo dirsi, per poi disfarsi nel vortice degli attimi da vivere fino in fondo. Forse il futuro e il tempo ci restituiranno lo sguardo prospettico in grado di analizzare il poeta unicamente per i suoi scritti. Oggi vale la pena “godersi” appieno tutta la vitalità e la corporalità di un poeta fuori dagli schemi e che sa di esserlo.”


Recensione

Il Flaneur passeggia per la città. Non ha una meta, ma solo occhi per guardare, registrare e trarre conclusioni sulla vita e sull’esistere, oggi.  Osservare senza essere osservati. Osservare e abbeverare la mente delle immagini quotidiane ed intime di chi incontra.

 Il flaneur è un guardone  urbano appena tollerato dagli altri, oppure deriso o osteggiato. Dai suoi occhi svagati e attenti esce l’essenza della vita immediatamente dopo che sono entrati il fulgore, la tragedia, la disillusione, la solitudine, il bisogno di amare.

Il flaneur per antonomasia si muove per le strade di Parigi, battute dalla pioggia e inondate dalla musica di un organetto. E’ raro che il flaneur non sia preda della malinconia. E non è nemmeno opportuno, perché senza malinconia viene meno l’attitudine alla poesia.

Un’attitudine che è nata insieme a Jonathan Rizzo, cultore di Charles Baudelaire e di Parigi, che è madre ed è figlia dei suoi versi.

Le poesie di Rizzo hanno tante voci diverse: la voce arrochita del popolo, che esce dalle rime baciate. La voce dei disperati, che attendono un conforto che non viene. La voce del fiume, umida e folle. La voce del clochard, che dal basso può vedere anche i particolari più invisibili. La voce di chicchessia passeggi per i boulevard, senza meta.

Una voce che vuole essere ascoltata e che lo fa con semplicità. Strade, quartieri, nuvole, pozzanghere. Nelle poesie di Rizzo c’è il mondo intero. Versi in cui specchiarsi, per riflettere/rsi.

Una voce che incanta ed ipnotizza, perché ha la capacità di raffigurare in noi immagini fugaci e prorompenti come istantanee di piccole tragedie quotidiane. Ma dietro di esse c’è sempre un filo di sottilissima ironia, lieve come cipria sul volto stanco di una donna di strada. Una poesia che è anche dissacrante e che dall’alto della sua pretenziosità vuole demolire il mondo che essa stessa crea, con le parole, a volte scelte con cura, ma più spesso gettate nella mischia dei versi.

L’autore

Nato a Fiesole nel 1981, da origini elbane. Cresce e studia a Firenze fino alla Laurea magistrale in Scienze storiche. Da lì si trasferisce a Parigi per scrivere il suo primo libro, L’illusione parigina (Edizioni Porto Seguro, 2016). Nello stesso anno entra nell’antologia di Affluenti, nuova poesia fiorentina (Ensemble). Nel 2017 pubblica Eternamente Errando Errando (Edizioni La Signoria).

  • Casa Editrice: Edizioni Ensembles srls
  • Genere: poesia
  • Pagine: 92

LA SIGNORINA CROVATO di Luciana Boccardi

Fu allora, forse, che cominciai a adottare quella tecnica che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita. Funziona un po’ come nel judo: se tu vuoi spingermi, io mi lascerò cadere prima che tu te ne accorga, così ti destabilizzerò e potrò decidere come difendermi. Tu mi abbandoni? E allora sono io che non ti voglio più per davvero. Si, forse è cominciata così.

Trama

Ha tre anni e mezzo, Luciana, quando la “disgrazia” colpisce la sua famiglia. È il 1936 e Venezia è ancora una città dove la gente si saluta per strada, una città vivace, piena di botteghe, di piccoli artigiani e professionisti. Il suo adorato papà, clarinettista, ateo e antifascista, non può più provvedere alla famiglia e la mamma è costretta ad arrangiarsi: per lei è l’inizio di una lunga serie di vicissitudini segnate dal continuo assillo della miseria. Luciana le attraversa tutte, con pazienza, senza mai perdere la gioia di vivere e la curiosità che la rendono tanto unica e speciale. Nel frattempo, impara mille mestieri. Affidata a una famiglia di contadini, si ritrova a governare le bestie, dormendo in una cesta per i tacchini; poi s’improvvisa apprendista parrucchiera, garzone di panetteria, “aiutino” per un grossista di spazzole, ricamatrice di borsette a venti lire al pezzo; apprende il francese in casa di una ricca famiglia, aiutando le bambine a fare i compiti e intrattenendole come una vera “damina” di compagnia; fa la commessa sul Gran Viale al Lido e la cantante di balera. Di notte, intanto, si esercita come dattilografa, nella speranza di trovare un posto fisso: e quando, finalmente, il suo sogno si avvera, un mondo nuovo le si apre davanti, meraviglioso e inaspettato.

Con uno stile deliziosamente rétro e una lingua ricca di dettagli, Luciana Boccardi ripercorre le peripezie di una bambina d’altri tempi, esempio di vitalità e di coraggio, determinazione e tenacia, per un racconto esaltante capace di trasmettere allegria e buonumore.

Sospeso tra finzione e realtà, La signorina Crovato è la storia di un’infanzia rubata e dell’incredibile capacità di resistenza di uno spirito libero, narrata con un atteggiamento lucido e brillante e un piglio davvero inconfondibile.

Recensione

Quando un’icona del giornalismo si racconta. E il romanzo che scrive rischia di superare la vita vera, quanto a freschezza e a determinazione. Oppure, al contrario, quando una vita vissuta intensamente e senza paura, diventa l’incipit di un’opera che sorprenderà chi la legge (e lo faranno in molti, potete scommetterci!).

Insomma,  con Luciana Crovato, in arte Luciana Boccardi, invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia! Finzione contro realtà o realtà contro finzione, ciò che si ottiene è comunque una vita vissuta intensamente e pericolosamente vicina alla perfezione.

Pazienza, capacità di credere in se stessi, forza, coraggio, determinazione, caparbietà, intelligenza, spirito di adattamento, trasformismo, virtù, amore, indipendenza. Tutte qualità che la piccola Luciana possiede per nascita, anche se lo scoprirà a poco a poco.

Nata dall’unione di forze apparentemente inconciliabili (l’alterigia borghese e una folle stirpe di gitani e musicanti), temprata da un’esistenza che si fa subito difficile,  circondata da parenti ingombranti e a volte anche scomodi, resa solida e imperturbabile da una tragedia che la priverà degli affetti prima e del sostentamento poi, dilaniata dal bisogno di una carezza e di un rifugio dove riassettare la sua piccola vita complicata, Luciana impara fin dalla tenera età a costruirsi un paravento, una corazza che non ferisca il suo tenero cuore di bambina, che sanguina e sanguinerà a lungo per la tragedia che si abbatterà sul suo amatissimo papà, fino a ridurlo l’ombra dell’uomo che era.

La sua vita è un’avventura amara, ma anche venata di sottile ironia e di quella dose di intuizione e capacità di leggere dentro le persone che non l’abbandonerà mai. Come in un romanzo d’appendice, Luciana si imbatterà in mille volti e con ognuno di essi costruirà un ritaglio di vita, apprenderà qualcosa e ne farà tesoro. Crescerà in fretta Luciana e si farà forte, cercando costantemente la sua dimensione.

La sua mente è un coacervo di idee. La sua determinazione la porterà a svolgere mille lavori, ogni volta ricominciando da capo, leonessa indomita di un trasformismo che assomiglia terribilmente alla disperata necessità di esistere e di sopravvivere.

Luciana Boccardi racconta la vita di Luciana Crovato senza piaggeria. Dimenticandosi, talvolta, di star scrivendo una biografia fuori dalle righe, figlia di un periodo in cui l’invenzione salvava la vita e la pazienza e la sopportazione la preservavano da morte prematura. Luciana attraversa indenne i decenni cruciali della nostra storia e ne traduce alla perfezione gli umori, interprete sincera di un’epoca che sembra davvero lontana, ma che i più “grandi” tra i lettori potranno facilmente accostare alla vita dei nonni e dei genitori, tante volte raccontata davanti al fuoco del camino, così bella e così dolorosa da sembrare un romanzo.

La vita della piccola Luciana è piena di insidie, ma chi sa ben governare la sua vita, arriva prima o poi al suo traguardo. Il traguardo per Luciana sarà la conquista di un lavoro tutto suo, in una celebrazione mai così appagante e efficace di ciò che “nobilita l’uomo” e rende grande e ancor più nobile una donna.

In un epoca come quella attuale, nella quale i valori più importanti latitano e hanno perso forza, Luciana è un’eroina senza tempo, un esempio da seguire. Emularlo sarebbe probabilmente uno sforzo troppo grande per moltissimi di noi, bisogna ammetterlo!

E poiché scoprire il seguito di questa vita eccezionale è alla portata di tutti in quest’epoca di interconnessioni, è davvero difficile parlare di limiti o di impedimenti. Nella vita si è ciò che si vuole essere, Luciana docet. E soprattutto, “mai paura di niente”!

L’autrice

Nata a Venezia in una famiglia di musicisti, ha lavorato per anni alla Biennale di Venezia partecipando all’organizzazione dei più importanti festival di musica e teatro. Giornalista, studiosa di moda e di costume, è stata per decenni – ed è tuttora – la firma di riferimento per la moda de «Il Gazzettino».

  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: biografia
  • Pagine: 460

LA TRAGEDIA DEL KOROSKO di Arthur Conan Doyle

“E’ mia ferma convinzione”, disse Mrs Belmont gravemente, “che non ci sia stato nessuno di noi che abbia raggiunto, né mai raggiungerà, una vetta più alta come durante quei giorni nel deserto. Quando i nostri peccati verranno soppesati, molto ci verrà perdonato per quei giorni altruisti”.

Trama

Navigando lungo le acque placide del Nilo nubiano, gli ignari passeggeri del piroscafo Korosko risalgono il fiume per visitare i monumenti dell’Antico Egitto dei faraoni. Ma tra le bellezze del deserto si insidia la minaccia di un gruppo di banditi dervisci, guidati dal terribile emiro Abderrahman. Messi alla prova sia nel fisico che nella mente, gli sventurati turisti tenteranno in ogni modo di sopravvivere a questa inaspettata e violenta tragedia tra le colline del deserto nubiano.

Recensione

Arthur Conan Doyle non scrisse solo le gesta di Sherlok Holmes, ma anche molte altre opere.  La sua fu una produzione letteraria di tutto rispetto e merita davvero di essere riscoperta.

Non mi sono quindi lasciata sfuggire l’occasione di leggere questo romanzo, ambientato all’epoca del massimo splendore letterario del suo autore, sul finire del XIX secolo.

Amo particolarmente questo periodo storico, in cui compaiono gentiluomini in marsina e svenevoli fanciulle dalla vita sottile e dalla carnagione di alabastro. Uomini e donne che parlano un linguaggio affascinante e che credono fermamente che il mondo sia un luogo meraviglioso in cui vivere.

Non fanno eccezione i protagonisti de “La tragedia del Korosko”, che troviamo durante una piacevole crociera sul Nilo, a bordo di un piroscafo che pigramente naviga in acque limacciose e calme. Senza fretta e con la strenua fiducia che la navigazione non sarà disturbata dai facinorosi “Dervisci”, musulmani seguaci del Mahdi sudanese, promotore della rivolta anticolonialista che ebbe il suo maggior palcoscenico proprio in Sudan.

La vicenda, che va necessariamente contestualizzata, offre tuttavia molti spunti di riflessione, che convergono, in estrema sintesi, nella convinzione dell’esistenza di una egemonia “razziale” e  “culturale” che si ripropone nel tempo.

Ai quei tempi, lo sappiamo bene, l’Inghilterra dominava e imperversava sul pianeta, in virtù di una supremazia di mezzi ma anche di pensiero. L’Egitto non sfuggiva certo a questa regola e i primi vagiti della rivolta si erano fatti sentire, scatenando una lieve preoccupazione subito sopita da una sconfinata e a tratti insensata fiducia nel destino.

 Questo è l’argomento di discussione degli ignari passeggeri del Korosko quando decidono di attraversare il deserto alla ricerca delle vestigie egizie. Sbarcano sicuri di sé e della propria brillante vita, certi di occupare il posto giusto nel mondo e per questo di non poter subire scossoni o deviazioni da un percorso di vita che sembra già scritto.

E invece accadrà l’inaspettato. Non si è mai preparati ad evenienze così tragiche come un rapimento perpetrato da temibili banditi e meno che mai lo saranno i nostri protagonisti.

Tuttavia, come si conviene all’Uomo e al suo sacro istinto di sopravvivenza, i malcapitati sapranno resistere fino alla fine, al netto di alcune inevitabili perdite umane, mettendo in pista piccole strategie e fantasiosi mezzi per procrastinare il momento della loro probabile morte.

Un racconto che evoca l’incertezza della condizione umana ma anche la sua strenua lotta per sopravvivere. Il pericolo che fa sbocciare in noi atteggiamenti e pensieri che pensavamo impossibili, ci fa anche vedere la vita da una diversa prospettiva, aprendoci a soluzioni del tutto inusitate. Ed infine un’epoca al suo tramonto, che fa intravedere tra le crepe che si allargano inarrestabili, quanto la pretesa egemonia della razza bianca sia un mito fallace e deviante, in una sorta di ciclo della storia che cambia rotta a favore degli oppressi e a discapito degli oppressori.

Incantevole la prosa di Conan Doyle, notevole il ritmo narrativo e la capacità di tenere alta l’attenzione in un racconto che è circoscritto ad un solo piano narrativo.  Bellissimo l’epilogo, in un contesto in cui la necessità di palesare una morale della storia appena conclusasi non è solo consolazione ma anche e soprattutto necessità di fornire un insegnamento morale oltre che storico.

L’autore

Dopo aver intrapreso e fallito la carriera di medico, Arthur Conan Doyle (Edimburgo 1859 – Crowborough 1930) si dedicò alla scrittura di alcuni racconti, dai quali nacque il famoso detective Sherlok Holmes.

All’interno della propria vasta produzione letteraria, Conan Doyle scrisse anche testi di altro genere, racconti fantascientifici e romanzi storici, come La tragedia del Korosko, pubblicato nel 1898.

  • Casa Editrice: 13Lab
  • Genere: letteratura classica
  • Traduzione: Daniele Cassis
  • Pagine: 279

LA FORMA DEL SILENZIO di Stefano Corbetta


Se doveva dire qualcosa, stringeva gli occhi e si metteva a tracciare segni nell’aria senza mai distogliere lo sguardo da chi gli stava di fronte, una preghiera che recitava con il corpo, parole mute che sgorgavano da un angelo ferito.

Trama

Leo ha sei anni. È nato sordo, ma la sua infanzia scorre serenamente. Con la sua famiglia, Leo parla la Lingua dei Segni, e quella degli affetti, che assumono forme inesplorate nei movimenti delle mani dei genitori e della sorella Anna. Ma è giunto il tempo della scuola e Leo viene mandato lontano da casa, a Milano, in un istituto che accoglie bambini come lui. Siamo ai tempi in cui nelle scuole è vietato usare la Lingua dei Segni. All’improvviso per Leo la vita diventa incomprensibile, dentro un silenzio ancora più grande di quello che ha vissuto fino a quel momento. Poi, in una notte d’inverno del 1964, Leo scompare. A nulla servono le ricerche della polizia: di Leo non si ha più notizia. Diciannove anni dopo, nello studio della sorella Anna, si presenta Michele, un compagno di Leo ai tempi della scuola. E inizia a raccontare la sua storia, partendo da quella notte d’inverno.

Recensione

Questo romanzo è un insieme di storie che convergono tutte al centro di un dolore antico. Non è solo la storia di Leo, un bambino sordo che nell’Italia degli anni sessanta del novecento è costretto ad abbandonare l’uso della LIS, la lingua dei segni. E’anche la storia di una famiglia lasciata sola a gestire un dolore troppo grande. E’ la storia di un genitore che si arrende e di un altro che inventa per sé una nuova dimensione di vita. E’ la storia di Anna, una donna che vuole conoscere la verità e che combatte con i suoi ricordi. E’ un romanzo sulle diverse sfaccettature dell’amore, che talvolta toglie e talvolta dà.

Il romanzo utilizza diversi piani temporali. Frequenti le incursioni nel passato, nel mondo ovattato e silente di Leo, un bambino senza voce che si esprime attraverso i gesti. Piccolo e inerme davanti ad un mondo chiassoso e basato sui suoni, quelli che Leo non potrà mai sentire. Leo, che sente il mondo attraverso Anna, la sorella maggiore. Leo che all’età di sei anni conoscerà il buio, tra le mura del Tarra, la scuola speciale per sordi, che vieta la lingua dei segni perché la gestualità è retaggio degli  animali e non degli uomini di Dio.

La storia di Anna si srotola in terza persona, al tempo passato. Una giovane donna che non ha dimenticato il fratellino, scomparso nel nulla diciannove anni prima. Anna non ha ancora trovato la sua strada. Anna si getterà anima e corpo nella ricerca della verità. Una ricerca dolorosa che significherà anche una crescita personale, attraverso la quale scoprire la natura del suo “io” e il dolore di una verità inaspettata.

Ad un certo punto, quasi impercettibilmente, il romanzo diverrà quasi unicamente la storia di Anna. Leo si ridurrà ad un pretesto, quello che la spingerà ad investigare sulla sua scomparsa e che le farà scoprire anche molte cose di sé che non conosceva.

La storia di Michele invece è prigioniera del presente. Michele è un uomo enigmatico, che sembra racchiudere in sé la chiave del mistero che avvolge la scomparsa di Leo. Un’ombra che si aggira tra le pagine e trascina la mente di Anna a quella notte di tanti anni fa.

Stefano Corbetta dà voce al dolore di una perdita. Lo utilizza come volano per compiere una progressione dentro ai suoi personaggi. Il dolore così non sarà solo impotenza, senso di colpa. Ma diverrà anche desiderio di riscatto, esigenza di comprendere perché certe cose sono accadute e cosa si poteva fare per evitarle.

Buona la prosa di Stefano Corbetta, densa di stati d’animo e piena di immagini.

Scura e lugubre, invece, è l’eco che getta sulle vite dei protagonisti, annichiliti dalle beffe di un destino il cui intento pare essere proprio quello di distruggerle. E’ necessario contestualizzare la vicenda, in un periodo storico che, benché neanche troppo lontano, appare distante anni luce dalle necessità dell’inclusione e dalla centralità della famiglia nella società. Una famiglia che esce sconfitta e del tutto annientata rispetto al desiderio più che legittimo di sperare in una vita migliore per il figlio portatore di handicap.

Peccato che di Leo, in definitiva, non sappiamo molto. Leo appare fugace per poi scomparire. La sua  esperienza fallimentare tra le mura del Tarra è solo accennata. La sua piccola vita ci sfiora soltanto. Le sue lacrime, la sua ribellione, la sua voce silenziosa, sono solo cenni in una storia che finisce per focalizzare altro. Dalla sinossi, personalmente, mi ero fatta un’altra idea di storia e dentro di me continuo ad anelarla.

Ciò non toglie che “La forma del silenzio” sia una lettura bella e malinconica. Una malinconia che non trova conforto in niente e in nessuno. Un modo di essere. La conseguenza della perdita della fiducia nella Vita e nell’Uomo.  Le nostre solitudini che sedimentano rancore dentro di noi e che ci spingono con prepotenza a lottare per la verità.

L’autore

Stefano Corbetta è nato a Milano nel 1970. Accanto alla professione di arredatore di interni, ha affiancato negli anni esperienze in ambiti diversi: la musica jazz, il teatro, la scrittura.

Ha tenuto laboratori di scrittura in alcune scuole dell’area milanese.
Ha esordito nel 2017 con il romanzo “Le coccinelle non hanno paura” (Morellini). “Sonno bianco”, il suo secondo romanzo, è uscito per HACCA nel settembre 2018. Sempre nello stesso anno è stato incluso nella antologia “Lettera alla madre” (Morellini). Nel 2019 ha scritto due racconti che sono stati inclusi nella raccolta “Polittico” (Caffèorchidea) e “Mosche contro vetro” (Morellini).

  • Casa Editrice: Ponte Alle Grazie
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 232
  • Romanzo candidato al Premio Strega 2021

ESERCIZI DI FIDUCIA di Susan Choi

Di Esercizi di Fiducia ce n’era una varietà infinita. Alcuni erano basati sul dialogo e somigliavano alla terapia di gruppo; altri richiedevano silenzio, occhi bendati, cadute all’indietro da tavoli o scale a pioli sull’intreccio formato dalle braccia dei compagni.

Trama

Sono gli anni Ottanta; David e Sarah, quindicenni, frequentano un’accademia d’arte drammatica e si sono appena innamorati; come molte storie adolescenziali, la loro sarà breve, intensa, piena di passione e di incomprensioni, esposta alle interferenze dei coetanei e degli adulti, fra cui il carismatico professor Kingsley. A distanza di quindici anni, un’ex compagna di scuola ripercorre gli eventi di quei mesi da un altro punto di vista, rivelando che ciò che ci è stato raccontato è solo una versione imperfetta e parziale dei fatti. E ancora più avanti nel tempo, con un ulteriore ribaltamento di prospettiva, scopriremo (forse) la dolorosa verità.

Un romanzo a più voci che racconta l’amicizia, il desiderio, la fragilità e le ossessioni degli adolescenti, le dinamiche di sesso, potere e consenso, il delicatissimo rapporto fra insegnanti e allievi e l’attrito fra verità e finzione in ogni forma di racconto, dal teatro alla letteratura; appassionante e sorprendente, ricco di sottigliezza psicologica e colpi di scena, è l’opera che ha definitivamente consacrato presso critica e pubblico un’autrice già finalista al premio Pulitzer.

Recensione

Ho desiderato avere tra le mani questo romanzo fin dalla sua uscita. Una forma di estrema e quasi fastidiosa curiosità mi ha spinto a leggerlo, probabilmente perché volevo permettermi l’ennesimo salto indietro nel tempo, agli anni ottanta, che mi hanno visto adolescente, proprio come i protagonisti del libro di Susan Choi.

Invece, non mi sono mai riconosciuta in quegli adolescenti inquieti e precoci. Io, adolescente di provincia, con i retaggi dell’educazione cattolica ancora cuciti addosso. Con i “non posso”, i “meglio di no”, i “che direbbero i miei se lo sapessero”.

Sarah, David, Karen, Manuel e gli altri invece si rivelano fin da subito adolescenti indipendenti, liberi in ogni accezione del termine, automuniti, avvezzi al sesso e all’amore. Insomma, lontani anni luce dal mio vissuto.

Del resto, siamo in una metropoli degli Stati Uniti. Dove tutto è enorme. Dove tutto è possibile. Dove padri e madri hanno da tempo allentato le redini sui colli imberbi e ancora teneri dei figli. Figli che amano in modo totale. Capaci di slanci incredibili, di emozioni forti e di lacrime.

Susan Choi scava nel profondo dell’animo di questi ragazzi. Scandaglia, pungola, senza remore.

Il suo linguaggio è fitto, una rete di sussurri e di grida. E’ una discesa dentro ai loro corpi e nelle loro teste, senza un paracadute che salvi il lettore dalla sua buona fede.

E’ davvero lodevole questo suo calarsi nei panni dei protagonisti, questo incarnare così bene l’incertezza e le paure dell’età evolutiva. Le pulsioni che li avvicinano al mondo degli adulti e le paranoie che li fanno ripiombare nell’adolescenza.

“Esercizi di fiducia” è esattamente questo. Il ripetersi di comportamenti, di cause e di conseguenze che accompagnano i ragazzi verso l’età adulta. La fiducia è un bene primario, che però non è così facilmente reperibile. La fiducia va conquistata, piano piano, a costo di lacrime e di delusioni.

Le dinamiche di questo manipolo di adolescenti sono accentuate dalla loro propensione alla finzione. E anche dalla loro abitudine a fingere. Nella prestigiosa scuola di teatro che frequentano è necessario sapersi calare in molte vite immaginarie e per farlo alla perfezione occorre fare molta pratica. Per loro, quindicenni alle prime armi, la vita e la finzione si intrecciano e si confondono. La parte da recitare impatta sempre sul vissuto e modifica le loro vite vere fino a stravolgerle.

Le loro vite sono argilla nelle mani di mille manovratori, non sempre dalle limpide intenzioni. I loro intimi pensieri sono creta, che giorno dopo giorno assumono una forma diversa.

Ed infatti, a distanza di diversi anni, quando ormai i protagonisti sono trentenni, molte cose accadute a scuola assumeranno una forma assai distante da quella che sembrava essere. Ed ecco che i malintesi e i fraintendimenti, il detto e il non detto saranno codificati nella maniera giusta, a mostrare le cose per quelle che sono.

Ho trovato questo romanzo illuminante. Susan Choi interpreta l’immaginario dell’adolescenza con grandissimo acume e ci mostra le nostre infinite capacità di interpretare la realtà con il nostro personale metro, frutto delle nostre paure e delle nostre ossessioni del momento.

La realtà che ci viene raffigurata è spesso fallace e fuorviante, in un modo doloroso e per certi versi devastante. Ma la giovinezza del resto è proprio questo. Esaltazione, paura e trasfigurazione dei fatti. I macigni che da giovani non si possono spostare neanche di un centimetro appaiono simili a granelli di sabbia se guardati con gli occhi della maturità. Quando, cioè, non vi è più nessun timore. Quando si è perso, però, tutto il nostro ingenuo candore, tutte le aspettative dolci amare della vita.

Una scrittura che è un fiume in piena, con la stessa forza distruttrice. Una lettura che travolge, che fa nascere in noi un sorriso amaro, per ciò che abbiamo perso irrimediabilmente.

L’autrice

Susan Choi (1969) è nata negli Stati Uniti da padre coreano e madre ebrea americana. Vive a Brooklyn e insegna letteratura inglese a Yale. È autrice di cinque romanzi, fra cui American Woman (2003), finalista al premio Pulitzer, e A Person of Interest (2008), finalista al PEN/Faulkner Award e vincitore del PEN/W.G. Sebald Award. Esercizi di fiducia, che ha vinto il National Book Award per la narrativa nel 2019, è il suo primo libro tradotto in Italia.

  • Casa Editrice: Sur Edizioni
  • Traduzione: Isabella Zani
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 320

LA SPINTA di Ashley Audrain

Mi sono voltata a guardare il suo profilo in penombra, ed ero così triste che mi sentivo soffocare. Da quasi quattordici anni cercavo d trovare qualcosa, tra noi, che non v’era. Lei proveniva da me, l’avevo faqtta io, e c’era stato un tempo in cui l’avevo desiderata, un tempo in cui avevo creduto che sarebbe stata il mio mondo. Adesso sembrava una donna, c’era una sapenza femminile che le cresceva negli occhi, ed era in punto di sbocciare senza di me. Era sul punto di scegliersi una vita in cui per me non c’era posto. Mi avrebbe lasciato indietro.

Trama

È la vigilia di Natale e Blythe è seduta in macchina a spiare la nuova vita di suo marito. Attraverso la finestra di una casa estranea osserva la scena di una famiglia perfetta, le candele accese, i gesti premurosi. E poi c’è Violet, la sua enigmatica figlia, che dall’altra parte del vetro, a sua volta, la sta fissando immobile. Negli anni, Blythe si era chiesta se fosse stata la sua stessa infanzia fatta di vuoti e solitudini a impedirle di essere una buona madre, o se invece qualcosa di incomprensibile e guasto si nascondesse dietro le durezze e lo sguardo ribelle di Violet. Quando ne parlava con Fox, il marito, lui tagliava corto, tutto era come doveva essere, diceva. Era cominciata così, o forse era cominciata molto prima, quando era stata lei la bambina di casa. Blythe ora è pronta a raccontare la sua parte di verità, e la sua voce ci guida dentro una storia in cui il rapporto tra una madre e una figlia precipita in una voragine di emozioni, a volte inevitabili, altre persino selvagge. Un tour de force che pagina dopo pagina stilla tutto quel che c’è da sapere quando una famiglia, per preservare la sacralità della forma, tace. Viscerale, onesto fino alla brutalità, La spinta è un viaggio ipnotico e necessario nella psiche di una donna a cui nessuno è disposto a credere.

Recensione

C’è un destino, sotto la nostra pelle, al quale è assai complicato sottrarsi.

E c’è una strada, segnata dalla notte dei tempi, che si finisce per percorrere, inevitabilmente. Specie se si è donne.

Questo è il mantra che sta alla base dell’opera prima di Ashley Audrain, “La spinta”.

Un romanzo acclamato, uscito in contemporanea in 34 paesi. Un romanzo capace di tenere alta l’attenzione del lettore. Un diario di vita, di un’intera esistenza che scorre nel ricordo delle tare del passato, tare che ci portiamo addosso come stigmate.

La protagonista scrive in prima persona, si racconta, in modo intimo, senza alcune velo. Una vita che inizia già priva della spalla più importante e necessaria, quella della figura materna, una figura sfocata, assente, che scomparirà troppo presto. Una vita che sembra rifiorire grazie all’incontro con Fox, l’uomo di cui si innamora e che sposerà. La maternità sarà la tappa successiva, una tappa obbligata che tuttavia sconvolgerà la vita della protagonista. Tra Violet e la madre non scocca la scintilla. Violet è una bambina irrequieta, che fin dalla tenera età mostra alcuni lati di sé che spaventano la madre. Fin dai primi giorni Violet  respinge Blythe in tutti i modi possibili. Tra loro c’è un solco incolmabile, destinato ad ingrossarsi con il passare del tempo.

E la madre è del tutto incapace di gestire l’ondata devastante di sensazioni e di insicurezza che la travolge dopo il parto. Tra madre e figlia c’è Fox, sempre pronto a difendere e giustificare Violet e altrettanto propenso a scaricare sulla moglie la responsabilità del loro disagio familiare.

Ciò che leggiamo è storia risaputa. Diventare madre non coincide necessariamente con l’atto di mettere al mondo una creatura. Sentirsi sopraffatte, inadeguate, sbagliate. Private di un appoggio, di comprensione. Additate se stanche o riluttanti. Condannate se il neonato non è l’unico assoluto punto di riferimento.

Una madre conosce il proprio figlio meglio di chiunque altro. Eppure Blythe non sarà creduta quando sospetta un problema comportamentale in Violet. Tutto si ridurrà in una sua mancanza. Mancanza di pazienza, di comprensione, di gesti affettuosi. Mancanza di fiducia, di empatia, di resistenza.

Perché una madre deve incarnare l’apoteosi del sacrificio. Nulla può stancarla. Niente può indurla ad arrendersi.

E poi accade l’inevitabile. Blythe dovrà reinventare la propria vita, elaborare i propri lutti, fare la pace con il suo passato.

Ashley Audrain ci porta con sé in un vortice di emozioni forti, dentro ad un uragano di dolore e di solitudine. Bravissima a descrivere le tempeste emotive della protagonista e magistrale nell’istillare nel lettore qualsiasi sorta di dubbio. L’autrice non giudica mai Blythe, si limita a raccontare i fatti e lascia a noi lettori il metro per giudicar il dolore di una donna e di una madre.

Questo è un romanzo che non lascia scampo. Questa è una storia di destini, di ombre che si propagano a vista d’occhio, ad intaccare la vita di una madre e della propria figlia. Un incantesimo che si rinnova ad ogni generazione,  a ricreare dal nulla il dolore, il disagio e la morte.

Una storia di donne, di madri e di figlie. Madri intrappolate nei tentacoli che la figura materna stringe intorno alla loro vita. Donne che devono essere madri a tutti i costi. Donne chiamate a recitare un copione, a tenere fede a delle aspettative, a sacrificare tutto in nome della maternità.

Guai a chi non sappia adeguarsi. Guai a chi deve indossare un abito angusto, seppure adorno di tutte le bellezze del mondo. Donne così finiscono male. Sole, diseredate, folli. Malate incurabili, da tenere in gabbia. Da evitare. Donne che è preferibile vedere morte, piuttosto che libere di mostrare al mondo la loro insofferenza.

Madri bollate da un cancro incurabile, che è destinato ad infettare anche l’innocente che hanno loro malgrado messo al mondo.

Blythe deve lottare con questo demone quando a sua volta diverrà madre. Blythe non vuole assomigliare a Cecilia, sua madre, e a Etta, sua nonna. Entrambe madri cattive, malate,  folli. Madri incuranti dei loro figli, che troppo presto hanno lasciato la scena, consegnandoli ad un mondo ottuso e intransigente.

Eppure dovrà piegarsi fin da subìto ad un destino avverso. E nell’infelicità che ne deriva, è Blythe che è colpevole. Di non essere amorevole. Di non dedicarsi anima e corpo alla bambina. Di non essere paziente.

Quando tutto imploderà, gli equilibri familiari sono saltati da un pezzo. Blythe è sola e dovrà ricostruire la propria vita. Dovrà fare pace con se stessa, con i suoi ricordi. Ricostruire il rapporto sfilacciato con Violet e accettare la fine del suo matrimonio.

In un processo di accettazione e di crescita, che la porterà faccia a faccia con una verità spaventosa.

Quale sia la morale di questo romanzo?

Innanzitutto che la figura materna è pregna di un coacervo di luoghi comuni e di obblighi. Ma prima ancora, ci rammenta, semmai ce ne fosse bisogno,  la necessità di scindere la donna dalla madre. E di accettare che non tutte le donne vogliano vestire i panni del sacrificio e dell’abnegazione. Insomma, di tutto ciò che secoli di storia hanno gettato sulle spalli delle donne, che sono sante o streghe. Virtuose o meretrici. Senza una via di mezzo. Solo ai concetti estremi, dove è assai difficile trovare il proprio ruolo.

E poi, ci insegna quanto sia pesante il fardello di crescere con una madre che non si è votata esclusivamente al benessere del figlio. Un ruolo esigente, che vuole la madre annullarsi completamente nel suo ruolo, accantonando tutto ciò che la distoglierebbe da questo.

Ecco, dove l’istinto materno latita, c’è un figlio che cresce zoppo, amputato. Un figlio incompleto, che, se donna, rischia fortemente di generare un altro essere incompleto, e via e via in una ripetizione infinita.

Infine, questo romanzo ribadisce quanto sia difficile la missione di crescere un figlio, in una società ancora profondamente maschilista. Sulla donna ricadono tutti gli obblighi e tutti i doveri, che deve assolvere alla perfezione e con un sorriso stampato sulla faccia, indelebile e impassibile.

Con una scrittura coinvolgente ed intima, Ashley Audrain entra in punta di piedi ma con enorme fragore nel mondo delle donne. Distrugge con grande leggerezza più di uno stereotipo e ha il coraggio di assumere una posizione scomoda e dissacrante nei confronti della maternità, urlando a squarciagola la necessità di dare sostegno alle donne e alle madri del nostro tempo, riabilitando, al tempo stesso, le donne e le madri del passato.

Le donne che leggeranno questo romanzo si riconosceranno in queste madri, vittime del pregiudizio e di svariati tipi di meschinità.

Gli uomini, invece, imparino ad amare le donne della loro vita. A sostenerle e a celebrarle. A credere nel loro infallibile istinto. A sorreggerle quando il loro passo si farà incerto. Perché il mondo ha bisogno delle donne. E ha bisogno che siano amate e realizzate.

L’autrice

Ashley Audrain vive a Toronto. Ha lavorato a lungo come capo ufficio stampa di Penguin Books Canada. La spinta, il suo primo romanzo, ha conquistato gli editori di tutto il mondo: è in corso di traduzione in 34 paesi e i diritti televisivi sono stati acquisiti dai produttori di C’era una volta a… Hollywood.

  • Casa Editrice: Rizzoli
  • Traduzione: Isabella Zani
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 348