IL TAGLIO DELL’ANGELO di Claudio Coletta

Hai ragione”, disse Lorenzo divertito, “a volte l’apparenza delle cose confonde il giusto ordine di importanza. Succede anche a noi medici, corriamo dietro a un sintomo e perdiamo di vista la natura vera del male. E’ uno degli errori più gravi che possiamo commettere”.
Dire la stessa cosa di un investigatore, per esperienza”.
“Lo vedi che i nostri mestieri si assomigliano? L’ho sempre pensato, ed è per questo che chiamo te, quando ho bisogno di aiuto”.
“Allora la colpa è mia”, commentò Domenicucci con grande serietà, “che ti ho dato retta ancora una volta”.

Trama

Un medical thriller costruito alla perfezione, i cui protagonisti dovranno fare i conti con la propria coscienza, prima di poter affrontare la verità.

Una notte, il cadavere di un uomo viene ritrovato impiccato a una gru in un cantiere della metropolitana di Roma. Lorenzo Baroldi, primario di Medicina in un grande ospedale della capitale, non segue la cronaca, specialmente ora che la maggior parte del suo tempo è occupata dalla burocrazia e non ha neanche modo di seguire i suoi pazienti come vorrebbe. Nel reparto, poi, è appena capitato un caso che ha scosso la sua coscienza di medico, un ragazzo di colore morto all’improvviso in maniera sconcertante e inspiegabile. A questo strano evento Baroldi ne collega altri sentiti riportare dai suoi colleghi, episodi troppo simili tra loro per non avere qualcosa in comune, tutti decessi di giovani africani apparentemente in buona salute. Il dottor Baroldi vuole vederci chiaro, soprattutto quando emerge un collegamento fra queste morti misteriose e la recente scomparsa di un biologo. Ma non può farlo da solo e per questo chiama in aiuto un suo vecchio amico, l’ispettore di polizia Nario Domenicucci, lo stesso con cui in passato ha condiviso una pericolosa indagine al Policlinico, quando ancora era uno studente di Medicina. In questo nuovo romanzo pieno di tensione, Claudio Coletta affronta temi delicati e di grande attualità confermandosi un autore raffinato e capace di dar vita a meccanismi narrativi complessi, per un giallo d’ambientazione ospedaliera in cui la trama è soppesata con la cura e l’equilibrio di un classico.


Recensione

L’abbacinante ebrezza dei contrasti. Il bene e il male. Il lecito e l’illecito. Il giusto e l’errato.

Perdersi in questi labirinti, nel dilemma della scelta che incalza. Una decisione da prendere, una via da imboccare, giunti al bivio. Una opinione da esprimere, da affermare.  Ci capita spesso, vero?

Cosa comanda le nostre scelte quando le opzioni in gioco sono entrambe giuste, legittime, buone?

Il tema della scelta è al centro di questo libro. Ed è un medico che deve scegliere. Un uomo di scienza, che dovrebbe avere in pugno tutte le risposte giuste. Ma che invece decide di intraprendere la via più ardua, quella piena di insidie, quella pericolosa ma anche bellissima e affascinante della ricerca della verità.

Una richiesta che giunge dalla voce di chi siede ai margini del mondo, inutile essere umano, pedina di un gioco crudele. Un essere umano che non desta alcun interesse. Al contrario, suscita sdegno e rabbia e indifferenza.

Eppure Lorenzo Baroldi, un uomo che dalla vita ha avuto tutto, decide di scavare a fondo per scoprire i motivi di alcune morti. E si imbatte in un muro di gomma, in cui tuttavia inciderà una fenditura. Dalla quale esce la luce.

Il senso di umanità, di dovere verso la scienza medica, lo porterà a scoprire una verità scomoda e crudele, che ribadisce, se mai ce ne fosse bisogno, la forza di una casta nei confronti dei deboli. Di chi cerca disperatamente il suo posto nel mondo e che pur di averlo si mette in gioco, puntando la sua unica moneta su un solo numero. Sperando che esca. Sperando che la roulette della vita sia magnanima, che gli possa restituire quel briciolo di buona sorte di cui ha disperatamente bisogno. Una volta sola e poi più. Dopo continuerà da solo a lottare, per una vita migliore.

“Il taglio dell’angelo” già nel titolo allude alla imparzialità del destino. Allude al concetto di uguaglianza tra tutti gli uomini, che solo il destino, che è ingovernabile, governa. Senza favori, senza vantaggi per nessuno.

L’immagine che l’autore invoca nel romanzo è quella dell’Arcangelo Gabriele che sfodera la spada in cima alla tomba dell’Imperatore Adriano, simbolo del paganesimo. Un gesto che fece cessare l’epidemia di peste che imperversava a Roma, alla fine del sesto secolo. Un gesto che, proprio come la peste, che falcia ricchi e poveri, colpevoli e innocenti alla stessa maniera, è imparziale.

Il dilemma che il protagonista dovrà sciogliere, l’ennesima scelta da compiere, mina le fondamenta di questo assunto. Non esiste un uomo che possa contare sul taglio dell’angelo, sull’imparzialità del destino o sulla giustizia di un Dio che ci sovrasta e ci consola, ma tante pedine che il destino ha assegnato in luoghi diversi, dove splende il sole oppure imperversa l’uragano.

Esiste però un uomo che può denunciare questa disparità e lottare affinché le differenze si assottiglino sempre più. Una crociata stancate, pericola, spesso vana. Ma che restituisce la consapevolezza di vivere in un mondo ingiusto, in cui la legge del più forte miete da sempre vittime innocenti. Un mondo ingiusto che tuttavia possiamo provare a cambiare, denunciando, sfondando muri ostili, rinunciando alla nostra intoccabile comodità.

“Il taglio dell’angelo” è un thriller disseminato di personaggi positivi, di uomini e donne che mettono i loro principi avanti a tutto. Una lettura appassionante, che non teme di mettere a nudo verità scomode e che scandaglia il fenomeno dell’immigrazione clandestina con compassione e sentimento. Un libro ben scritto, che ci riconcilia con la nostra natura di essere umani fallaci ma pieni di buone intenzioni.

Claudio Coletta mette al servizio del lettore le sue competenze mediche e ci emoziona con il suo desiderio di raccontare le complessità dell’esistenza nelle sue infinite declinazioni. Il risultato è un ottimo thriller, dai ritmi incalzanti, in cui l’uomo si riappropria della sua umanità e la mette al servizio della verità.

Una lettura terapeutica, che qualifica la professione medica mettendola nella giusta luce: quella di chi predilige l’uomo alla malattia, il male e la sua natura al sintomo da curare.


L’autore

Claudio Coletta è cardiologo e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. È stato membro della giuria internazionale del Rome Film Fest nel 2007. I suoi romanzi precedenti, pubblicati tutti con Sellerio, sono Viale del Policlinico (Premio Azzeccagarbugli opera prima 2011), Amstel blues (2014), Il manoscritto di Dante (2016) e Prima della neve (2019).


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: DarkSide
  • Genere: thriller
  • pagine: 196

UN LUPO NELLA STANZA di Amélie Cordonnier


Sembrava stesse aspettando lei. L’ha notato per caso dopo aver riaccompagnato a casa Daphné a pomeriggio inoltrato. Era esposto in vetrina. E il negozio era aperto di domenica. Doppio miracolo. Un pigiama grigio a pois bianchi delizioso, con muffole integrate alle maniche. “E’ una tutina antigraffio in caso di varicella o eczema” le ha spiegato la commessa prima di mostrarle dei body concepiti con lo stesso sistema. Esther li ha trovati troppo carini. E allora ne ha comprati tre per tipo. Taglia nove mesi. Perfetti per nascondere le mani di Alban anche in casa. E decisamente meno sospetti dei guanti.

Trama

Lei è felice e appagata: ha un bel lavoro e un marito amorevole, è madre di Esther e, da pochi mesi, anche di Alban. Un giorno nota una macchiolina scura sul collo del piccolo e, preoccupata, chiede consiglio al pediatra che la tranquillizza: è solo una leggera pigmentazione. Ma le macchioline aumentano, e l’inquietudine cresce. Fino al responso, definitivo e spiazzante: Alban è mulatto. Incredula, si rivolge a suo padre per essere rassicurata: e l’uomo, dopo trentacinque anni, trova il coraggio di ammettere una verità che le toglie di colpo ogni certezza, lasciandola impreparata e sola ad affrontare i pregiudizi che lei stessa non sapeva di nutrire. E mentre la pelle di Alban cambia colore, dentro di lei infuria una terribile resa dei conti con quel bambino, simbolo delle bugie in cui è stata cresciuta e dell’amore che le è stato negato.

Con una lingua ritmata e sonora, Amélie Cordonnier scrive un romanzo incalzante come un thriller, in bilico tra dramma e commedia; e mette in discussione i miti fragili dell’amore materno e dell’identità, illuminando il momento in cui la paura di non essere accettati si placa come un lupo ammansito, per cedere il posto a una nuova tenerezza.

Questo libro è per chi vorrebbe trovare una parola per definire il “silenzio degli odori”, per chi ha amato l’atmosfera raffinata e irriverente di Cena tra amici, per chi ogni volta aspetta di essere sull’uscio di casa per confessare i suoi pensieri più profondi, e per chi vive nella fiducia che, anche dopo le notti più buie e spaventose, l’alba torni sempre al suo posto.


Recensione

Un libro sulla maternità, direte voi. Si, ma non solo. In questo romanzo essere madri è solo un mezzo, probabilmente quello più efficace, di arrivare al cuore della questione: l’identità.

Un tema dirompente, che ci tocca tutti da vicino. Che riguarda noi stessi, ma anche chi ci sta accanto.

In questo romanzo la voce potente di Amélie Cordonnier ci conduce ad esplorare i danni e le conseguenze della consapevolezza, che giunge improvvisa a confonderci, di non essere chi crediamo di essere e di dover accettare che un nostro figlio sia il frutto capriccioso di una confusione, di un miscuglio pericoloso e arbitrario.

Un lampo in un cielo che credevamo sereno. Una spada che penzola, inesorabile e beffarda, sulla nostra testa. Un romanzo che ci lascia attoniti e impreparati. Che parla della morte di un amore, quello più forte e più istintivo, che c’era, forte, invincibile, conosciuto e riconoscibile, è ad un tratto non c’è più. E non solo. Accanto a questa assenza, c’è il rifiuto, la paura, l’aberrazione. E il terrore di dover gestire questo coacervo di emozioni negative e malvagie.

Il ritmo è di quelli che non lascia scampo. Cadenzato, ossessivo, incalzante. Un flusso incessante di parole, una voragine di pensieri che corrono come luce. Pensieri vorticosi risucchiati dall’ occhio di un ciclone che induce a cadervi, nell’arrendevole rassegnazione di chi fronteggia qualcosa di enorme e di inaccettabile.

“Un lupo nella stanza” è un racconto intimo e doloroso. Un calvario, potrei definirlo, che una madre affronta da sola con i demoni del suo passato e con il peso di una rivelazione che riguarda la sua vita.

Una donna e una madre istruita, realizzata, aperta, ragionevole, intelligente. Una madre attenta, affettuosa, organizzata, consapevole, determinata. Eppure cadrà nel tranello del pregiudizio, della paura di non essere capace di amare, nel rifiuto dell’evidenza. E sarà vergogna. Vergogna di avere paura e vergogna di avere vergogna. Sarà un imbuto stretto e asfissiante, che ci chiama e in cui cadiamo a peso morto. Non si può risalire lungo quelle sue pareti scivolose e irte. Gli sforzi sono enormi e inutili. Le unghie si spezzano, il fiato manca, i muscoli bruciano dallo sforzo, inutile e sfiancante.

Inutile dire che questa lettura mi ha schiacciata e presa in ostaggio. Leggere questo romanzo è stato difficile, eppure non riuscivo a staccarmi dalle sue pagine. Perché immedesimarsi nella madre di Esther e di Alban è stato fin troppo facile. Non è stato solo l’accettazione della diversità di Alban, ma anche e soprattutto interiorizzare gli eventi di un passato molto lontano, che in qualche modo hanno minato le fondamenta della sua vita, che lei sapeva solide e ferme. E che invece sono improvvisamente diventate sabbie mobili, ad inghiottirla, tirarla giù, verso una morte orribile ma al tempo stesso desiderata.

Poi, ad un certo punto, lei ha cessato di cadere. Si è scossa dal fango che attanagliava la sua gola. Ha lavato i capelli che sono tornati morbidi ad incorniciare uno sguardo che è di nuovo limpido, anche se lambito da un’ombra di stanchezza. Il lupo, che ringhiava minaccioso da una distanza ravvicinata, ad un tratto si è ammansito. Non più il rifiuto, ma l’accettazione e la forza che ritorna nelle vene, a darci la volontà di lottare contro il pregiudizio.

Rifletto se sia un istinto che ci salva dai vortici dei nostri pensieri cattivi.

Ma capisco che un epilogo salvifico è ciò di cui avevo bisogno. Per riappropriarmi della fiducia verso la figura materna. Eternamente messa alla prova. Costantemente sotto giudizio. Mai perfetta. Sempre discutibile. Sotto accusa, sotto assedio, sotto pressione.

La madre di Esther e di Alban non sfugge a questa gogna. Ma lei si salva da sola. Affidandosi all’istinto. Mettendosi nelle mani di una legge vecchia come il mondo, che a volte condanna ma che in questo caso salva.

Una storia che spacca le coscienze, che si insinua come un tarlo nella nostra vita, dentro alle nostre convinzioni, crepando le nostre labili certezze. E non possiamo evitare di chiederci “io cosa avrei fatto? Come avrei reagito?”.

Amélie Cordonnier ci regala una parabola sull’accettazione, che suona quasi biblica. Una storia forte, da leggere tutta di un fiato. Che fa riflettere sui tarli che la maternità trascina con sé e sulla necessità, per una madre, di ergersi a baluardo della sua progenie. Nel bene e nel male.


L’autrice

Amélie Cordonnier è una giornalista e scrittrice francese, responsabile della sezione culturale della rivista Femme Actuelle. Un lupo nella stanza è il suo secondo romanzo, dopo l’esordio con L’amore malato (Gremese 2020).


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione:
  • Francesca Bononi
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 254

EMIGRANTE PER DILETTO di Robert Louis Stevenson


Siamo tutti pronti a ridere dell’aratore in mezzo ai Signori; bisognerebbe però immaginarsi il Signore in mezzo agli aratori.

Trama

In questo breve testo, Stevenson racconta alcuni episodi del suo viaggio verso l’America intrapreso nel 1879. Una volta lasciato il porto di Glasgow, l’autore si immerge nelle storie della gente che incontra nella terza classe della nave, riflettendo, con l’occhio critico dell’intellettuale, sui possibili motivi che hanno portato i suoi connazionali a lasciare il Regno Unito alla volta degli Stati Uniti. Il risultato è una fotografia nitida e critica delle condizioni sociali e della classe lavoratrice scozzese in epoca vittoriana.


Recensione

Leggere o rileggere questi scrigni provenienti dal passato è una vera gioia per gli occhi. Alla casa editrice 13Lab va il pregio di riportare alla luce delle vere e proprie chicche; molti nomi altisonanti della letteratura (accenno solo a Alcott, Gogol, Conan Doyle, Hoffmann e adesso anche Stevenson) vivono una nuova primavera grazie alle pubblicazioni di questa casa editrice, che rispolvera i loro scritti meno noti e ci li regala, a rinverdire le nostre memorie e a rinnovare il piacere di rileggere dei classici intramontabili.

Robert Louis Stevenson, padre dei celeberrimi “L’isola del tesoro” e  “Dottor Jekill e Mr. Hyde”, fu anche un acuto e curioso narratore di racconti di viaggio, che, nell’epoca in cui visse, erano più simili ad avventurose odissee che ai subitanei trasferimenti lampo a cui siamo abituati oggi, veri e propri salti nel tempo che annullano in toto l’esperienza della migrazione intesa come passaggio.

In “Emigranti per diletto” l’espressione del viaggio come esperienza totalizzante e come mezzo di condivisione raggiunge il suo apice. Stevenson fa del viaggio il pretesto per regalarci uno spaccato dell’epoca in cui visse. Stevenson descrive minuziosamente i suoi compagni di viaggio, il loro modo di vivere, di pensare, i loro vizi e virtù e per farlo meglio viaggia in seconda classe, nella pancia materna e lugubre di un piroscafo che attraverso l’Atlantico verso l’America.

Dalle profondità dei corridoi maleodoranti e dai ponti esterni spazzati dal vento, l’autore ci mostra i suoi compagni di viaggio, i loro sogni di emigranti e la loro vita, misera eppure ricca di molteplici spunti vividi e sorprendenti. Stevenson ottiene dalle vite di questi viaggiatori uno studio sociologico piuttosto illuminato, estrapolando una serie di riflessioni sulle distinzioni di classe e più in generale sulla pregnante dignità, saggezza e pigrizia dei poveri.  Ne esce un quadro insolito e progressista della filosofia di vita del terzo stato, catalizzatore inaspettato di enormi ricchezze quali la capacità narrativa, la gentilezza, la generosità, la pazienza. Ma anche, d’altro canto, una gretta e semplicistica rappresentazione dei suoi mali, risolvibili, a parere della classe lavoratrice, solamente con una Rivoluzione. Rivoluzione da farsi senza il suo apporto ma solo per mezzo di un improvviso e devastante evento esterno grazie al qual poter continuare a rimanere rispettabili e pigri.

Stevenson riassume con questo concetto anche la scelta e l’aspirazione di emigrare in America, riuscendo a dare al lettore un quadro lucidissimo della società del tempo, che risulta ancora molto attuale.

“Emigrante per diletto” non è assolutamente, dunque, solo un resoconto di viaggio, ma anche e soprattutto uno studio efficacissimo delle condizioni sociali della società vittoriana, gradevolissimo da leggere e utile per approfondire un pezzo della nostra storia.


L’autore

Robert Louis Stevenson nacque a Edimburgo nel 1850. Influenzato dai classici francesi e interessato alla storia scozzese, cominciò la propria carriera di scrittore. Nel 1883 pubblicò “The treasure island”, seguito qualche anno più tardi da un altro capolavoro, “The doctor Jekill abd Mr. Hyde” (1886). Oltre che alle note opere di narrativa, Stevenson si concentrò anche sulla stesura di alcuni racconti di viaggio, come “Across the plains”(1892)  e “The amateur emigrant”, pubblicato nel 1895, anno della morte dello scrittore.


  • Casa Editrice: 13Lab Milano
  • Traduzione: Daniele Cassis
  • Genere: classici
  • Pagine: 135

L’ISOLA DELLE ANIME di Johanna Holmstrom


“A volte penso che sia una sfortuna nascere donna. Deboli fisicamente, ma allo stesso tempo seducenti per gli uomini. Cos’ seducenti da renderli deboli nella testa, ma in generale la forza non manca loro quando si prendono ciò che vogliono. E non fa differenza quanto sia forte una donna, perché un uomo è sempre più forte; né quanto lei sia buona, o coraggiosa, o chi sia o da dove venga. Riusciranno sempre a buttarla a terra  e approfittare di lei. E poi lei striscerà nel fango, che si trovi in alto o in basso“.

Trama

Finlandia, 1891. Una notte, ai primi di ottobre, una barchetta scivola sull’acqua nera del fiume Aura. A bordo, Kristina, una giovane contadina, rema controcorrente per riportare a casa i suoi due bambini raggomitolati sul fondo dell’imbarcazione. Le mani dolenti e le labbra imperlate di sudore, rientra a casa stanchissima e si addormenta in fretta. Solo il giorno dopo arriva, terribile e impietosa, la consapevolezza del crimine commesso: durante il tragitto ha calato nell’acqua densa e scura i suoi due piccoli, come fossero zavorra di cui liberarsi.

La giovane donna viene mandata su un’isoletta al limite estremo dell’arcipelago, dove si erge un edificio, un blocco in stile liberty con lo steccato che corre tutt’attorno e gli spessi muri di pietra che trasudano freddo. È Själö, un manicomio per donne ritenute incurabili. Un luogo di reclusione da cui in poche se ne vanno, dopo esservi entrate.

Dopo quarant’anni l’edificio è ancora lì ad accogliere altre donne «incurabili»: Martha, Karin, Gretel e Olga. Sfilano davanti agli occhi di Sigrid, l’infermiera, la «nuova». I capelli cadono intorno ai piedi in lunghi festoni e poi vengono spazzati via, si apre la cartella clinica della paziente, ma non c’è alcuna cura, solo la custodia. Un giorno arriva Elli, una giovane donna che, con la sua imprevedibilità, porta scompiglio tra le mura di Själö. Nella casa di correzione dove era stata rinchiusa in seguito alla condanna per furti ripetuti, vagabondaggio, offesa al pudore, violenza, rapina, minacce e possesso di arma da taglio, aveva aggredito le altre detenute senza preavviso. Mordeva, hanno detto, e graffiava.

L’infermiera Sigrid diventa il legame tra Kristina ed Elli, tra il vecchio e il nuovo. Ma, fuori dalle mura di Själö la guerra infuria in Europa e presto toccherà le coste dell’isola di Åbo.

Magnifico romanzo che muove da un luogo realmente esistito, L’isola delle anime è una commovente storia sul prezzo che le donne devono pagare per la loro libertà. Un inno alla solidarietà, all’amore e alla speranza.


Recensione

Sono stata inghiottita dalle pagine di questo romanzo immediatamente, fitte di una prosa trascinante, che non lascia scampo. Cadenzata, ferma, illuminata. Dolorosamente minuziosa. Parole capaci di inchiodarti senza che sia necessario scendere a patti con il bisogno di destare sensazione. Tanti racconti di sofferenza, di esclusione, di paura, di stanchezza e di solitudine. Racconti di donne, messe ai margini, lasciate sole a gestire qualcosa di spaventosamente grande. Racconti che scavano nel passato ma che non si fatica a contestualizzare nel nostro presente, che non è mai del tutto pronto ad accogliere le mille sfaccettature dell’essere donna.

Perché nelle tragedie di queste donne del passato è facilissimo rivedersi. Poiché le loro storie sofferte non sono molto cambiate da allora. Depressione, solitudine, inadeguatezza, traumi, disagi e abusi. Allora, come adesso.  Adesso, come allora, risulta così semplice puntare il dito. Condannare invece di comprendere.

Escludere e punire invece di accogliere e comprendere.

Le storie delle donne di Sjalo sono scritte con un inchiostro rosso, salato di lacrime e vermiglio di sangue.

Sjalo è un luogo di correzione. Un ospedale psichiatrico dove si praticano metodi discutibili per guarire le anime di donne e ragazze, la cui vita è stata annientata dalla colpa. Infanticidio, omicidio, lussuria, follia, depressione. Donne e ragazze accusate anche solo di essere diverse. Troppo allegre o troppo tristi. Troppo belle o troppo esuberanti. Vite spezzate da vicende impietose e piegate dagli abusi. Vite annientate, messe a tacere. Donne lasciate sole a cercare di sopravvivere senza mezzi, senza niente.

Kristina è una di queste. La follia di un attimo ha distrutto la sua vita e quella dei suoi bambini. Nessuno si è mai preso cura di lei, né i genitori, né il compagno. Nessuno si è preso la briga di parlarle. Nessuno si è accorto di lei e della sua sofferenza.

E poi c’è Elli, rifiutata dai propri genitori a causa della sua condotta scandalosa, che vuole disperatamente andarsene da quel luogo di non ritorno. Disposta ad accettare l’impensabile pur di lasciare Sjalo.

Le loro storie, come quelle delle loro compagne di sventura, toccano il cuore in profondità, a rappresentare la sottile linea che divide la lucidità dalla follia. A volte è un giudice impietoso a decidere dove stia questo confine, mentre  spesso proprio il caso a stabilire se ci si trovi da una parte o dall’altra.

Eppure ognuna di queste donne ha in sé un mondo intero, fatto di rimpianti, di dolcezza, di incredulità e di speranza. I ricordi della loro infanzia, di un amore rubato, della dolcezza di un abbraccio. Il rimorso di una scelta sbagliata e la consapevolezza di essere state lasciate sole a decidere, dentro ad un purgatorio che non ha fine.

Non c’è perdono, non c’è espiazione, solo l’impotenza di non potersi difendere, di non poter esprimere il proprio disagio e la propria sofferenza.

Johanna Holmstrom ci consegna un diario intimo, crudele e sofferto in cui troneggia l’impotenza e le difficoltà di essere donne, in un’epoca che prende le mosse sul finire del XIX secolo fino alla metà del secolo scorso. E mentre tutto cambia intorno alle donne di Sjalo e la guerra imperversa e distrugge vite umane, tutto rimane altrimenti immutato. Un tunnel buio e interminabile dove tuttavia brilla una tenue luce.

Il finale restituisce una lacrima di umanità alla storie di queste donne. A quelle che sono rimaste in vita, che non si sono lasciate piegare.

Un romanzo crudo e crudele che scuote gli animi di chi si affaccia dentro alle sue storie. Un’opera davvero indimenticabile, piena di una sensibilità che taglia la pelle in profondità, la dove il sangue è più scuro e più denso. Una trama che si snoda tra presente e passato e che scandaglia gli animi delle protagoniste con la spietatezza di un coltello affilato e la rude dolcezza di una carezza che consola e rinfranca.

La penna di Johanna Holmstrom trasuda pietà e dispensa l’assoluzione dei peccati. Una penna che sa cosa sia la compassione e che non teme di sviscerare luci ed ombre dell’anima di una donna.

Del resto chi meglio di una donna conosce la tirannia di dover essere sempre presenti a se stesse, senza passi falsi. Johanna Holmstrom canta la dannazione di essere donne, oggi come ieri. Una condanna che non può che urlare e palesare la sua forza e che non si consuma dietro le sbarre ma dentro il silenzio e l’invisibilità. Ai margini. In solitudine.


L’autrice

Johanna Holmström è nata nel 1981 e cresciuta a Sibbo sulla costa meridionale della Finlandia di lingua svedese. Dal suo debutto a 22 anni, ha vinto il premio letterario Svenska Dagbladet e il premio letterario svedese YLE.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Valeria Gorla
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 368

BEETHOVEN di Rocco Di Campli

La nostra storia comincia in una serata di dicembre di due secoli e mezzo fa, nella città di Bonn, dentro a una palazzina in stile barocco. Siamo al numero 515 di Bonngasse. La città ha appena dato i natali a Ludwif Van Beethoven ma non è ancora pronta ad accogliere nel grembo questo figlio d’arte, non è ancora consapevole di cosa stia davvero succedendo.

Trama

Ludwig Van Beethoven fu uno dei più grandi geni mai esistiti, secondo l’opinione di molti, il più grande musicista di tutti i tempi. Il suo contributo fu inestimabile, la parabola artistica inseparabile dal suo percorso umano. Beethoven fu il primo musicista “indipendente” della storia. Compose per sé, non per i committenti, e per esprimere i palpiti segreti dell’anima. Ponendo se stesso al centro della propria opera, divenne una figura eroica, riversando nella musica i propri affanni personali e trasformandoli in un messaggio di pace e di speranza universale. Questo volume è un viaggio per accostarci a Beethoven, scandagliandone l’animo e le sfaccettature della complessa personalità. A partire dalla descrizione delle caratteristiche fisiche, attraverso la ritrattistica e le testimonianze di personaggi coevi (come Rossini), conosceremo il Maestro affrontando vari aspetti della sua esistenza: il quadro storico, le vicende politiche, gli amori, le amicizie, il coinvolgimento con gli ideali illuministi, gli slanci emotivi e gli influssi sui futuri romantici.


Recensione

Di Beethoven è stato scritto tantissimo. Genio assoluto della musica, uomo dalla vita tormentata, burbero, caparbio, destinato all’immortalità. Una vita consacrata all’arte della musica. Un musicista geniale e trasgressivo, che il destino ripaga con la sordità, quasi a sottolineare la natura divina delle sue note, mescolate in combinazioni sublimi e irripetibili, così meravigliose da accostarsi alla perfezione o alla magia, rifuggendo la matrice umana, rigettata appunto dalla sordità del suo illuminato artefice.

Un artista assoluto, che ha rivoluzionato la musica, che ha creato suoni mai ascoltati prima da orecchio umano. Un artista immortale, la cui musica viaggia nello spazio dentro alla capsula del tempo delle sonde Voyager, ad indicare l’eccellenza e l’estasi che un uomo può essere in grado di produrre. Un uomo che in vita fu tormentato da molti tarli e che adoperò la musica per scacciarli, consapevole di avere tutti i mezzi per rivoluzionare il mondo dei suoni e la concezione stessa di musica.

Questa biografia, accurata ed entusiasmante, mostra tuttavia alcuni lati inediti proprio per la sua struttura.

Il susseguirsi dei capitoli, che segue un preciso schema cronologico. L’abbondanza di riferimenti storici, così pregnanti per l’intera vita del musicista, che fu anche interessato e conoscitore degli eventi politici del tempo. Costellata da riferimenti testuali e bibliografici e da citazione di personaggi coevi al maestro. Con la precisa evidenza dell’intera produzione artistica del periodo. Rocco Di Campli fa davvero un lavoro certosino e si immerge nell’intima quotidianità di un genio, che subì l’indigenza economica e che mai conquistò una relazione amorosa duratura e stabile, mancanza che compensò consacrando alla musica l’intera sua vita.

Una biografia che riesce a tenere alta l’attenzione di chi legge dall’inizio alla fine, grazie alla freschezza della prosa utilizzata, alle curiosità e agli aneddoti che sovente propone al lettore e, non ultima, alla passione e all’entusiasmo dell’autore che traspare dalle pagine senza alcuna remora. Un entusiasmo e una passione altamente contagiosi.

Del resto la vita di Beethoven è affascinante. Non solo per la genialità e la meraviglia della sua produzione artistica,  ma per la sua complessità e la sua tragedia. Immaginarsi di comporre musica immortale non potendola ascoltare. Creare musica sentendola da dentro, immaginandola, è un concetto che sfiora l’assurdo e che racchiude l’intensità e la unicità di questo genio assoluto.

Rocco di Campli riesce nell’intento di scrivere l’ennesima biografia di Beethoven con grande maestria e freschezza regalando al lettore anche dei focus delle sue opere, in particolare  le nove sinfonie, ma anche le sue sonate. Insomma, Di Campli riesce a confezionare un’opera completa e ben fatta, che si legge con facilità e profondo interesse. Certo, non si nega che questo sia anche merito del protagonista, un artista poliedrico e tormentato. Ma ciò non toglie il valore di questa biografia, che è davvero un’opera completa, che merita di essere letta.

Il risultato della lettura è un’empatia istantanea verso Beethoven, le sue debolezze e le sue incredibili virtù. Di Campli riesce nell’impresa di umanizzare questo sublime e immortale genio musicale, di avvicinarlo al lettore, di spogliarlo di un’aura di perfezione che non ha mai avuto nella realtà. Una sorta di riabilitazione di un genio per restituirlo alla sua dimensione umana.


L’autore

Rocco Di Campli. Ingegnere meccanico, coltiva da sempre la sua passione per la musica sinfonica. La storia e la musica di Beethoven lo hanno coinvolto da sempre, fino a farlo diventare un profondo esperto. Ha tenuto conferenze sulla figura del grande musicista.


  • Casa Editrice: Diarkos
  • Genere: biografia
  • Pagine: 474

UN ESPERIMENTO D’AMORE di Hilary Mantel


Nella nostra generazione, cresciuta negli anni Sessanta, abbiamo sviluppato in fretta una doppia vita. Eravamo donne vestite da bambine, atee che andavano a Messa, vergini in via ufficiale e libertine de facto. Non era un inganno; era dualismo. Ci siamo cresciute dentro. Carne e spirito, ambizione e umiltà.

Trama

Carmel McBain è figlia unica di genitori cattolici di origine irlandese appartenenti alla classe operaia. Rispetto a ciò che la vita nella loro desolata cittadina ha da offrire, sua madre per lei aspira a qualcosa di più: ha grandi ambizioni per la figlia, ed è determinata a superare le rigide barriere sociali dell’Inghilterra. E così spinge Carmel a ottenere una borsa di studio per la scuola del convento locale e poi a sostenere gli esami per un posto alla London University. E Carmel non la delude. Ma il successo ha un prezzo non indifferente: Carmel comincia un viaggio solitario che la porterà il più lontano possibile da dove è partita, sradicandola dai legami di classe e luogo, di famiglia e di fede. In fondo, sradicandola da se stessa. Nella Londra di fine anni Sessanta, sperimentando un passo alla volta la libertà, si confronterà con preoccupazioni del tutto nuove – sesso, politica, cibo e fertilità – e si troverà coinvolta in una grottesca tragedia.

Un romanzo inedito di Hilary Mantel: l’autrice della monumentale trilogia sui Tudor si allontana dalla narrativa storica per addentrarsi in territori squisitamente contemporanei raccontando luci e ombre dell’amicizia al femminile fra complicità, gelosie, crudeltà autoinflitte. Con l’acume che la contraddistingue Hilary Mantel esamina la grande sfida imposta dalla società alle giovani donne: ragazze che desiderano il potere degli uomini ma temono di abbandonare ciò che è appropriato per loro, mentre vengono spinte a eccellere, ma sempre senza emergere troppo.


Recensione

Essere donne è una sfida esaltante ma estremamente faticosa. Lo è adesso come lo era qualche decennio fa, quando la liberazione sessuale iniziava a farsi strada e il movimento femminista era all’apice della lotta contro il preconcetto e le convenzioni.

Mai come in questo frizzante e amaro romanzo si ha la percezione chiara di cosa potesse significare crescere alla fine degli anni sessanta. Stare in bilico tra ambizione e consuetudine, tra dogmi religiosi e pulsioni di vario tipo, non ultime quelle legate al sesso.

Attraverso la forma colloquiale e intima del diario, Carmel racconta la sua vita, dai primi anni dell’infanzia fino all’università, passando per gli anni critici e incerti della pubertà, dell’adolescenza e della prima giovinezza.

Siamo alla fine degli anni sessanta e il mondo è in fermento: i giovani hanno attraversato la fase della contestazione, le ragazze hanno indossato jeans e minigonne, abbracciato fedi politiche nuove, infilato sigarette tra le labbra. Hanno scoperto di avere un corpo attraverso il quale cogliere il piacere. Grazie al quale hanno imparato ad esercitare un potere indicibile nei confronti dell’altro sesso. Si sono affacciate a nuove concezioni di vita, in cui la necessità di una cultura si fa pregnante. Dove l’ambizione a ricoprire professioni cruciali è del tutto normale. Frequentano l’università, fanno l’amore, prendono le prime pillole anticoncezionali, perché il sesso, seppure imprescindibile, ha pur sempre in sé il terribile spauracchio di una gravidanza indesiderata. Le ragazze prendono la pillola e non sanno esattamente come nascono i bambini, perché di questi argomenti ancora non si può parlare liberamente.

Le giovani donne del tempo sanno di aver tra le mani un enorme potere ma non sanno ancora bene come usarlo a loro beneficio. Perché i retaggi del passato sono macigni da spostare e con essi le credenze religiose, dettami che vogliono soffocare le naturali inclinazioni giovanili e che invece finiscono per renderle ancora più attraenti.

L’autrice srotola la vita di Carmel con grande accuratezza, decisa a fornirci l’esatto quadro familiare e sociale della protagonista. Cresciuta in una famiglia appena poco più che indigente, con una madre burbera e assediata dal bisogno di primeggiare e un padre inesistente, che passa il tempo libero a comporre puzzle e che cesserà di guardare Carmel come figlia a partire dal suo menarca.

Carmel dovrà fare proprie le manie di grandezza della madre. Frequenterà una scuola cattolica grazie a una borsa di studio, che otterrà per compiacerla e andrà all’università per gli stessi motivi, decisa a essere una brava studentessa. Nella vita di Carmel e delle sue compagne non c’è che lo studio e il bisogno di essere sempre all’altezza delle aspettative. Ma la loro è un’ambizione castrata dalla consapevolezza che comunque dovranno trovarsi un marito, crescere i figli e aspirare al massimo a fare l’insegnante o l’infermiera. Perché alla fine non si sfugge al destino di essere femmina, anche se si ha una laurea.

La vita universitaria, tuttavia, offre a Carmel e alle altre una via di fuga dal loro passato familiare. L’aria che respirano sa di libertà e con essa arriveranno la politica, la trasgressione, il sesso, la contraccezione.

E’ un’aria piena di ossigeno ma anche di inquietudine e di difficoltà a ritrovarsi e a riconoscersi. Ognuna di loro troverà il suo antidoto all’incertezza e all’ignoranza e la scoperta non sarà indenne da traumi. Il prezzo da pagare per un soffio di indipendenza sarà altissimo e i risvolti delle dinamiche che si creeranno tra le compagne saranno tragici e grotteschi.

Se ne ricava un senso di impotenza. Come se una molla potentissima ci trascinasse comunque indietro, al punto di partenza, nonostante gli sforzi enormi per allontanarsene.

Hilary Mantel costruisce una storia che lascia l’amaro in bocca, nonostante spesso ci faccia anche sorridere. Difficile non ritrovarsi nei drammi esistenziali di queste ragazze degli anni Sessanta, perché sono gli stessi drammi che in qualche misura chi è un po’ più grande ha in qualche modo vissuto.

Mi riferisco alla crudele dicotomia che emerge dall’ osare senza volerlo fare davvero. Dal cambiamento che eccita e che spaventa al tempo stesso. Dalla voglia di tagliare con il passato e dal timore di infrangere tabù difficili da sradicare, quelli che poi ti bruciano e ti annientano.

La storia delle donne è spesso un percorso a dente di sega: un passo avanti e due indietro; quell’incedere faticoso e malato che alla fine ti fa desistere. Che ti riporta verso il matrimonio, i figli e la sicurezza di una casa, le cui pareti sono gabbie dorate dalle quali guardare senza essere viste.

Carmel ripensa alla sua vita proprio da quelle sbarre e la fa con amarezza,  con un senso di incompiuto e di inutilità. Le lacrime, il dolore, la perdita sono tutte cose da mettere in conto, per poi tirare una somma.

E in questa somma sta la grandezza e l’inutilità di essere donna. Stanno i tentativi fatti per mordere la vita, dove è più tenera e succosa. Sta una vittoria o una sconfitta. A seconda se le braccia robuste e graffianti dell’abitudine sono riuscite a trascinarci in gabbia oppure no. A seconda se abbiamo dato motivo al rimpianto di farsi grande e schiacciante.

Con una prosa asciutta e a tratti ironica e crudele,  Hilary Mantel ci consegna il testamento di Carmel McBain, che visse una giovinezza coraggiosa e appagante, che vide parecchi sogni infrangersi e la sua ingenuità sgretolarsi sotto i colpi della realtà. Lei si salvò, in qualche modo, dai graffi delle sue esperienze ma vide soccombere più di una persona.

Un ritratto di una società bigotta che tenta con ogni mezzo di non farle vedere l’orizzonte, inducendola a tenere lo sguardo a terra, perché la luce non giunga ad accecarla. Che la luce divampi, però, dipende solo da noi, questo ci è sempre stato chiaro. Carmel è tutte noi.


L’autrice

Nata nel Derbyshire nel 1952, Hilary Mantel ha scritto tredici romanzi, fra i quali spicca la fortunata trilogia sulla dinastia Tudor, composta da Wolf Hall, Anna Bolena, una questione di famiglia (entrambi insigniti del Man Booker Prize) e Lo specchio e la luce. Dai primi due volumi la BBC ha tratto l’apprezzata serie tv Wolf Hall, che ha vinto il Golden Globe 2016 come miglior miniserie. Oltre alla trilogia, Fazi Editore ha pubblicato anche La storia segreta della Rivoluzione, imponente opera in tre volumi sulla Rivoluzione francese, Al di là del nero, una commedia nera di ambientazione contemporanea, e Otto mesi a Ghazzah Street, romanzo di stampo autobiografico ambientato nel mondo saudita.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduttrice: Giuseppina Oneto
  • Data di uscita: 6 maggio 2021

LA TERZA VITA DI GRANGE COPELAND di Alice Walker


Non le avrebbe mai detto che la terra sulla quale lei posava i piedi, e che un giorno sarebbe stata sua, era stata comprata con sangue e lacrime. Non gliel’avrebbe mai detto perché lei avrebbe potuto credergli, e perché con Ruth aveva imparato una lezione inestimabile sull’odio: che l’odio si poteva insegnare solo ispirandolo.

Trama

Schiacciato dai debiti e mosso dal proprio carattere intemperante e autodistruttivo, il mezzadro di colore Grange Copeland lascia la moglie e il figlio Brownfield per cercare fortuna al Nord. Anni dopo, sconfitto per la seconda volta nella sua ricerca di una vita migliore, fa ritorno nella contea di Baker, in Georgia, solo per scoprire le terribili conseguenze degli errori del passato: ora Brownfield ha a sua volta una moglie e delle figlie, sulle quali sfoga brutalmente le frustrazioni dell’abbandono e della povertà. In un mondo in cui l’ingiustizia e il ciclo della violenza sembrano non avere mai fine, sarà il legame con la nipotina Ruth a restituire a Grange il rispetto di sé e a fargli riscoprire il valore dell’amore e della compassione.

Ispirato a un fatto realmente accaduto, La terza vita di Grange Copeland è il romanzo d’esordio di Alice Walker: una saga familiare commovente e senza tempo, che annuncia molti dei temi più cari all’autrice. Nell’idillio tra Grange e Ruth, nei loro dialoghi «filosofici» su Dio e sulla società, sulla bellezza e sulla libertà umana, il lettore riconoscerà un’eco delle indimenticabili pagine dedicate a Celie e Shug, le protagoniste del Colore viola.


Recensione

Quando Alice Walker scrive il suo primo romanzo molti dei temi che affronta in “La terza vita di Grange Copeland” sono ben lungi dall’essere risolti. Negli anni sessanta l’America vive ancora lo scempio della segregazione razziale, che nel sud è ancora più radicata, nonostante si assista sempre con più frequenza ai primi vagiti della contestazione che prenderà forza solo successivamente.

Questo per sottolineare che “La terza vita di Grange Copeland”  va necessariamente contestualizzato in un momento storico di enorme sofferenza per le persone di colore (e per le menti progressiste in genere), le quali, mentre pian piano prendono coscienza della loro situazione, sono tuttavia schiacciate a terra da secoli di sottomissione.

Questo romanzo è una lettura necessaria. Per comprendere la storia recente e anche per cogliere l’enorme forza dirompente e l’incredibile coraggio di questa storia.

Una storia tenuta insieme dall’odio, potentissimo collante. Oscuro movente di violenza e di abbrutimento. Causa ed effetto di una condizione di vita che cede il passo alla schiavitù, mutuandone le mosse e i fatti.

L’odio dei bianchi verso i neri e dei neri verso i bianchi. L’odio di chi ti tiene in pugno. Di chi ti schiaccia come un insetto. Di chi non ti vede e non sente il tuo grido di dolore.

L’odio annienta l’uomo che perde la sua connotazione principale: la dignità. L’odio scatena solo altro odio, che va a riversarsi sui propri simili, mettendo in scena una catena maligna e ininterrotta di violenza.

Grange Copeland vive in una situazione di perenne oppressione. Costretto la lavorare duramente per pochi spiccioli, a vivere in una baracca di lamiera, incendiata dal sole in estate e sferzata dal gelo in inverno, a sopravvivere a stento, lottando con la fame e gli stenti. La vita giorno dopo giorno gli toglie tutto e lo induce a sfogare la sua frustrazione sulla moglie e sul figlioletto Brownfield.

Nemmeno la fuga verso il Nord placherà l’odio di Grange. Anni dopo, quando tornerà a casa, avrà l’amara sorpresa di trovare il figlio stretto dentro la stessa spirale di odio e di rabbia.

La storia, come spesso accade, si ripete. Ma Grange troverà la forza di cambiare. Grazie alla vicinanza della nipotina Ruth, Grange diventerà un altro, ergendosi a scudo per la piccola Ruth.

“La terza vita di Grange Copeland è una storia di rinascita. Grange compie un piccolo miracolo arrivando a capire che l’odio e la violenza sono in fondo armi che gli sparano contro. L’amore, la comprensione, la vicinanza sono invece i mezzi che porteranno le persone di colore alla consapevolezza dei propri diritti.

Una prosa potente, che non teme di incrinare gli animi reazionari dell’America del tempo e che giunge fino a noi con la stessa forza e la stessa capacità di sorprendere di allora. Con lo stesso coraggio e la stessa determinazione.

Alice Walker spezza molte catene con le sue parole, forse ancor più che con la forza. Alice Walker urla il suo messaggio con efficacia e dipinge senza fatica un mondo buio, gretto, che sembra aver perso qualsiasi umanità. Con la voce graffiante di chi ha affrontato i demoni del pregiudizio, riesce a far ammutolire chiunque si accosti al suo libro, rappresentando ciò che di più abbietto possa esistere.

Un romanzo dirompente che instilla dolore senza risparmiare niente e che mostra al mondo gli effetti devastanti dell’odio, che abbrutisce l’uomo e lo trasforma in una bestia sanguinaria.

Eppure in fondo al tunnel si intravede una fiammella: è l’amore di Grange per Ruth. E’ la consapevolezza dei propri errori, che hanno assecondato i peggiori istinti del proprio carnefice. E’ la presa di coscienza che insieme si può lottare; che la propria voce, seppur debole, diventa un coro assordante se unita alla voce dei propri simili. E’ il poter credere che al mondo può esserci ancora un briciolo di amore.


L’autrice

Alice Walker è nata nel 1944 a Eatonton, in Georgia. Autrice di oltre trenta libri fra romanzi, racconti, saggi e raccolte di poesie, è nota anche per il suo impegno femminista e pacifista. In italiano sono già apparsi Non puoi tenere sottomessa una donna in gamba (Frassinelli), Il tempio del mio spirito, Possedere il segreto della gioia e Nella luce del sorriso di mio padre (Rizzoli), e Non restare muti (Nottetempo). Per SUR, dopo Il colore viola, sono di prossima pubblicazione anche i suoi primi due romanzi, La terza vita di Grange Copeland (1970) e Meridian (1976).


  • Casa Editrice: Sur Edizioni
  • Traduzione: Andreina Lombardi Bom
  • Data di uscita: marzo 2021
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 356

INTERVISTA A VALENTINA MIRA, AUTRICE DI “X”

X di Valentina Mira

  1. Ciao Valentina,

ti ringrazio di aver accettato di essere intervistata.

Ho letto il tuo romanzo “X” e ne ho parlato sul mio blog (link in didascalia), nel giorno della sua uscita in libreria.

Mi sono sentita subito attratta dalle tue parole e dalla tua impellenza di condividere con il pubblico la tua esperienza. Vorrei che, in primis, fossi tu a raccontare il tuo romanzo, in estrema sintesi.

Ciao! Intanto grazie a te, sia per aver deciso di leggere “X” sia per averne voluto parlare. In realtà tratta una pluralità di argomenti, dalla differenza tra fratellanza e cameratismo alla precarietà che caratterizza (non solo, ma anche) la generazione a cui appartengo, i cosiddetti Millennial. Ma soprattutto parla di violenza maschile, in una maniera che volevo fosse il contrario della retorica. Ho deciso di lasciare il mio nome alla protagonista, nonostante i mille dubbi e un milione e mezzo di paure a riguardo, per una scelta che esula la letteratura ed è invece politica: ero e sono stanca di una narrazione che vuole che chi ha subito uno stupro debba vergognarsi di dirlo ad alta voce. La vergogna non è la mia, non è la nostra; è la loro. “X” parla di come la violenza si dipana dalla famiglia alla scuola – passando per uno stupro, per l’appunto – per finire col mondo del lavoro, ma anche e soprattutto parla di resistenza. Della necessità di riscoprirne il valore, a livello sia individuale che collettivo.

  • Cosa spinge una donna a raccontarsi in modo tanto intimo? Cosa ti ha indotto a rendere di dominio pubblico un evento tanto traumatico? In altre parole, perché scriverne? E perché  in prima persona?

Credo che il silenzio su certi argomenti faccia sentire sole molte persone. Di sicuro tutte quelle che hanno vissuto esperienze del genere. Ricordo che il 90% degli stupri non vengono denunciati, per cui è evidente che c’è un problema di paura, di omertà, un muro di silenzio e di vergogna che fa comodo solo a chi violenta e non a chi viene violentata. Credo che non ci sia niente di vergognoso a dire che ti hanno fatto qualcosa di brutto, di qualunque cosa si tratti. Ho deciso di scriverne per molti motivi, solo alcuni hanno a che fare con la mia necessità di elaborare determinati fatti. Un altro di questi motivi ha a che fare col desiderio di far sentire capite e meno sole persone che non riescono neanche a dire ad alta voce quello che è successo loro, perché la società non ti prepara ad affrontare questo genere di situazioni, al massimo ti colpevolizza. Io non sono una moralista, e nei libri apprezzo l’onestà. Ho cercato solo di restituire alla letteratura quello che ha fatto per me, dandomi una mappa per orientarmi anche in assenza di stelle.

  • Il rapporto tra uomo e donna è, storicamente, un rapporto di supremazia, basato, quasi del tutto, sull’uso della forza. Ma vi è anche  l’impatto dirompente di credenze religiose e di stereotipi che vogliono la donna non solo sottomessa ma anche morigerata, modesta e accondiscendente verso le pulsioni sessuali dell’uomo. La donna accoglie queste pulsioni ma non deve provocarle.

Il suo ruolo di madre, inoltre, la pone da sempre su una sorta di piedistallo, dal quale però è estremamente facile cadere.

Questo stereotipo induce a mio avviso in errore e può essere la causa dell’atteggiamento estremamente retrogrado del legislatore nei confronti dello stupro. Cosa ne pensi?

Forse ti stupirò, ma non credo che la legge sia il problema, quanto allo stupro. Per quanto riguarda i tempi, la legge 69 del 2019 dà 12 mesi per la denuncia, e eventualità come aver abusato di persone che avevano bevuto ed erano in uno stato di minorata difesa sono delle aggravanti. Non credo, per una volta, che sia il legislatore il problema. Il problema è culturale, psicologico e sociale. Mi spiego: non essendoci né una corretta comunicazione sul tema, né l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, non solo non c’è prevenzione (nessuno insegna ai maschi che “no significa no”, e che non è che si chiama stupro solo se mi minacci con un coltello, per capirci), ma soprattutto non viene detto alle donne come comportarsi in caso di stupro. Perché è vero che hai 12 mesi per denunciare, ma hai pochissimi giorni – due o tre – per raccogliere le prove fisiche e psicologiche dello stupro. Questo tipo di prontezza, se nessuno ti dice che devi averla, se nessuno ti dice che è l’unico modo per sperare di vincere una causa per stupro e di non perdere tempo e soldi e uscirne ancora più malconcia, non c’è. Non credo si risolva tutto con leggi migliori, in questo caso il problema è più complesso e ci sarebbe bisogno di una soluzione più complessa. Quanto agli stereotipi che enumeravi, non potrei dirmi più d’accordo.

  • Sullo stupro,  delle due una e perché:
  •  accettazione o rifiuto?
  • Perdono o vendetta?
  • Ricordare o dimenticare?
  • Colpa o assoluzione?
  • Corpo o anima?
  • Denuncia o silenzio?
  • Rabbia o rassegnazione?
  • Solidarietà o condanna?

Uh, questa è difficile. Tra accettazione e rifiuto ti dico accettazione, è l’unico modo per andare avanti. Tra perdono e vendetta ti direi nessuna delle due, la retorica cattolica del perdono anche in assenza di scuse mi ha personalmente stancata; ti direi vendetta ma francamente non stuprerò mai un uomo, e vendetta sarebbe quello, non un libro. Tra ricordare e dimenticare, ricordare; anche se è più difficile, alla lunga ti permette di imparare qualcosa da quello che è successo. Tra colpa e assoluzione, di nuovo, non sceglierei nessuna delle due. Semplicemente perché la colpa è un altro concetto cattolico e le preferisco il concetto più maturo e meno moraleggiante di responsabilità; ma neanche l’assoluzione mi convince. Entrambe cadono dall’alto, e sarà che io in alto non ci sono mai stata né mi ci sono sentita, ma ho grande antipatia per chi pensa di poter accollare colpe o assoluzioni. Tra corpo e anima (che bella e difficile questa domanda), anche qui io scelgo entrambi. Siamo un òlos, si direbbe in greco, una totalità, ed è forse – a volte penso – proprio dalla scissione di corpo e anima che nascono un sacco di problemi. Tra denuncia e silenzio scelgo denuncia, ieri sceglievo silenzio, e rispetto entrambe le decisioni mentre non sopporto la retorica social del “denunciate!”: se non conosci i pericoli di denunciare, non far sentire ancora peggio chi ha scelto di non farlo. Tra rabbia e rassegnazione scelgo la rabbia: soprattutto quella collettiva può cambiare le cose. Tra solidarietà e condanna ovviamente scelgo la solidarietà. Con le condanne ci fai poco, mentre la solidarietà ti salva la vita.

  • Il tuo romanzo, uscito per Fandango Libri il 22 aprile, ha fatto già molto parlare di sé, anche perché ha visto la luce in un momento delicato, in cui, in tutta la nostra penisola, si parla dell’ennesimo stupro e si fatica a chiamarlo con il proprio nome.

Cosa deve cambiare nel pensiero comune  e anche nell’impianto legislativo per aiutare le vittime di stupro ad ottenere giustizia?

Molte cose. Ovviamente io faccio la scrittrice, non ho la risposta in pugno. Ma posso azzardare un’interpretazione. Intanto deve crollare il tabù sullo stupro: devi poterlo dire senza paura che ti colpevolizzino rigirando la frittata. Perché avvenga questo è importante sia il lavoro culturale (e allora libri, film, serie tv), sia l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Trovo terrificante che nel 2021 i e le presidi si rifiutino di introdurre l’educazione sessuale con delle scuse che fanno cascare le braccia. Se non sai cos’è uno stupro non riesci neanche a dirlo ad alta voce. Poi, come dicevo, le leggi non sono neanche eccessivamente problematiche, mi pare. Al contrario: penso alla convenzione di Istanbul, che l’Italia insieme ad altri paesi ha firmato e che prevede che gli Stati s’impegnino per garantire tutta una serie di misure per la lotta alla violenza patriarcale. Esempio concreto: secondo la convenzione di Istanbul, la città di Roma dovrebbe avere circa 300 posti per donne che sono uscite da situazioni di violenza. La realtà? Il Comune mette a disposizione solo 20 posti. Non solo non vengono rispettate le leggi, quindi, dalle istituzioni stesse, ma non è dimenticabile che – rimanendo nel caso romano – la prima sindaca donna di Roma ha pure provato più volte a sgomberare le case delle donne che, in assenza di osservazione della convenzione, si sono organizzate da sole. Penso a Lucha y Siesta. Evidentemente la scelta di far arrivare una percentuale delle vendite di “X” a Lucha (se si acquista dal sito di Fandango) era per schierarsi in questo senso.

  • Cosa è cambiato/ cosa ti aspetti che cambierà nella tua vita dopo l’uscita del tuo romanzo?

Bella domanda! Non ne ho idea. Non sono passate neanche due settimane, per cui ti posso dire com’è cambiata fino adesso. È cambiata nel senso che ho realizzato il mio sogno d’infanzia, diventare scrittrice, e questo mi rende felice e mi fa pensare che tante difficoltà, anche lavorative, non siano venute invano, che forse siano finite o almeno messe in stand by. Sto respirando. E poi ti dico una cosa scema: era tanto che non cantavo, ma pure da sola, in macchina. E invece adesso è strano, è come se aver ritrovato la mia voce con “X” fosse qualcosa di più che simbolico, come se fosse qualcosa di materiale, di pratico. Insomma, mi sento una cifra la sirenetta di Andersen che però ha smesso di scegliere l’uomo, o gli uomini, e si è ripresa la voce che aveva dato via. E canto di nuovo. Tornando alla tua domanda su corpo e anima, forse la mia ferita si è finalmente ricomposta.


  • TITOLO: X
  • AUTORE: VALENTINA MIRA
  • CASA EDITRICE: FANDANGO LIBRI
  • PAGINE: 192

RIVIERA di Valentino Ronchi


Marianna Delfini, per sua natura, era un ospite garbato del mondo. A questo garbo va collegata la sua bellezza, probabilmente inadeguata alla Riviera Patrizia dei primi dell’Ottocento e al suo splendore da quadro, ma indubbiamente affine a quest’ultima Riviera di ultimo Novecento, inquieta e dimessa, distaccata, lontana, straordinariamente viva.

Trama

Marianna Delfini nasce nella periferia di Milano. Non in una periferia qualunque, però, ma in Riviera: un angolo defilato della città, sotto la tangenziale, dove lungo l’argine del canale sorge una fila di villette ordinate che osservano placide lo scorrere delle stagioni. In modo tranquillo e defilato scorre anche la vita di Marianna, una bambina quieta e dolce che abita con i genitori e i nonni materni. La famiglia Delfini ha vissuto per generazioni lungo questa pittoresca sponda e, mentre Marianna cresce facendo i conti con le piccole gioie e gli inevitabili dolori di un’esistenza, il passato ogni tanto si riaffaccia per ricordare anche agli adulti com’è stato crescere e formare una famiglia. La migliore amica, la zia girovaga, la scuola, il primo amore, ma anche l’amara ingiustizia del lutto: le giornate della bella Marianna, insieme a quelle di chi le sta attorno, sono scandite e ricomposte come i riflessi della Riviera sulle acque del canale, attraverso una narrazione estremamente dettagliata che si sofferma con abilità sui momenti essenziali di una vita come tante, e quindi proprio per questo irripetibile e unica.

Prova letteraria importante per il poeta Valentino Ronchi, Riviera è un romanzo delicato e costruito con grande cura. La vita di una famiglia nella periferia milanese, i cui piccoli attimi quotidiani sono raccontati con amore e gusto per i particolari, è illuminata dalla straordinaria sensibilità stilistica dell’autore che dimostra qui la sua spiccata e assoluta capacità di osservazione.


Recensione

Una vita come tante. Che inizia e finisce. E nel mentre vive, insieme ad altri milioni di persone, persa nel suo piccolo mondo, quasi ignara di essere una goccia nel mare, un soffio di vita in un oceano di altre vite, abbandonate in altri luoghi, ad altri pensieri. Inconsapevoli, il più delle volte, di condividere questo pianeta distratto con milioni di altre vite, sulle quali è completamente folle pensare di elevarsi o dalle quali potersi distinguere.

Mi è sembrato questo l’intento e l’ambizione di Valentino Ronchi. Accettare che ogni vita seppur unica sia sicuramente insignificante e ininfluente sulle sorti del mondo. Accettare l’oblio dell’esistenza di milioni di persone, che vivono vite apparentemente identiche. Che si distinguono solo per i loro pensieri, quelli che rimangono, spesso, intrappolati nel pudore e nella convinzione che non siano di interesse per gli altri.

Vite intere che durano un soffio e che non lasciano traccia alcuna.

Questa consapevolezza contiene quanto di più crudele si possa concepire. Perché l’uomo, nella sua microscopica vanagloria, difficilmente arriverà ad ammettere questa verità. Ma l’abbondanza di persone su questo pigro pianeta finisce inevitabilmente per svilire l’utilità di ogni singolo uomo. L’abbondanza, per una sempre verificata legge economica, produce disutilità.

Marianna Delfini, sulla cui storia si incentra questo romanzo, non sfugge a questa legge. Seppure sia una creatura dotata di grande bellezza e di una indiscussa grazia.  Figlia unica di genitori benestanti, cresce tra i piccoli agi di una vita borghese, nella villa di famiglia sulle rive del Naviglio della Martesana, un  tempo luogo di pregio e di villeggiatura dei nobili milanesi di inizio Ottocento. Quando vive Marianna, sul finire del Novecento, la Riviera (come viene ironicamente chiamata dai milanesi) non è più che l’ombra di se stessa. Rimangono solo alcune ville  dell’epoca, a testimoniare il glorioso passato.

Gli abitanti della Riviera convivono con l’idea di decadenza che affligge il quartiere, un occhio rivolto al luccicante passato e l’altro socchiuso, a nascondere una ruga di sottile preoccupazione e di cupa tristezza.

Marianna è bellissima e a suo modo libera. Pur conducendo una vita ordinaria, bambina ubbidiente prima e adolescente studiosa dopo, non esita a mordere la vita quel tanto che le è concesso. Osserva i piccoli fallimenti  degli adulti che la circondano, stringe pochissime amicizie ma riesce a godere delle gioie del sesso in età precoce, vivendole con un candore e una naturalezza quasi anacronistici.

Marianna attraversa le generazioni della sua famiglia trasversalmente, rimanendo nei ranghi della buona creanza pur sviluppando una sua indipendenza di gesti e di pensieri. Marianna non delude le aspettative e assorbe come una spugna i caratteri ereditari dei suoi ascendenti, quasi a ripercorrerne le vite.

L’autore affonda nell’intimo di Marianna e di chi gli sta intorno, restituendoci una immagine delicata e soave di una ragazza di buona famiglia nell’età evolutiva. Marianna attraverserà tutte le tempeste legate all’età e rimarrà intatta, pura e incredibilmente autentica.

La straordinarietà di una vita ordinaria è l’idea protagonista di questo romanzo, lieve, intimo eppure audace al tempo stesso.

Una scrittura incantevole, che sottrae musicalità e atmosfere alla poesia. Una prosa soffusa, come la luce di una candela, che tuttavia acceca il lettore, imbrigliato dalla bramosia di vedersi rivelare un segreto o un cruccio dei personaggi.

Fino all’ultima pagina l’incanto che circonda la figura di Marianna non cesserà di suscitare interesse. Poi i riflettori si spegneranno, senza rimorsi. Il buio sarà in realtà una tenue penombra, che asciugherà ogni lacrima e sopporterà ogni angheria. E la vita volterà pagina. E si porterà avanti, nonostante tutto.


L’autore

Nato a Milano nel 1976, nel 2019 ha pubblicato per Fazi Editore il libro di poesie Buongiorno ragazzi (Premio Luciana Notari 2020). Le sue precedenti raccolte poetiche sono state L’epoca d’oro del cineromanzo (2016, Premio Carducci, Premio Fogazzaro e Premio Mauro Maconi) e Primo e parziale resoconto di una storia d’amore (2017, Premio Città di Fermo), entrambe uscite per nottetempo.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa italiana

X di Valentina Mira



Aspetto che quella stupida seppia che è la notte m’inchiostri gli occhi e soprattutto li inchiostri agli altri, a quelli che non devono vedere.

Trama

X è un romanzo e una lettera.

Valentina scrive al fratello con cui non parla da anni per raccontargli quello che ne è stato di lei e soprattutto quello che non ha avuto il coraggio di dirgli in passato.

Torna all’estate del 2010, l’estate della sua maturità. C’è una festa, alcol e nelle casse la musica degli ZetaZeroAlfa, band di riferimento di CasaPound. La musica l’ha messa G., amico di tutti lì, anche di Valentina, ottimo studente della scuola cattolica nonostante la celtica al collo (è pur sempre una croce, del resto, e in quell’ambiente non è grave quanto un orecchino indossato da un ragazzo).

G. quella notte diventa uno stupratore. Uno stupratore normale in un quartiere normale di un paese normale: nessun mostro, nessuna martire, nessun livido, solo un po’ di sangue sul letto. Valentina non lo denuncerà mai.

Esattamente come il novanta per cento delle donne che sono state violentate, quel danno resta taciuto per anni. Con un’unica eccezione, un solo confidente, suo fratello che tuttavia non le crede. Al contrario, si allontana da lei e rimane amico di G., lo stupratore.

Dopo quasi dieci anni Valentina decide di riprendersi la propria storia, di spezzare l’omertà e ribaltare la vergogna, dalla violentata al violentatore, restituendola a lui. È questo che ci racconta Valentina Mira in X: il tabù e lo stigma che accompagnano lo stupro, la violenza che porta a sentire il proprio corpo come estraneo.

La necessità di una reazione. Scrive un canto di Natale per il fratello che non le ha creduto, lo porta indietro con sé in quella festa di molti anni prima, e poi nel presente in cui nulla funziona perché la violenza è sistemica e non una sfortunata eccezione, infine in un futuro che vede nel diritto a difendersi e ad aggredire l’unica via.

Un romanzo di una forza e di una franchezza senza precedenti in cui la potenza letteraria e di racconto lascia disarmati.


Recensione

Il tabù, il rimosso. La croce sulla mappa dei pirati, la voglia di dissotterrare segreti.

Due strade che si incrociano.  Una farfalla. Una croce. Una incognita. Tutto questo è ciò che una X rappresenta. Un segno. Che ingloba in sé la consapevolezza di poter dire no.

X è un romanzo. Una storia, una confessione, un grido di aiuto. Un racconto, senza filtri. Una lettura che rompe qualcosa dentro, perché leggere di un dolore che non passa è un esercizio di resistenza e di coraggio.

Dire cosa sia questo romanzo non è facile, anche se per certi versi lo è: la storia di uno stupro. La volontà precisa di raccontare, di confessare, di puntare il dito. Di scuotersi di dosso il senso di colpa.

Ma circoscrivere tutta la forza di questo libro nel perimetro scarno di una confessione non è corretto.

Valentina Mira non racconta tanto per raccontare. Scrive, confessa, urla e si oppone al luogo comune che insegue e insudicia lo stupro, riducendolo ad una conseguenza di un comportamento errato e fuorviante.

Quello della donna,  che in qualche maniera ha provocato lo stupro. Con il suo sorriso, con l’ingenuità, con un abito, con un comportamento libero e accogliente, che viene frainteso dall’uomo.

Lo stupro di X non è scenografico. Niente minacce, niente coltelli. Niente botte. Nessuna violenza, tranne quella di entrare a forza in un corpo che ti respinge. Entrare senza chiedere. Entrare perché ormai si è ad un punto di non ritorno. Entrare, perché no? Entrare, non lo vuoi anche tu?

Un gesto, cieco e ottuso, che viene dipinto come inevitabile. Un gesto che è anche una punizione, per chi ha permesso all’uomo di fraintendere. Per colpa tua ho forzato il tuo corpo. Se tu non avessi sorriso, se tu non mi avessi baciato, io non avrei affondato la parte più ottusa di me dentro di te. E’ anche colpa tua, che lo hai permesso. Che lo hai reso possibile. Che hai creato aspettative e circostanze. E dopo che lo hai fatto, come puoi lamentartene? Come puoi incolparmi? Tu mi hai provocato. Cosa dovevo fare io?

Se tu non avessi fatto. Se tu non avessi detto. Se non avessi messo quella gonna. Se tu non avessi bevuto. Se, se, se. Se, come secoli di sottomissione della donna a questa crudele regola. Secoli di rassegnazione. Secoli di donne-streghe, da bruciare sul rogo.

Valentina Mira racconta di un prima e di un dopo, lasciando poche righe per descrivere lo stupro che ha subito a diciannove anni. Un gesto che non merita neanche il diritto di cronaca.

Valentina racconta di un travaglio che dura anni. Anni in cui convivere con il ricordo di un’offesa, di un male che non si è stati capaci di evitare.

Un male che si accosta sempre più vicino alla vergogna. Una vergogna che impone il silenzio. Che non si confessa, perché in fin dei conti non conviene. Parlare di uno stupro segna un confine nella vittima, dopo il quale niente sarà più come prima.

Valentina si chiude in se stessa e non sa riemergere dalla palude, che la inghiottisce giorno dopo giorno.

Valentina sconterà il rifiuto del cibo, l’offesa al suo stesso corpo, l’apatia e lo svilimento di se stessa.

Quando rinascerà lo farà senza quasi accorgersene. La rinascita accadrà, figlia di un gesto liberatorio e di una consapevolezza di sé che finalmente arriverà a lenire le sue ferite.

Questo libro serve per farci aprire gli occhi. Per farci sentire parte di un insieme. Per combattere il senso di colpa che segue sempre un abuso. Per farci tornare a guardarci allo specchio.

Parlare di uno stupro non è mai eccessivo. Parole così non sono mai troppe. Certo, sono parole a volte difficili da leggere. E anche da scrivere.

Ma è necessario farlo ed interiorizzarle, che a mettere la testa sotto la sabbia lo hanno già fatto in troppi. Ora è l’ora di guardarci in faccia. E’ l’ora di guarire. E’ l’ora di denunciare. E’ l’ora di capire che la colpa non è nostra. Come è necessario chiamare le cose con il loro nome.

Stupro, quando qualcuno assoggetta il nostro corpo al suo sordo e spietato piacere.

Stupratore, chi offende e svilisce il nostro corpo, usando la prepotenza per aprirvi una ferita. Che non smette mai di sanguinare.


L’autrice

Valentina Mira (Roma 1991) è laureata in Giurisprudenza. Ha fatto la rider, lavorato al call center e come cameriera mentre scriveva per vari giornali e siti, tra cui il manifesto e il Corriere della Sera. Tra 2017 e 2018 ha curato la pagina culturale del Romanista. X è il suo primo libro.


  • Casa Editrice: Famdango Libri
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 192