LA RAGAZZA A di Abigail Dean



E dormivamo anche noi, dormivamo sempre. L’inverno comprimeva le ore di luce. Evie si svegliava la notte e la tosse la squassava tutta, scuoteva le catene. – Torna a dormire – . Che altro potevo dirle? La lucidità mi stava abbandonando: dal buio vedevo emergere ogni tanto figure salvifiche. Recavano acqua, coperte, pane. A volte era la signorina Glade, altre volte zia Peggy. Mormoravano in lingue sconosciute che non capivo.
Qualche volta invece veniva Madre. Pensavo ai periodi in cui ci aveva amato di più, ovvero quando eravamo nel suo ventre, silenziosi, solo suoi, e lasciavo che mi accudisse così. Qualche volta ci portava latte, avanzi di cibo.  Ci imboccava. Altre volte aveva con sé una bacinella di plastica e un panno. S’inginocchiava vicino al letto e parlava dolcemente a se stessa, come fosse anche lei una bambina piccola. La sensazione del panno umido sulle membra, tra la mascella e lo stomaco, sulla pelle svuotata del seno e delle natiche – carne invecchiata anzitempo – e poi tra le gambe dove c’era sempre un disordine, una vergogna, come se il corpo non ce la facesse proprio a smettere di essere umano. In quei momenti di tenerezza mi rendevo conto di come poteva essere la resa: non pensare più a come fuggire, a come proteggere Evie, a come dimostrare quanto ero brava. Era inebriante, come scivolare piano in mezzo a lenzuola pulite.


Trama

Lex non vuole più pensare alla sua famiglia. Non vuole più pensare all’infanzia degli orrori. Non vuole più pensare a sé stessa come la Ragazza A, quella che era riuscita a scappare. Ma quando molti anni dopo sua madre muore lasciando la vecchia casa in eredità, la voragine del passato si spalanca di nuovo sotto i suoi piedi. Lex vorrebbe trasformare l’edificio in un luogo di pacificazione, ma per prima cosa deve fare i conti con i sei fratelli e con l’indicibile infanzia che hanno condiviso. Così, quella che comincia come un’adrenalinica storia di sopravvivenza e riscatto, diventa racconto di rivalità tra fratelli e alleanze ancestrali.


Recensione

I segreti che ci portiamo dentro, il nostro vissuto, sono pozzi insondabili dei quali spesso siamo i più integerrimi carcerieri. Timore, vergogna, traumi a volte ci impediscono di comprendere, di realizzare ciò che è accaduto, in un passato che sembra lontanissimo ma che in realtà non ci ha mai abbandonato.

A volte è un granello di sabbia che fa inceppare un meccanismo. Altre è un macigno, che lo schiaccia e lo disintegra. Granello o roccia, indipendentemente dalle loro dimensioni,  sanno essere dirompenti allo stesso modo e causare crepe insaldabili nella nostra vita.

L’essere umano è una creatura delicata, debole. Un niente lo incrina. Eppure è anche capace di sopportare l’insopportabile e di farlo con la forza di un uragano.

“La ragazza A” è la storia di una caduta e della estenuante risalita verso la luce. Una storia di perdite e di rinascite. La storia di chi si è opposto alla morte e ha continuato, nonostante tutto, a guardare avanti.


Quando non si ha neanche un nome che ci distingua. Quando la vita ci tradisce nel peggiore dei modi, distruggendo la nostra scintilla vitale. Un fiore che piega la sua corolla. Un filo d’erba schiacciato da un sasso. L’assenza di luce.  Lo stordimento, la sorpresa. E poi il dolore, l’incredulità. Nessuno da amare. Nessuno in cui credere. Il rifiuto. La ribellione che squarcia la pelle e il respiro. Perché io, perché a me. Non saper difendersi. Non riuscire a fuggire. Non trovare una spiegazione. Il sollievo di sapersi rassegnare. La carezza del sonno. L’oblio. La fine.

Dei bambini. La loro voglia di vivere, di scoprire, di sapere, di vedere, di mettersi alla prova. Ridotti in schiavitù da chi li doveva proteggere. Nel nome di un Dio impietoso, cattivo, vendicatore.

Cercare un confine che non si trova. Spingersi al limite. Via la luce, via il sole. Via il vento sulla faccia, una corsa a perdifiato. Via un libro da leggere, un sogno da inseguire. Via il futuro, il domani. Soli, tra quattro mura. Perdere l’orientamento. Sapersi perduti, senza poter essere salvati. E ancora lo stordimento di una sorda consapevolezza che si fa strada in te. Che fa a pugni con l’incredulità. Che va a braccetto con le tue colpe, che di colpe devi averne molte anche se sei solo un bambino. Non riuscire nemmeno a odiare.

Confusione. Dolore. Paura. Oblio. E negli sprazzi di lucidità cercare di stare vivi, aggrapparsi ad un pensiero. Meditare la fuga e poi tornare a disperare. Desiderare la morte e poco dopo sorprendersi ad ascoltare i rumori di casa tua, dove credevi di essere al sicuro, come dovrebbero essere tutti i figli.

Quand’è che si smette di pretendere ciò che ci spetta? Quand’è che si realizza di vivere in un incubo?

Quand’è che un bambino può chiamare le cose con il loro nome?

Forse quando è troppo tardi. Oppure quando l’istinto si ridesta e decidi che vuoi vivere.

“La ragazza A” non si descrive. Non si racconta, non si spiega. Il solo parlarne produce dolore.

La potenza di questa storia, il massacro della sua prosa, lo squarcio delle sue immagini è fuoco sulla pelle.

Un occhio rivolto ad un passato di orrori, un occhio al futuro, in un tempo in cui si cerca di ricostruire, o di dimenticare. Passato e presente si dividono la scena in questo romanzo che dilania. La ragazza A, quella che è riuscita a fuggire, racconta il suo inferno e quello dei suoi fratelli. Divisi dopo la tragedia, si sono tenuti in contatto come hanno potuto, ma adesso è necessario rivedersi, per decidere le sorti della casa che li ha visti bambini. Frugare in un fondale torbido smuove ricordi sopiti e fa venire a galla nuovi retroscena. Seppure invischiati in uno stagno di brutalità e di follia, i bambini hanno cercato la loro salvezza in modi diversi. Quando in gioco c’è la vita ogni mossa è lecita. Eppure alcune scoperte avranno il sapore della sconfitta, mentre altre scopriranno verità terribili.

La prosa di Abigail Dean prorompe fra le pagine e non ha nessuna intenzione di filtrare ciò che è scomodo o scandaloso. Scende impietosa nei recessi della mente e li sconvolge con ricordi, immagini, dolore e brutalità. Descrive l’abominio che certe esperienze lasciano dentro. Racconta le ambiguità e gli inganni che permettono ad una persona di andare avanti, anche se dentro ogni cosa si è rotta irrimediabilmente.

La penna scivola leggera come un rasoio sulla pelle e lascia cicatrici che sanguinano e che bruciano. Eppure non eccede mai. Semmai rimane neutra, quasi afona, nonostante strazi tutto ciò che incontra.

Difficilmente ci imbatteremo in qualcosa di simile. L’esordio della Dean è un punto fermo, attorno al quale gravita l’orrore di un’infanzia negata e la meravigliosa sensibilità di una penna illuminata.


L’autrice

Abigail Dean è una scrittrice di Manchester, che vive nel sud di Londra. Il suo primo romanzo, GIRL A , è stato pubblicato nel Regno Unito nel gennaio 2021 ed è stato subito un bestseller del Sunday Times.


  • Casa Editrice: Einaudi Editore
  • Collana: Stile Libero Big
  • Traduzione: Manuela Francescon
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 364

IL NASO di Nikolaj Gogol


 Spense la luce della stanza e continuò a riflettere che il suo era davvero un caso incomprensibile, diavolo. Se avesse perduto un bottone, un cucchiaino d’argento, un orologio o qualcosa di simile, si sarebbe potuto capire. Ma perdere, che cosa? Il naso? Diavolo! E a chi era sparito il naso?

Trama

In una San Pietroburgo che può essere intesa come attuale, il 25 marzo di un anno imprecisato, il barbiere Ivan Jakovlèvič trova un naso umano in una pagnotta. Se ne vuole disfare e su un ponte lo getta nelle acque del fiume Neva. Il maggiore Kovalèv si sveglia e non trova più il naso dove dovrebbe stare, in mezzo al volto. Esce da casa e vede il suo naso – lo stesso del barbiere – salire in carrozza. Segue il naso in una chiesa. L’avvicina. Parla con il suo naso antropomorfizzato. Il naso gli gira le spalle e se ne va. Kovalèv lo rincorre ed esce in strada. Il naso è scomparso. Kovalèv si fa accompagnare in carrozza dal capo della polizia, non lo trova, risale in vettura, si fa portare a un giornale dove vorrebbe pubblicare un annuncio. Non riesce a farlo e se ne va. Si reca dal commissario del quartiere. Non ne cava nulla anche là. Rincasa, è il tramonto. Mentre riflette, sopraggiunge trafelato un funzionario di polizia, gli porge il naso. L’hanno ritrovato! Sì, ma Kovalèv non riesce a riattaccare il naso. Chiama in aiuto un medico che abita nello stesso palazzo. Anche il medico desiste. È dunque impossibile riattaccare il benedetto naso? Il giorno dopo, Kovalèv scrive una lettera all’ufficialessa che riteneva fosse la responsabile della sparizione del naso. Le chiede di metterlo in grado di riattaccarlo… Intanto, la notizia del naso si è diffusa per l’intera città di San Pietroburgo. Siamo ormai arrivati al 7 aprile e riuscirà mai il nostro Kovalèv a rivedere in uno specchio il proprio organo dell’olfatto?


Recensione

Sospeso ironicamente tra il serio e il faceto, tra la favola e il racconto di denuncia, “Il naso” è un classico nella produzione letteraria di Nikolaj Gogol, poeta, scrittore e drammaturgo russo. Un racconto che spesso trova spazio nelle antologie scolastiche come esempio perfetto dei risultati esaltanti che si possono ottenere mescolando satira e surreale.

La storia è nota: un funzionario della Russia ante rivoluzione perde il suo naso in circostanze misteriose e con esso anche la sua credibilità, qualità che reputa indispensabile per mantenere il suo status di privilegiato. Solo affrontando diverse traversie riuscirà a riappropriarsene e a salvare la sua reputazione, debole e vacillante attributo che trova fondamento nell’arretratezza e nella superstizione della società russa di allora.

Le figure che attraversano il racconto, al lordo di quella del malcapitato Kolalèv, sono meravigliosi esempi di un periodo storico chiuso e retrogrado: il barbiere, donnaiolo impenitente, bugiardo e dedito all’alcol, l’ufficialessa superiore Palageja, tirannica matrona così temuta da kolalèv, i poliziotti, ciechi e corrotti, depositari di ogni forma di ingiustizia e di irragionevolezza e tutte le altre comparse, che esistono solo per ribadire che in Russia, ai tempi dello Zar, si è in balia di mille variabili impazzite, che non si possono in alcun modo governare, né  comprendere.

Gogol utilizza queste bieche e strampalate comparse per tratteggiare la società dell’epoca, noncurante delle minacce e delle pressioni che colpiscono anche la sua persona, così come quella di Kolalèv.

Ne esce un inno feroce e geniale del senso del ridicolo che spesso imprigiona l’uomo, vittima e a volte artefice dei capricci di un sentire così sottile e perfido come è la sensazione e il timore di rendersi, appunto ridicoli.

L’uomo è disposto a tutto pur di non cadere in un simile vespaio. Si illude, nega l’innegabile e cerca di riprendersi il proprio naso, che fugge improvvisamente per vestire i panni di un uomo in tutto e per tutto simile al suo stesso proprietario e ugualmente folle e irrazionale.

Con il naso finalmente tornato al suo posto ogni pericolo è scampato. Tutto si piò affrontare se si possiede un naso. Tutto diventa accettabile. Tutto si aggiusta, basta crederci.


  • Casa editrice: 13Lab Milano
  • Collana: MyosotiS
  • Genere: classico della letteratura russa
  • Traduzione: Giovanni Nebuloni
  • Pagine: 121

I RICORDI NON FANNO RUMORE vol 2 di Carmen Laterza


L’altra sera pensavamo insieme a quante vite ci sono in una sola, a come c’era sembrato eterno il tempo della guerra e senza speranza. Eravamo bambini e quello era l’unico modo che conoscevamo, senza sole. Ma forse è anche per quello che adesso tutto ci stupisce e ci sembra un miracolo.

Trama

Bianca è cresciuta, lavora a Pavia come cameriera nella casa della signora Cattaneo e nel tempo libero frequenta un corso di taglio e cucito. Un giorno al mercato conosce Arturo, un ragazzo sorridente e baldanzoso che la corteggia regalandole un fiore ogni volta che la incontra e la conquista con il suo ottimismo nei confronti della vita. Bianca e Arturo sono giovani e innamorati: si sposano e partono per la Svizzera, dove li attende un lavoro sicuro e la possibilità di costruire una famiglia insieme.

Dopo un’infanzia segnata dalle difficoltà della guerra e dall’aridità degli affetti, Bianca vive finalmente con serenità e guarda al futuro con speranza e determinazione. Anche quando le difficoltà della vita quotidiana in una terra straniera si rivelano maggiori del previsto, anche quando i soprusi che lei e Arturo devono sopportare come immigrati italiani in Svizzera rischiano di frenare l’entusiasmo o limitare i progetti, Bianca non cede allo sconforto e continua a guardare oltre, nel punto in cui – lei lo sa – la porterà la perfezione del loro amore.

Solo un nodo rimane irrisolto e doloroso nel suo cuore: l’inspiegabile abbandono da parte della madre tanti anni prima e la sua scomparsa misteriosa.

Con questo nuovo romanzo Carmen Laterza porta dunque avanti la storia di Bianca sullo sfondo di tempi e spazi nuovi, tra il laborioso dinamismo dell’Italia del dopoguerra in piena ricostruzione e la puntuale operosità delle fabbriche svizzere; ma uguale resta l’incredibile profondità, umana e narrativa, dei suoi personaggi femminili, straordinari modelli di forza e resilienza.


Recensione

Una storia semplice, che ci riporta indietro nel tempo, quando l’Italia e gli italiani si ridestavano dalle rovine della guerra e iniziavano a volgere lo sguardo al futuro, leccandosi le ferite ancora doloranti inflitte da orrori, perdite, paura e incertezza. La voglia di riscattarsi, il desiderio di essere felici, di realizzarsi, di sollevarsi dalla povertà e dall’ignoranza. Un periodo storico denso di speranza, l’anticamera del boom economico che travolgerà l’Italia poco dopo, segno tangibile dell’incredibile forza del popolo e della sua voglia di cambiare pagina.

La saga familiare di Carmen Laterza ha il sapore della speranza e l’ingenuità della giovinezza. Profuma di passato, di anni in cui bastava poco per essere felici. Un profumo che esala dalle pagine e che avvolge Bianca e chi gli sta vicino.

In questo secondo volume Bianca si affaccia all’età adulta. La perdita della madre, che crede ormai lontana e irraggiungibile, ha reso la sua adolescenza difficile, inghiottita dalle paludi dell’incertezza. Nonostante tutto però Bianca ha costruito la sua piccola esistenza: ha un lavoro e la vita le ha regalato nuovamente la vicinanza di Maria, l’amica d’infanzia che aveva lasciato a Milano durante la guerra.

Quando anche l’amore si affaccia nella sua vita, Bianca intravede i riflessi abbacinanti della felicità. Una nuova esistenza la aspetta in Svizzera. Ma anche nuove difficoltà, quelle che molti emigranti affrontano in quegli anni difficili: il sogno di potersi integrare, i pregiudizi, l’indigenza, sono spilli che pungono il suo cuore, che oscilla incerto tra la speranza e un inquieto senso di incompletezza, che nasce dalla consapevolezza di aver perduto per sempre l’affetto della madre, della quale non sa più niente.

La scrittura di Carmen Laterza è molto coinvolgente. La storia che costruisce rappresenta le nostre radici e ritaglia un vivido angolo di vita dentro alla nostra storia recente.

Le vicende di Bianca si sposano con il nostro vissuto e leggerle è un po’ come respirare un’aria familiare. Bianca incarna i sentimenti e i desideri delle donne italiane del dopoguerra. Donne che lottano contro una vita difficile, spesso relegate ai margini, discriminate e costrette a fare i conti con quei pregiudizi di genere che a lungo terranno la donna lontana da opportunità e considerazione sociale. Donne che appaiono deboli e spesso sopraffatte da destini avversi, ma che sanno sfoderare una forza dirompente che rompe gli argini dell’indifferenza e delle avversità.

Con grande maestria Carmen Laterza governa la trama e sa toccare i tasti giusti per incuriosire il lettore e lasciarlo in sospeso. L’autrice offre al lettore quello che mediamente desidera leggere: una storia pulita, in cui i buoni sentimenti vincono sulle avversità, attraverso un percorso sofferto e irto di ostacoli.

Sul finire di questo secondo capitolo sono diversi i nodi cruciali che rimangono da sciogliere. Ma non c’è niente da fare. Il libro finisce e il lettore può solo speculare su ciò che potrebbe accadere nel capitolo successivo. Io mi sarei fatta una mia idea… chissà se è quella giusta…

Arrivederci Bianca!


L’autrice

CARMEN LATERZA è nata e cresciuta a Pordenone, dove vive tuttora. Laureata in Lettere a indirizzo musicologico e diplomata in Pianoforte, per più di vent’anni ha lavorato come editor e ghostwriter, scrivendo e correggendo per gli altri testi di ogni tipo. Nota sui social con il nome di Libroza, a lungo ha fatto divulgazione sui temi della Scrittura Creativa e del Self Publishing.

Ora si dedica esclusivamente ai propri libri, che pubblica in modo indipendente con il marchio Libroza.


  • Libro autopubblicato (Libroza)
  • Genere: narrativa italisns
  • Pagine: 342

SOTTO LA FALCE di Jesmine Ward


E’ qui che si incontrano il passato e il futuro. E’ dopo l’aggressione del pitbull, dopo che mio padre se n’è andato, e dopo che il cuore di mia madre si è spezzato. Dopo i bulli in corridoio, dopo le barzellette sui negri, dopo che mio fratello mi disse quello che faceva mentre eravamo per strada. Dopo che mio padre ha avuto altri sei figli da quattro donne diverse, quindi dieci figli in tutto. Dopo che mia madre ha smesso di lavorare per una famiglia bianca con una villa sulla spiaggia e ha iniziato a lavorare per un’altra famiglia bianca con una grande casa sul bayou. Dopo due diplomi, dopo un paralizzante periodo di nostalgia e un tiepido fidanzato a Stanford. Prima di Ronald, prima di C.J. Prima di Demond, prima di  Rog. E’ qui che le mie due storie si uniscono. E’ l’estate del 2000. E’ l’ultima estate che passerò con mio fratello. E’ il cuore. E’ così. Ogni giorno, è così.

Trama

Dal 2000 al 2004, tra DeLisle e altre cittadine del delta del Mississippi, Jesmyn Ward ha visto morire cinque persone care, cinque amici tra cui suo fratello Joshua: morti per overdose, per incidenti connessi all’alcol, per omicidio o suicidio. Nel tentativo di combattere il dolore e dare un senso all’accaduto, Jesmyn Ward decide di raccontare la loro storia, segnata dall’amore profondo della comunità ma avvelenata dal razzismo endemico e soffocante di quelle terre, dalla mancanza di un’istruzione adeguata e dalla disoccupazione, dalla povertà che alimenta una sfortuna implacabile. Le vite dei cinque amici si legano a quella dell’autrice, che torna indietro nel tempo in cerca delle origini della famiglia e della gente di DeLisle. La verità che porta alla luce è feroce: in Mississippi il destino degli uomini è determinato dall’identità, dal colore della pelle, dalla classe sociale, senza possibilità di riscatto.

Sotto la falce è un memoir e un atto d’accusa, un racconto durissimo e commovente che diventa intimo e universale. Jesmyn Ward insegna come amare le proprie origini e lottare per liberarsene, e come vincere il dolore attraverso la letteratura per onorare i propri cari, restituendo loro la voce che in vita gli è stata negata.

Questo libro è per gli uomini caduti sotto la falce, che sono diventati i nostri fratelli.


Recensione

Leggere come sanguinare. Un colpo in faccia, a risvegliare quello che non vorremmo sentire.

Anni, decenni e secoli a nascondere. A nasconderci. A negare l’innegabile. A giustificare ciò che è inaccettabile.

Memoir come questo andrebbero letti, anzi prescritti, come una medicina.

Anche quando il male da curare è congenito. O incurabile. Una metastasi che corrode tutto ciò che tocca.

La questione razziale è annosa. Persino scontata. Per certi versi, come passata di moda, sovrastata da mille altri problemi, alcuni dei quali, inutile dirlo, trovano nel razzismo la loro matrice, la loro molla scatenante.

Jesmin Ward squarcia qualsiasi cosa incontri con il suo romanzo. Sentimenti, cose, persone. Leggere le sue parole è difficile, perché inevitabilmente ci si sente complici, finanche colpevoli delle orrende dinamiche che girano intorno al razzismo.

Jesmin Ward racconta la sua vita e le sue perdite. Una vita costretta fra le morse dei retaggi del passato. Frutto di un disagio che definirei cosmico, che spezza qualsiasi fiducia verso il futuro.

Nel sud degli Stati Uniti si viene al mondo sconfitti in partenza. La famiglia in cui nasci probabilmente si sfalderà, poiché tuo padre, sopraffatto dall’impotenza, troverò sfogo in uno dei tanti paradisi artificiali e lascerà tua madre a tirare su i figli, a sfiancarsi con lavori duri e sottopagati. Crescerai schivando i colpi dei bulli, fomentando il tuo senso di inadeguatezza e la consapevolezza che probabilmente non combinerai niente di buono. Lascerai la scuola troppo presto, perché nessuno si interesserà a te, ai tuoi voti, al tuo benessere psicologico.  Sarai l’ennesimo ragazzo di colore destinato a incrementare il numero dei piccoli criminali e dei drogati. E se diventerai tossico o spacciatore, nessuno ne sarà stupito o scandalizzato. Semplicemente seguirai il tuo destino.

Sarai infelice, insicuro, sperduto, senza mezzi. Vivrai poco, questo è certo. Ad un certo punto toglierai il disturbo. Lasciando il campo alle nuove leve.

La Ward si è salvata con i libri. Studiando, laureandosi, trovando un lavoro e andando via dal Mississippi. Una terra che ama profondamente ma dalla quale occorre prendere le distanze, per sottrarsi alle sue sabbie mobili.

Ma non ha potuto salvare i suoi amici e suo fratello, stritolati dai pregiudizi razziali come topi da un rapace.

Lei li ha visti disfarsi sotto i colpi della rassegnazione. Li ha visti rifugiarsi nell’alcol, nella cocaina. Annientati dalla depressione. Schiacciati dalla mancanza di una qualsiasi prospettiva. E non ha potuto fare nulla per salvarli.

“Sotto la falce” è un grido di dolore, che squarcia un silenzio diventato intollerabile. Ma è anche una ballata che suona languida sotto il peso dei ricordi. Una vita intera raccontata attraverso immagini forti. Momenti di una vita che nasce segnata, la lotta contro le avversità, contro i pregiudizi. L’intollerabilità di esseri neri in un mondo che ti guarda con sospetto, con cattiveria. Ma anche con indifferenza, quella stessa di cui spesso ci siamo macchiati anche noi, che ci sentiamo inattaccabili, giusti e misericordiosi.

Un memoir che nasce per assecondare l’urgenza di ricordare, ma anche quella di condannare, di diffondere, di rendere partecipi. Perché non basta negare. Occorre fare. Parlare, dimostrare, denunciare, opporsi.

La voce di Jasmine Ward è feroce ed intollerabile. Graffia e fa male. Ferisce dove la nostra carne è più debole. Non sono lacrime quelle che invoca, ma urla di ribellione, di rottura. La sua prosa eppure è calma e pacata. Non cede all’irruenza del dolore, né alla rabbia che nasce dall’ingiustizia e dalla prevaricazione.

Il filo del racconto è una lama che brucia, ma la lettura è intrisa di dolcezza e soavità. E’ cura e rimedio che consola e lenisce. Ai capitoli che ripercorrono la vita dell’autrice, si succedono capitoli dedicati agli amici che sono morti. Non c’è solo l’urgenza di ricordare chi non c’è più, c’è anche lo sforzo di comprendere, di introdursi in quelle vite, di condividere il battito dei quei cuori e il dolore della loro perdizione.

Una lettura che brucia e fa lacrimare. Stordisce, scuote, risveglia e colpisce forte. Che cerca il dolore. Il suo ma anche il nostro. Una lettura che è ricerca di condivisione, necessaria a sopportare un fardello troppo enorme per una sola persona.


L’autrice

Jesmyn Ward vive in Mississippi, dove insegna scrittura creativa alla Tulane University, ed è oggi considerata una delle maggiori scrittrici americane con­ temporanee. Con Salvare le ossa (NNE 2018) e Canta, spirito, canta (NNE 2019) ha vinto due volte il National Book Award, prima donna dopo scrittori co­me William Faulkner, John Cheever, Philip Roth. NNE ha pubblicato anche La linea del sangue, che completa la Trilogia di Bois Sauvage, e Naviga le tue stelle, poeticamente illustrato da Gina Triplett.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: memoir
  • Traduzione: Gaja Cenciarelli
  • Pagine: 270

LA RAGAZZINA RAGNO di Letizia Vicidomini


Io me la immagino, seduta in mezzo al letto a gambe incrociate, con i lunghi capelli neri divisi in mezzo e lucidi come un tessuto di seta, muovere le braccia sottili da direttore d’orchestra e dirigere la vita di tutti.
Poi le braccia diventano zampe lunghissime di ragno che ghermiscono ciò che vuole, anche a distanza, con ferocia e determinazione.

Trama

C’è una ragazzina che domina il suo mondo domestico come una sovrana dispotica: ordina e stabilisce regole, impone il proprio volere, allunga le zampe come un ragno al centro di una delicatissima ragnatela. Gestisce qualcosa di troppo grande per lei. E viene uccisa, per questo. C’è un ragazzo muto, che però ascolta e vede quello che accade intorno a lui: a volte troppo, e questo potrebbe costargli molto. C’è una famiglia disgregata, fatta da individui soli, compressi nel proprio piccolo universo di minuscoli piaceri e grette soddisfazioni. C’è una donna che sente forte la necessità di correre in aiuto di chi ha bisogno, che chiama a sé un anziano commissario in pensione affinché insieme possano spiegare una morte iniqua. C’è tanto da capire di una giovane vita spezzata. Più complessa, più adulta, più sporca di quanto dovesse essere alla sua età. Ingiusta. Come la vita sa essere, a volte.


Recensione

C’è tutto il disagio dei nostri giorni in questo godibilissimo thriller. Una lettura che si attorciglia intorno ai nostri pensieri, che giunge a stanarci dalle nostre comode poltrone per rappresentare i dubbi, gli sbagli e le ossessioni dei giovani del nostro tempo. Non è bastato un intreccio perfetto, a Letizia Vicidomini. No, ha voluto di più e l’ha ottenuto incasellando la sua trama millimetrica dentro alle incertezze e agli stordimenti dei nostri figli, sempre più confusi da un presente complicato ed esigente.

“La ragazzina ragno” è un romanzo fatto di giovani. E intorno a loro stanno gli adulti, pronti a difenderli, a giustificarli e a farsi persino tiranneggiare. La contropartita è quasi inconsistente. Una frase, un po’ di considerazione. La ricerca di una confidenza. La speranza in un futuro che sorrida loro, una manciata di deboli opportunità che li allontani dalla cattiva strada e li faccia sentire al sicuro. Cullarsi nell’illusione che essi seguano la strada migliore, quella che gli adulti hanno tracciato per loro, appianando ogni ostacolo, addrizzando curve e levigando il fondo, per non farli cadere. Per rendere il cammino il meno incerto e faticoso possibile. Svendersi per un nonnulla, sempre pronti a perdonare, giustificare, sostenere, qualsiasi costo.

I giovani protagonisti di questo thriller vivono ognuno dentro il loro personale piccolo inferno. Sono emarginati, soli, insicuri. Convinti che la vita non faccia per loro. Si nascondono o sono nascosti. Lottano oppure si arrendono alla loro invisibilità. Spesso con una famiglia inesistente alle spalle, che non li vede. O che li vede in modo distorto.

Hanno ambizioni smodate, che a volte li portano a svendersi per ottenere ciò che vogliono. E scelgono la via più breve, perché sono impazienti, convinti che la vita si debba mordere, senza indugiare.

Hanno dalla loro la forza della gioventù e del sogno, che fa credere loro di essere immortali. Che pur indugiando nell’errore, potranno tirarsene fuori senza fatica, al momento opportuno, per poi tornare in carreggiata.

Ridono degli adulti, che manovrano come pallidi burattini. Hanno mille scuse per giustificarsi e mille motivi per pretendere il perdono.

Maya è una piccola despota e usa l’astuzia e la bellezza per fare soldi facili. Luca è un bulletto che crede di aver trovato la chiave di volta per sfuggire ad un destino già segnato. Rita crede che l’amore la salverà dalle sue scelte sbagliate. Demo cerca di rompere le catene del suo mondo silenzioso ma sa che perderà la sua partita. Gennaro invece l’ha già persa e si nasconde in un mondo immaginario per evadere da una vita che ormai non sa più dargli niente.

Intorno a loro c’è cecità, noncuranza, menefreghismo. Finchè la morte non bussa alla porta. Allora molti si ridestano. Chi piange, chi si dispera. Ma c’è anche chi si rimbocca le maniche e si mette a scavare. Cerca la verità e la trova, in un angolo impensabile, proprio dove nessuno avrebbe creduto.

“La ragazzina ragno” non è solo un thriller. E’ anche un ritratto crudo e impietoso della nostra società, in cui spesso si sceglie di non vedere ciò che crea dolore. In questo libro non c’è un superuomo che prende in mano la situazione e che punisce il colpevole. Ci sono due persone normalissime, un anziano ex poliziotto e una donna in crisi, che decidono di aprire gli occhi e di acuire lo sguardo.

Tassello dopo tassello scopriranno la verità e sarà una verità che taglia, che fa male. Che sbrindella le carni, che sanguina e non si cura con un cerotto, ma con un cambiamento di mentalità. Con un atto di coraggio, che spesso si risolve semplicemente con la volontà di alzare lo sguardo.

Letizia Vicidomini coinvolge e al tempo stesso scuote le nostre coscienze. La sua scrittura è tagliente e mette sapientemente a nudo paure, desideri, dubbi e malesseri di una giovinezza che abbaglia e che confonde. Bella l’ambientazione napoletana, densa di colore e invischiata nelle paludi della criminalità spicciola, che è anche quella più pericolosa e tentacolare.


L’autrice

Letizia Vicidomini è nata a Nocera Inferiore (Salerno) nel 1964 e lavora a Napoli. Speaker radiofonica (RTL 102.5, Kiss Kiss, Radio Marte) e attrice, ha pubblicato La poltrona di seta rossa (2014), Nero. Diario di una ballerina (2015), Notte in bianco (2017), Lei era nessuno (2019), Il segreto di Lazzaro (2021). Ha ottenuto numerosi riconoscimenti ed è stata più volte segnalata nei principali concor¬si letterari di genere, fra cui Giallo Garda e Garfagnana in Giallo.


  • Casa Editrice: Mursia
  • Collana: Giungla Gialla
  • Genere: thriller
  • Pagine: 299

I FIGLI DEL DILUVIO di Lydia Millet


Avevo preso l’abitudine di aggirarmi da sola per la fattoria quando la pioggia diminuiva. Trovavo un posto tranquillo e me ne stavo lì ad ascoltare le gocce che picchiettavano sulle foglie e sul terreno.
Chiudevo gli occhi per capire cos’altro riuscivo a sentire.
Mi allenavo a dimenticare quello che era al di là di me e a notare solo dove mi trovavo. Mi allevavo ad essere fradicia e infreddolita e affamata e a non farci caso.

Trama

Un’estate, un gruppo di famiglie si riunisce in una villa a due passi dall’oceano per trascorrere insieme una lunga vacanza. Per madri e padri significa passare il tempo tra vizi e alcol, in un infinito happy hour; mentre i figli, ragazzi e ragazze dai sette ai diciassette anni, lasciati a loro stessi, creano una comunità e si nascondono l’un l’altro l’identità dei genitori, cercando di non essere collegati in alcun modo a quegli adulti imbarazzanti. Ma l’arrivo di un diluvio devastante sconvolge i loro piani. Il piccolo Jack, ispirato da una Bibbia illustrata, decide di salvare più animali possibile; sua sorella Eve e gli altri ragazzini lo aiutano, raccogliendo viveri nelle case sugli alberi. Ma la tempesta infuria, distrugge la villa e le città, e per salvarsi i ragazzi sono costretti ad abbandonare i genitori, depressi e disorientati, per ritrovarsi da soli in un territorio caotico e irriconoscibile.

Ironico e drammatico, crudo e fiabesco, I figli del diluvio è un romanzo vertiginoso, che parla di una società fragile che corre ciecamente verso il disastro, dove gli adulti hanno perso ogni visione e dove la speranza può esistere solo nella radicale innocenza dei bambini, che si affidano alla Natura trovando nuovi linguaggi, nuovi sguardi, nuove risorse per reinventare il mondo.


Recensione

E’ difficile decidere cosa sia questo romanzo. Una lettura trascinante, distopica, che abbaglia chi legge con una luce subdola e stordente. Una prosa zeppa di allegorie, che lascia spazio alle conclusioni del lettore, libero di leggervi ciò che vuole. Un romanzo-denuncia, ma anche un libro che spinge la mente del lettore al volo, all’immaginazione, verso una interpretazione che giunge tuttavia a sconvolgere la nostra idea di futuro.

L’idea che costruisce Lydia Millet è quella, un po’ “Golding-iana” (alludo al “Signore delle Mosche”- ndr -) di un gruppo di bambini e di adolescenti lasciati a se stessi, che costruiscono in autonomia una loro versione della società, in completa antitesi con quella degli adulti, che disprezzano, per vari motivi.

Così come i ragazzi sono assennati, saggi e giusti, gli adulti sono pigri, distratti, qualunquisti, dediti ai vizi e così disattenti e miopi da lasciare che le esigenze della loro prole da un lato e quelle della Natura dall’altro,  siano completamente disattese.

Intorno a loro c’è una Natura ribelle e vendicativa, che in pochi attimi annichilisce il mondo conosciuto con la sua forza dirompente. Sulla Terra annientata da secoli di sfruttamento da parte dell’uomo, si abbatte una sorta di diluvio universale, che, parafrasando l’analogo evento biblico e replicandone cause e conseguenze, riduce la vita al caos.

Mentre le esistenze diventano precarie, uno dei bambini reinterpreta la Bibbia, dagli eventi della Genesi ai misteri più oscuri e complessi come quello della natura trina di Dio. Del resto, ciò che accade rivela una incredibile analogia con alcuni eventi biblici. Da qui il primo messaggio di questo romanzo, che porta il lettore all’analisi del comportamento spregiudicato dell’Uomo verso i delicati equilibri sui quali si basa la Vita. I ragazzi sono i depositari delle ragioni della Natura. Gli adulti sono gli ottusi delatori dell’ecosistema, incapaci di una visione di lungo respiro e vittime di una infelicità che diventa cosmica, guaribile sono con i suoi surrogati.

La lettura, che si srotola fluida e accattivante in prima persona, si fa interprete dei pensieri di una ragazzina, che racconta gli avvenimenti che porteranno la Terra al collasso e che affascina con la sua indipendenza, la sua chiaroveggenza e l’incredibile interpretazione degli eventi ai quali assiste. Il mondo degli adulti rimane schiacciato dal dilagare della stupidità e dell’incuria con cui guarda al domani, pronto ad abdicare dal ruolo genitoriale e a lasciare che tutto accada senza porre alcuna resistenza. I giovani interpreteranno i nuovi Noè, capaci di salvare gli animali e di riportare l’ordine nel caos profondo di una apocalisse senza precedenti.

Sopra a tutti c’è un Dio spogliato di indulgenza e di perdono, parente di quel Dio impietoso che ci guarda dalle pagine della Bibbia, pronto a punire un Uomo che si mostra debole, miope e egoista.

Il genio della Millet è innegabile e diventa illuminante in questo romanzo, che mescola fantasy, catastrofismo e denuncia. La sua prosa incatena e scuote. Parole come macigni che vogliono provocare e scandalizzare e che riescono appieno in questi intenti. Un romanzo che si imparenta alla favola e che come quest’ultima, propina la sua agghiacciante morale.

Una lettura che pretende di suscitare un’avida attenzione e una profonda riflessione nel lettore, costretto ad ammettere la pochezza dei suoi simili e la sua crudele visione edonistica e distruttiva.


L’autrice

Lydia Millet (Boston, 1968) è una scrit­trice, saggista e attivista americana, che per la sua opera ha ottenuto diversi riconoscimenti, tra cui la Guggenheim Fellowship e l’American Award of Arts and Letters. I suoi libri sono stati finalisti al Premio Pulitzer, all’Arthur C. Clark, al National Book Critics Award e al Los Angeles Book Prize. I figli del diluvio è stato finalista al National Book Award 2020, e selezionato tra i migliori libri dell’anno da Time, Washington Post, NPR, ChicagoTribune, Esquire, BBC.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione: Gioua Guerzoni
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 201

EMILIO PUCCI LO STILISTA AVIATORE di Enrico Mannucci


Forse non tutti sanno che:
Abile sciatore, venne arruolato dalla squadra nazionale olimpica italiana e partecipò alle Olimpiadi invernali del 1936
Nel 1938 si arruolò come ufficiale nell’aviazione italiana e partecipò alla Seconda guerra mondiale come aviatore sugli aerosiluranti
Ogni stampa che Pucci ideò portava il nome del designer “Emilio” con una firma scritta a mano, cosa che segnò il debutto del nome di uno stilista come logo

Trama

La vita del marchese Emilio Pucci, il geniale anticipatore, sin dai primi anni Cinquanta, del “made in Italy” al di qua e al di là dell’Atlantico, diventato stilista quasi per caso: nel 1947, durante una vacanza a Zermatt, la fotografa di «Harper’s Bazaar» notò la tenuta sciistica in inusuali colori fluo di una giovane, cara amica di Pucci, ideata e creata proprio da lui. Gli fu dedicato un articolo sulla nota rivista di moda e da quel momento il suo successo fu immediato.

Nella vita di Pucci il lato fatuo, la flànerie, ha convissuto e si è intrecciato con episodi tragici e a volte drammatici.

Il suo legame sentimentale con Edda Ciano accese di pettegolezzi tutti i salotti buoni dell’Italia fascista, quando lei gli si affidò per sottrarre alla Gestapo i diari del marito, Galeazzo Ciano, appena fucilato a Verna, in un susseguirsi di fughe mozzafiato dai servizi segreti alleati e dagli ufficiali tedeschi.

In questo lungo racconto l’autore riesce in modo mirabile a ricostruire le atmosfere e i personaggi dell’epoca che circondano e accompagnano la vita di Pucci e mezzo secolo della nostra storia.


Recensione

Il marchese Emilio Pucci di Barsenio è un personaggio iconico, il primo sarto che rese grande la moda italiana e che portò in tutto il mondo il suo stile, le sue stampe colorate e i suoi tessuti innovativi.

Nato agli albori del novecento, in una Firenze che è poco più di un paese, da nobili origini che saranno per certi versi la sua croce personale, Emilio Pucci è stato un personaggio eclettico, dai molteplici talenti, energico, inquieto, sempre alla ricerca della perfezione, in ogni campo.

Il suo nome inneggia ad uno stile innovativo, che insegue comodità, praticità, rinnovamento, amore per la figura femminile che sa esaltare senza l’ausilio di alcun orpello. Un talento nato per caso, che schiva nel tempo gli ostacoli di un periodo storico complicato, tra due guerre mondiali, l’epoca fascista, la rinascita, il boom economico. Una vita che sembra un romanzo, sempre in bilico tra la ricerca di un suo posto nel mondo e le esigenze spesso crudeli della storia, che lo vede aviatore, soldato stretto tra le spire dei servizi segreti, sciatore professionista e infine stilista, una parola che lui stesso non approva, poiché si definisce semplicemente un sarto.

E sarto, il marchese Pucci, lo diventa per caso. Sulle nevi di Zermatt, si trova a disegnare degli abiti caldi e comodi per sciare, che coniughino senso estetico e praticità. Ed è subito successo. Emilio non si separa più da ago e filo e diventa ciò che tutti noi conosciamo: il fine ideatore di tessuti leggeri, che avvolgono il corpo femminile ed esaltano le sue forme, il designer che mutua i colori esotici per le sue stampe psichedeliche,  che avvolge la donna in morbidi pantaloni e le dona vivacità e coraggio.

Lo stile di Emilio Pucci attraversa l’oceano e consacra Firenze a capitale della moda italiana almeno fino agli anni ottanta, quando Milano, con i sui astri nascenti, gli sottrae lo scettro del design e delle grandi firme.

L’autore, Enrico Mannucci, tesse una tela meravigliosa intorno alla caleidoscopica figura di Emilio Pucci e con la sua storia disegna meravigliosamente anche la storia italiana a partire dagli anni trenta fino agli anni novanta. Precisione, passione, fedeltà storica sono gli ingredienti di questa opera che sembra un romanzo ma che è invece la storia vera di un italiano di grande successo, sensibile al gusto, alla bellezza e fedele servitore del genio italico. Una biografia davvero ben disegnata , che rende giusto omaggio a chi, per primo, ha portato la moda italiana fuori dall’Italia, sfidando le regole che volevano la donna graziosamente infilata in abiti vezzosi quanto scomodi e per certi versi opprimenti.

Dimenticavo. Se amate le biografie non mancate di dare un’occhiata alla collana “biografie” della casa editrice Diarkos. Troverete piacevolissime sorprese tutte da leggere.


L’autore

Enrico Mannucci, nato a Firenze nel 1952, ha lavorato a Paese Sera, La Nazione, Il Tirreno, Panorama, L’Europeo (diretto da Lanfranco Vaccari, la testata cui è più affezionato), Anna, Sette, Il Corriere della Sera. Fra i libri che ha scritto, Grandi marche d’Italia, Casa Savoia, Caccia grossa ai diari del duce, In pace e in guerra, nonché due biografie – questa di Emilio Pucci e quella di Tommaso Besozzi, I giornali non sono scarpe – per la collana ’Storie della storia d’Italia’ diretta da Oreste del Buono.


  • Casa Editrice: Diarkos Editore
  • Genere: biografia
  • Pagine: 348

TEMPI di Edith Bruck


Mia madre
Era povera innocua
Gassata perché ebrea
Diceva di aprire la porta
A chi bussa
Dar qualcosa
A chi tende la mano
E dove c’è da mangiare per due
C’è anche per tre.
I conti del suo cu
ore
Sono da bocciare.

Dalla prefazione di Michela Meschini

Sono diversi i tempi chiamati a raccolta da Edith Bruck in questo libro, che si lascia leggere d’un fiato e che, con altrettanta immediatezza, si imprime indelebile nella memoria dei suoi lettori. C’è il tempo dell’infanzia e il tempo della vecchiaia, che si richiamano a vicenda; il tempo dei riti familiari e il tempo della solitudine; il tempo della memoria e il tempo del dialogo, specie con i morti; il tempo delle domande – a Dio, alla storia, a se stessa – e il tempo sospeso della scrittura, solcato da dubbi e incertezze, eppure capace di legare insieme, come un filo invisibile, le tessere di un’unica, ininterrotta meditazione sull’esistenza e sul destino che abbraccia l’intera vita letteraria dell’autrice. Chi ha familiarità con l’opera in prosa e in versi di Edith Bruck non stenterà a riconoscerne, in queste pagine, la straordinaria continuità di ispirazione e l’inimitabile coerenza di tono e di contenuto: tratti distintivi di una scrittura che non aderisce a un disegno premeditato, non risponde a calcoli letterari, ma nasce dall’urgenza dei sentimenti e dalla necessità di testimoniare. (…) In Tempi, la poesia, precipitato di memoria e di esperienza, si fa testimonianza del presente, un presente minacciato dal virus dell’indifferenza e dell’odio, contro il quale, in assenza di vaccini efficaci, è forse possibile adottare la cura che Edith Bruck, poetessa d’istinto e di pensiero, ci offre in modo persuasivo e naturale in queste pagine.


Recensione

La poesia è ovunque ci sia, nelle parole, il peso di un pensiero che ci rende leggeri. Che ci emoziona nel profondo. Che ci fa provare sentimenti di condivisione. Voglia di consolare. Desiderio di specchiarsi nelle esperienze degli altri.

Edith Bruck la poesia ce l’ha nel sangue. Si avvista in tutti i suoi scritti, che bruciano di verità, quella che fa male ma che lei, forte del suo dolore, riesce a spandere con assoluta naturalezza. Una scrittura cruda, semplice e graffiante, che non cerca la sensazione ma semplicemente appare come cronaca amara di una vita vissuta nel ricordo del suo olocausto e di quello di tutto il popolo ebreo.

In “Tempi” la poetica di Edith Bruck si traduce in una sommatoria di versi asciutti, che girano intorno alle sue esperienze di vita, alla sua famiglia, all’esperienza di essere ebrea, sopravvissuta ai campi di sterminio. Leggerla è difficile. La poesia è più crudele della prosa poiché obbliga chi la legge al dolore dell’immedesimazione e innalza e fomenta nel lettore quella sensibilitùà graffiante chiamata compassione, la particolare inclinazione a soffrire insieme, una mano sulla spalla, l’altra sul viso, a sostenere e ad asciugare una lacrima.

Versi che non ricercano la perfezione stilistica, né che inseguono le regole della metrica classica. Direi, invece, che sono pensieri, buttati giù d’impeto, senza filtri che li debbano abbellire. L’intento infatti non è quello di ricamare sensazioni, ma quello di fissare sulla carta le immagini più forti, più importanti della sua esistenza.

Vi troviamo poesie dedicate al padre, alla madre, alla sua gente e all’amato marito, scomparso e mai dimenticato. Vi troviamo il passato ma anche il futuro, che include il timore dell’imperversare delle nuove forme di odio che si rafforzano sempre di più.

Ricordi e rimpianti. Ma anche immagini dolcissime della sua vita in Ungheria, prima di vivere l’esperienza del ghetto e della deportazione.

Dio, che sta a guardare gli orrori perpetrati dai suoi figli, immobile. La vita, che abbiamo il dovere di vivere fino in fondo, nonostante tutto. La memoria, che non deve affievolirsi mai. Israele, la terra promessa e Auschwitz, il ricordo innominabile. L’ieri, che deve essere ricordato. E l’oggi, denso di futili devianze, che l’autrice stenta a riconoscere e a comprendere.

Una lettura amara e indispensabile. L’inneggiare della memoria, che va coltivata alla stessa stregua di un fiore delicato. Il rimpianto del non detto davanti all’eternità della morte. La consapevolezza che niente potrà cambiare le nature nefaste dell’uomo, nemmeno un miracolo.


L’autrice

Edith Bruck, di origine ungherese, è nata nel 1931 in una povera, numerosa famiglia ebrea. Nel 1944, poco più che bambina, il suo primo viaggio la porta nel ghetto del capoluogo e di lì ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta alla deportazione, dopo anni di pellegrinaggio approda definitivamente in Italia, adottandone la lingua. Nel 1959 esce il suo primo libro Chi ti ama così, un’autobiografia che ha per tappe l’infanzia in riva al Tibisco e la Germania dei lager. Nel 1962 pubblica il volume di racconti Andremo in città, da cui il marito Nelo Risi trae l’omonimo film. È autrice di poesia e di romanzi come Le sacre nozze (1969), Lettera alla madre (1988), Nuda proprietà (1993), Quanta stella c’è nel cielo (2009, trasposto nel film di Roberto Faenza Anita B.), e ancora Privato (2010), La donna dal cappotto verde (2012). Presso La nave di Teseo sono usciti La rondine sul termosifone (2017), Ti lascio dormire (2019) e Il pane perduto (2021, candidato al LXXV premio Strega). Nelle sue opere ha reso testimonianza dell’evento nero del XX secolo. Nella sua lunga carriera ha ricevuto diversi premi letterari ed è stata tradotta in svariate lingue. È traduttrice tra gli altri di Attila József e Miklós Radnóti. Ha sceneggiato e diretto tre film e svolto attività teatrale, televisiva e giornalistica.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Genere: poesia
  • Pagine: 68

SEMBRAVA BELLEZZA di Teresa Ciabatti


Ma poi, e parlo alla nonna: sicure di non essere state noi a provocarli? Sicure che non sfilavamo mezze nude sotto i loro occhi, e dimenticavamo di chiudere a chiave la porta dei bagni. Certe di non sbattere le ciglia, e non inciampare apposta per essere soccorse. Sicure, nonna, che nottetempo non recitavamo paura – un brutto sogno, battito di ciglia – per rifugiarci nei loro letti, con camicie da notte leggerissime, bianche, rosa, sotto cui, in controluce, i nostri corpi semi acerbi ma non del tutto.

Trama

Ad accoglierci tra le pagine di questo romanzo è una donna, una scrittrice, che dopo essersi sentita ai margini per molti anni ha finalmente conosciuto il successo. Vive un tempo ruggente di riscatto, che cerca di tenersi stretto ma ogni giorno le sfugge un po’ di più. Proprio come la figlia, che rifiuta di parlarle e si è trasferita lontano. Combattuta tra risentimento e sgomento per il tempo che si consuma la coglie Federica, la più cara amica del liceo, quando dopo trent’anni torna a cercarla. E riporta nel suo presente anche la sorella maggiore Livia – dea di bellezza sovrannaturale, modello irraggiungibile ai loro occhi di sedicenni sgraziate –, che in seguito a un incidente è rimasta prigioniera nella mente di un’eterna ragazza. Come accadeva da adolescenti, i pensieri tornano a specchiarsi, a respingersi e mescolarsi. La protagonista perlustra il passato alla ricerca di una verità, su se stessa e su Livia, e intanto cerca di riafferrare il bandolo della propria esistenza ammaccata: il lavoro, gli amori. Livia era e resta un mistero insondabile: miracolo di bellezza preservata nell’inconsapevolezza? O fenomeno da baraccone? Avvolti nelle spire di un’affabulazione ammaliante, seguiamo la protagonista in un viaggio che è insieme privato e generazionale, interiore e concreto. E mentre lei aspira a fermare l’attimo per non perdere la gloria, la sorte di Livia è lì a ricordare cosa può succedere se la giovinezza si cristallizza in un presente immobile: una diciottenne nel corpo di una cinquantenne, una farfalla incastrata nell’ambra. “Sembrava bellezza” è un romanzo sull’impietoso trascorrere del tempo, e su come nel ripercorrerlo si possano incontrare il perdono e la tenerezza, prima di tutto verso se stessi. Un romanzo di madri e di figlie, di amiche, in cui l’autrice mette in scena le relazioni, tra donne e non solo. Un romanzo animato da uno sguardo che innesca la miccia del reale e, senza risparmiare nessun veleno, comprende ogni umana debolezza.


Recensione

Un libro sugli errori. Quelli che derivano da omissioni. Quelli atavici, con cui nasciamo e che ci portiamo dietro. Gli errori di valutazione. Gli errori che vengono fuori dai malintesi, dalle insicurezze, dalle nostre credenze.

Ma anche un libro sulle donne. Donne che sono al posto giusto e al momento giusto, che vivono nell’armonia e che spargono farfalle nel cielo e tutto attorno. E donne imperfette. Impaurite, gettate sulla scena sbagliata, che agognano un applauso che non viene. Donne che cercano nei riflessi del corpo l’affermazione del proprio io. E alle quali lo specchio rimanda una immagine indesiderata. Bellezza come felicità. Goffaggine come un buco nero, che risucchia e che cancella.

Teresa Ciabatti non ha bisogno che qualcuno come me declami cosa scrive e come lo scrive. Il suo universo femminile è dolente, per certi versi, ma per altri anche vittorioso, poiché le sue donne trovano comunque un cono di luce anche nell’aberrazione e nella sofferenza.

E’ così per la protagonista, una scrittrice di successo che utilizza la notorietà come rivincita nei confronti dell’adolescente che è stata, bruttina, complessata, sovrappeso. I suoi comportamenti, confesserà, hanno avuto in diversi casi conseguenze terribili senza che abbiano scalfito la sua coscienza, presa com’era a ritenersi danneggiata, dalla vita e dal destino. Chiusa per sempre in una torre di indifferenza. Nessuno che la invitasse. Nessuno che la corteggiassi, che la notasse, che le rivolgesse la parola. Niente feste, niente sesso. Il vuoto. E due tette asimmetriche, che le hanno tolto persino la capacità di godere.

Con lei l’amica di sempre, Federica. Stessa goffaggine, stesso amaro destino. Un’amica prima abbandonata, poi ritrovata, della cui vita sa poco più di niente e che cerca di ricostruire in parallelo alla sua.

E poi c’è lei, Livia. Bellissima, perfetta. Una fata bionda ed eterea, che vive deridendo gli altri, sicura del suo potere. Un fisico asciutto, due gambe chilometriche, l’adorazione negli occhi di chi la guarda. Desiderata e desiderabile.

Ma la vita è effimera e traditrice anche per chi nasce nell’oro. Livia rimarrà imprigionata nei suoi diciassette anni, come una crisalide nel suo bozzolo. A rimuginare nei suoi ricordi confusi e a fare pace con le sue debolezze, che c’erano, anche se non si vedevano da fuori. La bellezza si sgretola. L’ideale di perfezione implode su se stesso.

Chi vince, in questa storia? Tutti, a loro modo. Vince chi decide di fare i conti con la realtà. Chi vorrà guardare nelle profondità dello specchio, attenta a non deformare una immagine che di per sé è già perfetta com’è. Chi accetterà le avversità del destino. Chi ammetterà i propri errori. Chi si crogiolerà dentro ad un sogno che poi si sgonfia e si rivela un bluff. Chi sdrammatizzerà. Chi capirà che ciò che sembrava bellezza era solo una sua cattiva imitazione.

La scrittura di Teresa Ciabatti è un fiume in piena. E’ irruenza, impazienza, quasi un monologo i cui pensieri corrono velocissimi a proporre immagini, assonanze, associazioni di idee. Frasi minime, verità gettate in faccia al lettore, che non ha neanche il tempo di scandalizzarsi, perché si passa ad altro. Altre immagini. Altri ricordi.

E le sue donne sono complicate. Ognuna si porta dentro un dolore, un peso. Una inadeguatezza, un segreto da nascondere agli occhi degli altri, di cui vergognarsi. Quel segreto che si rivelerà fallace ma che nondimeno sarà capace di rovinare loro la vita o di far loro inseguire una falsa pista.

Ma le donne di Teresa Ciabatti se ne accorgono, poi, se hanno imboccato la strada sbagliata. Se ne accorgono e fanno inversione di marcia. Si rimettono in pista, a recuperare terreno. A perdonare e a perdonarsi.

Cosa ho tratto da questa lettura? Una cosa che sapevo già ma che devo ripetermi sempre, come un mantra. L’esperienza colora ogni dolore di una nuova sfumatura. Il tempo cura le ferite, quasi sempre. Una donna sa risorgere, dopo una caduta. E in questo libro, vedrete, di cadute ce ne sono tante.


L’autrice

Teresa Ciabatti è nata a Orbetello nel 1975, vive a Roma. I suoi romanzi sono: Adelmo, Torna da me (Einaudi Stile libero), I giorni felici (Mondadori), Il mio paradiso è deserto (Rizzoli), Tuttissanti (Il Saggiatore). Collabora con “Il Corriere della Sera” e con “la Lettura”.


  • Casa Editrice: Mondadori
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 239

SARAH la ragazza di Avetrana – di F. Piccinni e C. Gazzanni


E’ arrivato finalmente il tempo maturo dell’estate, che è esploso insieme al corpo. Ha un profumo speciale: sa dei bikini in cotone che Sarah ha iniziato a indossare, della salsedine che si asciuga sulla pelle e la chiazza tutta di bianco, e quando la assaggi ha un sapore salmastro e piccante. Ecco, forse è proprio quello il sapore dell’estate dei quindici anni.

Trama

26 agosto 2010. In Salento, una giovane scompare. È una ragazza bionda, silenziosa, misteriosa. Si chiama Sarah Scazzi. L’Italia intera rimane sconvolta: cosa può essere successo a una quindicenne dall’aria così innocente?

Molte saranno le ipotesi che si alterneranno durante i quarantadue giorni di ricerca. Ipotesi che sveleranno intimi segreti e rancori taciuti, arrivando a costruire un incredibile reality show dell’orrore e del grottesco in salsa pugliese. Avetrana, il paese dove tutto si svolge, ne sarà l’inaspettato set a cielo aperto.

Le indagini porteranno prima alla confessione dello zio della ragazza, Michele Misseri, e quindi alla condanna all’ergastolo della zia e della cugina di Sarah, Cosima Serrano e Sabrina Misseri, che negli anni hanno continuato a dichiararsi innocenti.

Eppure, come rivelano i due autori, la tragicommedia salentina – divenuta il primo processo mediatico del nostro paese – nonostante confessioni e condanne non può ancora dirsi risolta.

Nel segno di A sangue freddo di Truman Capote e de L’avversario di Emmanuel Carrère, Sarah è un romanzo verità ambizioso e spietato, dallo stile insieme lirico e tagliente, che alla precisa ricostruzione di ciò che è accaduto – e, piuttosto, di ciò che è stato deliberatamente taciuto – unisce una riflessione sul male e sulla sua spettacolarizzazione, sulle conseguenze delle proprie azioni e su quanto siamo disposti a sacrificare per le persone che amiamo.


Recensione

Ripercorrere l’ultima estate di Sarah. Le sue giornate, i suoi sogni, la sua vita stretta in quella terra avara e assolata che è il Salento. Entrare in quella vita, che le va stretta. A lei, che vorrebbe fuggire lontano, oppure restare, accanto a qualcuno che le voglia bene e la abbracci quando serve.

Sarah è soltanto una ragazzina, che vuole assomigliare ad Avril Lavigne, che sogna una vita sensazionale, fatta di emozioni e di amore, che si sente sola, tra i sussulti del suo cuore adolescente e le incertezze di un’età ingrata e piena di contrasti.

Sarah, e un corpo che cambia. Che non le piace, perché filiforme come un giunco, ma che invece suscita in chi lo guarda emozioni contrastanti.

Nel 2010 si vive ancora in bilico tra il passato con i suoi pregiudizi e il futuro, fatto di globalità, dentro ad un mondo che si fa piccolo grazie ad internet e ai social. Eppure, ad Avetrana, pare che il tempo scorra più lentamente. Si vive lottando contro una terra secca e arida, con pochi mezzi e, davanti, un futuro incerto dal quale non ci si aspetta molto.

Non c’è tempo, né spazio per star dietro ai sogni di una ragazzina. Sarah trova conforto solo nella compagnia della cugina Sabrina e della sua famiglia. Sabrina, che ha ventidue anni e fa l’estetista, la introduce nella sua compagnia, dove Sarah assaggia i primi bocconi della vita che la aspetta dietro l’angolo. Il mare, gli amici, la birreria di sera, i primi batticuori. Quella voglia feroce di libertà e di amore che non la abbandona mai. Come i sogni, che sono tanti e diversi e che la fanno fremere di impazienza.

Ma Sarah, con la sua curiosità e la veemenza dei quindici anni, l’incoscienza e l’ingenuità e quel candore camuffato da malizia, infrangere un equilibrio. Fa riaffiorare vecchi rancori oppure, chissà, fomenta invidie o gelosie.

Il resto è storia. Una storia che ha occupato i media per mesi e poi per anni. Un tam tam fuori controllo, in cui la morbosità ha preso campo e non l’ha più abbandonato. Il giallo di Avetrana è diventato nel tempo sempre più misterioso. Un giallo con attori che solleticano la curiosità collettiva. Una saga familiare che ha appassionato e diviso l’Italia, che l’ha fatta inorridire, piangere, sperare. Costruendo congetture, spiando la vita di un clan familiare composito e variegato, dove appaiono donne forti e uomini dai trascorsi non troppo cristallini, piegati e induriti da dinamiche complicate che nel tempo si sono indurite, a tessere crepe in un tessuto delicato, pronte a romperlo.

Sarah paga con la vita la sua curiosità e il suo ardore. Una morte assurda, un sacrificio enorme che ci ha irretiti, spiazzati.

Il libro, sospeso tra romanzo e reportage, scandaglia dentro gli anfratti più nascosti della famiglia Misseri scoprendo gli scenari più intimi. La vita di zio Michele, un uomo abituato a faticare, succube delle donne di casa e delle ombre del suo passato. Cosima e Concetta, divise da dissapori che trovano radici nella loro infanzia. Donne abituate a lottare, che non temono la fatica. Donne aride di sentimenti, che non si lasciano mai andare ad un abbraccio. E poi Sabrina, offuscata da un amore non corrisposto, che le fa fare cose che non dovrebbe fare. Su di loro l’omertà, il pregiudizio, le malelingue, a offuscare uno scenario di per sé oscuro.

Quale sia stata la molla che ha scatenato l’inferno non è ancora chiaro. Oggi, a distanza di oltre 10 anni da quel 26 agosto, ci si domanda ancora cosa sia successo quel primo pomeriggio. Chi abbia materialmente ucciso Sarah Scazzi e perché. Gli autori ricostruiscono in maniera millimetrica gli avvenimenti di quei giorni, le fasi delle indagini e quelle processuali, che hanno portato all’ergastolo di Cosima e di Sabrina. Non mancano di evidenziare i dubbi che ancora avvolgono quelle ore fatidiche quando Sarah trova la morte per soffocamento, attraverso lo studio certosino delle testimonianze e delle prove materiali.

Il quadro che ne esce è irto di dubbi; del resto, muovere le mani su un fondo fangoso non può che rendere tutto ancora più confuso e buio.

Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni confezionano un’opera che lascia il lettore senza fiato. Ottimamente costruita, con grande rispetto dei fatti e il delicato riguardo che riservano a Sarah, alla sua vita, ai suoi sogni. Una cura, un’attenzione che commuovono e che inchiodano il lettore alle pagine. Un’opera che induce a pesanti riflessioni sulle scelte che muovono le nostre vite e che in un attimo le modificano per sempre. Un libro che indaga senza filtri sui moventi che inducono a scegliere l’irreparabile e a credere che non ci siano altre strade alternative. Che cerca i motivi che spingono a riparare, a difendere, a proteggere chi ci è caro. Un romanzo dentro al reportage, la prosa incantatrice dentro alla cronaca nera. Un tributo a Sarah, alla sua giovinezza e alla sua piccola e preziosa esistenza, che doveva ancora sbocciare e che sarebbe sbocciata, in un fiore del quale non conosceremo mai il profumo e il colore. E, anche, l’ennesima prova che un attimo basta a reciderne il gambo.


Gli autori

Flavia Piccinni (Taranto, 1986) ha pubblicato tre romanzi e un saggio sulla ’ndrangheta. È coordinatrice editoriale della casa editrice Atlantide, collabora con diversi giornali ed è parte della redazione di Nuovi Argomenti. Autrice per Rai1 e Radio3 Rai, è stata insignita del Premio Marco Rossi per l’impegno civile. Con il libro Bellissime (Fandango Libri, 2017) è stata vincitrice di numerosi premi fra cui il Premio Benedetto Croce; ne è stato tratto un documentario disponibile su Netflix e un audiolibro per Amazon Audible.

Carmine Gazzanni (Isernia,  1989), giornalista, autore televisivo per Rai1 e inviato per Rai2. Le sue inchieste hanno dato origine a numerose interrogazioni e denunce parlamentari. Scrive per molti giornali come La Notizia, Panorama e Left. Ha vinto numerosi premi, fra cui il Premio giornalistico Maurizio Rampino e il Premio giornalistico Pietro Di Donato.

Insieme, i due autori, hanno pubblicato sempre per Fandango, nel 2018, Nella Setta (Premio Mattarella Giornalismo e Premio Giornalismo Investigativo  Europeo), che ha dato adito a due proposte di legge, a svariate interrogazioni parlamentari e a un’inchiesta della Squadra Anti-Sette.

Nel 2020 hanno scritto Sarah. La ragazza di Avetrano, che diventerà una serie fiction per Groenlandia e una serie doc per Sky.


  • Casa Editrice: FandangoLibri
  • Genere: reportage
  • Pagine: 311