INTERVISTA A BARBARA CAGNI

Sabato 21 maggio 2022, Salone Internazionale del Libro di Torino


Ho incontrato Barbara Cagni sabato 21 maggio a Torino, presso l’affollatissimo stand di Fazi Editore, che ha edito il suo ultimo romanzo, PER SEMPRE, ALTROVE. Barbara era reduce della presentazione del suo romanzo, tenuta nell’importantissima cornice del Salone Internazionale del Libro di Torino. E nell’hangover inebriante del post presentazione si è comunque resa disponibile a questa breve intervista, nella festosa confusione del Salone, stretta tra orde di lettori e i rumori dissonanti della folla, confinate entrambe nella piccola saletta dello stand. I rumori di sottofondo erano insistenti, motivo per cui ho rinunciato a registrare l’audio e mi sono affidata alla penna.

Per alleggerire l’intervista ho utilizzato le question words, gli avverbi che in inglese sono utilizzati per introdurre delle domande. Ho dunque chiesto a Barbara di sviscerare who (chi? – inteso come il protagonista), when ((dove?) e where (quando?) del romanzo PER SEMPRE, ALTROVE.

Ecco un breve riassunto del romanzo:

Per sempre, altrove è un romanzo corale, che racconta, con la delicatezza e il candore tipico dell’infanzia, la vita e le speranza di una piccola comunità sperduta tra i monti del Cadore. Sono gli anni 50, ma il boom economico non ha lambito quei monti. Al contrario, da quei monti si fugge, si emigra, alla ricerca di una vita migliore. I giovani rincorrono il cambiamento e con loro anche Berta, che tornerà a casa persa in un mondo solo suo e curata malamente dalla medicina del tempo, che rattoppa  un equilibrio ormai perduto. Le donne sapranno riportare ordine in una comunità spaccata, aprendosi alle nuove consapevolezze e alle sfide future.



Who (il/i protagonista/i)

Per sempre altrove non ha un solo protagonista, ma diversi.

Uno fra questi è l’emigrazione, intesa non solo come mero spostamento da un luogo ad un altro, nella ricerca, spesso vana, di un futuro migliore, ma anche come sradicamento.

L’emigrazione è intesa come l’allontanamento da se stessi, dalle proprie radici, dalla propria storia, ma anche come emigrazione mentale, che richiama, appunto,  la malattia mentale, la schizofrenia in special modo, che pare colpisse particolarmente le persone che a quei tempi lasciavano le proprie case e affrontavano una realtà totalmente straniante. Nel romanzo Berta, che emigra in Svizzera per dimenticare un amore perduto, sarà colta, appunto da schizofrenia e curata con le tecniche del tempo, l’elettroshock e la lobotomia.

Qui Barbara si intrattiene con me sulle malattie mentali, ripercorrendo con la mente alcuni racconti ascoltati dalla gente del posto sui manicomi, luoghi che a quei tempi erano veri e propri microcosmi di dolore e emarginazione, che accoglievano non solo chi aveva bisogno di cure ma anche un variegati novero di persone scomode, come omosessuali e donne e uomini dal contegno insolito, fuori dalle righe.

Negli anni cinquanta iniziò, perlaltro ad affermarsi la lobotomia, in particolare  la leucotomia prefrontale transorbitaria praticata dal professor Fiamberti, tecnica che venne osannata come risolutrice di tutte le malattie mentali ma che invece riduceva i pazienti che vi erano sottoposti a vegetali, spegnendo in loro ogni fiamma vitale.

Altro protagonista del romanzo sono le donne, le figure femminili del romanzo. Le comari di “Per sempre, altrove” sono ben caratterizzate: donne abituate a lavorare duramente, l’anima delle loro famiglie, avvezze a chinare il capo davanti alla volontà e alle angherie del proprio uomo. Queste donne tuttavia sapranno farsi forza a vicenda, ognuno per quel che può e ribellarsi alle consuetudini che le vogliono silenziose e succubi.

La protagonista femminile principale è Berta, naturalmente, ma la sua figura è circondata e completata dalla figura di tutte le donne, ormai mature, consapevoli e pronte alle sfide del futuro.

Ultimo protagonista che voglio citare è il contesto storico, in cui il romanzo di svolge. Gli anni 50, la povertà che spinge ad emigrare, la voglia di assicurarsi un futuro senza incertezze e un salario, al posto dei miseri guadagni del lavoro in campagna, soggetto a troppe variabili ingovernabili dall’uomo. Le prime lotte sindacali, la nascita della coscienza di classe, i primi scioperi, come quelli organizzati dalle mondine, che incrociarono le braccia forti del fatto che in assenza del loro lavoro il riso marciva sotto l’acqua.

La connotazione sociale è molto importante nel romanzo, ribadisce Barbara, che ha voluto evidenziare la crucialità di quel momento storico per il futuro dell’Italia.

When (epoca del romanzo)

Il “quando” del romanzo sono gli anni 50 e 60 del novecento. Non si è ancora nel vortice del boom economico, ma in una situazione incerta e per certi versi sconosciuta. In Veneto il popolo conosce il solo lavoro dei campi ma i Governi del tempo spingono i contadini a lasciare le proprie terre, per inseguire il sogno di un futuro in altri luoghi, dipinti come luoghi di ricchezza e di serenità. Questa politica porterà un senso di sradicamento e molta incertezza. Il futuro roseo dipinto dai politici non si realizzerà mai in molti casi. In quegli anni è forte il divario tra il potere e il popolo. Ne è triste esempio la tragedia del Vajont, che tutti ricordiamo. L’emblema del braccio di ferro tra le logiche del potere e le sorti della povera gente, tenuta all’oscuro sulle sue sorti e sacrificabile in nome di interessi superiori.

Barbara ne fa cenno nel suo romanzo, come racconta, anche, della triste sorte dei minatori di Marcinelle, in Belgio, tra i quali morirà il mite Bastian, uno dei giovani uomini che sceglieranno, appunto, di emigrare.

Where (i luoghi del romanzo)

Tra i monti del Veneto c’è una vallata in cui scorre il Piave. Intorno vi sono piccoli centri isolati, sormontati da alte montagne spesso innevate. E’ il territorio del Comelico, nella regione del Cadore.

Lì, in un paesello senza nome, si svolge l’intera vicenda del romanzo. La comunità è piccola, tutti si conoscono, il livello di alfabetizzazione è molto basso, la povertà dilaga. Gli uomini sono rudi, spesso alzano il gomito e cedono alla violenza e all’abbrutimento. Le donne sono forti, abituate a lavorare duramente e sempre più consapevoli del loro potere, che proviene dalla resilienza e dalla capacità di fare quadrato. Questi luoghi sono sempre rimasti nella mia mente, da lì proviene la famiglia della mia mamma. Dal Comelico proviene anche una mia vecchia zia, che da giovanissima emigrò in Svizzera e che dopo pochi mesi dette i primi segni di un disagio mentale che l’accompagno, poi, per tutta la vita. E a lei che mi sono ispirata per il personaggio di Berta, per tratteggiare in generale tutte le donne del mio romanzo e per raccontate la vita nei manicomi.


E’ stato piacevole intrattenermi con Barbara che mi ha raccontato la genesi del suo romanzo e ha posto l’accento sull’attualità dei temi che vi tratta. Uno su tutti l’emigrazione, che ancora oggi ci riguarda da vicino e poi, la centralità del femminile, come dimensione attraverso la quale raccontare il vissuto di chi ci ha preceduto.

Arrivederci Barbara, al tuo prossimo lavoro!

Leggi la mia recensione del romanzo PER SEMPRE, ALTROVE qui

https://librinellaria.org/2022/05/15/per-sempre-altrove-di-barbara-cagni/

IL CASO ALASKA SANDERS

“In tutti noi c’è un gabbiano, la tentazione di cedere a una facile poltroneria. Ricordati di combatterla sempre, Marcus. La maggior parte dell’umanità è gregaria, ma tu sei diverso. Perché sei uno scrittore. E gli scrittori sono esseri a parte. Non dimenticarlo mai”.


Trama

Aprile 1999. Mount Pleasant, una tranquilla cittadina del New Hampshire, è sconvolta da un omicidio. Il corpo di una giovane donna, Alaska Sanders, viene trovato in riva a un lago. L’inchiesta è rapidamente chiusa, la polizia ottiene la confessione del colpevole, che si uccide subito dopo, e del suo complice. Undici anni più tardi, però, il caso si riapre. Il sergente Perry Gahalowood, che all’epoca si era occupato delle indagini, riceve un’inquietante lettera anonima. E se avesse seguito una falsa pista?

L’aiuto del suo amico scrittore Marcus Goldman, che ha appena ottenuto un enorme successo con il romanzo La verità sul caso Harry Quebert, ispirato dalla loro comune esperienza con un altro crimine, sarà ancora una volta fondamentale per scoprire la verità. Ma c’è un mistero nel mistero: la scomparsa di Harry Quebert. I fantasmi del passato ritornano e, fra di essi, quello di Harry Quebert.


Recensione

A certe fascinazioni è davvero impossibile poter resistere. Ci attirano a sé, come in una trappola, dove ci si lascia cadere, impauriti eppure eccitati e impazienti di tornare e provare sulla pelle quell’emozione che ci ha già soggiogati.

Il nuovo romanzo di Joel Dicker, uscito in Italia pochi giorni fa, sembra aver prodotto un simile incantesimo sul pubblico dei lettori. Attesissimo, sia l’autore che la sua nuovissima opera, ha fatto registrare in record di presenze al Salone Internazionale del Libro di Torino, dove, sabato 21 maggio, ha presentato e autografato “Il caso Alaska Sanders”.

Idealmente il seguito de La verità sul caso Harry Quebert, uscito nel 2013, il nuovo libro richiama (anch’esso), già a partire dal titolo, un’indagine di polizia, e replica nei lettori l’aspettativa di una lettura coinvolgente e irripetibile. Un’aspettativa che non verrà delusa, perché il romanzo, un tomo di oltre 600 pagine, si permette il lusso di non scoraggiare nessuno e, al contrario, di regalare un’esperienza di lettura piena ed esaltante.

Il protagonista, Marcus Goldman, ritorna, con la sua vita tormentata, in cui il successo sembra sottrarre lo spazio vitale all’ amore, che latita, come se non potessero coesistere. E torna anche il sergente Perry Gahalowwod, che si occupò, giusto due anni prima, del caso di Harry Quebert. Una coppia azzeccatissima, accumunata da un desiderio feroce di verità e tenuta insieme da una miscela di buoni sentimenti. Con loro, le atmosfere sonnolente della provincia americana, dove il male sembra convergere senza scampo, nonostante la quiete che sembra pervadere quei luoghi.

Un omicidio che sembra risolto e che invece viene rimesso in discussione. Vecchie ferite mai rimarginate e un innocente che sconta per un reato che probabilmente non ha commesso. La verità, che si cela dietro mille apparenze e che costringe Marcus e Perry dentro le spire di un’indagine complicata e avvincente. Una vittima e un carnefice. Una vita che nasconde un’ombra e un assassino che potrebbe essere chiunque.

Chi ha ucciso Alaska? E chi era veramente?

Joel Dicker possiede il dono di una prosa ipnotica, accattivante, un fiume che accoglie molti affluenti, ognuno con la sua storia. Capace di saltare con agilità tra un’epoca e l’altra, di innestare nella storia principale mille altre storie, che nascono e muoiono nello spazio di poche pagine, senza che il lettore perda il filo della narrazione. Capace di gettare i semi di molte altri racconti, che germogliano spontaneamente ad arricchire una trama già di per sé traboccante di meraviglia, incanto e intreccio sublime e attraente.

Una prosa fluida, che accompagna alla meta qualunque lettore, poiché è davvero impossibile che non ci si lasci cullare dal suo fraseggio, dalle sue lusinghe, dalle moine di un racconto che sembra esistere solo per seminare il dubbio e con questo legarti a sé, fino alla fine.

E’ innegabile che il successo di Dicker risieda anche nell’essenza vitale del suo protagonista. Marcus Goldman suscita nel lettore l’empatia più pura e salda ed è, a tutti gli effetti, l’alter ego del suo creatore. Joel e Marcus hanno un’esistenza speculare. Entrambi scrittori, entrambi padri degli stessi romanzi che Joel scrive nella realtà e Marcus nella finzione.

Insomma, ecco che in questa geniale e conturbante confusione, entrambi ottengono un enorme successo, da poter condividere senza recriminazioni.

Non si dire in quale anfratto Dicker abbia nascosto la ricetta che utilizza per la sua scrittura. E se, nelle pieghe del suo affascinante sorriso nasconda un incantesimo che getta sul lettore, per legarlo alle abbacinanti volute delle sue trame. Cosa sogni quando dorme e cosa pensi quando è sveglio. Come ottenga l’idea che illumina una traccia. Come la sviluppi. Come pieghi ai suoi voleri i capricci di una trama che sembra nascere dalla una penna dotata di vita propria. Come nasca un successo, come si alimenti, come si mantenga in salute e in vita. Di certo so che tutti questi segreti sono ormai appannaggio di questo meraviglioso autore, il cui nome evoca in un attimo l’estasi di una lettura che ci avvolge, ci prende per mano e ci conduce in un mondo irreale, dove si muove il suo replicante, parimenti affascinante e irresistibile.

Non posso che indurvi a prendere questo romanzo, aprirne le pagine, abitarle, viverle, sognarle. Come ogni cosa bella, la lettura sarà troppo breve, molto intensa e immensamente gratificante. E a lettura finita, la certezza di voler leggere ancora, e ancora. E l’attesa, che sarà inevitabile. Per tornare da Marcus, ancora.


L’autore

Joël Dicker è nato a Ginevra nel 1985. I suoi romanzi sono tradotti in 40 lingue e hanno venduto più di dieci milioni di copie. Ha pubblicato La verità sul caso Harry Quebert (2013), Gli ultimi giorni dei nostri padri (2015), Il libro dei Baltimore (2016), La scomparsa di Stephanie Mailer (2018), L’enigma della camera 622 (2020), Il caso Alaska Sanders (2022). Ha ricevuto il Prix des écrivains genevois 2010, il Grand prix du roman de l’Académie Française 2012 e il Prix Goncourt des Lycéens 2012.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Collana: Oceani
  • Traduzione: Milena Zemira Ciccimarra
  • Genere: thriller
  • Pagine: 607

PER SEMPRE, ALTROVE di Barbara Cagni

 
La Rufina accarezzò Berta e le mise in braccio il bambino. Mia sorella lo strinse forte e vidi un lampo di vera serenità nei suoi occhi, mi sembrarono vivi come mai erano stati in quegli ultimi cinque anni.
“E’ la testa, bambine”, disse la mamma toccandosi la tempia con un dito rivolta a me e a Clarissa. “Non importa l’età, è tutto qui dentro. Dovete pensare con la vostra testa. Ricordatevelo”.
La Nena la pensava allo stesso modo. “Una donna deve pur scegliere per sé”, commentò. “Per il vostro compleanno vi regalerò un paio di pantaloni, vedrete come sono comodi”, ci disse grattandosi il porro.
Vi sedemmo tutte intorno al tavolo e la Gilda riempì i bicchieri, la Rufina ne prese uno e salì le scale per portarlo al figlio. Poi scese e si accomodò tra noi. Berta era accanto alla mamma, con la sua razione abbondante di pane accanto al bicchiere. Mangiò in silenzio, svuotò il piatto e quando afferrò la prima fetta di pane la vidi sorridere.


 

Trama

A volte, l’unica scelta possibile è quella di partire.

Un libro sull’emigrazione intesa in senso lato, da un paese, da se stessi, dagli altri, e sui danni provocati dal senso di sradicamento e dalla solitudine che la scelta di partire spesso comporta.

È una domenica d’autunno del 1955 quando una telefonata raggiunge la famiglia della piccola narratrice della storia per avvisare che Berta, la sorella maggiore a cui è più legata e che è da poco emigrata in Svizzera, ha iniziato a dare segni di squilibrio. Il padre parte immediatamente per riportare la figlia a casa, nel piccolo paese di montagna dove il tempo trascorre lento come il Piave giù a valle e dove la comunità affronta la vita con la stessa naturalezza degli alberi del bosco, anche se con radici assai più fragili: sono sempre di più, infatti, i giovani costretti a emigrare per trovare lavoro, così come aveva fatto anche Berta, spinta da una sofferenza profonda e tutta personale.

La protagonista del libro, così, ripercorre la dolorosa vicenda della sorella ma anche tutto il prezioso mosaico di vite del paese in cui ha trascorso l’infanzia, tra gli abbracci della migliore amica Clarissa, le chiacchiere delle comari, i discorsi impegnati del padre, i balli in piazza d’estate e gli addii, purtroppo sempre più numerosi, di coloro che provano a cercare fortuna altrove.

Un’autrice nuova che affronta temi importanti con una scrittura estremamente delicata e un’amorevole cura dei dettagli: in Per sempre, altrove si intrecciano i desideri e le fragili speranze di chi parte e di chi resta, ma anche di chi non sarà più in grado di tornare indietro. Un romanzo suggestivo che parla di distacchi e lontananza, ma anche e soprattutto una potente riflessione sull’amore, il coraggio e la solidarietà tra donne che, spesso dimenticate, sono da sempre il cuore pulsante di ogni comunità.


Recensione

Gli anni cinquanta e una vallata chiusa tra i monti del Cadore. Un piccolo centro dove le donne vivono per lo più sole. Gli uomini se ne sono andati. Se ne vanno, in paesi lontani, alla ricerca di un’opportunità che renda la vita dignitosa.  E chi è rimasto spesso latita dal suo ruolo di padre o di compagno di vita. Le donne del Comelico sono forti. Abituate a vivere con poco. A portare sulle spalle il fardello della famiglia, dei figli da allevare. Lavorano sodo e sono rassegnate a una vita di fatiche.

La piccola Reda racconta,  con la sua voce limpida e capace di penetrare le sfaccettature di un’esistenza ingrata e a volte indecifrabile, la vita di questa comunità e della sua famiglia. Cinque figlie femmine tra cui Berta, la più bella, la più delicata, che sfiorirà accanto ad un sogno infranto, persa in un mondo inaccessibile di cui nessuno possiede la chiave. Berta, emigrata anche lei in cerca dell’oblio, tornerà a casa con la mente rotta, senza più scintille negli occhi. Conoscerà le aberrazioni della medicina del tempo, che cura il malessere psicologico con la violenza e il distacco, nella convinzione di poter aggiustare un equilibrio perduto con un frettoloso e invasivo rattoppo.

Berta, che si trova altrove, per sempre. In un luogo che nessuno potrà mai visitare.

La storia di Berta è il pretesto per entrare nella vita di tutte le donne del paese. E per ripercorrere il fenomeno dell’emigrazione che in quegli anni interessò molte parti d’Italia. Utopia di una vita migliore ma anche come un distacco traumatico dalle abitudini di una vita. Le condizioni di vita degli emigranti sono dure, fatte di emarginazione e sfruttamento. E di morte, che rincorre gli uomini nel sottosuolo, tra i cunicoli delle miniere. E le donne, nelle acque putride delle risaie piemontesi.

E al paese, spesso strette nel lutto e negli stenti di una vita familiare ingrata e a volte violenta, le donne del Comelico fanno quadrato. Si aiutano, si sostengono, accettano con fermezza gli schiaffi della vita, anche quelli più violenti. Si fanno forza e capiscono che possono farcela anche da sole. Che se sono dure anche gli uomini le rispetteranno, perché ne avranno paura. Che, in fondo, possono fare a meno di un uomo che esiste solo per umiliarle.

Barbara Cagni esordisce con questo romanzo, delicato e crudo al tempo stesso. Entra in punta di piedi nel cuore vivido di un recente passato, in cui la vita mostra tutti gli angoli e le asperità, fatte per forgiare una generazione di donne che si farà trovare pronta per tutte le sfide degli anni a venire, non ancora concluse, in verità.

La sua scrittura conquista al primo sguardo e porta il lettore in un ambiente vivo, palpitante ma anche arcaico e arretrato. Dove alla medicina si preferisce la magia. Dove l’uomo semplice china la testa perché ignora le cose dei potenti, di chi è istruito. E accetta di essere l’ultimo ingranaggio di una catena che finisce per stritolarlo.

Eppure, da lontano, arrivano le prime eco delle lotte sindacali. E si inizia ad alzare un poco lo sguardo, incontro ad una consapevolezza che porterà anche il popolo a pretendere di contare qualcosa.

I temi che affronta la Cagni sono importanti e intergenerazionali. Uno su tutti quello del distacco, che dilania chi parte e chi resta in egual misura, portandolo a confrontarsi con l’incertezza e lo straniamento, con il nuovo che spaventa, distrugge ed apre a scenari inaspettati  con cui fare i conti. Crescere oppure perire. Un tema antico e ancora aperto, ora più che mai.

La sua scrittura scivola via come olio e regala al lettore una dolce tristezza. La malinconia di un passato che appare ingrato e insopportabile. E la consapevolezza di avercela fatta, in qualche modo. Di essere sopravvissuti ed essere diventati migliori.


L’autrice

Barbara Cagni è nata a Milano, dove si è laureata in Biologia e ha studiato Scrittura creativa.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 197

ZUCCHERO BRUCIATO di Avni Doshi

Le cose cambiavano in continuazione e il mio valore dipendeva dalle mie attrattive fisiche, che sarebbero scomparse, come era accaduto a lei.
Avevo la netta sensazione che provasse piacere del dirmi quelle cose, nel sapere che avrei sofferto quanto lei; si consolava al pensiero che il dolore non sarebbe finito, non mi avrebbe risparmiato.
Quando ripenso a quei giorni mi chiedo se mi abbia mai visto come una bambina da proteggere. O mi ha sempre visto come una rivale, o peggio, una nemica?
Gli anni dell’adolescenza sono stati quelli in cui sono arrivata più vicino all’odiarla. Fantasticavo spesso che non fosse mai nata, anche se sapevo che ciò avrebbe spazzato via anche me; capivo benissimo quanto fosse profondo il nostro legame, e che distruggere lei avrebbe inevitabilmente distrutto anche me.

 


Trama

«Mentirei se dicessi di non aver mai gioito dell’infelicità di mia madre.»

Tara è sempre stata una ribelle, contro tutto e tutti. Costretta a un matrimonio di convenienza, è scappata di casa, si è presa diversi amanti, ha vissuto a lungo insieme con un guru e si è persino ridotta a fare la mendicante. In tutto ciò, sua figlia Antara, per lei, è sempre stata un peso, una valigia da portarsi appresso e poco più. Però il tempo della ribellione di Tara adesso è finito; ha quasi sessant’anni e l’Alzheimer la sta consumando, a poco a poco ma inesorabilmente: lascia il fornello acceso per tutta la notte, dimentica le incombenze quotidiane, si ostina a telefonare ad amici morti da tempo. E non ricorda più i piccoli e grandi gesti crudeli nei confronti della figlia, che sono invece marchiati a fuoco nella memoria di Antara. Eppure, nonostante tutto, Antara si sente in dovere di occuparsi di quella madre che non si è mai presa cura di lei. E così, mentre la convivenza forzata la induce a ripercorrere le pagine più dolorose del suo passato, cerca di sbrogliare la matassa di tradimenti, riconciliazioni e rotture, e di sciogliere una volta per tutte il nodo di quel legame che ha forgiato il suo cammino, ma che adesso rischia di soffocarla. Con una prosa lucida e affilata come la lama di un rasoio, Avni Doshi scava tra le pieghe di quel rapporto unico che lega una madre e una figlia, mettendone in luce la complessità e le contraddizioni, ma anche tutta la forza e l’amore che lo contraddistingue.


Recensione

Una confessione, ma anche il bisogno di psicoanalizzare le dinamiche perverse di un rapporto personale assai complesso. La ricerca di una colpa, che deve esserci. Che serve a sollevare un animo, quello di Antara, compromesso dalla pesantezza dei ricordi. Colpevolizzare, recriminare, assolvere. Odiare, perché l’odio è la forma più pura dell’amore negato. Crescere, affrancarsi da un’infanzia ingrata. Scendere a patti con le rotture, i tradimenti, lo strazio di essere invisibile agli occhi chi di dovrebbe proteggerci. E perdonare, senza dimenticare. Perdersi, senza mai ritrovarsi. Ammalarsi, senza mai guarire.

Non ricordo un romanzo che mi abbia fatto pensare così dolorosamente alle ferite che una madre può infliggere, più o meno consapevolmente,  alla propria figlia. La somma di alcune mancanze e la sottrazione di attenzione, di amore, di considerazione. La matematica, certo, non viene in aiuto nel determinare quanto male serva per distruggere un legame, per distorcerlo e renderlo avariato. Eppure c’è una soglia oltre la quale l’amore diventa indifferenza e la cura un peso, un fardello da lasciare ad altri, perché insostenibile.

“Zucchero bruciato” è l’indagine accurata e senza filtri di Antara nei confronti della propria madre, Tara, il cui nome è già di per sé una sottrazione rispetto a quello della figlia. Antara viviseziona la propria storia, segnata dalla separazione dei genitori e dall’esistenza disordinata e dissoluta della madre.

Tara mostra i segni di una precoce demenza, eppure per tutto il racconto rimango con il sospetto che questo disordine mentale sia frutto della mente di Antara. Una vendetta tardiva. Il bisogno di recriminare, rivangare e condannare. E che anche Tara, da parte sua, scelga di nascondersi in questa debolezza, che pare assolverla dai suoi errori passati. Una mente che vacilla può essere il pretesto per riconciliarsi con un passato inaccettato e inaccettabile? Di fatto i medici non riscontrano evidenti anomalie mediche in Tara.

Ma il punto, ovviamente, non è questo. Anche se costituisce una parte importante di tutto il processo mentale di Antara, della genesi del suo castello accusatorio e della piega che prenderà sua vita adulta, in special modo con l’esperienza della maternità, vista come una sorta di nemesi.

Il punto è che Antara deve crescere, affrancarsi dal sentimento persecutorio che nutre verso la madre e dal senso di colpa, per ciò che pare essersi meritata.

Ma il rapporto madre-figlia è un rapporto fatto di contraddizioni. Di competizione,  di gelosie, di incomprensioni. Di aspettative  e di necessità di rispecchiarsi nella figlia. Una figlia che non tradisca i suoi ricordi di gioventù. Che realizzi i suoi desideri mancati. Che le faccia rivivere l’ebrezza della giovinezza e la vertigine della bellezza, che esplode e sfiorisce in pochissimo tempo.

Diventare adulti, in fondo, è proprio emanciparsi dalla necessità di realizzare i desideri della propria madre. Trovare se stessi, riconoscersi, affermarsi di fronte agli altri.

Un tortuoso cammino di consapevolezze che si snoda in milioni di curve, scossoni, buche, deviazioni.

Questa lettura farà venire a galla anche i nostri malesseri e non è detto che si sia pronti a guardarli in faccia. Eppure è una lettura illuminante, dilaniante, che ci farà male per certi versi e ci consolerà per altri.

Avni Doshi sicuramente riesce a infilarsi nel nostro io più profondo, distraendo i nostri ricordi e rivangando, forse, anche certi rancori che credevamo sopiti. Ma è una lettura necessaria, che lascia il segno. Come lo è la prosa di questa giovane autrice, al suo esordio, che incede senza clamori sintattici ma che è come se urlasse, stordendoci.


L’autrice

Avni Doshi è nata in New Jersey e ha studiato storia dell’arte al Barnard College di New York e alla University College London, prima di trasferirsi a Dubai. Il suo romanzo d’esordio, Zucchero bruciato, si è subito imposto all’attenzione di pubblico e critica, vincendo numerosi premi ed entrando tra i finalisti del Booker Prize. Attualmente è in corso di traduzione in 28 Paesi.


  • Casa Editrice: Editrice Nord
  • Traduzione: Francesca Martucci
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 380

LA CACCIA di Will Dean

Gli alberi sono infiniti. Maledettamente infiniti. Sono un oceano, uno spazio astrale, un incubo. Chi potrebbe immaginare una cosa simile? Sono talmente fitti che i rami più bassi, grigi e senza aghi, quasi si confondono. Non scorgo il cielo, vedo solo nuvole e pioggerella. E non sento gli animali, gli uccelli non cantano e non fanno frusciare i rami spostandosi. Ma so che sono tutti qui.


Trama

Dopo un’intensa e sfibrante esperienza londinese al Guardian, Tuva Moodyson è finita alla redazione di un insignificante quotidiano locale di una cittadina del Värmland, nel cuore della Svezia. Curiosa e ostinata, alla notizia della morte di un cacciatore, centrato in pieno petto da un proiettile di fucile, è subito in prima linea. Tutto fa pensare che il killer chiamato Medusa, noto per aver colpito nella zona molti anni prima, sia tornato a uccidere. All’improvviso, la cittadina dimenticata dal mondo si riempie di giornalisti alla ricerca di scoop, ma è Tuva ad avere in mano la grande occasione per dare una svolta alla sua carriera, tanto più che nessuno dei suoi concorrenti conosce gli stravaganti abitanti del posto come lei. Ci sono però due problemi. Primo: Tuva è sorda, e in un’indagine che percorre aree inaccessibili e isolate questo può essere un grosso inconveniente. Secondo: a Tuva i boschi non piacciono per niente, tutt’altro, la spaventano a morte. Perché lei ama l’asfalto e le stazioni di servizio, il cinema e i fast food, vuole essere circondata dalle luci e sentire intorno a sé il movimento e l’energia. Ma più si immerge nel caso, più è costretta a inoltrarsi nel fitto della foresta e a fare i conti con le sue paure, fino a rendersi conto che il silenzio assoluto non esiste.


Recensione

Le atmosfere e la natura selvaggia della Svezia centro meridionale. Boschi, foreste impenetrabili, che trasudano umidità e freddo che entra nelle ossa. Buie, brulicanti di vita. Milioni di insetti ma anche animali possenti, uno su tutto l’alce, la sua mole spaventosa e il suo aspetto preistorico. L’uomo è un ospite indesiderato. L’uomo comune non si addentra nel groviglio di alberi altissimi e fitti. Ma a Gavrick, piccolo centro ai margini della foresta di Utgard, gli uomini praticano la caccia, un rito antico e atavico, che affonda le sue radici nella necessità di contrastare la crescita vertiginosa del numero di alci presenti nella foresta, che si cibano dei germogli degli alberi. Ma che in realtà è anche una sorta di codice d’onore che contraddistingue un vero uomo. L’unico modo conosciuto per mostrare agli altri la propria virilità.

La caccia serve per interagire con la natura e per convincersi di poterla governare e sottomettere. In realtà la foresta è così immensa, impenetrabile e misteriosa che non può che spaventare e respingere chi non la conosce.

E’ proprio così per Tuva Moodyson, che si trova suo malgrado a vivere a Gavrik, dopo aver lavorato come giornalista a Londra. La malattia terminale della madre l’ha richiamata nel Varmland. A Gavrik scrive sul giornale locale: cronaca, annunci funerari, l’infinita lista dei piccoli avvenimenti di una comunità chiusa nel suo guscio. Tuva è un pesce fuor d’acqua: Gavrick le riporta alla mente la sciagura che ha distrutto la sua vita: la morte del padre e l’inizio del declino di sua madre, con la quale non è più riuscita a stabilire un rapporto di amore e di reciproca comprensione. Ma resiste, sperando in una buona occasione che possa riportarla a vivere in una grande città, dove il suo handicap fisico, la sordità, è meno invalidante e limitante.

Quando la notizia di un cadavere nel cuore della foresta giunge in redazione, Tuva si getta a capofitto nell’indagine, ma dovrà scontrarsi con un muro di gomma. I personaggi con cui avrà a che fare sono bizzarri, reticenti e non tutti sembrano accettarla. Tuva infatti smuove la fanghiglia che si è depositata sul fondo e la comunità di Gavrick non desidera far tornare a galla brutti ricordi e piccoli e grandi segreti.

Tuva e la foresta, l’enorme esercito di alberi e degli animali che vi si celano, dovranno scendere a patti. Perché l’assassino è lì che si muove, lì colpisce e lì nasconde il segreto che lo spinge a uccidere. Tuva deve vincere le sue paure e risolversi a penetrare la buia cortina di alberi, dove si nasconde un cuore vivo e pulsante, che porta la memoria a fatti già accaduti in passato. La foresta e quella comunità chiusa in se stessa sembrano respingerla ma anche attirarla in una trappola. Tuva sa che dovrà infilarsi tra quei fusti solidi e altissimi, tra le fronde degli aceri e tra i roghi del sottobosco. Nella bruma che sale dal terreno umido e disseminato di foglie. Nel gelo umido che avvolge gli alberi, nel labirinto ipnotico dei tronchi, nel rumore sonnolento delle foglie mosse dal vento, che Tuva ascolta suo malgrado attraversi i delicati apparecchi acustici. Seguire le orme degli alci e il fetore delle viscere degli animali uccisi nelle battute di caccia, che i cacciatori lasciano incuranti sul terreno. Dissolversi negli umori della foresta, che ti fa sentire insignificante, alla mercè delle forze della natura.

Una lotta senza voce, che si trascina tra una piccola donna senza udito e l’enorme foresta che risuona di spaventosi echi. Il gugulare dei gufi, il bramito delle alci, lo sfarfallio delle zanzare e degli uccelli. E i passi di un uomo che uccide le sue vittime senza pietà, né un motivo apparente, coperto dall’omertà di una comunità che convive da sempre con una natura roboante e volitiva.

Alla fine Tuva scoprirà la verita. Una verità che non ci si aspetta, che lascia il lettore incredulo e su di giri, per l’adrenalina che viene dispersa nelle ultime pagine del romanzo.

Tuva vincerà soprattutto su se stessa e sulle sue paure. E la foresta di Utgard la proteggerà, schiudendo i suoi rami fitti e aggrovigliati lasciando entrare la luce.

La caccia è un thriller magnifico, che inchioda alle sue pagine. Un romanzo che mi ha incantata e abbacinata. Una storia cha affonda le sue radici nei riti che circondano l’arte venatoria, che vede nell’inseguimento, nell’azione, nella scoperta e nel sangue, la propria essenza. La natura è la protagonista di questo romanzo, così potente e imprevedibile, misteriosa e impenetrabile. Una natura che spaventa e che ribadisce il ruolo marginale dell’uomo nel disegno superiore e imprescrittibile dei meccanismo del mondo.

La natura, grande e onnisciente e Tuva, con le sue debolezze e le sue fragilità, che la fronteggia e la sfida, in un confronto che cessa fin da subito di essere una semplice ricerca della verità per diventare, invece, il simbolo del desiderio umano di comprendere, interagire, manovrare la propria sorte.


L’autore

Will Dean è cresciuto nelle Midlands orientali e si è laureato in giurisprudenza alla London School of Economics. Dopo aver lavorato nella City di Londra per diversi anni, si è ritirato a scrivere nei boschi della Svezia, dove insieme alla moglie vive in una casa di legno che lui stesso ha costruito. La caccia è stato selezionato nella shortlist del Not the Booker prize del Guardian, e Tuva Moodyson diventerà presto la protagonista di una serie tv.


  • Casa editrice: Marsilio Editore
  • Traduzione: Valeria Raimondi
  • Collana: Le Farfalle
  • Genere: Thriller
  • Pagine: 366

LE DUE MORTI DEL SIGNOR MIHARA di Tommaso Scotti

“Gocce di vapore? Che vuol dire?”
“Che nessuno di noi vive una vita sola. Siamo come gocce d’acqua, cambiamo forma di continuo. Occupiamo un certo spazio per un po’, fino a che evaporiamo per piovere da tutt’altra parte.”
(…)
“Ricordatelo, Jim-Kun. Siamo come gocce di vapore. Sui bordi delle teiere, in un cestello di bambù pieno di ravioli o sulle finestre appannate nelle mattine di tardo autunno. Così vicini e così invisibili, siamo soltanto gocce di vapore in balia del vento e della grazia delle nuvole. E la nostra vita niente di più che un sussurro. Niente più che la fragile promessa di qualcun altro.”


Trama

Un Giappone sconosciuto e oscuro, corroso da antichissime e spietate tradizioni. Questo il teatro in cui l’ispettore nippoamericano Nishida si trova ad affrontare un caso impossibile da risolvere.

Takaji Mihara, un uomo d’affari ormai in pensione, è stato ucciso nella sua casa, trafitto da un colpo di spada. La polizia è convinta di aver trovato il responsabile del delitto, un sospettato che avrebbe avuto sia il movente che l’opportunità. Ma il presunto colpevole ha problemi psichiatrici, forse è persino tossicodipendente e ripete di aver trovato la vittima già morta. Il suo sembra un delirio, ma anche per Nishida qualcosa non torna nella ricostruzione dei fatti. Persino le analisi del medico legale riportano alcune stranezze che sembrano contraddire il profilo della vittima.

Cos’è successo? Chi era davvero Takaji Mihara?

Nishida capisce presto che, per fare luce su questi interrogativi, dovrà addentrarsi nella pericolosa zona grigia degli «evaporati»: migliaia di uomini e donne che per svariati motivi decidono di scomparire e ricominciare da un’altra parte, con un altro nome, con un’altra vita. Un business gestito da società clandestine si occupa proprio di questo: far evaporare le persone. Sarà seguendo la loro scia fumosa che Nishida cercherà di risolvere il mistero, svelandoci un volto del Giappone inedito, spiazzante e inquietante, ma anche incredibilmente poetico.


Recensione

Un Giappone inedito e senza veli, che si lascia guardare da vicino, mostrando sottili crepe dentro alla sua proverbiale aurea di perfezione.

Un protagonista che racchiude in sé le tessere di un puzzle che promette di diventare un quadro perfettamente disegnato.

E una storia incredibile, che prende le mosse dal passato e che si infittisce in un mistero sempre più intricato.

Mescolate questi tre ingredienti ed ecco a voi un thriller indimenticabile, meravigliosamente congegnato e condotto con enorme maestria dal suo autore, l’italianissimo Tommaso Scotti che vive e lavora in Giappone da diversi anni, motivo per cui riesce nell’impresa di raccontare luci e ed ombre del paese del Sol Levante, dove tradizione e modernità si scontrano e si sovrappongono, nascondendo e svelando al tempo stesso il fascino irresistibile proprio delle sue contraddizioni. Un paese di cui forse si sa troppo poco e quel poco è schiacciato da stereotipi e false verità. Un paese che Scotti viviseziona, regalandoci uno spaccato vivace e spietato della sua essenza.

Di fatto, dopo anni in cui il thriller di matrice nord europea ha monopolizzato la scena, un cambio così repentino di ambientazione non poteva che scuotere gli amanti del genere da ogni tipo di sopore.

Dopo la prima sensazione di smarrimento, gettarsi a capofitto nella storia è stato facile e naturale. Il protagonista, Takeshi Nishida, di fatto tiene i piedi in due staffe, agevolando l’operazione di accettazione del suo lato esotico da parte del lettore tradizionalista. Nishida è per metà americano, un mezzosangue come si autodefinisce. La sua stazza fisica non è certo quella di un giapponese, come anche i suoi occhi, tipicamente occidentali nella forma e nel colore. Nishida è un outsider che ha dovuto lottare e che lotta tuttora per emergere nella società giapponese, piuttosto chiusa al cambiamento e alla novità. Una società alla quale Nishida guarda con occhio critico, sebbene soggiaccia anche al suo appeal e alla fascinazione per la sua lingua tradizionale, il Kanji, complicata e quasi incomprensibile per noi occidentali, qualcosa da proteggere da ogni contaminazione.

Nishida è un poliziotto per passione, che cerca la verità a tutti i costi. Un piccolo Bat-man che è cresciuto con il pallino per la giustizia, in nome della quale è disposto a sacrificare la sua vita privata. Aiutato dalla scossa dalla caffeina in lattina nella sua bevanda preferita, dal sostegno del collega Joe e dal suo non essere “abbastanza giapponese”,  Nishida dimostra talento ed intuizione da vendere ed è un protagonista perfetto, che immediatamente ti entra sotto pelle.

La storia, che segue il caso de “l’ombrello dell’imperatore”, è una storia di rinascita e di riscatto, ma anche di perdono. C’è che fugge da una realtà inaccettabile e ricostruisce il suo vissuto e chi rimane dentro al rimpianto, invischiato dagli errori commessi in passato. A volte scomparire può sembrare l’unica via di fuga da una vita di vessazione, con la quale non si può più venire a patti.

Nishida dovrà occuparsi della morte di un uomo, che fin da subito mostra delle contraddizioni. Un uomo che sembra senza passato. Un uomo solo che si è fatto da solo. Un uomo che potrebbe non essere chi dice di essere. Un caso che sembra semplice, una soluzione che pare a portata di mano. Ma che non convince.

Nishida uscirà vincitore, come uomo e come poliziotto. E senza sforzo consoliderà le pareti di quel posticino che si è preso dentro il nostro cuore. Un posto che si fa sempre più luminoso, comodo, sicuro. Che niente e nessuno può sottrargli, perché Nishida ormai vi si è insidiato, come un uccello nel suo nido.

Nishida e il suo Giappone, con i suoi colori tenui e il ricordo del suo passato. Ma anche quello roboante e implacabile della metropoli, che non lascia scampo a chi vuole voltarsi indietro ma che al tempo stesso pretende di avere sempre un faro puntato sulla tradizione.

Un luogo che terremo sgombro, pulito, accogliente nell’attesa che Nishida torni presto ad abitarlo. Un luogo che già mi manca.


L’autore

Tommaso Scotti, nato nel 1984, laureato in matematica, seguendo una passione per le arti marziali si è trasferito in Oriente nel 2010. Ha poi conseguito un dottorato di ricerca a Tokyo, dove adesso vive e lavora. Nel tempo libero si dedica al pianoforte e alla calligrafia. Il suo romanzo d’esordio, L’ombrello dell’imperatore (Longanesi, 2021), ha conquistato il pubblico e la critica grazie al personaggio dell’ispettore nippoamericano Nishida e allo sguardo curioso e disincantato con cui racconta un Giappone inedito e spesso frainteso.


  • Casa Editrice: Longanesi
  • Genere: thriller
  • Pagine: 318