LE CASE DAI TETTI ROSSI di Alessandro Moscè

Gli invisibili del manicomio erano intramontabili. Avevano una personalità nascosta sotto le nuvole dei pensieri, come le radici delle piante più delicate che andavano protette dal freddo dell’inverno. Rappresentavano un assoluto fuori dal mondo, o erano tutto il mondo. Due facce della stessa medaglia, la scena e il retroscena, l’ossessione per le atrocità subite da bambini, da adolescenti, durante la guerra. O perché nati male, infelici. La fatalità era rivolta ostinatamente contro i matti, che non riuscivano a sfogarsi, ad aprirsi. Il loro groppo in gola veniva avvertito come un demone sinistro. Girava e si fermava sotto il chiasso dei passeri che volavano in gruppo da un albero all’altro, o sotto il garrito dei gabbiani che dal Passetto, dal mare bianco, si allontanavano verso il centro di Ancona, volando sopra il cimitero degli ebrei.
Il vuoto del cielo penetrava più a fondo negli intervalli di buio e ans
ia.

Trama

In occasione della vendita della casa di nonna Altera e nonno Ernesto, Alessandro torna ai tetti rossi, ovvero la grande struttura dell’ex ospedale psichiatrico di Ancona, complesso di palazzine nel verde inaugurato a inizi Novecento e riconvertito dopo la Legge Basaglia del 1978.

Il distacco dalla casa dell’infanzia diventa per lui la soglia di un viaggio nel tempo, nei ricordi di quando ragazzino gironzolava intorno ai cancelli per vedere i matti, gli internati, di quando Ancona e le Marche tutte confinavano tra quelle mura chi non aveva retto alla Seconda guerra mondiale: le ex prostitute, gli ossessivi, i paranoici e semplici sbandati infliggendo loro privazioni e pene corporali. A dare una svolta alla gestione dell’ospedale, sulla falsariga di Basaglia, Alessandro ricorda fu il dottor Lazzari, assistito da medici, da suor Germana e dal giardiniere Arduino, re dei fiori e delle piante medicinali. Oggetto del loro tentativo di un ospedale più umano l’uomo-giraffa, il pirata, Franca che sogna i nazisti, Adele che non ricorda nulla se non Mussolini, Giordano che quando non colleziona bottoni pensa solo al Napoli calcio. Alessandro entra nei loro cuori e, compassionevole, ci descrive gli ospiti del manicomio come senso, spirito, emozione, paura, speranza.Gioia, tristezza, euforia, disperazione. La sfida di una follia curabile si intreccia ai teneri ricordi famigliari, fatti anche di odori e sapori di un mondo perduto, e al campo da calcio su cui lui e Luca, il figlio del giardiniere, sfidarono i matti in una grande partita con squadre miste.

Il racconto poetico e illuminante di un pezzo di storia del Novecento spesso dimenticato, una riflessione emozionante sulla follia, l’integrazione e la libertà.


Recensione

Oltre il muro, al di là della barricata. Nella valle proibita, nei luoghi insidiosi, in cui regna il caos, il degenero. Lo straordinario incanto di corpi senza padrone, di anime errabonde, abbandonate al lusso della follia, al luccichio accecante della libertà. Espressioni, gesti, pensieri. Ossessioni, aberrazioni, voci fuori dal coro, troppo stridule per essere ascoltate, troppo lievi per essere sentite.

Alessandro è poco più che un fiolo negli anni settanta e i tetti rossi svettano vicino alla casa dei nonni, ad Ancona. Il manicomio esercita su di lui un’attrattiva quasi morbosa. E i matti, che sono visti con timore, spavento, ma anche con enorme curiosità mista a sgomento e a compassione. I matti, anime spezzate dagli abusi, dai disagi, dalla povertà. Uomini e donne minati da aberranti virtuosismi della mente, vittime di ossessioni, compulsioni, manie. Uomini e donne piegati dagli elettroshock, dai bagni gelidi, da fantasiose e terribili terapie frutto di assurdi pregiudizi. Intorpiditi, storditi, alienati, annientati.

Eppure il dottor Lazzari, direttore illuminato dei tetti rossi, infrangerà più di una consuetudine medica. Toglierà le barriere divisorie tra uomini e donne, incoraggerà i pazienti a scrivere, dipingere, disegnare. Pretenderà ambienti accoglienti e vorrà conoscere la storia di ogni paziente, per poter comprendere le ragioni del suo disagio. E aprirà le porte del manicomio alla città, organizzando feste di carnevale indimenticabili. Con lui il fido Arduino, virtuoso della botanica, giardiniere sensibile e illuminato, che tratta le piante così come Lazzari tratti i pazienti. Le ammaestra, le addomestica con il suo tocco delicato e la passione che trasuda dalle sue abili dita. Arduino, che costruisce una giungla gentile intorno al manicomio, domando anche le piantine più ostinate, in una sorte di parafrasi della cura medica sul paziente più difficile.

In quegli anni le nuove frontiere della psichiatria incombono sui manicomi.  La legge Basaglia, di lì a poco, chiuderà  i battenti dei manicomi e i matti saranno dati al mondo. Reintegrati nella società ma anche schiacciati dall’indifferenza e dalla segregazione. Ognuno con il suo bagaglio di follia.

Nell’incertezza di quegli anni, ogni matto cercherà una strada da percorrere. E il piccolo Alessandro, insieme a Luca, il figlio di Arduino, rimarranno ad osservarli, sognando di poter parlare con loro, di poter scoprire i loro segreti e di giocare a pallone sul campetto vellutato del manicomio. Ipnotizzati dall’alchimia della diversità, dall’appeal ingovernabile della deformità, della profanazione delle regole, dalla ribellione della mente rispetto all’educazione, alla creanza, alla scriminatura che colloca la normalità da un lato e la pazzia dall’altro. La libertà della follia, un allucinante meraviglia da provare sulla pelle. E l’incomprensibile apprensione degli adulti. Quella di scoprire l’insondabile abisso dietro gli occhi dei matti.

“Le case dei tetti rossi” è un omaggio delicato e struggente agli artisti della mente. Coloro che furono etichettati come pazzi perché eccentrici, spaventati o fuori dall’ordinario. I liberi di mente, i puri di cuore. E coloro che li curarono, che gli si inginocchiarono di fronte per guardarli negli occhi e ascoltare ogni loro parola. Chi volle conoscere la loro storia e provò a gettare un ponte per raggiungerli. Chi credette di guarirli, di rieducarli, di far tornare in loro fiducia e coraggio.

E gli altri, che stavano loro intorno, paralizzati dalla paura della diversità. Per i quali la follia fu un virus contagioso che passava sottopelle con la sola vicinanza. E la società tutta, che per cancellare i matti stabilì che non erano mai esistiti.

Un romanzo che segna un’epoca e descrive con partecipazione e umanità la parabola discendente della follia, prima demonizzata, poi negata. Che narra il coraggio di medici pionieri, che decisero di affacciarsi di fronte al precipizio. Che spalanca il miracolo compiuto da un semplice gesto e da una parola di conforto. Che scoperchia l’abuso e il disagio dentro alla follia. E che cancella il filo sottile che la sottrae alla normalità.


L’autore

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. È presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Venezuela, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato saggi, curato antologie poetiche e romanzi. Si occupa di critica letteraria su vari giornali. Ha ideato il periodico di arte e letteratura Prospettiva e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”.


  • Casa Editrice: Fandango Libri
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 186

BRAVA RAGAZZA CATTIVA RAGAZZA di Michael Robotham

Come psicologo criminale ho incontrato assassini, psicopatici e sociopatici, ma mi rifiuto di descrivere le persone come buone o cattive. Il male nasce dall’assenza del bene, non è qualcosa di predestinato, scritto nel DNA, o determinato da genitori di merda, insegnanti negligenti o amicizie crudeli. Il male non è una condizione, è una “prerogativa” e, a volte, questa “prerogativa” definisce la persona.


Trama

Michael Robotham, autore bestseller di fama internazionale, torna nelle librerie italiane con il primo capitolo di una nuova, travolgente serie con cui si conferma un maestro indiscusso del thriller psicologico.

Da bambina, la misteriosa Evie Cormac è stata protagonista di un truce caso di cronaca: la polizia l’ha trovata nascosta in una stanza segreta dove, proprio sotto ai suoi occhi, si è consumato un terribile delitto. Da quel giorno sono trascorsi anni, durante i quali si è sempre rifiutata di svelare la propria identità: non si sa quale sia il suo vero nome, la sua età, da dove provenga. Oggi vive in un istituto e rivendica l’indipendenza. Lo psicologo forense Cyrus Haven è chiamato a determinare se Evie sia pronta per vivere da sola nel mondo. Ma questa ragazza è diversa da tutte quelle che ha incontrato: affascinante e pericolosa, fragile e astuta, a Evie non sfugge mai quando qualcuno sta mentendo. E nessuno intorno a lei dice la verità. Nel frattempo, Cyrus viene chiamato a indagare sullo scioccante omicidio di una campionessa di pattinaggio sul ghiaccio, la quindicenne Jodie Sheehan. Bella e popolare, Jodie è ritratta da tutti come la ragazza della porta accanto, ma durante le indagini comincia a emergere, un tassello alla volta, un’inquietante vita segreta. Cyrus è intrappolato tra i due casi: una ragazza che ha bisogno di essere salvata e un’altra che ha bisogno di giustizia. Quale sarà il prezzo da pagare per la verità?


Recensione

I graffi di un passato crudele sono ferite che lasciano cicatrici indelebili. Potranno smettere di sanguinare e di provocare dolore. Ma non dimenticherai mai il male che le ha prodotte.

Così è per Cyrus Haven. Da piccolo ha subìto una sorte inimmaginabile. E’ sopravvissuto alla peggiore tragedia che un bambino può sopportare. Solo, a gestire il senso di colpa. Solo, a consumarsi nell’odio, quello che gli altri dicono sia sbagliato. E da grande, è diventato psicologo forense. Per aiutare gli altri. Per favorire la verità, la consapevolezza. E il perdono, possibilmente.

Così è anche per Evie Cormac. Di lei non si sa niente, eccetto che poco più che bambina è stata trovata in una stanza segreta, nella casa di un uomo, giustiziato e lasciato a decomporsi sotto i suoi occhi. Denutrita, selvaggia, sporca. Senza nome, senza storia. Evie è un nome inventato e tale rimarrà, perché lei non ha mai raccontato chi fosse in realtà e perché si trovasse segregata. Evie, che è passata da una casa famiglia all’altra, è giudicata instabile e incapace di prendersi cura di se stessa. Ma Cyrus vuole darle una possibilità e la prende con sé. Vuole vederla crescere e liberarsi dei suoi pesi, così insostenibili. Vuole capire cosa la tiene stretta al suo segreto, così pesante da impedirle di vivere una vita normale. Cyrus è tuttavia sopraffatto da Evie, una presenza ingombrante, incombente, misteriosa e per certi versi selvaggia e quasi animalesca. Evie racchiude più di un segreto, ma è anche consapevolmente cosciente dei suoi fardelli, che sembrano insostenibili e che Cyrus proverà a sollevare.

Questo romanzo affonda le mani in un territorio insidioso e affascinante. L’insidia è il ricordo, che corrode dall’interno. Il fascino è la sorpresa di conoscersi e di imparare a fidarsi. Gettare un ponte tra due vite corrotte dal male, mettersi nei panni dell’altro. Il desiderio di curare la ferita, vederla rimarginare.

“Brava ragazza cattiva ragazza” è un thriller magnifico, dove si cerca un colpevole ma anche il rimedio ai mali che corrompono l’anima. Un omicidio strapperà una giovane pattinatrice alla sua vita e Cyrus sarà chiamato a collaborare al caso. Un caso intricato, che nasconde molti segreti e che Cyrus risoverà anche grazie alle intuizioni di Evie, che possiede il dono di percepire la menzogna in chi le sta di fronte.

Cyrus si troverà stretto tra la storia mai confessata di Evie e quella nascosta di Jodie. Due ragazze sperdute, l’una sottratta alla sua libertà, l’altra privata della vita per motivi incomprensibili. E mentre l’assassino di Jodie sarà smascherato, sulla vita di Evie tornerà ad incombere il passato.

Micheal Robotham costruisce una storia toccante, la cui costruzione narrativa riesce in pieno nel tentativo di agevolare la discesa nell’intimità dei protagonisti, anche attraverso il susseguirsi di capitoli scritti in prima persona da Evie e da Cyrus. L’autore porta al parossismo il concetto di ambiguità e di mistero e con esso gioca e ci confonde, in un tira e molla ad alta intensità emotiva. E nello stesso tempo ci propina una lezione sulla necessità e la bellezza di andare incontro all’altro senza difese, a mani aperte, avvolti dall’idea di accomunare le esperienze dolorose e di metterle al servizio del prossimo. Un thriller che chiude il lettore in una bolla, scritto con grande maestria e suggestione. L’intento è quello di agevolare un processo che renda la soluzione del caso del tutto secondaria allo studio della psicologia dei personaggi, alle ripercussioni della violenza sulla loro mente, ai rimedi che questa mette in pista per difendersi. Una lettura davvero indimenticabile, che si chiude senza chiudersi del tutto, lasciando uno spiraglio che getta un cono di luce sul futuro. Un futuro che spero si palesi prestissimo, perché la storia di Evie e di Cyrus non è finita…


L’autore

Nato in Australia nel 1960, ex giornalista e ghostwriter, è autore di thriller di grandissimo successo. Pluripremiato e campione di vendite, i suoi libri sono tradotti in venticinque lingue. Brava ragazza, cattiva ragazza, primo capitolo di una nuova serie, ha vinto il Gold Dagger Award della Crime Writers’ Association ed è stato finalista all’Edgar Award. Vive a Sidney con la sua famiglia.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Dark Side
  • Traduzione: Giuseppe Marano
  • Genere: Thriller
  • Pagine: 457

IL NASCODIGLIO di Jenny Quintana

 
Era un  sollievo rilassarsi dietro una porta chiusa a chiave, anche se tracce di sangue sulla carta igienica non se ne vedevano ancora. Si posò le mani sulla pancia. Se dentro aveva un bambino, quant’era grande? Che aspetto avrebbe avuto? Si immaginò la sua pelle traslucida, i pugni minuscoli e gli occhietti socchiusi.
Si alzò di colpo, scacciando quell’immagine, chiuse i rubinetti e si spogliò. Il caldo aveva concesso una tregua e la pioggia batteva contro il vero smerigliato.

Trama

24 Harrington Gardens è una casa che custodisce molti segreti. Segreti che gli inquilini vorrebbero seppellire per sempre.

E qui oggi Marina viene a cercare il suo passato con la speranza di capire perché dopo la nascita è stata abbandonata. Nel frattempo molti inquilini se ne sono andati, mentre altri sono ancora lì a osservare. E qualcuno sta osservando proprio lei. Qualcuno che conosce la verità…

E poi c’è la storia di Connie, una storia che viene dagli anni Sessanta. Connie ha appena perso la madre e ha scoperto di essere incinta. È affranta e soltanto la speranza di seguire il suo amore partito per Parigi può consolarla.

Un romanzo intrigante sull’identità, l’amore e vecchi segreti tenuti nascosti per anni.


Recensione

La ricerca delle proprie origini è una specie di calamita per chi, come Marina, possiede un passato nebuloso. Della sua nascita sa lo stretto necessario, che ha appreso da piccola dalle labbra della sua madre adottiva. Il mistero che avvolge la sua venuta al mondo non cessa di inquietarla fino a condurla  ad Harrington Gardens, davanti al portone di una casa che ha visto giorni migliori. Là, ventotto anni prima, Marina è stata abbandonata, avvolta amorevolmente in uno scialle blu. E là fa ritorno, decisa a scoprire chi sia la sua madre biologica.

Così, come Marina cerca ossessivamente sua madre nel 1992, Connie desidera conoscere suo figlio, quello che cresce nel suo ventre. Nel 1964 la vita è dura per una adolescente che è rimasta incinta e che non ha un marito, ma Connie, superate le prime incertezze, non ha dubbi: il suo bambino verrà al mondo. Basterà tenere nascosta la gravidanza e cercare di raggiungere il suo amore a Parigi.

Essere donna, in qualche modo, ha sempre ha che fare con la vita. La maternità, voluta, indesiderata, subìta o agognata, ha inevitabilmente l’oscuro potere di ottenebrare ogni altro sentimento. Chi sia istinto, necessità o destino, essere o non essere madri condiziona in ogni caso la vita di una donna.

“Il nascondiglio” è un romanzo popolato di donne. Di esse possiede la forza e la determinazione, che trasudano dalle pagine, vergate con la scrittura sicura e incalzante di Jenny Quintana. E non gli mancano né il candore, né la struggente dolcezza di un ricordo da portare chiuso gelosamente nel cuore.

Le due protagoniste si muovono su piani temporali diversi ma nello stesso spazio, quello del palazzo imponente e discreto di Harrington Gardens, a Londra. Marina e Connie e le loro verità, che si rincorrono, si intrecciano e si confondono, per andare a formarne una sola, dolorosa eppure carica di desiderio di accettazione, di perdono e di speranza.

La storia, il destino, non hanno mai una sola faccia, ma tante diverse angolature cui guardare. Ciò che ci immaginiamo, che desideriamo intimamente, ciò in cui crediamo e a cui ci aggrappiamo con tutta la nostra forza, non è mai univoco. Al contrario, è come una scatola magica che, una volta aperta, sprigiona sorpresa e nuove visioni. Marina cerca sua madre e trova l’epilogo tragico e intensamente poetico di una giovane vita spezzata. Connie insegue il suo sogno d’amore e lotterà per attraversare gli ostacoli che la allontanano dalla sua realizzazione.

Eppure, anche dalla morte e dal sogno che si infrange si può trovare la pace, quella sottile e dolce rassegnazione che ci fa scorgere sprazzi intensi di amore anche nella morte. Da un segreto che teniamo nascosto nei recessi di vecchie stanze e negli anfratti della memoria, nasce la conoscenza, la comprensione. Quello che ci riconcilia con il passato e che getta un ponte sul futuro.

In fondo, ognuno di noi è ciò che lo ha prodotto. Le cose che ha visto, le lacrime che ha sopportato, i sogni che lo hanno animato. Ognuno di noi è un pezzo di passato, quello che ha vissuto, e un pezzo di futuro, quello che ha sognato e desiderato. La speranza di viverlo e la certezza di averlo già vissuto, in precedenza.

Il nascondiglio è un romanzo intenso e avvolgente sul legame tra madre e figlio e sull’amore, che guarisce le ferite più nascoste ed intime. Un racconto che coinvolge il lettore e lo trascina dentro le oscillazioni  di un’altalena temporale  che tocca un inizio e una fine, in cui la rinuncia e il sacrificio assumono l’ampiezza più grande e trascendentale che si possa immaginare. Solo la verità può portare quiete. Solo la verità riconcilia due vite spezzate, che tornano a formare una retta, senza fine.


L’autrice

Jenny Quintana è cresciuta nell’Essex e nel Berkshire, dove attualmente vive con la famiglia. Laureata in Letteratura all’Università di Londra, ha insegnato Inglese in Inghilterra, a Siviglia e ad Atene. In Italia è conosciuta con il romanzo La figlia scomparsa, edito da Garzanti.


  • Casa Editrice: Francesco Brioschi Editore
  • Traduzione:; Denise Silvestri
  • Genere: thriller
  • Pagine: 320

INSPIRA, ESPIRA, UCCIDI di Karsten Dusse

Soltanto un uomo che non fa ciò che non vuole fare è veramente libero.

Trama

E se qualcuno applicasse alla lettera i princìpi della mindfulness per liberarsi dei propri problemi, facendoli fuori uno a uno (non solo in senso metaforico)? È quello che succede a Björn, avvocato in carriera dalla clientela molto esigente, quando la moglie lo spedisce a fare un corso di mindfulness minacciando di divorziare e di allontanarlo dalla figlioletta. A meno che non impari a conciliare famiglia e lavoro. Ma non è semplice applicare quei sani princìpi quando il tuo maggiore cliente è un mafioso narcotrafficante, che per sfuggire alla polizia si nasconde nel tuo bagagliaio durante una gita con tua figlia. Per impedire al lavoro di entrare nella sfera privata, Björn ha un’unica scelta: lasciare il “lavoro” nel bagagliaio sotto al sole, con conseguenze letali ma salvifiche. Finché la scomparsa del boss lo obbliga a prendere in mano la gestione dei suoi loschi affari e… sostituirlo!

Inspira, espira, uccidi è la storia di un omicidio deliberato ma non premeditato, un’inaspettata fusione tra una guida di mindfulness e un poliziesco, e soprattutto un originale romanzo di intrattenimento.


Recensione

Conquistare la serenità, conciliare vita privata e i sempre più pressanti impegni di lavoro, gestire lo stress, acquisire la completa padronanza di sé. Chi non vorrebbe raggiungere questo obiettivo e riuscire a dedicare più tempo a se stesso e a chi gli sta accanto?

Certamente non Bjorn, avvocato in attesa di successo, con il sogno di diventare finalmente socio dello studio per il quale lavora e che si trova, invece,  a lavorare con un unico e ingombrante cliente, dal passato poco chiaro e dal presente altrettanto dubbio. Bjorn è schiavo del suo lavoro, che gli porta via tutto il suo tempo, a discapito della moglie Katharina e della figlioletta Emily. Ed è  sempre più coinvolto nei loschi traffici del suo cliente al quale è decisamente complicato dire di no.

Ed ecco che la mindfulness si affaccia nella sua vita. Una filosofia che pretende di risolvere tutti i suoi problemi esistenziali, di affrancarlo dal lavoro e concedergli una visione consapevole e non critica di se stesso e della realtà, riuscendo nel controllo delle proprie emozioni e dei pensieri negativi.

Tutto bene, direte voi. Un problema, una possibile soluzione.

Eh no!, rispondo io. Perché la mindfulness, se presa alla lettera e senza un filtro critico, potrebbe condurre proprio dove ha condotto Bjorn….. in luoghi non esattamente confortevoli….

Il nuovo Bjorn, riveduto e corretto dopo ogni incontro con il suo terapeuta,  risulterà consapevole, scevro dai condizionamenti esterni, positivo, estremamente abile nell’applicare la filosofia del “qui e ora”. Concretamente indirizzato a cogliere la meraviglia della vita, se vissuta con la giusta consapevolezza e con l’obiettivo di viverla pienamente.

Purtroppo, con un imbarazzante  eccesso di zelo,  il nostro consapevole eroe non disdegnerà di colpire chi o cosa gli impedisce di raggiungere il benessere. E qui iniziano i guai!

Definire questa chicca un thriller non renderebbe giustizia al meraviglioso lavoro di Karsten Dusse, che lancia ironia e sottile sarcarmo alle stelle, nel tratteggiare i disastri che si compiono quando prendiamo le cose alla lettera.

Così, per non inquinare la sua isola temporale con la piccola Emily, per evitare accuse e gogne varie, per cogliere a pieno la potenza del presente e la sacralità del vincolo familiare, Bjorn spargerà sangue a destra e a manca, pensando di essere nel giusto nel seguire pedissequamente i consigli del suo terapeuta.

Angoli delle labbra all’insù e piacere di lettura al massimo, nel seguire le vicende di Bjorn, che subisce un tremendo effetto domino nel tentativo di risolvere i problemi che gli si parano davanti, non ultimi quelli con la giustizia.

Un’esperienza di lettura altamente originale, brillante, deliziosamente divertente è ciò che si coglie da questo libro, che l’autore conduce con grande dimestichezza e sicuramente divertendosi egli stesso per le sue esilaranti trovate. Si sorride tanto, in questo romanzo e ci si delizia della genialità del suo autore, che confeziona un manuale di istruzioni per vivere in perfetta armonia con noi stessi e liberi da qualsiasi giudizio.

Istruzioni da filtrare bene prima dell’uso, mi raccomando!

L’autore

Karsten Dusse è un avvocato e autore di format televisivi di grande successo. Inspira, espira, uccidi è il suo romanzo d’esordio, il primo di una serie di thriller che hanno scalato la Top Ten dello Spiegel e non ne sono mai usciti da due anni a questa parte. La storia del cinico eppure ingenuo avvocato Björn Diemel, che diventa un vero e proprio criminale grazie alla mindfulness, ha conquistato milioni di lettori in 13 Paesi e sarà presto un film.


  • Casa Editrice: Giunti Editore
  • Traduzione: Rachele Salerno
  • Pagine: 390

L’ALBERO DELLA NOSTRA VITA di Joyce Maynard

Era quella la parte terribile dell’essere genitori. Più amavi, più avevi da perdere. Come se fosse il tuo cuore quello che il lanciatore stava scagliando verso il piatto di casa, e che si librava a mezz’aria, pronto per essere sfracellato da un colpo di mazza. Dopo aver avuto un figlio non eri mai più al sicuro.

Trama

Eleanor è una donna giovane e indipendente, fa l’illustratrice di libri per bambini e vive da sola in una bellissima casa di campagna nel New Hampshire. Quando conosce Cam, a fine anni Settanta, è subito amore e sesso e famiglia, e in poco tempo nascono Alison, Ursula e Toby. Cam è un bravo padre ma non sa trovarsi un lavoro; e un giorno perde di vista il piccolo Toby, che ha un incidente dalle conseguenze irreparabili. Eleanor non riesce a perdonare il marito, e innalza un muro di rancori che diventa insuperabile quando scopre un tradimento. Così decide di andarsene, lasciando a Cam e ai figli la casa e la normalità in cui hanno sempre vissuto. Il suo silenzio avrà conseguenze sul rapporto con i ragazzi, che entrano in conflitto con lei e lentamente la abbandonano. Ma grazie alla sua tenacia, Eleanor saprà ricostruire se stessa e riavvicinare le persone che ama.

L’albero della nostra vita è la storia di una donna e di una coppia, sullo sfondo di una Storia che si riflette implacabile nella vita di ciascuno: le lotte sociali, l’avvento della tecnologia, la tragedia del Challenger, un filo rosso che lega tutti in un’unica, grande esperienza umana. Con saggezza e compassione, Joyce Maynard ci mostra il potere liberatorio del perdono, l’unica forza al mondo che può rivelarci il significato più puro e creativo dell’amore.

Questo libro è per chi non vede l’ora di partire per un epico viaggio alla ricerca della casa dei sogni, per chi ancora conosce a memoria la coreografia del video di Thriller, per chi da piccolo riponeva ogni speranza negli astronauti che conquistavano lo spazio, e per chi immagina la propria vita come una barchetta di legno in balìa della corrente, che sussulta e sobbalza fino a raggiungere il mare aperto.


Recensione

Apro le pagine e entro prepotentemente nella vita di Eleonor. E di lei conosco tutto. La sua storia, i suoi segreti. Le cose che hanno lasciato un graffio nel suo intimo. I suoi desideri e la realtà delle sue giornate. Il suo progetto di vita e il sisma che distrugge da dentro ciò che si è costruita. L’amore senza argine per i figli, la passione screziata di disappunto verso Cam. I muri di una casa entro i quali scorre la linfa della sua vita. Le pareti, che rimbombano delle risate di tre bambini. La campagna, che non serba angoli nascosti, né rancori, né segreti.

La gioia di vivere una vita piena. I pensieri, che a volte scappano via dalla testa e si rifugiano in fondo al cuore e lì sedimentano. E covano delusione. Ma germogliano nella calda carezza del perdono.

Eleonor rappresenta un pezzetto di ognuno di noi: l’amante appassionata, la donna che si realizza con la sua arte, la madre presente e affascinata dai propri figli, che sono ciò che di più vero e bello possiede. La donna spezzata e la donna rinata. La donna che ama e la donna che si fa da parte. Quella che si allontana e che ritorna, con il perdono tra le mani. Una donna e la vita che dà e toglie. Un fiume che scorre inesorabile, sopra ad ogni sasso, lambendo gli argini e trascinando con sé ogni cosa. Un fiume che cancella i ricordi che fanno male e che restituisce la vita al terreno arido e assetato. Un fiume a cui ogni donna affida i suoi figli, in un viaggio insidioso e pieno di meraviglia, che dovranno affrontare da soli, come gli omini di sughero che Alison, Ursula e Toby affidavano ogni anno alla corrente.

L’albero della nostra vita è un viaggio. Scritto in terza persona da una penna lucida e profonda, che non conosce reticenze e che non utilizza alcun attenuante. Una penna che conosce la dolcezza e le asperità della vita, che tratteggia senza alcuna fatica, senza il timore di dissacrare né di eccedere. Che utilizza le corde profonde del sentire per trasferire al lettore la meraviglia di vivere a pieno la propria storia. Una vita che è la Vita. Quella che ognuno di noi vive ogni giorno. Che è bella, ma anche crudele. Avara e prodiga. Meravigliosa e complicata. Che ci mette alla prova e aspetta la nostra risposta, che apre scenari nuovi e inaspettati, ai quali adattarci e dai quali cercare di estrapolare gioia e pienezza.

Il racconto abbraccia oltre cinquant’anni di vita e si immerge negli avvenimenti che hanno segnato la nostra storia recente. La storia di Eleonor si intreccia alla storia della sua casa, una fattoria che si riempie della vita dei suoi abitanti. Eleonor, che vi giunge per caso, quasi a nascondervisi, per curare le sue ferite. Poi arriva Cam, affascinante e pieno di passione.  E i bambini, a poca distanza l’uno dall’altro. Sono adorabili contenitori di dolcezza e meraviglia. Corpicini caldi, manine appiccicose, favole e giochi da inventare e vita che si riempie fino a traboccare, a lasciarti senza fiato. La felicità fa quasi male e fa paura, perché è perfetta. La famiglia, che Eleonor ha sempre desiderato. Quella che lei non ha mai avuto.

La maternità accoglie Eleonor in un vortice di sentimenti che non lasciano spazio ad altro. La vita è così piena ed estenuante che trascina via con sé ogni altro spazio e qualsiasi altro pensiero. E l’amore per Cam sbiadisce. Il legame si spezza. E Eleonor lascia la fattoria, per non assistere alla capitolazione di un sogno.

E inizia un processo inesorabile di corrosione. I legami si sfilacciano e poi si spezzano. Il rancore si diffonde a macchia d’olio e la solitudine torna ad abitare le giornate di Eleonor.

Ma il fiume continua a scorrere, incurante di tutto. E Eleonor torna a galleggiare. E a nuotare. E a navigare, a favore di corrente. Un omino di sughero caparbio e inaffondabile. E tornerà a casa, a rinsaldare i legami. A costruirne di nuovi. A sostenere chi vacilla. A chiudere il cerchio.

Una vita da vivere e che viviamo, spesso inconsapevoli, di farlo, ogni giorno. Scegliendo, ma anche subendo i capricci del destino. Partiamo con un bagaglio a sorpresa e utilizziamo il suo contenuto come meglio sappiamo. E viaggiamo senza conoscere la meta. Cercando una terra promessa e facendo salire altri passeggeri, che ci accompagneranno. Per un minuto, un anno o per sempre. Il viaggio sarà bello se c’è il sole. Ma arriverà la pioggia e ci bagnerà. E il vento, poi, ci asciugherà. Come Eleonor si è lasciata asciugare dai venti secchi che accarezzavano i muri stinti della fattoria. Come Eleonor che ha costruito e ha demolito. Che è partita e poi è tornata.

“L’albero della nostra vita” è un inno alla Vita. Una canzone stonata che suona una musica che ci piace. La fotografia di ciò che siamo. La meraviglia della vita, che è sorpresa, ebrezza, passione. Delusione, dolore e caduta. E rinascita, respiro, luce.


L’autrice

Joyce Maynard è una scrittrice e sceneggiatrice americana, giornalista per il New York Times, Vogue, O, The Oprah Magazine, e The New York Times Magazine. Ha pubblicato diciassette libri, tra cui At Home in the World, che racconta la sua relazione da giovanissima con J.D. Salinger. Il suo romanzo To Die For è diventato il celebre film Da morire, così come Labor Day, di prossima pubblicazione per NNE, è stato portato sul grande schermo da Jason Reitman.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione: Silvia Castoldi
  • Collana: La Stagione
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 494