IL SILENZIO DEL MONDO di Tommaso Avati

Ma fu in quell’istante che si dissero tutto. Fu in quel silenzio perfetto che il destino si compì in tutta la sua ineluttabile precisione. La madre le posò una mano sul grembo. Lasciò che la figlia ne avvertisse il calore. Lo aveva fatto? Non glielo chiese. L’altra non lo disse. Desideravano solo rimanere così ora – la mano dell’una sul grembo dell’altra – ripetendo un gesto che già una volta aveva aggiustato un destino. Non volevano altro che rimanere così, ora, mentre la sera fuori scendeva lentamente su tutto, mentre il silenzio tornava a posarsi sul mondo.

Trama

Questo romanzo narra una saga familiare che si svolge in un periodo di tempo che va dall’avvento del fascismo fino ai giorni nostri. È la storia di tre donne: nonna, madre e figlia, tutte non udenti. Rosa viene dal tempo antico e contadino. Impara una lingua simile a quel che vede e tocca: forte e sanguigna. Quella lingua è come una madre, se la porta con sé fino alla fine, e per essa si scontra col mondo civilizzato che non la capisce, e che lei non può comprendere. Da Rosa nasce Laura, che cresce nella grande città, conosce la lingua della gente, la governa, la padroneggia. Ma quella lingua che tutti parlano in realtà non le appartiene. Riconoscerlo è doloroso, richiede fatica, ci vuole coraggio. Una volta accettata la verità, sarà difficile tornare indietro. E da Laura nasce Francesca che è il prodotto dell’oggi. Parla la lingua di tutti, usa codici sofisticati, alterna tivi, evoluti. Ma Francesca sospetta che non bastino, lo capisce poco alla volta mentre l’ansia del mondo lentamente la assale. Il silenzio del mondo è un romanzo sulla diversità dell’essere sordi, sul linguaggio, sul dolore del comunicare. Un libro dove i gesti sostituiscono le parole, dove l’ascolto è qualcosa che va inventato nuovamente, ogni giorno. Ma è anche un romanzo che l’autore ha cucito per sé.


Recensione

Quante facce ha il silenzio, quali significati cela nella sua perfetta assenza? Ed è vero che il silenzio è assenza di suoni? O è, invece, il suono più perfetto dell’universo? Quello che tutti possono sentire? Quello a cui ognuno può dare un significato solo suo?

Questo romanzo ruota intorno al silenzio, che è anche scelta, non solo casualità. La sordità insegue le protagoniste di generazione in generazione, le colpisce con lievità, come neve al suolo, senza contaminare la loro essenza profonda, senza minare la loro fragilità, inserendosi nella loro vita come un seme su di un terreno grasso e fertile.

Il silenzio ha le sue ancelle, che portano su di sé tutto il peso dei suoni. Sono l’isolamento in un mondo disabitato, che riversa la sua bellezza negli odori, nei colori, nelle sensazioni. Ma un uomo non è un isola. Ed ecco che i segni arrivano a colmare i vuoti del silenzio. Dapprima per caso, poi per precisa intenzione.

I segni sono voce, rumore, urla e sussurri. Sono gesti che esprimono l’universo privato di chi li usa.

Rosa li impara per caso e deve nasconderli agli occhi del marito, che non riesce ad accettarli e che tiene la figlioletta prigioniera del silenzio. Laura imparerà i segni da lei, Rosa,  quasi in segreto. Perché i segni suscitano negli altri un sordo timore e una insensata voglia di nasconderli.  Laura potrà realizzarsi grazie ai segni e ambire ad una vita felice. Ma la felicità a volte è una chimera, che si dona al capriccio e del capriccio diventa schiava. Laura voterà le spalle al mondo degli udenti e anche a sua figlia Francesca, che è una donna del suo tempo e del tempo cavalca il buono e il brutto, senza chiudersi mai in se stessa.

Il silenzio del mondo è la storia di tre donne la cui vita ruota intorno ad una assenza. Non è solo assenza di suoni. Ma anche altri tipi di assenza, forse anche più complicati da gestire e da comprendere. L’assenza di amore, di comprensione, di radici. Un assenza che sembra creare i maggiori scompensi proprio a chi i suoni li sente. Sentire non è appannaggio solo dell’udito, ma di tutti i sensi. E anche del cuore, dell’intelletto, della sensibilità e della profondità di una persona.

Rosa, Laura e Francesca sono i frutti del loro tempo e vivono la sordità in modo diverso, come del resto la vive anche la società che le circonda, dapprima chiusa e ostile. Il tempo crea crepe nella percezione del silenzio e si apre ai segni, che diventano una lingua universale.

Tommaso Avati ci regala una storia ad alta intensità emotiva e ci porta in un universo denso di echi e di coni d’ombra, dove la luce irrompe quando il silenzio spezza i legami e poi li riunisce, li modifica, li irrobustisce.

Una prosa asciuttissima, che scava in un passato avaro, intima e tagliente come una lama. Una storia indimenticabile, in cui il perdono e voglia di comprendere riescono a penetrare la cortina, spesso impenetrabile di ogni assenza, quale che sia.


L’autore

Tommaso Avati si è sempre diviso tra cinema e letteratura. Nel 2014 ha vinto il Montreal World Film Festival per la miglior sceneggiatura per Il ragazzo d’oro. Nel 2020 ha vinto il Nastro d’argento al miglior soggetto per il film Il signor Diavolo. Ha scritto due romanzi, Ogni città ha le sue nuvole (2017) e Quasi tre (2018). Vive a Roma.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Collana: Bloom
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 206

LE LETTERE DI ESTHER di Cécile Pivot

 
Prima dell’incontro mandai una mail ai sei partecipanti, chiedendo di riflettere su una domanda: “da che cosa ti difendi?”. Se ne avessero avuto voglia, avrebbero risposto brevemente di fronte agli altri. Mi piace questa domanda, perché sono convinta che tutti noi ci difendiamo da qualcosa. E perché lascia grande libertà a chi risponde. Si può essere evasivi, ricorrere a luoghi comuni oppure, al contrario, rivelare una parte di sé.

Trama

“Le lettere mi mancavano. Ormai non ne scriviamo più, le consideriamo una perdita di tempo che ci priva di immagini e suoni.” È per colmare la nostalgia che Esther, libraia di Lille, decide di organizzare un laboratorio di scrittura epistolare. Per lei, che con il padre ha intrattenuto una corrispondenza durata vent’anni, è come riportare in vita un rituale antico: accantonare per un po’ l’immediatezza delle mail e l’infinita catena di messaggi WhatsApp che ogni giorno ci scambiamo, per sedersi a un tavolo, prendere carta e penna, darsi tempo, nel silenzio di una stanza tutta per noi, e raccontarsi. Trovare le parole giuste per qualcuno che ci leggerà, non ora e nemmeno domani. E riassaporare il gusto perduto di una comunicazione più ricca, più sensata. “Da che cosa ti difendi?” è la prima, spiazzante domanda di Esther per i cinque sconosciuti che, rispondendo al suo annuncio, hanno scelto di mettersi in gioco. Attraverso piccoli quadri della loro vita quotidiana e l’intenso scambio epistolare si delineerà poco per volta il ritratto di una classe eterogenea e sorprendente: Samuel, il più giovane, che non riesce a piangere per la morte del fratello; Jeanne, ex insegnante di pianoforte, vedova, che si difende dalla solitudine accudendo animali maltrattati; Jean, un uomo d’affari disilluso che vive per il lavoro e ha perso contatto con le gioie più autentiche; Nicolas e Juliette, una coppia in crisi sulla quale il passato getta ombre soffocanti. Esponendo dubbi e debolezze all’ascolto e alle domande, la scrittura sarà, per loro, lo strumento per rivelarsi l’uno all’altro con sincerità, alleggerendo il cuore. Intriso di tenerezza e umanità, Le lettere di Esther è un elogio alla lentezza, una celebrazione della forza delle parole, un resoconto travolgente delle fragilità umane.


Recensione

E’ stata una lettura curiosa, fuori dalle righe. Un’intrusione nelle vite di sei persone che non potrebbero essere più diverse e più distanti. E un elogio alla comunicazione epistolare, della quale si è perso praticamente ogni traccia.

Non si usa più scrivere lettere, è più che evidente. Oggi abbiamo altre forme di comunicazione, più immediate, più veloci, più informali. Meno pregnanti, meno definitive, meno giudicanti.

Utilizziamo un linguaggio informale, distante, assolutamente non ricercato. Perché il messaggio, la mail, nascono per comunicare qualcosa di veloce e di essenziale, che colpisca per la sua immediatezza. Che vada dritto al punto, senza sbavature inutili. I nostri stati d’animo sono affidati a segni e simboli di facile intuizione, che ci aiutano a far capire, in un attimo, il senso di ciò che stiamo scrivendo. Se siamo tristi, se scherziamo, se siamo sarcastici e semplicemente allegri o solidali.

Non occorre essere aulici o utilizzare termini forbiti. Nessuna immaginazione, nessuna esigenza evocativa, né sintattica. Il messaggio, la mail, hanno vita breve. Saranno presto cestinati, dimenticati, archiviati.

Una lettera invece è fatta per rimanere intatta nel tempo, dentro la sua busta, insieme al ricordo che  suscita. Una lettera ingiallisce, custodisce le macchie di lacrime versate, l’impronta di un bacio, un fiore secco, un profumo spruzzato sulla carta. Una lettera parla di chi l’ha scritta e nasce con sforzo e con la volontà di scegliere i vocaboli da usare, le frasi da scrivere. La punteggiatura, il tono, l’accozzare parole a formare un quadro denso di sensazioni.  Si pensa, prima di vergare una frase. All’effetto che quella frase farà all’interlocutore. Allontanando il pericolo di essere fraintesi o non capiti. Una lettera è fatta per essere letta e riletta, spesso imparata a memoria.

Esther pensa al suo laboratorio di scrittura epistolare come un modo per riportare in vita il rituale di scrivere lettere e di intrattenere una corrispondenza con qualcuno. Per tornare a celebrare un’abitudine che è andata perduta. Constaterà, invece, che scrivere lettere ha una suo risvolto terapeutico, perché ci induce e ci obbliga  a pensare. Scrivere di sé, in fondo, è un esercizio per conoscerci nel profondo, per confessare cose inconfessabili, per ripensare alle nostre scelte, per metterci in discussione, perdonare e perdonarci. Conoscerci e farci conoscere dagli altri, senza filtri.

Jean, Samuel, Jeanne, Nicolas e Juliette si spoglieranno a mano a mano dei veli che occultano la loro coscienza e il loro dolore. Scenderanno a patti con il loro passato e potranno aprirsi ad un futuro che appariva opaco e poco attraente. Le lettere si faranno fitte, un botta e risposta che racchiude una intimità che non è mai impudente. Tutti e cinque scopriranno la semplicità che si cela dietro al raccontarsi. Acquisiranno consapevolezza di sé e potranno raddrizzare la propria vita, che in qualche modo va alla deriva.

Il potere della parola scritta è enorme e Cecile Pivot lo sa celebrare alla perfezione in questo suo romanzo, che è anche un premio alla comunicazione lenta, riflessiva, inclusiva e autentica. Un invito a parlare a se stessi e di sé, in uno scambio che è sempre profittevole. Scrivere a se stessi e di noi stessi aiuta a far chiarezza dentro le nostre vite incasinate, prese nella morsa della velocità e del sensazionalismo.

Uno specchio vivace e intimo di vite autentiche, che trovano nella scrittura la chiave di lettura della propria vita e un invito, forse solo sussurrato, a scrivere di noi stessi, sforzandoci di confezionare frasi belle,  musicali e profonde, con le quali decodificare i nostri bisogni e i nostri desideri.


L’autrice

Cécile Pivot ha lavorato per molti anni come giornalista prima di dedicarsi alla scrittura. Le lettere di Esther è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.


  • Casa Editrice: Rizzoli
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 284

JACU di Paolo Pintacuda

«Vittoria intese l’inquietudine del figlio giacché lo scrutava di sfuggita. Avrebbe voluto dire qualcosa, qualsiasi cosa che lo preparasse, ma scelse di tacere e lasciare che fosse Jacu a scoprire da solo ciò per cui era nato».



Trama

Una narrazione originale che mescola ricostruzione storica e romanzo in una maniera completamente spiazzante.
Negli ultimi giorni del 1899, la misera quiete di Scurovalle, un grumo di case su di un anonimo monte siciliano, è turbata da un incredibile evento: Vittoria, ventidue anni e già vedova, partorisce l’ultimo settimino del secolo, un bambino che, secondo le credenze popolari, avrà poteri magici e curativi e sarà in grado di assistere qualsiasi sventurato. Sebbene Vittoria tenti di assicurare un’infanzia normale al figlio, sin dalla tenera età il piccolo Jacu dimostra di possedere questo dono prodigioso, diventando un punto di riferimento irrinunciabile per tutti i compaesani.
Anni dopo, però, gli effetti della guerra raggiungono perfino la sperduta comunità di Scurovalle, riempiendo i cuori di paura, diffidenza e rancore. Jacu, che per un errore dell’anagrafe non viene spedito al fronte insieme ai suoi coetanei, vede il proprio paese natale voltargli le spalle e sprofonda così in un periodo di grande tristezza cui decide di mettere fine arruolandosi volontario. Ma la guerra non risparmia nessuno e da quel momento né Jacu né la sua amata Scurovalle saranno più gli stessi.
Una storia potente e visionaria che intreccia le sorti di un eroe dal cuore puro con quelle di una comunità arcaica, raccontando con una lingua nuova e incalzante le vicende di un protagonista luminoso oscurato dal buio della Grande guerra.
Una realtà appartata, quella dell’immaginario paese presente nel libro, con una manciata di anime in cui si ritrovano tutte le sfumature dell’indole dell’uomo: la superstizione, l’invidia, il rancore, ma anche la generosità e la speranza.
Uno straordinario affresco umano e corale con una prosa densa e raffinata che conferisce a Jacu il sapore di un classico.


Recensione

Magia, credenze, un groviglio potentissimo tra misticismo popolare e narrazione incantata e incantevole. Sullo sfondo un secolo che volge al termine e che si apre impaurito e schivo al nuovo, al progresso, alla scienza. E i profumi e le suggestioni della Sicilia, che in quel lontano 1899 sembra ancora prigioniera di tradizioni ataviche e avvolgenti.

Vittoria è troppo giovane per essere vedova, ed è incinta. Gli occhi di Scurovalle non hanno ancora finito di esaminarla e giudicarla che il piccolo Giacomo, Jacu in dialetto, viene alla luce. E’ settimino, l’ultimo settimino del secolo, per giunta. Sarà un guaritore, come dicono tutti. Destinato a assistere e a curare gli sventurati che troverà sul suo cammino.

E Jacu guarisce, e cura. Lenisce, consola, prigioniero egli stesso di un ruolo che gli hanno cucito addosso e che, come quell’aria di stramberia e di mistero che lo avvolge da sempre, non sembra destinata a dissolversi.

Il destino di Jacu è segnato. Ed è un destino buono e crudele allo stesso tempo. Un destino che non gli concederà, mai, di porsi ai margini, fuori dalle luci della curiosità e delle ottuse convinzioni dei paesani.

Una sorte che brucerà la sua infanzia e la sua vita, prendendone un pezzo alla volta. Una sorte che incatena Jacu alla Sicilia e al suo popolo, intransigente, superstizioso, ma anche capace di grandi slanci e di potente umanità.

Paolo Pintacuda, al suo esordio come autore di narrativa ma assolutamente non nuovo al mondo delle parole, costruisce una storia che odora di favola e di magia. La sua Sicilia non serba misteri per lui, cresciuto nei vicoli di Bagheria, annusando fin da piccolo gli odori inebrianti e assorbendo sulla pelle quel sole che abbacina il corpo e la mente.

Ed è questa Sicilia, ammiccante e pretenziosa, che racconta nel suo romanzo, riuscendo in pieno a rendere al lettore la sensazione asfissiante ed esaltante che deriva dalla consapevolezza di  appartenere ad una comunità, ad una sensazione, ad un’idea comune, quella che ti fa cedere alla sensazione e arretrare davanti al raziocinio. Un linguaggio che si accosta a quello dei grandi narratori del passato, che si reinventa dentro ai confini colorati del Sud, che incanta e che è balsamo sulle labbra del lettore, vittima anch’esso di un incantesimo che lo trasporta nello spazio e nel tempo fino a lambire un passato intransigente e capriccioso.

La ballata di Jacu diventa subito fiaba e dannazione e buio. E la guerra, che incombe e che sconvolgerà tutto e tutti, diventa una madre bugiarda, che spegne la luce e porta freddo e dannazione.


L’autore

È nato a Bagheria nel 1974. Durante l’infanzia ha frequentato assiduamente il Cinema Nazionale dove il padre, Mimmo Pintacuda, noto fotografo e figura cui si è ispirato Giuseppe Tornatore per il personaggio di Alfredo in Nuovo Cinema Paradiso, lavorava come proiezionista. È sceneggiatore per il cinema e vincitore del Premio Solinas 2010. Come coautore, nel 2019 ha firmato il soggetto e la sceneggiatura del film Tuttapposto, diretto da Gianni Costantino, con Luca Zingaretti e Roberto Lipari.


  • Casas Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 152

RESIDENZA PER SIGNORE SOLE di Togawa Masako

Quasi tutte le inquiline della residenza, invece,  pur avendo condotto, in passato, per quanto è possibile ad una donna, un’esistenza piena, ora che avanzano negli anni tendono a ritirarsi nel proprio bozzolo, e a guardare con nostalgia ai giorni splendenti della loro giovinezza.

Trama

La Residenza K, un palazzo di mattoni rossi che ospita donne nubili, appare agli abitanti di Tokyo come una dimora tranquilla per signore per bene, ma nasconde in realtà un passato sinistro. Quando dalla portineria sparisce misteriosamente il passe-partout, la chiave universale che apre tutte le centocinquanta stanze affacciate sui lunghi corridoi dei cinque piani, le inquiline cominciano a vivere nell’ansia. Ogni camera, infatti, oltre a un’immensa solitudine, custodisce colpe che ciascuna di loro tiene scrupolosamente per sé: strani furti, incidenti sospetti e persino un suicidio aleggiano tra quelle mura, abitate da donne assorte nel ricordo dei tempi andati. E adesso, in previsione dello spostamento dell’edificio che deve far posto a una strada, queste donne temono che succeda qualcosa di orribile: i lavori potrebbero portare alla luce un crimine avvenuto anni prima, e con esso tanti altri segreti che le pareti spesse della Residenza K – e la sua curiosa portinaia con la passione per i libri – serbano con discrezione. Pubblicato per la prima volta nel 1962, Residenza per signore sole è un grande classico del noir giapponese. Una perla rara, ricca di tensione e atmosfera, che ricorda i thriller di P.D. James, conservando però l’inconfondibile tocco di magia che continua a far innamorare della letteratura del Sol Levante le lettrici e i lettori di tutto il mondo.


Recensione

Unire e miscelare il genere noir con la letteratura giapponese ha qualcosa di eversivo. E’ un esperimento insolito, coraggioso e dagli esiti incerti. Il mistero insondabile che devia la psiche umana, così debole e creativa, unito alla lentezza per certi versi esasperante della letteratura del Sol Levante, pregna di passaggi descrittivi e di un accanimento del tutto nuovo nel catalogare e disquisire sui sentimenti, ci restituisce qualcosa di inaspettato e di sorprendentemente morboso.

“Residenza per signore sole” è una miscela esplosiva di questi due ingredienti. Scritto negli anni sessanta, è ambientato in un Giappone chiuso e tradizionalista, in cui una donna che non sia moglie né madre stenta a trovare la sua collocazione.

Una donna nubile non può che abitare in una residenza per signore sole, un luogo poco felice, densamente popolato da donne deluse dalla vita, in ogni sua accezione. Donne il cui passato è un capitolo chiuso, che stentano a trovare una dimensione in una società maschilista. Donne che non hanno più un lavoro, che non hanno un marito. Che vivono di ricordi, annegando nella nostalgia, nel rimpianto e nel rancore. Tutte le donne della residenza K  portano chiuso in sé un segreto doloroso, da difendere dagli occhi e dalle orecchie indiscrete delle coinquiline. Le sventure altrui non riescono a instillare in loro sentimenti di pietà, di solidarietà, di condivisione. Al contrario, la curiosità verso la vita interiore delle vicine di appartamento è un tarlo che rode dall’interno, e scava, scava fino a far sanguinare le carni.

Il sospetto, il sotterfugio producono effetti devastanti sulle abitanti della Residenza K, che scendono a dubbi compromessi pur di vedere soddisfatta la loro curiosità. La solitudine gioca brutti scherzi a molte di loro, la cui vita è ormai un deserto arido e desolato che può rinverdirsi solamente venendo a conoscenza degli aspetti scabrosi della vita altrui.

Il dipanarsi delle vicende che coinvolgono la Residenza K crea un’atmosfera misteriosa e subdola e denuda le sue abitanti fine a mostrarne l’intima essenza. In fondo sono solo donne sole e deluse dalla vita, che usano l’astio e la vendetta per curare le proprie ferite, in una società che le tiene ai margine, le deride e le emargina, poiché non servono più a nessuno scopo.

L’autrice ama tendere trappole al lettore e lo conduce dove vuole, senza sforzo. Svia con noncuranza la sua attenzione per sorprenderlo sul finale. Con una prosa morbosa e ammiccante, seppure morbida e cristallina, Togawa Masako compie un piccolo miracolo, pur accontentandosi di confezionare un romanzo breve, interamente circoscritto alle mura della residenza, che ruota attorno al mistero di un bambino scomparso in circostanze misteriose.

Un romanzo godibilissimo, che coinvolge per le atmosfere torbide e che scava nell’animo umano a sondare debolezze e a straziare le carni come un bisturi impietoso. Un’autopsia accuratissima  che disseziona solitudini, memorie, impressioni, rancori e lievi speranze di donne lasciate ai margini, inutili e sole e che sembra voler suggerire che solo la maternità, la gioventù e la bellezza rendono sopportabile e significativa la vita di una donna.


L’autrice

Togawa Masako  (1931-2016) è stata una delle più importanti scrittrici giapponesi di noir. Nata a Tokyo, cantante, attrice e per anni titolare di un nightclub, ha raggiunto la fama non solo come giallista, ma anche come icona gay e femminista. Residenza per signore sole ha vinto il prestigioso premio per il genere intitolato a Edogawa Ranpo.


  • Casa Editrice: Marsilio
  • Collana: Farfalle
  • Traduzione: Antonietta Pastore
  • Genere: noir
  • Pagine: 176

L’UOMO CHE AVEVA VISTO TUTTO di Deborah Levy

Mi ero trovato in tasca una matita per occhi azzurra. Si chiamava Spuma d’oceano, e me l’aveva regalata Jennifer per il mio compleanno. Di solito andavo in biblioteca in giacca e cravatta, cercando di far intendere che ero uno studioso serio e del tutto in accordo con un regime ideologicamente sorvegliato da vecchi abiti formali. Si, il regime e io potevano sederci sullo stesso divano e respirare in sincronia, sereni e affettuosi, a goderci un silenzio cordiale. Cominciavo a essere sempre più simile a mio padre, quindi mi passai un po’ di Spuma d’oceano sotto gli occhi e partii per un’altra giornata a studiare la resistenza culturale al nazismo nella Germania degli anni Trenta. Spuma d’oceano si rivelò un vero e proprio maremoto.

Trama

È il 1988 quando il giovane Saul Adler viene investito da un’auto a Londra sulle strisce pedonali di Abbey Road, celebri per l’album dei Beatles. Si riprende, ma il giorno dopo la sua fidanzata Jennifer Moreau, una promettente fotografa che l’ha scelto come musa, lo lascia senza motivo. Depresso, Saul si trasferisce a Berlino Est per portare avanti i suoi studi sull’Europa orientale; e da quel momento gli eventi sembrano legarsi e slegarsi in un vortice di coincidenze e discordanze. La memoria di Saul è sempre più inaffidabile, lui pare conoscere fatti non ancora accaduti ma tradisce i suoi più cari amici, Walter e Luna, che vengono arrestati dalla Stasi. Quando però, anni dopo, rimane vittima dello stesso incidente su Abbey Road, Saul intraprende un viaggio intimo alla ricerca di se stesso, per ricomporre la realtà spezzata in cui è immerso.

Magico e struggente, L’uomo che aveva visto tutto è un romanzo sullo spazio sfocato tra verità e ricordi, un luogo mutevole in cui passato e presente convivono. Come in un’immagine a lunga esposizione, Deborah Levy fotografa squarci di tempo interiore, dove la nostra identità prende forma, e illumina il desiderio oscuro di vivere infinite vite, mille amori, mille esperienze.


Recensione

Una vita intera racchiusa in poco più di 200 pagine. Non una linea retta, ma tante macchie psichedeliche, alcune sfuocate, altre a tinte forti. Che si sovrappongono, che fluttuano distanti, si avvicinano, si allontanano, cozzando tra loro.

Debora Levy scrive un romanzo onirico e straniante,  utilizzando la prima persona singolare per disegnare l’esistenza di Saul Adler, un uomo avvenente, sensibile, affascinante quanto inquieto. Vittima inconsapevole di svariate fascinazioni. Deluso dalla memoria e confuso dall’accavallarsi degli eventi della sua vita, che a tratti paiono incomprensibili, preda di un capriccio o, meglio ancora, di un destino beffardo e crudele.

La storia di Adler sfugge non solo alla memoria di se stesso, ma anche alla prevedibilità degli eventi, che si susseguono senza alcuna continuità, in modo apparentemente casuale.

Abbey Road, a Londra, è il luogo in cui tutto inizia e finisce. Un luogo iconico, scelto dai Beatles per uno scatto che è divenuto famoso e che fa da sfondo anche ad una foto che vede Saul come soggetto principale. Una foto che lo inseguirà nella Germania Est, nei giorni che precederanno la caduta del Muro, finendo nelle mani di un’amante opportunista, per poi tornare a Londra, appesa al muro della mostra fotografica di Jennifer, l’amata Jennifer. Colei che scatta la foto, in quel giorno in cui tutto inizia.

La Germania Est sembra essere per Saul un luogo di perdizione. Lì si consuma la sua avventura con Walter, lì scenderà a patti con l’oppressione del regime, che spinge le persone a goffi sotterfugi e a melodrammatici stratagemmi per vivere una vita degna di essere vissuta. Sempre lì assaggerà il sapore della prigionia, fisica e mentale ed elaborerà il rancore verso il padre e il fratello.

Tornato a Londra, sulle strisce bianche e nere di Abbey Road, il passato di Saul tornerà a tormentarlo. Gli anni sembrano essere passati in un attimo, ma il vuoto della memoria e l’occhieggiare di ricordi fallaci e ruffiani, portano Saul a ripensare la propria vita, a ricostruirla, prendendo congedo da chi gli ha nuociuto e chiedendo perdono a chi si è lasciato travolgere dal suo egocentrismo.

L’uomo che aveva visto tutto è la parabola di una vita che passa inosservata, senza mordente, senza il coraggio necessario a guardare le cose per come sono davvero. Così come Saul da giovane  non metabolizza l’esperienza nella Germania Est, anche il Saul maturo non riesce a penetrare il nucleo della sua esistenza, lasciando che gli amori della sua vita rimangano relegati al ruolo di semplici comparse. Non è un caso se Saul, affacciandosi sulle strisce di Abbey Road finisca sempre per non attraversarle. L’incompiutezza di quella traversata, così come l’incompiutezza della sua intera esistenza sono in fondo un destino comprensibile, per Saul come per la maggior parte di noi, assolti di default dalla nostra codardia, che pare l’unico modo plausibile per vivere una vita complicata e piena di insidie.


L’autrice

Deborah Levy (1959) è tra le maggiori scrittrici inglesi. Nata in Sudafrica, è autrice di romanzi come A nuoto verso casa (Garzanti 2014), finalista al Man Booker Prize, e Come l’acqua che spezza la polvere (Garzanti 2018). L’uomo che aveva visto tutto è stato selezionato per il Man Booker Prize 2020 ed è entrato nella short list del Goldsmiths Prize 2019. NNE pubblicherà anche il suo prossimo romanzo.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: distopico
  • Traduzione: Gioia Guerzoni
  • Pagine: 240

LE PORTATRICI di Jessica Schiefauer

 Alcune cose sono semplici da raccontare. Altre parti sono più difficili. Ciò che è successo dentro di me, nelle mie sensazioni o nel mio corpo, quei ricordi sono scivolosi come saponette, mi sgusciano dalle mani quando voglio scriverli. Ma sono importanti, devono essere descritti in qualche modo. Senza di loro ci sarebbero grossi buchi nella storia. (…)
Qualcosa si muoveva dentro di me. Un piccolo, minuscolo battito, come una farfalla che muoveva le ali sottili.
Infilai le mani sotto la canottiera, cercando di coprire la pancia più che potevo con i palmi. Sotto la pelle e il grasso sentivo la membrana tesa, la parete che mi separava da ciò che c’era là dentro. Una stanza scavata dentro di me, un buco a forma di uovo, e in quel buco c’era qualcosa che si muoveva.
Alzai lo sguardo verso i boccioli bianchi, trattenni il respiro, mi ascoltai dentro. Ma era tutto silenzioso, non c’erano ali di farfalla che battevano.
Le mie dita si mossero lente sulla pelle. Sentii la mia stessa voce, arrivò di sorpresa, come se fosse di qualcun’altra.

Trama

Quando il Covid ci ha colpito nella primavera del 2020, Jessica Schiefauer aveva già consegnato il suo romanzo su cui lavorava da più di un decennio. Ambientata in un mondo postpandemico, si narra la storia di Nikki e della sua compagna Simone. Il Morbo ha devastato il loro mondo per generazioni, e ha costretto la popolazione a separarsi secondo linee di genere: la società è riservata alle donne, note come “portatrici”, mentre gli uomini, i “diffusori” della malattia, sono tenuti in quarantene a prova di fuga. Se una portatrice entra in contatto fisico con un diffusore, la malattia si sviluppa nei corpi di entrambi causando la morte della portatrice nel giro di quarantotto ore. Il diffusore va incontro alla stessa sorte, ma viene anche colto da un folle bisogno di fecondare più portatrici possibile prima di morire.

In una città chiamata Irisburg nel continente scandinavo, Nikki e Simone condividono una vita tranquilla e felice insieme. a loro è una società in cui i cittadini del mondo possono stabilirsi dove vogliono. Mangiare carne è ormai impensabile e il dibattito politico ruota attorno al modo migliore per gestire le risorse limitate della Terra. Invece del lavoro, le portatrici effettuano un numero limitato di ore di servizio ogni settimana. E in cambio del contributo alla democrazia con il voto, ricevono un’unità abitativa e un buono vita. Ma quando Simone decide di avere una bambina, tutto cambia. Tutto ciò che Nikki pensava di sapere sulla sua partner, sul suo mondo e su sé stessa è capovolto.

Le portatrici apre una finestra su una società radicalmente diversa, dove i sistemi politici ed economici di oggi sono stati relegati al passato e sostituiti da una visione eco-femminista che a prima vista sembra più luminosa, più verde, più giusta, un mondo immaginario plasmato dal Morbo ma anche da nuove tecnologie, modalità di trasporto e metodi di riproduzione, completo di un proprio vocabolario Eppure le cose non sono come sembrano e Nikki scopre il lato oscuro della sua società. In questo mondo rivoluzionato, le portatrici lottano ancora con i concetti umanissimi di amore, tolleranza e desiderio, paura, violenza e potere.


Recensione

Una società che appare completamente ribaltata rispetto al nostro presente. Un mondo tutto al femminile, fatto solo di donne, che portano avanti l’umanità attraverso nuovi metodi di concepimento. Una democrazia aperta e diretta, che elargisce a chi vota una casa e di che vivere. Non si lavora, si contribuisce con servizi utili alla società. Nessuna prevaricazione: tutte hanno le stesse cose. Nessuna ambisce ad avere di più, un concetto che pare scomparso dalla società.

C’è un ordine quasi innaturale e uno scandire dei giorni che sembra aver cancellato gli acuti intellettuali e la creatività dell’individuo. Le donne si amano tra loro, bastano a loro stesse e portano la vita.

Gli uomini, al contrario, diffondo un morbo terribile e per questo vivono segregati, al pari di animali pericolosi e selvaggi. Ingovernabili, abbruttiti dal desiderio incontrollabile di fecondare. Irsuti, dai lineamenti marcati, dai ghigni bestiali,  spaventosi e primordiali. C’è ancora memoria di un lontanissimo passato in cui il patriarcato imperversava. Epoche in cui la donna era tenuta ai margini e l’uomo distruggeva il pianeta in tutti i modi possibili. Oggi invece la società ha raggiunti una perfezione che va mantenuta a tutti i costi.

Un affaccio futurista che suona immediatamente interessante, curioso. E la lettura parte immediatamente con il piede giusto. Si fa affascinante e con naturalezza si insinua nel lettore un esercizio irresistibile di immaginazione e di immedesimazione in una società che ha perso qualsiasi connotato romantico ed erotico, in cui prevale l’obbedienza e l’appiattimento di ogni individualismo.

Jessica Schiefauer ha lavorato moltissimi anni alla stesura di questo romanzo e gli ha dato la luce proprio quando un altro morbo prendeva il sopravvento nel mondo intero. Il sopraggiungere del Covid, in realtà, ha reso lo sforzo di immedesimazione molto più facile per il lettore e lo ha avvicinato senza grossi sforzi al mondo descritto nel libro, che sarebbe risultato, altrimenti, piuttosto lontano dalla nostra realtà.

Sarà per questo che tutta la narrazione mantiene una sua plausibilità e ci fa precipitare a corpo morto in un mondo che per quanto spaventoso serba un’immagine di ordine e di giustizia sociale, eccetto,naturalmente, per l’uomo, inteso esclusivamente come genere, che viene demolito e demonizzato con sbalorditiva sistematicità. Una demolizione che ho percepito come una sorta di nemesi storica (i maschietti mi perdoneranno se mi sono lasciata prendere la mano!).

Nel romanzo, la storia di Nikki è una storia di consapevolezze e di scoperta. Una crescita interiore che diventa esponenziale e l’apertura verso ciò che viene giudicato pericoloso. La voglia di capire, la capacità di acquisire un pensiero critico e il necessario ripensamento su verità preconfezionate che ci tengono in scacco. La spinta a pensare con la propria testa anche quando si tratta di demolire dogmi indiscussi sui quali abbiamo la nostra intera esistenza. La naturale, doverosa, catartica apertura verso il diverso, che non può che costituire, per chi legge, un monito e una esortazione. Una visione della maternità vissuta come una missione, completamente soggiogata alla necessità di mandare avanti la specie e svuotata da qualsiasi sentimento ed istinto. E, infine, la consapevolezza che qualcuno sopra di noi manipola le nostre percezioni e la nostra coscienza ad uso e consumo del potere. E ci tiene in scacco, lavorando sulle nostre paure e sui nostri preconcetti.

C’è poco da aggiungere, direi. Le Portatrici è un romanzo che tutti dovrebbero leggere, perché gli spunti di riflessione che propone sono importanti e irrinunciabili. Un romanzo godibile, con una costruzione narrativa e una prosa impeccabile, fatta per catturare l’attenzione e per provocare il lettore, costretto a riflettere su temi spinosi e di non facile lettura.  Una storia di crescita. Un vaso che si scoperchia su una realtà che, in fondo, non è poi così lontana da quella in cui viviamo, in cui permangono  mille altri modi di segregazione, non solo quella di genere.


L’autrice

Jessica Schiefauer è nata e cresciuta in un paese fuori Göteborg. Dopo il conferimento dell’August Prize per Girls (Feltrinelli, 2016), si è confermata come una delle più interessanti voci della letteratura young adult in Svezia. I suoi romanzi si concentrano su temi quali l’autostima, la crescita, la sessualità e l’identità di genere. Con il romanzo Quando arrivano i cani (Camelozampa, 2022) ha vinto nuovamente l’August Prize nel 2015.


  • Casa Editrice: Fandango Libri
  • Traduzione: Samanta K. Milton Knoles
  • Genere: distopico
  • Pagine: 346