PANDORA di Susan Stokes-Chapman

<<Agali agali ginatai i agourida méli>>
“Piani piano, l’uva aspra si fa miele”, mormora.
Non c’era giorno che i suoi genitori non le insegnassero qualcosa della terra antica dov’era nata sua madre.
Abbi pazienza, questo vuol dire in sostanza il proverbio. Ma forse che Dora non ne ha già avuta fin troppa?

Trama

Londra,1799. Un tempo rinomato, l’Emporio di Antichità Esotiche dei Blake, racchiuso fra un caffè e la bottega di un merciaio, ha da offrire soltanto opere contraffatte, armature scalcagnate e ninnoli privi di valore da quando è finito nelle mani di Hezekiah Blake dopo la tragica morte di suo fratello Elijah. Stimati archeologi e collezionisti, Elijah Blake e sua moglie Helen sono rimasti uccisi dal crollo di uno scavo in Grecia. L’incidente ha lasciato illesa Pandora, la figlia della illustre coppia, ma ha determinato la sciatta decadenza dell’Emporio, rapidamente divenuto una bottega di polverose cianfrusaglie nelle mani sbagliate di Hezekiah. Gli anni sono passati e Pandora, detta Dora, è ora una giovane donna che sogna di diventare un’artista orafa. Un sogno che lei coltiva con caparbietà mentre trascorre le sue ore nell’Emporio in cui l’inettitudine e l’oscura attività dello zio trascinano sempre più il nome dei Blake nell’infamia e nell’oblio. Un giorno, di ritorno al negozio, una scena spaventosa si schiude davanti agli occhi della ragazza: di fronte all’Emporio giace, ribaltato, un carro. Il cavallo, sdraiato sul fianco, sembra illeso, Hezekiah, invece, è intrappolato sotto l’animale. Attorno a lui tre uomini malvestiti, con il terrore negli occhi e l’odore salmastro dei marinai addosso, armeggiano e imprecano alla scalogna mentre fissano una cassa incrostata di molluschi rimbalzata sul selciato. Nei giorni successivi Hezekiah, malconcio e sospettoso, chiude la cassa a chiave nello scantinato e vieta alla nipote di accedervi. Che cosa c’è in quella cassa? Perché Hezekiah è impallidito quando la nipote glielo ha domandato? E per quale motivo ordina a chiunque di non mettere piede nello scantinato? Incapace di tenere a freno la curiosità, Dora si avventura nello stanzino buio e umido per imbattersi in qualcosa che cambierà per sempre la sua vita.


Recensione

Nella Londra di fine 1700 o si è nobili e ricchi o si appartiene alla colorata e nutrita compagine dei derelitti. O si abita nei quartieri eleganti al di là del Tamigi, dove maestose ville si ergono al centro di verdeggianti giardini, o si proviene dai maleodoranti quartieri dei bassifondi, dove il fango e il cattivo odore si contendono il primato di quello che salta subito agli occhi ai malcapitati che si trovano ad attraversarli.

Londra è già un grande centro e viverci è una scommessa per tutti coloro che non sono nati sotto una buona stella. Così è per Hezekiah, che vive vendendo paccottiglia nel suo emporio, un tempo rinomato negozio di antichità e che sopravvive di misteriosi espedienti. E così è anche per sua nipote Pandora, che tutti chiamano Dora, che è orfana e ha per amico Hermes, una gazza che è un concentrato di istinto e incanto. Dora sogna di diventare una disegnatrice di gioielli e di potersi mantenere, un giorno, grazie alla sua arte. Un sogno piuttosto ardito, per i tempi. Tempi in cui una donna difficilmente trova la sua strada fuori dal matrimonio, a meno che non sia un viatico che la conduca direttamente dentro ad un bordello.

Dora ha talento, è caparbia e soprattutto detesta suo zio, che con i suoi oscuri traffici e cedendo alle lusinghe della contraffazione, sta trascinando l’emporio Blake nell’oblio.

Le giornate di Dora si susseguono tutte uguali, tra una miseria latente ma sempre più invasiva, il disegno e il lavoro all’emporio. Finché una misteriosa cassa viene portata in gran segreto nello scantinato.

E’ così che entra in scena Edward Lawrence, aspirante antiquario e il misterioso vaso contenuto nella cassa. Un vaso antico, che riserverà non poche sorpresa a Dora e al suo nuovo amico. Edward e Dora stringeranno una sorta di sodalizio: dovranno scoprire la provenienza del grande vaso. Lei per prendervi ispirazione per i suoi gioelli. Lui per scrivere un saggio stupefacente, mediante il quale  poter essere finalmente ammesso presso la Società degli Antiquari.

Da qui il mistero si fa fitto e coinvolgerà il passato di Dora, la passione per l’antica Grecia dei suoi genitori, il mistero della loro morte e il Vaso, che sembra contenere una sorta di maleficio, un alone di morte che ammorba tutto e tutti.

In una Londra georgiana che impazzisce per le antichità e l’esotismo, rincorre i miti greci e le credenze di un tempo lontanissimo, pronta a tutto per possedere un manufatto dal quale riecheggino i fasti di lontanissima memoria, tutti i nodi verranno a galla a causa o per merito di un enorme vaso di terracotta, che sembra contenere l’innominabile e che porta l’immaginazione verso l’inizio del mondo e la creazione della prima donna mortale, Pandora, colei che contiene in sé tutti i doni, creata da Zeus per incarnare tutte le virtù femminili. Il suo vaso racchiude tutti i mali che potrebbero abbattersi sui mortali e Pandora deve tenerlo ben chiuso. Ma Pandora sarà vinta dalla curiosità e aprirà il vaso….

In questa città che odora di verdure marce e che contiene un variegato popolo di malcapitati, una cenerentola sui generis con la passione per l’arte orafa cercherà la sua scarpetta di cristallo, per poter fuggire da un destino che le va stretto. Non si lascerà scoraggiare dai rintocchi della mezzanotte e scoprirà le sue origini, affrontando a viso aperto la verità sulla sua famiglia. E troverà il suo principe, dal quale non si lascerà salvare. Perché le principesse dei bassifondi si salvano da sole, con la grinta, la rabbia e la determinazione. Salverà se stessa, la sua memoria e anche il vaso che sembra portare il suo nome, affrancandolo dall’aura cattiva che lo circonda.

Pandora è un romanzo affascinante, pieno di suggestioni, ricolmo del fascino di un’epoca che fa della contraddizione la sua forza. Scritto con una prosa evocativa e coinvolgente, trascina il lettore in un vortice di avventurosa follia e lo porta con sé nei vicoli malsani e nei sobborghi malfamati, dove sopravvivere è già una vittoria e dove la vita è un terno al lotto. In una continua altalena tra il passato e il presente, tra la ricchezza e i disagi della povertà, Pandora ci ipnotizzerà fino alla fine delle sue pagine, che si lasciano bere a perdifiato come a calmare un’arsura che ci secca la gola. Pandora intesa come l’opera stessa e Pandora, la protagonista, una vera eroina della sua epoca, trascinata verso il basso da una sorte avversa e che osa risalire la china con le unghie e con i denti, certa di meritare una sorte diversa da quella che sembra scritta per lei. Pandora, che vuole inseguire i suoi sogni senza cercare l’appoggio di un uomo e che crede nella volontà, quella forza dirompente che può condurla lontana dalla miseria e dall’onta.

Susan Stokes-Chapman, al suo esordio, ci consegna un romanzo sensazionale,  che contiene uno specchio meravigliosamente disegnato della società georgiana, in cui personaggi ridondanti e magnificamente descritti raccontano ognuno il suo pezzo di storia. Un’avventura unica, che prende le mosse dai grandi miti del passato e che li utilizza per creare una trama articolata, avvincente e misteriosa. Un romanzo che incoraggia il desiderio di riscatto e di giustizia. Un’opera che si farà amare con facilità e che difficilmente si farà dimenticare.

Insomma, un romanzo di cui c’era bisogno. Perché il lettore si merita di immaginare, di costruire, di pensare e di credere. Credere che la giustizia vinca, che l’amore trionfi e che da una apparente sconfitta si possa risorgere, più forti. Credere di poter realizzare i propri sogni, senza abbassarsi a compromessi, con l’impegno costante e la volontà di emergere.  Allora, come adesso.


L’autrice

Susan Stokes-Chapman è nata nel 1985 ed è cresciuta a Lichfield, Staffordshire. Ha studiato per quattro anni alla Aberystwyth University, laureandosi con un BA in Educazione e Letteratura Inglese e un MA in Scrittura Creativa. Lavora nell’istruzione superiore e attualmente vive nelle West Midlands.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Massimo Ortelio
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 364

SONATA D’INVERNO di Dorothy Edwards

Era stata colta da un’improvvisa sensazione di solitudine, così intensa, che il luogo e le persone intorno a lei, il giardino duro, pietroso, e gli alberi, spiccavano vuoti come se non avessero ulteriori implicazioni, come se lei avesse rinchiuso dentro di sé tutta l’immaginazione e l’affetto che avrebbero potuto dar loro vita. In quel momento provava un disgusto quasi insopportabile per la vita, una sorta di nausea.

Trama

In un piccolo villaggio della campagna inglese che sa di Jane Austen quanto di Čechov, mentre l’inverno imbianca il paesaggio si dipanano le vicende sentimentali e sociali di una piccola comunità: due sorelle corteggiate a intermittenza, un cugino che non sa cosa fare di sé, una ragazzina ribelle che cerca di evadere da un contesto familiare soffocante, e il forestiero Arnold Nettle, giovane e cagionevole musicista trasferitosi in campagna per fuggire l’inverno cittadino. Le lunghe serate trascorrono tra goffe conversazioni ed esibizioni musicali che sono le sole ad animare la calma che avvolge il paese. Tutti, in cuor loro, aspirano a qualche indefinito mutamento, sperano in un attimo epifanico che possa imprimere alla vita un corso più deciso, ma la voce dei protagonisti rimane in gola, così come il rumore dei passi si perde nel silenzio ovattato dell’inverno.

La solitudine della condizione umana è la grande protagonista di questa storia, tratteggiata con pochi tocchi delicati, simili a quelli che animano le corde del violoncello suonato nelle buie sere invernali. Dorothy Edwards firma un romanzo quieto, intimo, nel quale lo stato d’animo dei personaggi prende corpo accordandosi con la musica e con il paesaggio, mentre si comincia a intravedere, in fondo alle strade innevate, l’inevitabile arrivo della primavera.


Recensione

Un velo di introversa malinconia ammanta le pagine di questo romanzo,  uno spiraglio attraverso il quale spiare il quieto incedere della vita in un piccolo centro in mezzo alla campagna inglese.

Tutto sa di lentezza, di ottuso desiderio, anelito ad una felicità che sembra spaventare, più che infondere una qualsiasi aspettativa. L’ambiente, chiuso, claustrofobico, dove non accade mai niente. La solitudine, che isola gli abitanti, spingendoli a chiudersi in se stessi. E l’inverno, umido, inquieto, spietato, che scaccia la luce e prende in scacco la natura, ibernandola sotto la neve e il ghiaccio.

Olivia e Eleonor, giovani orfane, dal carattere mite che lascia intravedere, tuttavia, la brace che arde sotto la cenere. Giorge, goffo giovanotto di campagna, annoiato e senza una occupazione. Paoline, inquieta e ribelle, che insegue un ideale d’amore distorto e cerca disperatamente l’attenzione che le viene negata in famiglia. Mr. Nettle, giunto in campagna a svernare, prigioniero di una timidezza che sembra paralizzare ogni suo intento. Ed infine Mr Premiss, che arriva a turbare gli animi già vulnerabili della piccola compagnia, instillando sogni di evasione e di idilli mai realizzati.

Tutti loro inseguono un ideale di vita e vanno in cerca di un brivido che scuota la loro grigia esistenza. I loro sono desideri semplici ma inconfessabili, che si consumano di una combustione lenta e inesorabile. Desideri che riversano sugli altri ma che ritornato indietro inappagati e ancora più urgenti.

L’insoddisfazione e l’immutabilità ricadono su di loro con gravità e si risolvono in una rassegnazione pesante da sopportare ma che l’abitudine rende quasi naturale ed endemica.

Questo senso di sconfitta si alza lieve dal terreno indurito dal ghiaccio e si legge nelle nuvole grigie che si addensano all’orizzonte. L’ambiente invernale è forse il vero protagonista di questo romanzo, capace di deliziare l’occhio come di offuscarlo. L’autrice, la cui penna è deliziosamente malinconica ma anche prodiga di ricercate descrizioni sulla natura e sugli animi dei personaggi, riesce ad elevare alla quadrato la crudele bellezza dell’inverno inglese, che diventa anche la condizione dell’animo dei personaggi, presi in ostaggio dalla solitudine e da un freddo che paralizza e sopisce vivacità e speranza.

Sonata d’inverno è un romanzo delicato e poetico. Uno spaccato di vita semplice, che non pretende niente dalla destino se non un braccio a cui potersi appoggiare e una spalla da cingere. Un racconto senza un inizio e una fine, in cui tutto può accadere ma dove non accade niente e che sembra indicare l’inconcludente sforzo di vivere e l’infrangersi di ogni desiderio contro l’ineffabile e irremovibile realtà.


L’autrice

Dorothy Edwards è stata una figura eccentrica rispetto all’establishment letterario dell’Inghilterra di inizio secolo: gallese, socialista e vegetariana, dopo la laurea in greco girò l’Europa impartendo lezioni di inglese. La sua raccolta di racconti Rhapsody (1927) la fece conoscere e apprezzare dalla critica e le aprì le porte del Bloomsbury Group, ma Londra non era il Galles e Dorothy tornò ben presto nella casa natia, dove si dedicò a tempo pieno alla scrittura. Morì suicida nel 1934. Sonata d’inverno è il suo unico romanzo.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Francesca Frigerio
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 176

IL CIELO SBAGLIATO di Silvia Truzzi

Il vento che soffia dal lago è gelido. Regina tiene stretto il fagotto dentro il cappotto liso mentre copre la poca distanza che separa vicolo Barche da piazza Ferrante Apporti. Sale al secondo piano di una casetta che le pare una reggia: ha perfino le tende alle finestre. “Regina, come posso aiutarti?”, dice la padrona di casa mentre la fa accomodare. C’è molta luce nell’appartamento e un fuoco scoppiettante riscalda il soggiorno che odora di pane, ma alla  vecchia quell’improvviso calore fa male alle ossa, tanto è abituata all’umido del suo tugurio a piano terra.

Trama

Mantova, 1918. Nel giorno dell’armistizio della Grande Guerra due bambine vengono al mondo a poche ore di distanza. Dora in una poverissima casa vicino al lungolago, già orfana perché sua madre muore di parto e suo padre è un soldato disperso. Qualche ora dopo nasce Irene, l’ultimogenita dei marchesi Cavriani, famiglia dell’antica nobiltà cittadina. Le due bambine crescono – una tra la fame e la miseria dei vicoli, l’altra negli agi del palazzo che porta il nome della sua famiglia – e si incontrano ogni domenica sul sagrato di Sant’Andrea. Dora chiede l’elemosina e nella sua mano la piccola Irene deposita un soldo e un sorriso di solidarietà e compassione. Gli anni passano e mentre il Fascismo si fa regime, e insanguina le strade della città, due vite destinate a rimanere separate da un’insormontabile differenza di classe si incrociano di nuovo. La sorte che ha portato Dora nella casa borghese della famiglia Benedini, dove è stata accolta e ha ricevuto un’istruzione, le ha fatto dono di una bellezza fuori del comune che fa girare la testa agli uomini. Tra loro c’è anche il timido Eugenio, figlio dei ricchissimi Arrivabene e cognato di Irene. Sfidando l’ostilità delle famiglie, Dora si fidanza in segreto con Eugenio ma il bel mondo che comincia a spalancarsi davanti ai suoi occhi ha in serbo per lei molte sorprese: in una girandola di splendidi vestiti, ricevimenti e intrighi, Dora dovrà difendere tutto ciò che ha conquistato con tanta fatica.


Recensione

Gli anni sono quelli  cruciali, tra le due guerre e lo scenario è la provincia italiana, chiusa a doppia mandata dal pregiudizio e  dalla diseguaglianza sociale. A Mantova, ma anche in ogni altra piccola città italiana, si può nascere sotto una buona stella oppure dentro alla miseria più abbietta, quella che ti fa battere i denti dal freddo e dalla fame. Due scenari così lontani tra loro che non vi è la minima idea di cosa voglia dire nascere sotto il cielo sbagliato. Ed infatti, in quel lontano novembre del 1918, mentre si chiude il sipario sulla Grande Guerra, due bimbe vengono al mondo. Una è Irene, marchesina di nascita che nasce tra gli agi e i privilegi. L’altra è Dora, la cui mamma muore di parto  e che crescerà tra gli stenti e la mancanza di amore.

Niente, in apparenza, potrà accomunare le due bambine. Eppure il destino deciderà diversamente e la piccola Dora, salvata dalla strada da una famiglia di ricchi commercianti, potrà iniziare la sua scalata verso una vita dignitosa. Una strada in salita, complicata dai ricordi amari che la piccola porta chiusi in sé e dalla diffidenza,sempre più pressante, che la sua bellezza suscita negli altri.

Dora stenta a trovare il suo posto nel mondo, schiacciata tra il desiderio di vivere una vita ricca e piena e il timore di essere riconosciuta come la piccola stracciona che chiedeva l’elemosina sul sagrato della Chiesa.

La sua è una rinascita che esplode e non può essere sopita. Ma è anche uno sbocciare di petali che acceca e confonde, tant’è lo splendore e il colore di quel fiore acerbo. Dora è pur sempre una donna e la sua bellezza è pericolosa, poiché attira troppo l’attenzione. E non è facile, quando si è giovani e si anela una carezza o uno sguardo di approvazione più dell’ossigeno, discernere il giusto da ciò che non lo è. Del resto quello è il destino di tutte le donne del tempo, indipendentemente dalla loro condizione sociale. Si è donne, e ci si aspetta da loro solo un bel viso e un carattere docile. E naturalmente, l’attitudine a stare un passo  dietro all’uomo. Un uomo da compiacere e al quale obbedire.

“Il cielo sbagliato” è un romanzo fatto da donne. Donne di ogni estrazione sociale, che condividono l’amarezza di non contare niente e si compiacciono con un gingillo. Donne per le quale la reputazione e il buon nome  conta più di ogni altra cosa.

Il retroscena storico fa il resto. In una Mantova stretta nella morsa del fascismo e annichilita dalla violenza dello squadrismo, si compie il destino dell’Italia, che si avvia a grandi passi verso il secondo conflitto mondiale. Silvia Truzzi cura molto l’aspetto storico del romanzo, con una fedele ricostruzione degli eventi tra la prima e la seconda guerra mondiale.  La storia di Dora e di Irene non può fare a meno di questo palcoscenico storico, dove si intrecciano gli eventi più significativi del tempo e che consentono ai personaggi di dire la loro e di rappresentare gli umori e le istanze del popolo in quegli anni cruciali che ci hanno reso quello che siamo adesso.

In bilico tra il romanzo di formazione e il romanzo storico, Il cielo sbagliato è un’opera di grande respiro scritta con passione e rigore storico. Un romanzo sull’emancipazione e il desiderio di affermazione e sulla fatica di essere se stessi in un  mondo che ci attacca addosso tante etichette diverse, così pesanti e difficili da cancellare. Un libro che si legge senza sforzo,  che cattura con la forza di una narrazione che si avviluppa al lettore e lo trascina con sé.  Un libro sul coraggio di essere donne in un’epoca avversa e sul valore della solidarietà, unico sostegno per mantenersi in piedi tra le trappole e le insidie di un mondo che perde la sua dimensione umana nelle avversità della nostra storia recente.


L’autrice

Silvia Truzzi, giornalista, è nata a Mantova e vive a Milano. Laureata in Giurisprudenza, lavora al Fatto Quotidiano dalla sua fondazione nel 2009. Ha vinto il Premio giornalistico internazionale Santa Margherita Ligure per la cultura nel 2011 e il Premio satira politica Forte dei Marmi, sezione giornalismo, nel 2013. È autrice del programma di Massimo Gramellini, Le parole. Nel 2016 ha pubblicato Perché No (con Marco Travaglio) e nel 2019 C’era una volta la sinistra (con Antonio Padellaro). Con Longanesi ha pubblicato Un Paese ci vuole. Sedici grandi italiani si raccontano (2015) e il romanzo Fai piano quando torni (2018).


  • Casa Editrice: Longanesi
  • Genere: narrativa/storico
  • Pagine: 381

I GREENWOOD di Michael Christie

Si ergono. Si allungano. Si arrampicano. Hanno sete. Lasciano cadere le foglie. Cadono. Vedi, Jake? Noi con i nostri verbi li rendiamo umani. Ma in realtà non dovremmo. Perchè loro sono migliori di noi. Sono i nostri re e le nostre regine. (D’altra parte li abbiamo cinti di corone, giusto?) E sono la cosa che più assomiglia agli dei che abbiamo. A ogni modo, Jacinda, tu sei uguale a loro.

Trama

Jacinda “Jake” Greenwood lavora come guida naturalistica e accompagna ricchi turisti appassionati di ecologia a visitare le rigogliose foreste di un’isola della British Columbia, che curiosamente – una coincidenza? – porta il suo nome. Senza radici e senza una famiglia alle spalle, un giorno Jake entra in possesso del diario della nonna, un aiuto inatteso che le permette di ricostruire il suo passato. Come se percorresse la circonferenza di un albero secolare, un cerchio dopo l’altro, è finalmente in grado di attraversare il tempo che è stato, gli anni che si sono accumulati come fa il legno: strato su strato. Leggendo quelle pagine, Jake si rende conto che anche la sua esistenza poggia su strati invisibili, racchiusi nelle vite di quelli che l’hanno preceduta, nella serie di crimini e miracoli, casualità e scelte che ha portato a lei: ogni strato è la conseguenza di un altro, così come ogni successo e ogni disastro vengono conservati per sempre. Ripercorrendo a ritroso il Novecento, scoprirà che quello che unisce tutti i membri della dinastia dei Greenwood sin dal lontano 1908 – quando la stirpe mise radici in seguito allo scontro frontale tra due treni – è proprio il bosco. Con il loro pulsare silenzioso, gli alberi offrono rifugio, ma custodiscono anche delitti, decisioni estreme, rinunce ed errori. Imponente, trascinante e brillantemente strutturato come gli anelli concentrici di un tronco, I Greenwood mette in scena l’intreccio di menzogne, omissioni e mezze verità che segna le origini di ogni famiglia, un groviglio di segreti e tradimenti che ricade su quattro generazioni unite nel destino delle foreste del Canada.


Recensione

Gli alberi accompagnano questa storia come enormi guardie, armate di fronde odorose e forti di un passato che portano inciso nel tronco, anello dopo anello. Creature semplici eppure complesse, che nascono aggrappandosi al terreno con tutta la tenacia di cui sono capaci e da lì crescono, centimetro dopo centimetro, corrono verso il cielo, fanno ombra al sole, fruscianti di foglie che dal verde virano al marrone, e suonano melodie nel vento.

Gli alberi sono senza tempo e senza memoria. Si innalzano nel silenzio assoluto, senza proferire suono che non sia la soave voce di madre natura, che non si stanca mai di elargire bellezza e perfezione intorno a sé.

Esistono e le loro cortecce travalicano il tempo. E la loro memoria non ha falle, perché un albero ha visto un passato lontanissimo e al tempo stesso sa tendere i suoi rami verso il futuro, forte della sua longevità e della sua natura inoffensiva.

Un albero si può ammirare. Rispettare, amare. E in cambio della bellezza che profonde nella nostra vita, ci ossigena, ci dona refrigerio, assolve le nostre colpe, mitiga il cuore e ristora l’anima con la vista di un verde così puro da far male agli occhi. L’albero è vita e il suo legno odoroso continua a vivere in eterno, anche dopo che l’albero è stato abbattuto e con lui una fetta di storia e la memoria potente di ciò che è stato. Guai a chi non rispetta questi giganti di corteccia e clorofilla. Onori a chi si piega davanti al loro fusto, a rendere omaggio ad un dispensatore di vita e di bellezza.

I Greenwood sono una stirpe che è legata agli alberi a doppia mandata. Harris e Everett sono cresciuti da soli in una foresta e dagli alberi hanno tratto prima conforto, compagnia e dopo sostentamento e ricchezza. Per Harris, che ha ottenuto denaro e potere dagli alberi, nonostante li abbia abbattuti in enormi quantità. Per Everett, al quale gli alberi hanno donato un virgulto speciale, da proteggere e farne una ragione di vita. Gli alberi li hanno uniti e poi li hanno divisi per sempre, ma la piccola Pod, che sembra nata dal ramo dell’acero che l’ha nascosta e sorretta, avrà il compito di riunirli, in qualche modo. Pod, che rifiuta l’atteggiamento di Harris nei confronti degli alberi, diventa un’attiva ecologista, pronta a tutto pur di fermare lo sfruttamento scriteriato delle foreste vergini. E suo figlio, Liam, che per una strana sorte, torna agli alberi come appassionato falegname, e ridà vita al legname di recupero trasformandolo in oggetti meravigliosi. E in fondo alla catena dei Greenwood c’è Jake, proiettata in un futuristico 2038, quando ormai gli alberi sono scomparsi dalla faccia della Terra e sopravvivono solo in un isola di pace e di verde, Grennwood Island, ridotta a d essere una sorta di oasi naturalistica ad uso e consumo di turisti miopi e insulsi, del tutto inconsapevoli di camminare sull’orlo di un baratro senza futuro.

La storia dei Grenwood si snoda per oltre un secolo e gli alberi sono il filo conduttore della loro esistenza. Una storia meravigliosa da leggere e incredibilmente appassionata. Intrisa di una poetica profonda e crudele, figlia dello sforzo di sopravvivere in un mondo che non è capace di accogliere e di comprendere lo stato d’animo di chi è emarginato e solo. Una storia che trasuda sacrificio e passione, voglia di sopravvivere e desiderio di morire, in cui il valore di una vita è niente oppure tutto.  Una storia che è la somma di troppe solitudini e che trova comunque la sua ragione di vita nella sorprendente forza della natura, che tutto può e e tutto cura. E guarisce chi vi si accosta con timore e devozione, come anche chi la maltratta e la sfida. Perché la Natura, in fondo, non muore mai e porta il suo vivido sentore attraverso gli anni e i secoli. E il suo baluardo ha una chioma che danza sotto i colpi del vento e che freme e suona musiche capaci di dare l’estasi ed il tormento agli uomini.

Michael Christie ci regala un viaggio nel tempo, costruito con una scrittura che è un soffio di vita, leggera, semplice e deliziosamente evocativa. Christie riesce senza alcuno sforzo a penetrare l’intimità dei suoi personaggi, messi a nudo con grande delicatezza ed enorme rispetto, a sondare le loro profondità più nascoste e a sottintendere che ogni asperità, ogni errore, ogni passo falso è frutto della smania di vivere e di essere accettati da chi amiamo. Un viaggio che l’uomo intraprende insieme agli alberi, muti testimoni della storia passata, presente e futura.

Un albero non muore mai. Puoi sradicarlo, tagliarne i rami, coglierne i frutti. Abbatterlo o incendiarlo. Lui serba tuttavia la sua memoria e vive negli oggetti costruiti con il suo legname. E di nuovo nasce, cresce, sfida le altezze, i venti e gli eventi, in una parodia della vita stessa.


L’autore

Michael Christie , tra gli scrittori più acclamati del Canada, è stato anche falegname. I Greenwood, un successo internazionale, è stato selezionato per i più prestigiosi premi letterari canadesi, tra cui lo Scotiabank Giller Prize, e diventerà presto una serie tv. Nato nell’Ontario, Christie vive insieme alla sua famiglia sull’isola di Galiano, nella British Columbia, in una casa di legno da lui stesso costruita.


  • Casa Editrice: Marsilio Editori
  • Traduzione: Fabio Zucchella
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 596

CHIUSA NEL BUIO di Riccardo Bruni

È scomparsa. Devo trovarla. Non posso uscire. Non ce la faccio. Inspira. Trattieni. Espira.

Trama

Qualcosa si è spezzato nel fragile mondo di Giulia. C’è un sospetto terribile, una paura strisciante che la tormenta e che scatena quelle crisi di panico così tremende. Che fine ha fatto Teresa? Da sei mesi Giulia è rinchiusa in casa. Prima che il virus iniziasse a circolare e che tutti fossero costretti a confinarsi nelle proprie abitazioni, lei era già in isolamento a causa della sua gravidanza a rischio. Andrea, il fidanzato, la colma di attenzioni nel suo casale dotato di un sofisticato impianto domotico. E in una casa vicina è arrivato anche Edoardo, fotografo e vecchio amico di Giulia, che sta realizzando un servizio sulle strade vuote e i volti dietro le finestre. Ma in questi lunghi mesi a tenere veramente compagnia a Giulia era la presenza di Teresa, la studentessa nell’appartamento di fronte: le luci accese dietro le finestre, le tende che si aprivano per un saluto veloce… Fino al giorno in cui ha deciso di partire con un’altra persona. Ma perché Teresa se n’è andata? Chi c’era con lei? E Valentina, la sua amica, sa qualcosa? Giulia ha bisogno di capire, anche se quell’atroce sospetto la terrorizza. Forse c’è un segreto orribile che è meglio non scoprire. Forse la verità può essere molto pericolosa.


Recensione

Un racconto che parte in sordina e diventa un incubo senza fine. Nero, plumbeo e senza speranza.

Un incubo nell’incubo. Già, perché siamo a marzo 2020 e il mondo è appena sprofondato dentro ad una pandemia. Un virus sconosciuto mina le fondamenta del nostro vissuto, delle nostre certezze. Ci spaventa e ci costringe ad isolarci. Ognuno di noi diventa il peggior nemico di se stesso. Fobie, paure, psicosi vengono a galla come pesci agonizzanti in un fiume inquinato. Chiusi nei nostri appartamenti, mai così opprimenti. E fuori il niente. Chiusi nelle nostre situazioni, che diventano definitive, irrisolvibili. Soli, a volte, con il nostro carnefice, al quale non si può sfuggire.

Riccardo Bruni ha dalla sua una prosa asciutta, senza inutili fronzoli, che non deve sforzarsi per sottintendere atmosfere claustrofobiche e per indurre il sospetto nel lettore. Scrive al presente, si affida a dialoghi brevi che lasciano nell’aria il senso del non detto e che fanno immaginare un pericolo che incombe nell’aria  e che improvvisamente implode scagliando il lettore dentro ad un labirinto di paura.

E non deve affidarsi ad una ambientazione particolare o fuori dalle righe. Al contrario, può limitarsi a circoscrivere la sua storia alle mura di un casale in campagna, dove sono imprigionati dalla pandemia incombente Giulia e Andrea, fidanzati in procinto di avere un bambino, Teresa, studentessa fuori sede e Edoardo, ex ragazzo di Giulia, fotografo in cerca della sua occasione per sfondare. Il Covid è là fuori, a minacciare il mondo intero. Loro invece sono tra le mura del casale, ognuno chiuso nelle sue angosce. Sempre più soli e isolati, affidano la loro quotidianità al telefono e ai social e si lasciano spiare da infidi robot domestici che sembrano dirigere le esistenze delle persone e che eseguono ogni ordine attraverso semplici comandi vocali.

Poi accade qualcosa e i fragilissimi equilibri di quella nuova esistenza solitaria si rompono. L’ombra della morte inizia a corrompere gli animi già provati dall’isolamento e dalla paura. Il sospetto diventa massimo e la voglia di scoprire cosa è successo va alle stelle.

Riccardo Bruni costruisce una storia semplice e tremendamente verosimile, in cui persone comuni si trovano a precipitare a corpo morto dentro ad un incubo. Niente di ciò che ci racconta appare manipolato o amplificato dall’esigenza di partorire una storia che spacchi. Perché ciò che ci racconta assomiglia enormemente alla vita vera. Ed è questo ciò che di più spaventoso si nasconde tra le pagine di questo noir.

Bruni ci mostra quanto labile sia il confine tra ciò che si definisce normalità e ciò che invece sconfina nella follia. Delinea senza sforzo i meccanismi che una persona può utilizzare per difendersi da ciò che può apparire inaffrontabile o immeritato. Ci mostra come un’esistenza che appare normale viri a volte verso territori sconosciuti e infidi. E racconta come lo spirito di conservazione a volte ci fa fare cose incredibili, dandoci una forza che mai avremmo creduto di possedere.

Chiusa nel buio è un romanzo che si attorciglia alla pelle e stringe nelle spire dell’ossessione. Una lettura che prende il lettore e non lo molla fino alla fine. Una scrittura semplice ma tremendamente efficace nel rendere l’idea del tormento interiore e della asfissia che si prova nel sentirsi in trappola.

Come in un romanzo di Hichkock-iana memoria, Bruni spinge sui tasti della psicologia per descrivere i tormenti dei suoi personaggi e porta all’apice la suspense. Alla fine, comunque, ciò che rimane al lettore è il timore e la consapevolezza di non potersi fidare di nessuno, in un mondo che rinuncia a essere palcoscenico della vita dei suoi personaggi, inaspettatamente soli a risolvere i propri guai, senza poter chieder aiuto a chi è ormai cieco e sordo, schiavo dei suoi demoni. Un mondo miope e indifferente, che abbandona i suoi abitanti a se stessi e alla schiavitù dei propri incubi personali.


L’autore

Scrittore e giornalista, ha collaborato con webzine, riviste, uffici stampa e agenzie. Ha scritto i romanzi ‘La lunga notte dell’Iguana’, ‘Il Leone e la Rosa’, ‘Nessun dolore’, ‘Zona d’ombra’, ‘La notte delle falene’ (candidato al Premio Strega nel 2016), ‘La stagione del biancospino’, ‘La promessa del buio’, ‘Una sera di foglie rosse’, ‘Di questo e altri mondi’ e la raccolta ‘Sette racconti’. I suoi romanzi sono stati tradotti in inglese, tedesco, spagnolo e lituano. Altre informazioni su http://www.riccardobruni.com.


  • Amazon Publishing
  • Genere: noir
  • Pagine: 269

SE BRUCIASSE LA CITTA’ di Massimiliano Smeriglio

E’ una fissa che mi torna nel cervello spesso. Per  cui se fai parte di una famiglia di poveracci sfigati è complicato veninne fuori in maniera pulita. O comunque la fatica da fare sarà molta di più di uno che viene da una famiglia tranquilla, felice. Se vieni dalla borgata mica è la stessa cosa che se vivi al centro della città. Ma manco pe’ niente. (…). E non è solo una questione di soldi, non so come dire, è pure una questione de volesse bene, di abbracci, di persone con cui parlare. Per dire la famiglia di Hamid mica so’ ricchi, però non c’è partita con la mia, parlano, ridono, piangono, insomma si vogliono bene. Da me sembra il museo delle cere squagliate.

Trama

È il 2014, una banda di adolescenti inizia la conquista della propria borgata, frammento urbano che corre al lato di una consolare, ben oltre il GRA, tra discariche, capannoni abbandonati, gabbiani e la smisurata bellezza della campagna romana, il loro West. Marco ha vent’anni, la sua vita è divisa tra la famiglia, la banda, il quartiere e il sogno di un riscatto che sembra lontanissimo. La svolta per i ragazzi sembra finalmente arrivare quando scoprono come sfruttare l’economia delle piattaforme per i propri interessi, finendo al centro della lotta tra gruppi rivali per la supremazia nel quartiere. Ed è proprio nello stesso quartiere che torna Roberto, zio di Marco, uscito di prigione dopo una rapina finita male vent’anni prima e intenzionato a scoprire la verità sui vecchi compagni e sulle vicende che l’hanno portato al carcere. Ma Roma non è la stessa della gioventù, i rapporti sono sconvolti e lo scontro generazionale sembra inevitabile. La strada per il riscatto è difficile e angusta e il passato torna a stravolgere i sogni per il futuro.


Recensione

Un romanzo duro, contemporaneo, quasi crudele. Un romanzo che parla di periferie, di miseria, di predestinazione. Di istinti, quelli buoni ma anche quelli cattivi, filtrati in modo approssimativo da una dimensione del tutto personale.

Un romanzo che parla di appartenenza ma anche di riscatto. Di voglia di essere parte di un tutt’uno, di coralità, della forza dirompente del gruppo, che fa la forza in un ambiente sociale degradato e privo di attenzione da parte delle istituzioni.

Siamo a Roma, in borgata. La storia si snoda su due piani temporali. C’è la storia di Roberto, che si svolge nel 1994 e la storia di Marco, che è più recente di venti anni.  L’ambiente in cui si svolgono le vicende lascia ben poco alla speranza. Si nasce poveri, senza credere in un futuro che sia magnanimo. Marchiati a fuoco da una vita che nasce e cresce senza possibilità di svolta. Senza appoggio della famiglia, presa anch’essa nella morsa della rassegnazione, senza l’aspirazione a migliorare la propria condizione. Come una forza centrifuga, il destino ti acchiappa e ti stordisce nella sua morsa. Potrai solo arrancare, accomodarti nei pertugi del destino, tra ignoranza, piccola delinquenza e stenti di vario genere.

Nella desolazione che è ormai un dato di fatto, un gruppo di ragazzi cerca la propria dimensione, mentre un uomo adulto deve venire a patti con il suo passato. Nessuno di loro ha dalla sua armi efficaci. Solo un istinto, fortissimo e primordiale. Quello di sopravvivere, di aggrapparsi all’amore, all’amicizia con mani tuttavia deboli, sfiancate da falsi valori e dalle logiche aberranti della sopravvivenza.

Eppure qualcosa accade. Unisce l’uomo ai ragazzi, e fa intravedere loro uno spiraglio cui aggrapparsi, per trovare una dimensione vivibile. Ma come ogni scossa che irrompe sulla superficie, ci saranno diverse fratture da ricomporre. E ci vorrà forza, coraggio, coesione e voglia di cambiare.

Roma li guarda incurante, senza scuotersi, senza gridare aiuto. In un Far West in cui tutto è permesso i protagonisti muovono i loro primi passi verso la consapevolezza e l’autodeterminazione, utilizzando attitudini quasi sconosciute e perfino spaventose per chi vi si abbandona. Lasciare la confort zone è sempre difficile, come dice Marco nel primo capitolo del romanzo. Eppure a volte è necessario, perché “se non c’hai più  voglia di pisciare in alto, se non vuoi più menare per primo per menare due volte, allora diserta, scappa e non voltarti, neanche per salutare chi resta”.

Una storia difficile e crudele, raccontata con un linguaggio da borgata, strascicato, asciutto ma anche pieno di primordiale saggezza, quella che nasce da dentro, che nessuno ti ha insegnato ma che sgorga come una sorta di difesa contro un mondo che non ti vuole e che non ti appartiene. Una storia e la denuncia di un uomo contro l’indifferenza e il degrado di chi preferisce chiudere gli occhi anziché spalancarli di fronte all’abisso.


L’autore

Massimiliano Smeriglio (1966) è professore universitario e politico, attualmente è europarlamentare al Parlamento Europeo. Nel 2010 pubblica il suo primo romanzo, Garbatella combat zone (Voland), ottenendo le prime attenzioni di critica e di pubblico. Due anni dopo esce Suk Ovest, banditi a Roma (Fazi Editore), finalista al premio Scerbanenco 2012. Nel 2017, pubblica per Fazi Editore Per quieto vivere. Ha pubblicato saggi sul rapporto tra politica, istituzioni e società.


  • Casa Editrice: Giulio Perrone Editore
  • Collana: Fiamme
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 287

AvVinti E VINCITORI di Giovanni Endrizzi

“Buona fortuna…” Gli disse solo questo, con un sorriso affaticato e gli occhi lucidi.
Lui se la vide sfuggire, come un palloncino in cielo, e non riuscì a pensare, né a dire nulla. Solo diversi a anni dopo, provò a scrivere una poesia su quel momento.


“Rosso come lo aspettavo
Rosso come lo volevo.
L’ho stretto tra le mani
L’ho avuto tutto mio.
Lo vedono i miei occhi
Le dita lo ricordano.
A un metro da me
È perduto ormai.
Nel cielo va,
io rimango.

Trama

Come è possibile vincere sul destino? Da chi e da cosa dipende che ciascuno di noi possa conquistare la felicità? Questi sono i dilemmi esplorati in questo romanzo. È il racconto di un racconto: fu Patella, un vecchio pescatore di spugne, a rivelare le vicende del protagonista: ci accompagna a scoprire un bambino, nato da una famiglia modesta, con gli occhi sorridenti e innamorato del mondo. Crescendo si ritroverà ad essere «un giovane solo, alla guida della sua vita, senza patente e con un disperato bisogno di raggiungersi». «Noi lo chiameremo Nik» disse Patella. «Sai, Nik nella lingua dei Paesi Baschi, significa “io”. Voglio che tu pensi: “Nik potevo essere io”… E poi questo nome ricorda Nike, la dea greca della vittoria…». Questa vicenda racconta proprio questo: la sostanza di cui sono fatte le “vittorie”, quelle vere; e l’illusione che rigonfia le “vincite”, quelle false. È la storia di come le storie possono cambiare; di come ci sia sempre un finale da conquistare.


Recensione

Un romanzo sulle possibilità che la vita ci offre e che noi dovremmo cogliere a piene mani. Consapevolmente e con la voglia di realizzare qualcosa di vero e di duraturo, per noi stessi, prima che per gli altri. Nella  certezza che realizzare se stessi sia il motivo più forte e più giusto per fare del bene a chi ci sta intorno.

Dentro alle pareti confortevoli e conosciute del racconto di una vita, Giovanni Endrizzi racchiude un insegnamento fondamentale,  che è rivolto essenzialmente ai giovani, coloro che sono più forti nel corpo ma maggiormente vulnerabili nello spirito. Coloro che spesso hanno bisogno di una guida e di una motivazione che li spinga entro gli argini di una vita vera e valida.

Endrizzi ne ha viste molte, dal suo punto di osservazione privilegiato ed è quindi voce autorevole nel campo mutevole e incerto degli anni della formazione.  Con la sua opera pare volerci dire che la determinazione, l’impegno, la volontà e la guida sicura di un amico possono fare miracoli e condurre chi è ancora giovane verso le sponde tranquille di un mare di possibilità per crescere e per realizzarsi.

L’autore si serve di un vecchio pescatore di spugne che racconta la storia di Nik, un ragazzo che la sorte ha dotato di energia, intelligenza, bellezza e passione. Per lo sport, per la musica, per le sfide in genere, che può vincere senza grossi sforzi. Ma come spesso accade negli anni dell’adolescenza, Nik non sa di possedere queste qualità. Non è pienamente consapevole delle sue potenzialità. Si sente insignificante, goffo, sfigato. E finisce per essere demotivato, impaurito, ma la tempo stesso pieno di rabbia e di frustrazione.

Nik cerca un appiglio che lo salvi dalle sue paure ma finisce per aggrapparsi alla spalla sbagliata. E distruggerà, una dopo l’altra, tutte le cose belle che gli sono capitate sul proprio cammino. Saprà perfettamente di rompere un delicato meccanismo che non potrà più ricomporsi, ma non sarà capace di fermarsi. E alla distruzione seguirà la sconfitta, inevitabile.

Poi, come per magia, nella seconda parte del libro, l’autore corre ai ripari e ci mostra in quali modi Nik avrebbe potuto porre rimedio alle sue incertezze. Utilizzando la volontà, la pazienza, la fantasia, l’amore per se stesso e per la vita, in generale.

Ecco che il racconto della storia di Nik diventa una sorte di manuale di istruzione per crescere e per vivere a piena la vita, che è crudele, mutevole e camaleontica, ma anche tenera, accondiscendente e piena di seconde possibilità. Un romanzo crudo e dolente sugli abbagli della gioventù, ma anche denso di vie di fuga, insegnamenti e materna sollecitudine, che insegna a vivere una vita che appare infida ma che in realtà può essere facilmente governata dal buon senso e dalla volontà.

Nik in fondo è uno di noi, che si perde negli anni cruciali e non si lascia aiutare da chi potrebbe farlo. Una sorta di Giovane Holden di casa nostra, con le stesse incertezze e la stessa voglia di controvertire un mondo che gli appare troppo vasto e troppo piena di insidie. Un Holden italiano a cui bisogna insegnare che nella vita non importare collezionare vincite ma realizzare una sola vera vittoria contro ciò che ci allontana dalla felicità. Al quale occorre ricordare che un finale si può sempre cambiare e che ognuno di noi si può meritare un lieto fine.

Endrizzi costruisce questo romanzo avvalendosi di una prosa sicura e senza pecche. Il romanzo ha a mio parere un grosso potenziale come romanzo di formazione, ma ha anche il limite di essere ambientato in un periodo ormai lontano (gli anni ottanta, direi) e che probabilmente appare straniero agli occhi di un adolescente di oggi. Rimane tuttavia una bella lettura, illuminante e dotata di una grande spinta motivazionale.


L’autore

GIOVANNI ENDRIZZI (1962) ha vissuto fino ai 18 anni nell’entroterra agrario del litorale veneto. Dopo il Liceo classico ed alcuni anni alla Facoltà di Scienze Agrarie, da studente lavoratore, si è diplomato Educatore Professionale. Dal 1992 lavora nei Servizi per le Tossicodipendenze delle ASL di Verona e poi di Rovigo, occupandosi di alcolismo e tossicodipendenza, anche in carcere; svolge, inoltre, attività di prevenzione dell’uso di alcol e droghe, e del bullismo, dalle scuole elementari alle superiori. Circa dieci anni fa, arriva a scoprire che in una seconda media un terzo dei ragazzi praticava, non solo occasionalmente, giochi d’azzardo: crea moduli di prevenzione specifici, e farà parte della prima equipe di trattamento attivata dal Ser.T. Eletto Senatore delle Repubblica nel 2013, porta la sua esperienza nell’attività parlamentare ed è primo firmatario di proposte di legge in materia, tra cui l’introduzione del divieto totale di pubblicità. Dal 2019 è membro della Commissione Bicamerale Antimafia dove coordina il IV Comitato sui rapporti tra mafie e gioco d’azzardo, legale ed illegale. In questo libro, l’autore ha scelto il racconto come strumento per divulgare la più preziosa consapevolezza che ha maturato: l’azzardo è un furto di felicità.


  • Casa Editrice: IOD Edizioni
  • Genere: narrativa – romanzo di formazione
  • Pagine: 211