IL CONSOLO di Orsola Severini

Esiste tutto un mondo intorno all’aborto terapeutico di cui non ho mai sentito parlare, donne disperate che cercano in ogni modo di capire nei forum cosa stia succedendo ai loro bambini, come effettuare l’intervento, che cercando informazioni pratiche su come e dove abortire perché nelle loro regioni l’aborto, anche terapeutico, è diventato praticamente inaccessibile, devono mettersi in viaggio nella speranza che sia possibile effettuarlo altrove.

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Non so come si possa sopravvivere ad una simile esperienza, eppure queste donne vanno avanti, nella condanna di chi le giudica senza avere la minima idea di quello di cui stanno parlando. Tra le periodiche dichiarazioni del papa di turno e di un prete qualsiasi, da parte di questi uomini, di questi maschi, che hanno deciso di uscire dalla società, di rinunciare alla vita familiare, che non hanno e mai avranno figli, che vivono in una sedicente castità e che paragonano le donne come me ai criminali nazisti. Persone che si permettono di giudicare scelte rispetto alle quali non ci sarà mai alcun confronto, un po’ come la vecchia che dava “a tutti il consiglio giusto” descritta in “Bocca di rosa”.

Trama

Orsola ha trentaquattro anni, due figli piccoli, una bella casa ai Parioli, un lavoro part-time per stare dietro alla famiglia, un grosso cane e una vita apparentemente perfetta.

Nonostante una ferrea educazione femminista e comunista, la sua realizzazione maggiore è essere madre, lo ha sognato sin da quando era bambina e le sono piaciute talmente tanto le sue due gravidanze precedenti da aver convinto il marito a lanciarsi in una terza.

Solo che, alla prima ecografia dopo le fatidiche dodici settimane, qualcosa si spezza: la traslucenza nucale del feto mette in rilievo una forte anomalia, tanto grave da dare come possibili esiti un aborto nei mesi successivi o una morte dopo la nascita.

Quello di Orsola, se mai dovesse nascere, non sarà mai un bambino con una vita normale. Da questo momento per lei e il marito Marco inizia il calvario di chi in Italia sia costretto o voglia abortire, tra obiettori di coscienza, strutture inadatte, la mancanza totale di supporto e informazioni.

In un paese in cui abortire è ancora una colpa che neanche il privilegio può lavare, Orsola affronta il lutto della propria imminente perdita ricordando il padre, morto da poco, medico calabrese comunista eccentrico e solidale, la cui mancanza nelle dolorose settimane di avvicinamento all’aborto è ancora più evidente.

Il consólo – ovvero l’offerta di cibo alla famiglia del defunto – è qui sia quello della famiglia calabrese dopo il funerale del padre, sia quello di chi attraverso la scrittura cerca di rimettere insieme i pezzi di una vita che si è smontata e su cui pesa lo stigma di una società cattolica e giudicante.

Una storia vera, una denuncia potentissima a sanità e società italiana, che condannano le donne a rimanere sole di fronte a una scelta, comunque, dolorosa e irreversibile.


Recensione

Quando si sceglie di non dare alla luce. Quando si sceglie la via che aggira il dolore di una malattia. Quando si interrompe scientemente il flusso cieco e roboante che porta alla vita. La vita che è sacra, inviolabile. Un mantra che ci viene ripetuto da che siamo nate, un tam tam incessante, costante, ipnotico.

Un mantra che non deve essere infranto. Se lo fai, se torni indietro, a cancellare, a resettare, avrai peccato e sarai giudicata.

Orsola è una donna che si è realizzata a pieno solo con la maternità. La sua vita, che tende pericolosamente alla perfezione, è un esempio di buon senso, di felicità, di unione. Lei stessa è un esempio vivente, che comunica verso l’esterno la possibilità di far coesistere, dentro la stessa donna, la madre amorevole, la donna in carriera, la compagna seducente e bella.

Quando il bel quadro si incrina Orsola stenta a credere che tutta quella sventura, che sembra addirittura impossibile, si possa essere concentrata sulla sua famiglia, investendola in pieno.

Orsola, incinta di poche settimane alla sua terza gravidanza, scopre che il suo bambino è gravemente malato. Rischia di non nascere, o di morire poco dopo il parto. Bisogna decidere. Decidere per il meglio.

Ma le nostre decisioni sono tarli che ci mordono da dentro. Le nostre certezze, la consapevolezza di fare una scelta dettata esclusivamente dall’amore, si sgretolano malamente di fronte alle difficoltà di effettuare un aborto terapeutico, nonostante sia un diritto sancito dalla legge. E di fronte al giudizio degli altri, che condanna chi sceglie di abortire, davanti alle complicate dinamiche della sanità pubblica, che mette i bastoni fra le ruote e ostenta freddezza e scortesia, Orsola si sente perduta, giudicata, condannata.

La sua è un’odissea che la sbatte violentemente verso un muro di indifferenza. Nessuna parola di conforto, nessun gesto di solidarietà, neanche da parte delle altre donne. Eppure sta soffrendo enormemente per la sua perdita. Eppure ha amato, ama i suoi due figli più di ogni altra cosa. Eppure è un’ottima madre. Una donna che rinuncerebbe a tutto per i suoi bambini.

Il consolo, che al sud è il cibo che viene portato alla famiglia che ha subito un lutto, assume, in questo romanzo-verità, il sapore amaro di chi affida alla scrittura le proprie lacrime e la propria voce. Perché un lutto c’è ed è quello per un bambino che non è nato ma che è esistito. Ed è quello della sua mamma, lasciata sola a decidere, perduta nel suo dolore, isolata nel tentativo di risollevarsi, di trovare il modo per andare avanti, per alzare lo sguardo oltre quello di chi pretende di giudicare.

Il consolo è anche un memoir amarissimo di una donna che affronta da sola le spire dell’aborto terapeutico, persa nei meandri tortuosi di una sanità che si lascia contaminare da retaggi antichi, frutto di credenze religiose che affondano le loro radici nella sacralità della vita, a tutti i costi. In un paese dove l’aborto è legale da oltre quarant’anni, la colpa sopravvive indisturbata e cuce addosso un etichetta che non si stacca.

Il consolo è anche una denuncia, contro una sanità corrotta e un sistema che premia l’obiettore di coscienza rispetto a chi sceglie di praticare l’aborto. Ma è anche e soprattutto un romanzo d’amore. Verso la vita, verso il futuro, verso la speranza.

Orsola Severini costruisce un romanzo così forte e potente da lasciare senza fiato. La sua prosa è un tripudio di sensazioni, che non temono di essere eccessive ma, al contrario, irrompono dentro al lettore per scuotere la sua coscienza. Un romanzo coraggioso, tenerissimo, intimo e crudo. Una storia vera, che merita di essere raccontata e uno spunto di riflessione così assordante che non può essere ignorato.

L’autrice

Orsola Severini (Roma, 1981). Figlia di madre francese e padre italiano, si è laureata in storia all’Università La Sorbona di Parigi. Ha vissuto anche in Argentina e in Perù dove è stata volontaria in un orfanotrofio femminile. Di ritorno a Roma nel 2006, ha lavorato per oltre dieci anni nella comunicazione e nell’organizzazione di eventi. Attualmente scrive di storia e cultura per il quotidiano online Globalist e lavora come insegnante di francese per stranieri. È madre di tre figli. Il consólo è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Fandango Libri
  • Genere: memoir
  • Pagine: 170

FRIDA KAHLO, strappi, voli e bizzarrie. Una vita oltre di Valeria Bilotti

Ho dipinto il dolore, ho giocato con la morte, ho celebrato la vita. Nessuno dimentichi quanto gli elementi siano tutti aprte di una stessa, unica, storia ancestrale. Lo raccontano le balie indiane mentre allattano al seno i figlio, lo disegna questa vecchia di quarantasette anni che ha provato a miscelarle insieme e a bere vita e morte tutte di un fiato. Prigioniera dell’ennesimo “apparecchio”, ho dipinto La colonna spezzata in cui, scavata nel busto e nell’anima, passata ormai da parte a parte, le punte acuminate dei chiodi non risparmiano nemmeno la mia faccia. Ho realizzato Il cerbiatto e Pensando alla morte, certo, in cui l’immagine della Calaca è inscritta al centro della mia fronte; o addirittura Senza speranza, in cui nel letto vomito tutto: un maialino, un pesce, una testa di morto, la vita stessa!
Ma ho dipinto anche Viva la vida!, il mio ultimo lavoro: angurie aperte con le mani e fatte a pezzi. Perché se qualcuno vorrà vedere nella frutta spaccata l’imminenza della morte, non dimentichi che la loro èpiena e canale esplosione non può che essere un inno alla vita.
Il mio vecchio amico Andrés Henestrosa ha scritto che sono vissuta morendo. MA voi non credetegli: sono morta vivendo.

Trama

Una donna spezzata e orgogliosa.

“Ho sofferto due gravi incidenti nella vita: uno quando un tram mi ha gettata a terra, l’altro era Diego”. La realtà travolge Frida con una violenza inusitata. L’impatto che le frantuma la colonna vertebrale e la immobilizza a letto per mesi è quasi nulla a confronto con le ferite che le saranno inferte dai tradimenti del marito. Eppure la sua vita ne viene, sì, stravolta, ma anche esaltata. La sua lettura del mondo esplode in un caleidoscopio ardito di ritratti, concetti, associazioni e colori: è caos e bellezza. Ricostruzione e destrutturazione. Amore e vendetta. Politica e arte. Sogno, incubo. E una surrealtà che per Frida non è altro che l’ambiente naturale della propria percezione del mondo. La presente biografia si permette una chiave inconsueta, non battuta, per raccontare l’immaginario, gli amori, gli strappi e i voli di una combattente straordinaria. Recuperando non solo la portata dirompente che l’ha resa un simbolo, ma anche la dimensione individuale, strettamente personale. Per liberare la narrazione della vita di una donna – umanissima e, insieme, fuori dal comune – dalle sovrastrutture che le ha caricato sulle spalle la Storia.Uno stile narrativo ricco di variazioni. Intimista, a tratti; sgranato e quasi violento, in altri frangenti. Chiodi e fiori. Fatti e specchi. L’animo di una donna inquieta che, nelle sue battaglie, trova un equilibrio dinamico, vorticoso e perfetto.

Recensione

Un’icona, un’artista incredibile, un simbolo. Una donna che ha vissuto la terribile dicotomia tra il corpo e l’anima. Un corpo tiranno, sul quale si concentrano tutti i mali del mondo. Deforme dalla nascita, colpito dalla malattia, straziato dalla sorte, come fosse destinato ad essere incapace di contenere il genio, la trasgressione, il bisogno di esprimere se stessa, di amare, di travalicare gli ostacoli.

Un corpo amatissimo da chi lo ha percepito, da chi ne ha subito il fascino maledetto. Un corpo leggero, un viso intenso, occhi neri come pozzi, sopracciglia come ali di uccello, capelli neri come la notte. Abiti lunghi a coprire la gamba malata, quella che non è cresciuta, quella che a fatica la sostiene.

Un corpo che tradisce la donna, l’artista completa che è Frida Kahlo. Ma che è anche causa della sua arte, che nasce, acerba, come dono al suo primo amore, Alejandro, che la abbandona all’indomani dell’incidente che l’ha quasi uccisa.

Un corpo che non riesce a contenere il genio e l’arte che fuoriesce come lava.

Frida è descritta dalla sua vita drammatica. Dall’amore travagliato per Diego Riveira, dalla maternità mancata, dai graffi del tradimento, dal cedimento della sua schiena, che si arrende, dopo infiniti interventi chirurgici.

Frida è la deformità che illumina la scena. E’ la bellezza di un viso tormentato e lontano dai canoni classici della bellezza. Perché la bellezza non vive nella forma, ma nell’impronta che un corpo lascia in chi lo guarda.

E Frida è irresistibile. Ed è acuta, passionale, intensa interprete del suo tempo, che vede la luce con la rivoluzione messicana e chiude gli occhi negli anni cinquanta del novecento.

Frida lascia le sue opere, che esprimono il suo sentire, intimo e fuori dagli schemi. I suoi quadri sono graffianti e carichi, mai arresi ai dettami e alle convenzione dell’epoca. Scioccanti, insoliti, colmi di dolore. Non immagini mute, ma grida che richiamano l’attenzione su se stessa, sulla sua vita travagliata, sui suoi sentimenti maturi, intensi, carichi di sensualità e di dolore.


Diarkos torna con la biografia di un’artista iconica e anticonvenzionale, Frida Kahlo (1907, 1954). Una biografia accurata, godibile, densa di sensazione e di pathos. Scritta alternativamente in prima (come se fosse la stessa Frida a parlare) e in terza persona, l’opera riesce a entrare con incisiva partecipazione nella vita dell’artista, interpretandone i pensieri e gli stati d’animo. Capitoli che sono introdotti da brevissimi  sunti che racchiudono piccoli tasselli della vita di Frida. Una lettura completa, trascendente, piena di passione che ci introduce con grande sensibilità nella vita di questa artista travagliata e talentuosa.


L’autrice

Valeria Biotti (Roma, 1978)

Giornalista, autrice, speaker radiofonica, vignettista. Ha al suo attivo collaborazioni con diverse testate, tra cui «Il Fatto Quotidiano», «Pubblico», «Il Male», «Il Misfatto». Sociologa, si occupa di Politiche Familiari e Diritti dei Minori presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Scrive sul «Corriere dello Sport» e ha una rubrica di satira sociale su «People for Planet. Magazine di ecologia, benessere e solidarietà». Vincitrice di cinque “Microfono d’oro – Oscar della radiofonia romana”, conduce una trasmissione quotidiana di approfondimento sportivo.

Per Diarkos ha pubblicato Ayrton Senna (2020), e Frida Kahlo (2021).


  • Casa Editrice. Diarkos Editore
  • Genere: biografie
  • Pagine: 216

IL LIBRO DELLE DUE VIE di Jodi Picoult

Il problema, con la morte, è che tutti ne abbiamo paura, e siamo devastati quando arriva, ma facciamo di tutto per fingere che nessuna delle due cose sia vera.

Trama

Tutto cambia nel giro di pochi secondi per Dawn Edelstein. La donna si trova su un aereo quando l’assistente di volo fa un annuncio: «Prepararsi per un atterraggio di fortuna». I pensieri cominciano ad attraversarle la mente. Ma non riguardano suo marito, bensì un uomo che non vede da quindici anni: Wyatt Armstrong. Dawn sopravvive miracolosamente allo schianto. Nella sua vita non manca nulla: ad aspettarla a Boston ci sono il marito Brian, la loro amata figlia e il suo lavoro di doula di fine vita, che consiste nell’aiutare i suoi clienti ad alleviare la transizione tra la vita e la morte. Ma da qualche parte in Egitto c’è Wyatt Armstrong, che lavora come archeologo portando alla luce antichi luoghi di sepoltura: una carriera che Dawn è stata costretta ad abbandonare. E ora che il destino le offre una seconda possibilità, non è così sicura della scelta che ha fatto. Dopo l’atterraggio di emergenza, potrebbe prendere un’altra strada: tornare al sito archeologico che ha lasciato anni fa, ritrovare Wyatt e la loro storia irrisolta, e forse anche completare la sua ricerca sul Libro delle Due Vie, la prima mappa dell’aldilà. I due possibili scenari per Dawn si svelano l’uno al fianco dell’altro, così come i segreti e i dubbi a lungo sepolti insieme a loro. È il momento di affrontare le domande che non si è mai veramente posta: cos’è una vita vissuta bene? Quando abbandoniamo questa terra, cosa ci lasciamo dietro? Facciamo delle scelte… o sono le nostre scelte a fare noi? E chi saresti, se non fossi diventata la persona che sei adesso?

Delineando una storia avvolgente in cui si respira il fascino misterioso dell’Egitto mentre ci si lascia catturare da una sottile esplorazione della psicologia femminile, Jodi Picoult torna in grande stile: Il Libro delle Due Vie è un commovente romanzo sull’amore e sulla morte, ma soprattutto sulle scelte che cambiano per sempre le nostre vite.


Recensione

La morte abbraccia questo romanzo con mani misericordiose, senza fare paura. La morte, questa spaventosa verità che aleggia sulla vita ma che scacciamo dai nostri pensieri come una nube tossica. La morte, che brucia sulla pelle, di cui vorremmo parlare, di cui vorremmo sapere, ma che evitiamo, perché è un pensiero troppo doloroso, troppo enorme, troppo ingombrante. La morte che fa parte della vita, che è l’attesa, la fine, l’epilogo che vorremmo dolce, pietoso, come un sonno riparatore.

Jodi Picoult riesce nell’impresa impossibile di addolcire la morte, spogliandola dello spavento e dell’orrore che l’accompagna. Ne sa qualcosa Dawn, che è una doula di fine vita. Dawn vive dentro l’allure della morte, aggira i suoi tentacoli e accompagna i moribondi verso le sue sponde, oltre le quali tutto ciò che conosciamo finisce. Una professione che non ha scelto, ma che si trovata cucita addosso quasi per caso.

Dawn in realtà è una egittologa mancata. Ha vissuto in Egitto da specializzanda, abbacinata dalle linee dei geroglifici, stordita dalla storia di questo enigmatico popolo, che mistifica la morte con l’idea del ritorno, che preserva i cadaveri con ossessiva dovizia, che adora divinità che indugiano in una terra di mezzo tra l’essere mortale e il divino. E si è imbattuta nel libro delle due vie, una sorta di mappa per l’aldilà, che Dawn sogna di decifrare.

Ma il destino la riporta anzitempo a casa, dalla madre morente. E le fa abbandonare un amore appena nato, che appare travolgente e indissolubile. L’amore per Wyatt, che tuttavia sbiadisce a poco a poco, proprio mentre un altro uomo, Brian, si fa strada nel cuore di Dawn.

Dawn sceglie la strada che la porta verso quest’ultimo. Ma arriva presto il momento in cui Dawn si chiede come sarebbe stata la sua vita se fosse rimasta in Egitto con  Wyatt.

Tutto il romanzo è permeato da una coraggiosa poetica che riveste la morte di una patina dolce e morbida. L’autrice è incisiva nell’affrontare un tema così complicato e determinata a spogliare la morte dal suo lato lugubre e raccapricciante. Esorcizza i nostri sentimenti sulla fine e ci fa fare pace con l’idea di dover lasciare per sempre la vita, prima o poi. Accetta il testamento che la fine ci lascia e la necessità di accomiatarsi da ciò che abbiamo lasciato incompiuto.  Amplifica la curiosità che da sempre circonda la morte nella speranza di tacitarne il timore. Un lavoro complesso ma svolto con maestria, illuminante e potente.

Tutto ruota sulle scelte che facciamo, che aprono porte e ne chiudono altre, sigillandole per sempre.

C’è la Dawn che  è rimasta a Boston e vive tra il suo lavoro di doula di fine vita e il suo matrimonio in crisi. E c’è la Dawn che ritorna in Egitto, a riprendersi Wyatt.

Il nucleo del romanzo diventa, dunque, la riconciliazione necessaria tra le due vite di Dawn e, in senso più ampio, l’indispensabile commiato che ognuno di noi deve esprimere verso il proprio passato.

Un romanzo molto profondo, che spinge con efficacia sui tasti della nostra emotività. Sul rimpianto, che non sarà amaro ma che si addolcirà nel ricordo, così individuale e insopprimibile. Sul rimorso, di non aver detto, non aver fatto e con il quale è necessario arrivare a patti. Sulla verità, che a volte si nasconde dietro schermi scuri e impenetrabili. Sull’amore, che continua a vivere anche quando è finito, attraverso la memoria. Un romanzo che ci sprona a fare pace con l’ineluttibilità del destino, che non è solo sordo o cieco, ma a volte è anche lungimirante, altruista, onnisciente, anche quando appare incomprensibile e cattivo.

Un libro che spinge questi tasti, scritto con grande sensibilità, a sondare un terreno fragile e insidioso, ma che l’autrice percorre con leggiadria, profondità e intelligenza. Un terreno fertile, che divide con lo studio della storia di un popolo antico e affascinante, le loro credenze, le loro abitudini e i loro insondabili misteri. Un libro sulle vie che il destino prende per intrattenerci in questa circo chiamato vita, elettrizzante, crudele, mistificatore ma sempre meraviglioso e senza repliche, al quale rendere grazie, comunque e nonostante tutto.


L’autrice

Jodi Picoult è  autrice di numerosi bestseller. Il Libro delle Due Vie è il suo ultimo romanzo: uno dei migliori libri dell’anno per «Marie Claire», in corso di traduzione in diciotto paesi, primo in classifica negli Stati Uniti, è un clamoroso successo.

  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le strade
  • Traduzione: Luciana Corradini Caspani
  • Genere: narrativa straniera

ATTI DI SOTTOMISSIONE di Megan Nolan

La sofferenza delle donne è dozzinale ed è usata in modo dozzinale da donne disoneste in cerca soltanto di attenzioni – e fra tutti i nostri peccati capitali, cercare attenzioni di sicuro dev’essere uno dei più gravi.

Trama

Quando lei, giovane e travolta dalla Dublino notturna, incontra lui, Ciaran, bello e risoluto, succede qualcosa di semplice e straordinario: l’attrazione rompe gli argini, si mescola alle fragilità e alle paure, diventa il significato stesso del vivere. Nasce così una relazione che per la protagonista è un alternarsi di estasi e sofferenza, di gelosia sfrenata unita a un piacere così intenso e bruciante da creare dipendenza: lei vuole annullarsi nel corpo di lui, dissolversi nei desideri fino a non lasciare più spazio alla propria identità. Mentre Ciaran, uomo emotivamente incapace e ferito, non trattiene i propri atteggiamenti malsani e crudeli. Fino all’epilogo, distruttivo e liberatorio, che apre la strada a una fuga e una rinascita.

Megan Nolan racconta una storia di anti-amore, interrogandosi su cosa significa vivere in funzione del desiderio altrui, della volontà di essere amate a tutti i costi, rinunciando a ogni filtro che non sia lo sguardo dell’altro. Attraverso un serrato monologo interiore, sincero come il cristallo, Atti di sottomissione parla della seduzione del nulla, che può piegare il senso stesso dell’amore rovesciando certezze, moralismi, rivendicazioni e cliché, in un’estenuante battaglia interiore per la conquista delle proprie emozioni.

Questo libro è per chi sogna un amore che renda magica la pioggia, per chi galleggiando in mare aperto perde peso ma trova consistenza, per chi non sa godersi il primo bicchiere di vino perché pensa già al secondo, e per chi cerca nel corpo dell’altro un luogo di preghiera, dove dimenticare la propria carne viva e dissolversi nella bellezza assoluta.


Recensione

Una storia scritta in prima persona che rompe gli argini del buon senso e della decenza. Un romanzo che scuote, scandalizza e rappresenta l’estasi e la sofferenza che deriva dall’amare una persona a cui inconsapevolmente hai consegnato le chiavi della tua felicità. Tutto riponi in quell’amore che nasce innocente e denso di aspettative. Una scatola magica, un vaso di Pandora da cui irrompe un coacervo di emozioni, di gesti, di brividi e di godimento fisico e mentale. La tua vita si indirizza tutta verso quell’anfratto di gioia pura, dove ogni sensazione diventa estrema e pericolosa. Perché è pericoloso consegnarsi ad un altro e lasciare che sia il depositario del significato di una intera esistenza.

La storia di lei è una storia già scritta, incisa a fuoco sulla pelle di molte donne, ansiose di piacere, di essere approvate, tanto da concedersi con troppa facilità. La vertigine di essere accettate, di essere belle, apprezzate, disinibite e intelligenti  ti fa fare cose che non vorresti fare, ti fa cedere, abbassare il capo. E questo cedimento ti svilisce, ti degrada. Ma non puoi sfuggirgli, quando riponi nell’amore tutta le tue speranze, tutta la tua fede.

Quando lei incontra Ciaran è già provata dalla vita. Ha abbandonato gli studi, conduce una vita precaria, beve troppo e l’alcol è un appiglio scivoloso ma apparentemente affidabile per salvarla dalle sue paure.

Ciaran è la sua salvezza. Ma anche la sua perdizione. Instabile e emotivamente provato, la spingerà sull’orlo del buio e lei potrà solo decidere di annientarsi oppure reagire nell’unico modo che conosce, distruggendosi.

“Atti di sottomissione” è un romanzo coraggioso, sincero, doloroso e catartico. Una prosa asciutta, sfrontata, provocatoria che tuttavia lascia ampio spazio ad una introspezione così chiara da sembrare quasi crudele. Una finestra sul costante delirio di una donna che cerca di difendersi dai morsi di un amore malato e totalizzante, fino a che non riuscirà a distruggerlo e a distruggere se stessa nella necessaria esplosione.

Una storia di dolore, chiusa nelle stanze asfittiche di una femminilità corrotta e sbagliata. La ricerca di un equilibrio che si nasconde nelle pieghe della pelle, dietro ai tagli e alle cicatrici, sotto i vestiti provocanti o sciatti e nella carne che non trova mai la giusta misura, succube di un’altalena che vede nella forma e nell’esteriorità del corpo la nemesi dell’insoddisfazione e dell’infelicità.

Una lettura necessaria, che sfonda le membrane del buon senso e del buon esempio. Una lettura che ci ricorda quanto sia complesso essere donna, dentro alla giungla delle emozioni, delle aspettative e delle buone maniere. La giungla dalle quale si alzano le suggestioni che ti incatenano ad una immagine, ad uno stereotipo. La giungla che sopisce la voce che ti sprona ad alzarti, a credere in te stessa e a costruire la tua vita da sola, senza dipendere dagli altri. Quella voce che ti punisce. Quella voce che ti salva.


Non poteva essere che questo romanzo ad aprire la collana “Le fuggitive”, che accoglie storie di donne che sono in fuga da una vita che vuole incasellarle, soffocarle, imprigionarle dentro a luoghi comuni e a preconcetti. Donne non comuni, che rifiutano la prigione degli stereotipi e il peso enorme delle aspettative degli altri. Donne che vogliono essere se stesse, alla ricerca del luogo esatto in cui poter vivere la loro femminilità, fuori dagli schemi, in libertà.


L’autrice

Megan Nolan (1990) è nata in Irlanda e vive a Londra. I suoi saggi, fiction e articoli sono stati pubblicati su The New York Times, The White Review,The Sunday Times, The Village Voice,The Guardian e nell’antologia Winter Papers. Salutato dalla critica come uno dei migliori esordi del 2021, Atti di sottomissione è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Collana: Le Fuggitive
  • Traduzione: Tiziana Lo Porto
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 286

BLANKY – SOUR CANDY di Kealan Patrick Burke

Dove sono adesso sua moglie e sua figlia, signor Brannigan?
Beh Sam, sono sotto terra. Morti e defunti, in attesa dei vermi.
Non in Paradiso? Non credo al Paradiso, Alice, e neanche tu dovresti crederci, perché il paradiso è un’idea costruita da gente che non riesce e rinunciare ai cari che ha perduto e vuole rimettere l’idea di responsabilità personale a un fantasma nel cielo
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“Blanky ” – Trama

In seguito alla tragica morte della figlia piccola, Steve Brannigan fatica a rimettere insieme i pezzi. Separato dalla moglie, che si rifiuta di vivere nella casa dove è successo l’impensabile, e incapace di lavorare, cerca sollievo in una sequenza infinita di vecchie sit-com e nel bourbon.

Finché, una notte, sente un rumore dalla cameretta che era della figlia, una stanza ormai spoglia di qualsiasi cosa la identificasse come sua… a parte la copertina affettuosamente chiamata Blanky.

Blanky, vecchia e logora, con il suo obsoleto patchwork di coniglietti cuciti malamente, e i cui bottoni neri paiono tanti occhi che sembrano fissare chi li guarda…

Blanky, acquistata da uno strano signore anziano a un banchetto di antiquariato che vendeva “Abittini Bebè” scontati.

La presenza di Blanky nella cameretta della figlia morta non preannuncia altro che un incubo ineffabile, che minaccia di spegnere quel poco di luce ancora rimasta nel mondo infranto di Steve.

La figlioletta amava così tanto Blanky… Steve aveva seppellito la copertina insieme a lei.

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Sour Candy – Trama

A un primo sguardo, Phil Pendleton e suo figlio Adam sono un padre e un figlio come tanti, non diversi dagli altri. Fanno passeggiate insieme al parco, visitano fiere, musei e zoo e mangiano davanti al lago. Si potrebbe dire che il padre è un po’ troppo accomodante, vista la mancanza di disciplina quando il bambino perde le staffe in pubblico. Si potrebbe dire che vizia suo figlio, concedendogli di mangiare caramelle quando gli pare e di andare a letto agli orari che preferisce. Si potrebbe anche dire che tanta indulgenza comincia a pesargli, visto il modo in cui la sua salute è peggiorata.

Quello che nessuno sa è che Phil è un prigioniero, e che fino a un incontro fortuito in un negozio, avvenuto poche settimane prima, non aveva mai visto il bambino in vita sua.


Recensione

Due racconti dell’orrore in cui il confine tra realtà e finzione diventa labile e incontrollato.

Due racconti in cui il potere affabulatore della mente umana è messo in discussione da eventi imperscrutabili.

Due incubi, due storie che incutono timore. Il timore di perdere il controllo, di essere vittima di una visione occulta. La paura di scivolare involontariamente in paludi di terrore. Il dubbio di vedere il vero, oppure di immaginare una vita che non c’è.

I due protagonisti dei racconti di Kealan Patrick Burke sono uomini alle prese con un incubo. Un incubo dal quale non riescono a svegliarsi e che pian piano si trasforma in una realtà raccapricciante e temibile.

Chi legge rimane invischiato in paludi di incertezza. Fino alla fine non sa se ciò che legge è reale o il frutto malato della mente dei due protagonisti.

Stephen ha perso la figlioletta. La sua vita va alla deriva. Finchè, una sera, scorge nella cameretta della piccola la copertina che era nella culla quando è morta. Il sudario, in cui la piccola Robin è stata avvolta dentro alla bara bianca. La copertina, dotata di poteri occulti, sarà la fonte di enormi disgrazie. Almeno questo è ciò che crede Stephen…..

Phil si ritrova a dover convivere con un bambino che dice di essere suo figlio. Tutta la sua vita pare modificarsi per accogliere questo strano bimbo che lo chiama papà. Una vita che sta per essere sconvolta da un parassita che succhia la sua linfa dall’interno.

La prosa di Burke, sotto un apparente calma, cela il buio più profondo e instilla in chi legge il seme del dubbio e la paralisi che deriva dall’orrore.  Burke getta un  fascio di luce malferma sugli abissi della nostra mente, capace di dissimulare ciò che rimane più scomodo e difficile da accettare.

Il confine tra ciò che è reale e ciò che ci immaginiamo  è così sottile che leggere diverrà un esercizio di fiducia; un allenamento per ribadire che siamo perfettamente in grado di governare la nostra esistenza per mezzo del raziocinio e della ragionevolezza. Ma leggendo tutto perde la sua connotazione reale e diventa preda dell’occulto. Tutto cessa di essere vero e diventa regno del dubbio .

Una lettura che scorre veloce come un fiume nauseabondo e pieno di insidie. Più fa buio, più la lettura diverrà ipnotica e spaventosa.

Possiamo davvero fidarci del nostro raziocinio? Oppure qualcuno e qualcosa ci guarda e ci insidia da lontano? La nostra mente, del resto, è un enorme magazzino di informazioni, di suggestione e di fantasia.

E a volte può giocarci brutti scherzi….


L’autore

Nato e cresciuto in una piccola città portuale nel sud dell’Irlanda, Kealan Patrick Burke ha capito sin da piccolo che sarebbe diventato una scrittore di horror. L’influenza di una madre appassionata di racconti dell’orrore e di una famiglia di cantastorie hanno avuto un grosso peso sulla scelta della sua carriera. Dai suoi precoci esordi, Kealan ha scritto cinque romanzi, oltre un centinaio di novelle, sei raccolte di racconto e curato quattro antologie di successo. Nel 2004 è stato insignito del Bram Stoker Award.


  • Casa Editrice: Nua Edizioni
  • Traduzione: Raffaella Arnaldi
  • Genere: horror
  • Pagine: 236

LA SCONOSCIUTA DELLA SENNA di Guillaume Musso

 
Buongiorno Marc. E’ Catherine Aumonier, direttrice aggiunta dell’infermeria della prefettura di polizia. Ti chiamo per un parere su un caso piuttosto strano. Ieri abbiamo ricoverato una giovane donna, totalmente amnesica, che la Brigade Fluviale ha ripescato nella Senna. Dal momento che non ho la tua email, ti mando il suo fascicolo via fax. Richiamami per dirmi se la conosci. A dopo”.

Trama

A Parigi, in una notte nebbiosa, qualche giorno prima di Natale, una ragazza viene salvata dalle acque della Senna. È nuda, non ricorda nulla, ma è ancora viva. La donna misteriosa viene accompagnata al pronto soccorso, ma riesce a scappare e a far perdere le proprie tracce. Gli esami del DNA rivelano la sua identità: è la pianista Milena Bergman. Ma qualcosa non torna, perché la famosa musicista risulta morta in un incidente aereo più di un anno prima. È una indagine per l’ufficio affari non convenzionali della polizia di Parigi, l’occasione che Roxane, un’ispettrice messa in disparte dai suoi capi, aspettava per prendersi la rivincita che merita. Quando la sua inchiesta intreccia il destino dello scrittore Raphaël Batailley, l’ex fidanzato di Milena, i due si trovano catapultati in un enigma inquietante: è possibile essere al tempo stesso vivi e morti?

Il nuovo romanzo di Guillaume Musso è un noir a perdifiato sulle tracce di una donna misteriosa, e dei segreti che la sua vita porta con sé.


Recensione

Dove c’è un mistero che si mostra impossibile da sciogliere, c’è Guillaume Musso.

Non è uno slogan, questo, ma una sorta di marchio di fabbrica per l’autore francese più letto al mondo.

Guillaume Musso si è conquistato,  a suon di successi editoriali, un posto di prim’ordine tra i lettori di noir. I suoi libri incontrano da sempre i favori del pubblico per la sua straordinaria capacità di costruire storie incredibili, dove il mistero diventa il motore principale e trasforma le sue trame in vere calamite per chi legge. Misteri impossibili da svelare, che sembrano sfidare tempo e spazio. E dentro al mistero, amori travolgenti o indagini di polizia che sono corse contro il tempo.

La penna di Musso, insomma, è unica. Non si può replicare.

“La sconosciuta della Senna” appare sin dalle prime pagine coerente con ciò che l’autore ci ha abituato a leggere. Una ragazza che sembra far rivivere una affascinante pianista morta in un incidente aereo. Uno scrittore che scrive chiuso tra le mura di una clinica psichiatrica. Una poliziotta in cerca di una nuova opportunità. Un poliziotto in coma, che ha portato via con sé il mistero di alcune morti che sembrano legate tra loro. E Parigi sullo sfondo, con i suoi caffè, i suoi boulevard, le sue soffitte polverose.

Le pagine volano via veloci e la prosa di Guillaume Musso scorre come sabbia in una clessidra. Bella da leggere, suadente, misteriosa. Come un camaleonte, si sposta veloce e sinuosa tra vari registri. Quello colloquiale, quello tipico del poliziesco e quello che appartiene al lato romantico di ognuno di noi.

In un lasso temporale strettissimo (la vicenda si svolge tra il 21 e il 25 dicembre) la storia si dipana, travolgente e inaspettata. Si, perché quella che parte come una storia legata esclusivamente alla ricerca dell’identità della giovane donna ripescata nella Senna, diventa, in realtà, una storia di ben più ampio respiro, che coinvolgerà la vita di diversi personaggi.

Musso controverte, come suo solito, qualsiasi aspettativa del lettore, e lo conduce per mano su territori inaspettati. La continua scoperta che il lettore fa pagina dopo pagina è una spilla che affonda nella carne, tanto incuriosisce e stupisce al tempo stesso.

Durante il meraviglioso viaggio intrapreso tra le pagine di questo romanzo, ci imbattiamo nelle tematiche care all’autore come il rimpianto verso il passato, la morte come passaggio verso altri mondi, l’amore travolgente che fa compiere scelte discutibili e fa cedere all’inganno, il desiderio di riscatto, il doppiogioco di chi sa mostrarsi diverso da ciò che è nella realtà.

Il saper mescolare questi ingredienti per farne un quadro unico, coerente e meraviglioso è tipico di Musso, che anche stavolta non delude le mie aspettative.

Con un taglio più investigativo e poliziesco, Musso costruisce un romanzo che vira verso il thriller, sebbene non abbandoni mai la vena noir che sempre contraddistingue le sue opere.

Il finale mi ha un po’ delusa, in verità. Una chiusura repentina, quasi una resa all’ineffabilità della natura umana, non mi ha permesso di prendere congedo dalla storia narrata come avrei voluto.

La mia sensazione è che l’autore abbia (volutamente?) lasciato qualcosa di incompiuto. Quest’ultimo aspetto ha acceso a mille la mia immaginazione, soprattutto in relazione alla figura della poliziotta, che a un certo punto esce di scena.

Beh … temo che dovrò attendere per sapere qualcosa in più. Almeno fino al prossimo lavoro di questo poliedrico autore, che riesce sempre a stupire il suo pubblico, senza essere ripetitivo o scontato.

Arrivederci a presto, Guillaume….


L’autore

Romanzo dopo romanzo, Guillaume Musso ha costruito un legame unico con i suoi lettori. Nato ad Antibes nel 1974, ha iniziato a scrivere dopo gli studi e non si è più fermato, nemmeno quando è diventato professore di Economia. I suoi libri, tradotti in 40 lingue, e più volte adattati per il cinema, lo hanno consacrato come uno dei più importanti scrittori di noir.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Collana: Oceani
  • Traduzione: Sergio Arecco
  • Genere: noir
  • Pagine: 322

IO SONO LA BESTIA di Andrea Donaera

 
Me la ritrovo qui, addosso, con i pugni a stringermi la maglietta.
 “Fammi scappare”.
I suoi occhi bruciano.  Gli occhi che ha.

Trama

Mimì è folle di dolore: il figlio Michele, quindici anni, si è tolto la vita. Si dice che sia colpa di Nicole, la compagna di scuola, che ha rifiutato ridendo il suo regalo, un quaderno di poesie.

Mimì non è un padre come gli altri. È un boss della Sacra, e per quel gesto vuole vendetta: così prende Nicole e la rinchiude in una casa sperduta nella campagna salentina. Il guardiano della casa, Veli, rivede in Nicole la ragazza che ama: Arianna, la figlia maggiore di Mimì. Anche Arianna ama Veli. O forse lo amava, prima che la morte del fratello bruciasse tutto e tutti come un incendio. Tra Veli e Nicole fiorisce un legame fatto di racconti e silenzi, ma anche di sfida e ferocia.

In una narrazione a più voci, animata da una lingua che impasta prosa, poesia e musica, Io sono la bestia racconta storie d’amore anomale, brutali, interrotte. Ma Andrea Donaera racconta soprattutto un destino di violenza scolpito nella pietra del linguaggio, che esplode travolgendo l’innocenza di personaggi e luoghi.


Recensione

Gli amori malati, che feriscono. Gli amori che non sanno neanche di esserlo, perché nascono dalla paura. Che nascono distorti, come una pianta in un dirupo, che viene su piegata su se stessa, cercando la luce.

Ma qui di luce non ce n’è. C’è solo una penombra che sta in agguato, pronta a diventare buio profondo o luce che acceca.

Nella densità, nell’orrore di questa storia c’è chi cerca di difendersi da un male che abbraccia ogni cosa e chi c’è cresciuto dentro il male. Senza difendersi, ha accolto il male dentro sé, come se fosse l’unico modo per vivere in una terra bellissima e avara, dove un solo gesto produce vendetta e odio profondo. Dove si vive il ricatto della paura. Una terra rassegnata ad accogliere il sangue dei suoi figli. Un purgatorio dal quale non si fugge, che imprigiona, che riduce al silenzio.

“Io sono la bestia” è una storia di dolore, che non trova sfogo né sollievo. Un dolore che inizia e finisce con la morte.

La morte è l’incipit, ma anche la causa e l’effetto dei fatti che seguiranno. Alla morte però non si rimedia, né con la vendetta, né con il perdono. Neppure con l’oblio, neppure con il sangue versato.

La morte alla fine distrugge tutto. E non servirà per evitare l’implosione di tutto e di tutti. Al male perpetrato, al male subito non c’è rimedio, né salvezza. Rimane solo la perdita e la condanna di una storia che si ripete, immutata.

La vita fa capolino, timida, dalle parole di Nicole, così feroce nel suo desiderio di crescere libera. Dagli sguardi di Veli, che spera di poter fuggire da un destino di rinuncia. Dai pensieri di Arianna, che ha amato chi non avrebbe dovuto amare. E irrompe nelle poesie di Michele, che nell’amore crede di poter sopire il male che ha subito da chi lo avrebbe dovuto proteggere.

Ma la morte è più forte. Ammorba la testa di Mimì, che vuole tacitare i ricordi e i rimorsi, che sono diventati macigni dopo che Michele si è tolto la vita. E rimane sovrana, a dettare legge e a pretendere di essere la soluzione per tutti i mali.

In mezzo a questi eventi c’è la scrittura di Andrea Donaera, una lama affilata che incide la pelle in mille ghirigori di sangue. Una ferita sottile, che fa male e non guarisce. Che lascia una cicatrice indelebile.

Parole che creano sprazzi di vita. Dialoghi brevi, la semplicità di un parlato quotidiano, che non cerca il virtuosismo ma che tende, invece, a dare sensazione, a colpire il lettore, a lasciarlo senza fiato.

Una prosa che tocca nel profondo, che lascia che l’immedesimazione sia completa e sfiancante. Un vortice che risucchia e la sensazione di andare a fondo insieme a Michele, a Veli, a Nicole, a Arianna,  a Mimì.

Donaera crea un romanzo a più voci e sono voci che nascono dal profondo, dalle viscere e dal cuore dei suoi personaggi. Ascoltarli diventa il modo per penetrarli e per riflettere sulle strade che utilizza l’amore per palesarsi, per venire a galla.

C’è amore ovunque, anche dove c’è morte e distruzione.  Ma l’amore non trova alcun pertugio da forzare, per irrompere nelle vite di chi rimane. Ciò che è stato rimane. Ciò che è stato tornerà ad essere. Senza soluzione, né lieto fine.


L’autore

Andrea Donaera è nato nel 1989 a Maglie ed è cresciuto a Gallipoli. Nel 2019 ha pubblicato per NNE il suo romanzo d’esordio,Io sono la bestia, che è stato salutato da pubblico e critica come un vero caso editoriale ed è stato tradotto in Francia. Collabora con il quotidiano Domani e scrive per Metalitalia.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: Narrativa italiana
  • Pagine: 227

CARA ROSE GOLD di Stephanie Wrobel

Indovina indovinello: se ho passato due decenni ad abusare di mia figlia, perché lei si è offerta di venire a prendermi, oggi?

Trama

Una madre che non dimentica. Una figlia che non perdona. Un gioco molto pericoloso.

Durante i primi diciotto anni della sua vita, Rose Gold Watts ha creduto di essere gravemente malata: era allergica a qualsiasi cosa, era costretta a portare una parrucca, si spostava utilizzando una sedia a rotelle. Nonostante il sostegno della piccola comunità di Deadwick, che ha organizzato raccolte fondi e offerto spalle su cui piangere, nonostante tutti i medici consultati, gli esami effettuati e gli interventi subiti, nessuno è mai riuscito a capire cosa non andasse in lei. Fino al terribile giorno in cui è emersa la verità più spaventosa: era tutta una messinscena architettata dalla madre.

Dopo aver scontato cinque anni di prigione per abuso di minore, Patty Watts non ha un posto dove andare e implora sua figlia di accoglierla. I vicini non l’hanno perdonata e sono scioccati quando Rose Gold accetta.

Patty insiste, non vuole altro che una riconciliazione, ha perdonato la sua piccola cara che l’ha tradita testimoniando al processo contro di lei. Ma la ragazza conosce sua madre: Patty Watts non è una che lascia correre. Sfortunatamente per lei, Rose Gold non è più una bambina indifesa, ed è da molto tempo che aspetta questo momento… È l’ora della resa dei conti: sarà un duello spietato, combattuto a colpi di bugie e condotto da due abilissime manipolatrici.

Finalista all’Edgar Award, tradotto in sedici paesi e in testa alle classifiche di vendita, Cara Rose Gold, raffinato thriller psicologico che ha come sfondo la provincia americana più cupa, è lo sbalorditivo romanzo d’esordio di Stephanie Wrobel.


Recensione

La provincia americana più profonda. Un piccolo centro, gente semplice che sa guardarsi alle spalle, che parla troppo ma che è anche capace di non vedere. Vivere ai margini della povertà. Sopravvivere  grazie ad espedienti, badando bene di non superare il labile confine tra la pietà e la solidarietà. Scarse speranze. Aspettative fiacche. Contare solo su se stessi e sulla fortuna, che ogni tanto può giungere a cambiare un destino che nasce già segnato.

Dentro a questo quadro desolato troviamo Patty e Rose Gold. La prima è una madre single. La seconda è la figlioletta, sulla quale si concentrano tutte le sventure del mondo. Gracile, debole, un fuscello che sembra spezzarsi con niente. Una salute che si disfa con un alito di vento. Minata da vaghe intolleranze che la imprigionano in una gabbia che assomiglia sempre più alla denutrizione. Così malaticcia da non poter frequentare la scuola. Sola, in balia dell’affetto della madre, instancabile paladina del benessere della figlia. Patty, che ha studiato da infermiera. Patty, che frequenta solo medici nella speranza che trovino una cura per la sua bambina. Patty, che sembra vivere solo in quei luoghi che invece negano vita e vitalità alla figlioletta. Patty, che adora essere una supermamma, sempre presente, sempre in prima linea, costantemente votata al sacrificio di sé per il bene di Rose Gold.

Potrebbe non esserci niente di dissonante, nella storia di Patty e di Rose Gold. Eppure, pagina dopo pagina, la figura di Patty si tinge di tinte scure. Manipolatrice? Disturbata da manie di controllo? Creatrice dei disturbi della figlia al solo scopo di ottenere un po’ di attenzione? Oppure solo una madre troppo apprensiva, preoccupata della salute della figlioletta?

Sta di fatto che un giorno Rose Gold parla e l’intera comunità insorge contro Patty. Il processo, la condanna, il carcere. Rose Gold sembra rifiorire. Non vomita più, mette su peso, trova un lavoro. I suoi capelli, che la madre rasava a zero, crescono.

La piccola Rose Gold si è destata dal suo sonno. Ma è divisa tra odio e senso di colpa verso quella madre che la insidiava ma che tuttavia era il suo unico affetto. Ora che Rose Gold è libera, subisce il dolore della solitudine, dell’insicurezza e della cattiveria dei suoi simili.

Cinque anni passano in fretta e Patty esce di prigione. Rose Gold sembra averla perdonata. Fino a quando accadono strane cose. In fondo, il più debole è probabilmente sottovalutato. Ma se invece il fuoco covasse sotto la cenere e l’incendio fosse ad un palmo dallo scatenarsi?

Cara Rose Gold è un romanzo delle apparenze. Uno specchio perfido e infido che mostra solo ciò che vuol fare vedere e che nasconde verità che mai immagineremmo. Il lettore cercherà un confine. Si affannerà per trovare la vera chiave di lettura per aprire il cuore di Patty e di Rose Gold, che a fasi alterne si scambiano il ruolo di vittima e di carnefice.  Non si tratta di trovare il cattivo o il colpevole. Si tratta di intravedere chi delle due è più malvagia, più furba, più calcolatrice dell’altra. In una sfida continua, che non troverà soluzioni fino alle ultime pagine.

Il romanzo è condotto magistralmente sopra il filo sottile che divide l’amore dalla follia. La cura dall’odio. Il bene dal male. Madre e figlia sono descritte in modo da confondere il lettore, irretito dall’esigenza di condannare e dal desiderio di assolvere. Verità e menzogna abitano nei recessi insondabili delle due protagoniste, la cui condotta è costantemente dubbia, doppia e subdola. Chi dice la verità? Chi mente, delle due?

Stephanie Wrobel costruisce un piccolo capolavoro noir sulla figura materna, spogliata da ogni retorica e mostrata nuda e cruda ai suoi lettori. Del resto, l’amore è di per sé un sentimento eccessivo, in nome del quale chiunque può essere capace di gesti innominabili.

La Wrobel , al suo clamoroso esordio letterario, fa scuola sull’arte di fingere, mostrarsi per ciò che non siamo, sull’abilità di far abbassare le difese di chi ci sta di fronte. L’inganno delle apparenze, la trappola delle illusioni, le maschere che sappiamo indossare, sono tutti tranelli che sanno confondere l’avversario. Recitare un copione, mostrarsi diversi da come siamo sono lusinghe che tracciano sentieri inesplorati e spaventosi, ma non per l’autrice, che si addentra in territori pericolosi, senza rischiare niente, dove solo i migliori autori di noir potrebbe provare a infilarsi.

Un romanzo strepitoso, indimenticabile, magnifico. Da leggere assolutamente.


L’autrice

Stephanie Wroblel è cresciuta a Chicago ma vive nel Regno Unito con il marito e il cane Moose Barkwinkle. Ha conseguito un MFA presso l’Emerson College e ha pubblicato alcuni racconti su «Bellevue Literary Review». Prima di dedicarsi alla narrativa, ha lavorato come copywriter creativa presso varie agenzie pubblicitarie. Cara Rose Gold è il suo sorprendente esordio. Di prossima pubblicazione sempre per Fazi Editore il suo secondo romanzo, This Might Hurt.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Darkside
  • Traduzione: Donatella Rizzati
  • Pagine: 284

CASA TRELAWNEY di Hannah Rothschild

“Noi non siamo,  né saremo mai come la gran parte della popolazione britannica”


Trama

Per ottocento anni Trelawney Castle – una stanza per ogni giorno dell’anno, undici scaloni e oltre sei chilometri di corridoi – è stato il più maestoso e il più sontuoso castello della contea di Cornovaglia, rappresentando degnamente la famiglia omonima.

Ma con l’incespicante trascorrere dei secoli, la mollezza delle abitudini ha smorzato l’ambizione dei signori di Trelawney: gli ultimi otto dei ventiquattro conti si sono distinti per dissolutezza e inettitudine finanziaria, mentre due guerre mondiali, il crollo di Wall Street e le tasse ereditarie hanno finito col dissipare il patrimonio della famiglia.

Nel 2008 le finestre sono ormai oscurate dall’avanzata dell’edera e dei rovi, alcuni soffitti parzialmente crollati rivelano gli ambienti soprastanti e gli attuali abitanti del castello tengono a bada il degrado chiudendo le porte a chiave.

Jane Tremayne, nuora del ventiquattresimo conte di Trelawney e moglie dell’erede, Kitto, svolge la maggior parte delle mansioni domestiche e accudisce il giardino, gli anziani suoceri e l’ultimo cavallo rimasto nella stalla. Kitto investe in progetti improbabili, con l’inettitudine di chi è consapevole di essere l’ultimo, biasimato superstite di una nobile dinastia. Dei loro tre figli solo il maggiore, Ambrose, frequenta l’ultimo anno a Harrow, mentre le tasse esorbitanti della scuola privata costringono il secondogenito, Toby, e la sorella, Arabella, a frequentare il liceo pubblico locale.

E poi ci sono Enyon e Clarissa, conte e contessa di Trelawney, intenzionati a fingere che ogni cosa si sia conservata nello splendore di un tempo, mentre l’eccentrica prozia Tuffy si è barricata in un villino fatiscente in fondo al parco, dedicando la sua esistenza allo studio delle pulci.

L’unica che sembra essersi salvata dalla rovina è Blaze, la sorella di Kitto: allontanata da Trelawney Castle per questioni ereditarie, ha rinnegato il passato e fatto fortuna nella finanza a Londra.

Ma quando una vecchia amicizia in comune, Anastasia, chiede ospitalità per la figlia diciannovenne, Ayesha, Blaze e Jane, da tempo estranee, dovranno necessariamente riunirsi per salvare quel che resta di Trelawney Castle dal dissesto finanziario, ora che i mercati e le banche sono sull’orlo del tracollo. Un’occasione, forse, per scoprire anche cosa tiene davvero unita una famiglia.

Con sferzante humour britannico, e grazie a una prosa vivace, Hannah Rothschild dà vita, attraverso le vicende di un’antica casata sull’orlo del lastrico, a una trascinante commedia sociale. Un romanzo irresistibile che racconta le eccentricità dell’aristocrazia britannica con l’arguzia di Jane Austen e la comicità di Evelyn Waugh.


Recensione

Immaginate una coppia di arzilli vecchietti che vive nel ricordo della sua passata ricchezza. Chiusa nell’alterigia della sua nobiltà decaduta, e dimentica di essere ormai finita in disgrazia. Intorno a loro il declino, il disfacimento  sono al parossismo. Tutto cade a pezzi, le abitudini, l’orgoglio, le buone maniere, il prestigio di un nome e di un titolo nobiliare. Come cade a pezzi il simbolo di questo potere ormai malamente sbiadito: il castello dei Trelawney, un gioiello dalle dimensioni mastodontiche, fatto di innumerevoli stanze, scalinate, piani, saloni e ogni altra meraviglia. Imponente maniero quanto improbabile accozzaglia di stili diversi, frutto delle manie di grandezza di diverse generazioni di Conti la cui dissolutezza è aumentata di anno in anno fino a sconfinare con il completo dissesto finanziario.

Nel 2008, in effetti, Trelawney Castle sta in piedi quasi per  miracolo. O forse per inerzia. Le piante hanno invaso i delicati solai, i soffitti rovinano a terra, le finestre sono scardinate, gli affreschi sbiaditi. L e stanze riecheggiano prive del mobilio e il freddo imperversa in ogni ala e  neanche la tiepida estate della Cornavaglia riesce a stemperarlo. Il castello è così enorme che una ristrutturazione costerebbe un occhio della testa e i Conti non  navigano certo nell’oro.  Il cibo è divenuto scadente, l’acqua calda non c’è e il freddo attanaglia tutti gli abitanti. Ma niente sembra intaccare lo smalto dei Tremayne.

Di fronte ad un declino così evidente e rovinoso, è sicuramente meglio fare finta di niente. Le porte si chiudono sugli appartamenti decadenti, sulle stanze invase dell’edera. La servitù non c’è più. Tutto si regge sulle spalle di Jane, moglie di Kitto, l’ultimo signore di Trelawney.

Ma il 2008 è anche l’anno in cui la crisi finanziaria mondiale si palesa. Le borse crollano sotto i colpi inferti ad una finanza senza scrupoli ed è il dissesto ovunque. Nessuno ne sarà esente e anche i Conti di Trelawney subiranno le conseguenze degli investimenti poco accorti di Kitto.

Come sollevare le sorti di una stirpe di nobili decaduti ma anche quella di una intera nazione?

Fra escamotage al limite della follia, colpi di testa, ricongiungimenti familiari e i primi passi di quella tecnologia che di lì a breve giungerà a sconvolgere le vite di tutti, si dipanano le sorti di una famiglia e della sua magione.

Hannan Rothschild si fa interprete arguta, illuminata e meravigliosamente ironica e dissacrante del declino della vecchia aristocrazia inglese, chiusa nelle sue abitudini, testarda nel voler mantenere un’apparente ricchezza  e ravvivata dai colori sgargianti di un’ironia e di una eccentricità che diventano croce e delizia di una generazione costretta a fare i conti con la modernità e con i colpi di coda di un destino beffardo.

La sua prosa è pungente, affabile, generosa e enormemente intrisa di humor inglese. Un vero e proprio manuale di auto affabulazione che elargisce suggerimenti su come si mantengono le apparenze, anche contro ogni evidenza. Un manuale per superare ogni ostacolo con intelligenza, senza lasciarsi sopraffare da un destino avverso. Un libro che urla a gran voce che per ogni problema c’è una soluzione. Bisogna solo non stancarci mai di continuare a cercarla.

Intrighi, ricordi, amori mai dimenticati, calcolo e un pizzico di altezzosità sono gli ingredienti di questo frizzante romanzo che si svolge nel presente ma che sembra uscito dalle brume del secolo scorso. Una lettura piacevole e illuminata, che ricama sopra ad un avvenimento tragico del nostro recentissimo passato per descrivere l’irriverente rifiuto di soccombere di fronte agli sgambetti del destino, con ogni mezzo.


L’autrice

Hannah Rothschild è una scrittrice e regista. Il suo primo romanzo, The Improbability of Love, ha vinto il Bollinger Everyman Wodehouse Prize per il miglior romanzo comico ed è entrato nella graduatoria finale per il Baileys Women’s Prize for Fiction. Scrive per periodici e quotidiani, inclusi The Times, New York Times, Vogue, Bazaar e Vanity Fair. È vicepresidente dell’Hay Literary Festival, fiduciaria della Tate Gallery e prima donna presidente della National Gallery di Londra. Vive a Londra.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Alessandro Zabini
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 426