DIVENIRE (VENTO) di Tiziana Stasi

Lucide spine.
Adagiato su una barca di rose e coralli ripensi alla vita e al suo continuo mutare, noncurante del cielo e delle sue lucide spine. Ritorna, ancora una volta, alla sua amata riva un gabbiano di cristallo, s’alza in volo nel cielo cobalto e scompare in lontananza.

Introduzione

“Divenire (vento)” è la nuova silloge poetica di Tiziana Stasi che col suo calamo incantato è in grado di trascinare il lettore in riflessioni profonde sulla vita. È un caleidoscopico e vertiginoso scenario di immagini, suoni e figure, in cui si alternano il sentimento per la natura, i grandi quesiti universali, l’amore, la vita , la morte e il profondo amore per la propria terra e per il suo amato mare. E poi c’è il vento, una costante della sua poetica. Vento che ha spesso un duplice significato: a volte rappresenta la vita e la gioia e altre la morte e il dolore. Divenire (vento) è l’urlo possente e sublime della natura, è l’infinito mutare di attimi fuggevoli sapientemente trasformati in poesia da un’anima che trabocca di emozioni potenti e di trepidante stupore.


I miei pensieri

La poesia non chiede permesso, né perdono.

Quando ce l’hai dentro non puoi sopirla. Ella trabocca come lava rovente e invade ogni cellula del tuo essere. Tu puoi solo ascoltarla e darle voce. A volte soffri liberandola. A volte invece è gioia e trascendenza quella che ti invade e ti esalta. E le parole occupano ogni spazio. Ti accecano e ti inebriano.

La poesia è un crudele tiranno che puoi solo compiacere. E’ il dolce tiranno che fa della tua vita arte e dell’arte il mezzo per diffondere la luce.


Tiziana Stasi affida al vento le sue sensazioni e il vortice dell’aria ne fa poesia. I suoi versi racchiudono la bellezza soave e prepotente della natura,  la voce imperiosa, irresistibile e ipnotica dei suoi elementi.

Il mare, che trasforma la tempesta in quiete dell’anima, col ritmico battere delle sue onde. Il cielo, un nastro lucido che fa da cappello ai nostri sogni più intimi. E il vento, che soffia costante tra le pagine. Brezza leggera, che solleva e rasserena. Ma anche gorgo che inghiotte e rabbuia.

Il vento è il filo conduttore della silloge poetica di Tiziana. Segna il tempo che scorre, scompiglia i pensieri e li confonde, cancella il passato e ricrea il presente. E l’uomo non può che soccombere davanti alle opere della natura. Può solo estraniarsi dal suo corpo per assaporare pienamente i fiati degli elementi, i suoi profumi, la violenza delle loro manifestazioni.

I versi di Tiziana sono istintivi, genuini, potenti. Il gusto per la bellezza, le parole che tessono musica, l’intensità di un sentire profondo, capace di estrapolare l’incanto da semplici immagini, fanno di questa silloge un viaggio intimo, una canzone dedicata agli affetti dell’autrice ma anche un inno alla propria terra, offesa, trafitta ma dispensatrice di profondo stupore e di incantevole meraviglia.


L’autrice

Tiziana Stasi, scrittrice crotonese, scultore e ceramista, appassionata di arte in ogni sua forma, si dedica in particolar modo alla poesia e da pochi anni ha deciso di condividere i suoi scritti. Ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti a livello nazionale tra i quali il premio speciale della giuria per l’opera “Marta” al Premio letterario di Fermo, ed. 2018; à stata finalista al premio Argentario, ed 2018, con la poesia “La trama del tempo”; al Gran Galà internazionale della Poesia, ed 2018, è stata premiata per la poesia “Amal”; al Premio internazionale Autori italiani, ed 2019, si è classificata al secondo posto con la poesia “Vertigine”. I suoi componimenti sono contenuti in numerose antologie poetiche nazionali e nel 2019 ha pubblicato con la CSA Editrice la silloge “Anima a Nudo”. L’artista partecipa a reading letterari e ha anche prestato in più occasioni la sua voce per declamare poesie di autori contemporanei.


  • Casa Editrice: CSA Editrice
  • Genere: poesia
  • Pagine: 78

LE NOVE VITE DI ROSE NAPOLITANO di Donna Freitas

 
Luke è in piedi dalla mia parte del letto. Non va mai da quella parte del letto. In mano ha un flacone di vitamine prenatali. Lo alza e lo scuote, un suono di plastica che sbatacchia.
Il rumore è sordo e compatto perché il flacone è pieno. E’ questo il problema.

Trama

Scena numero uno. Tra Rose e Luke il litigio scoppia in camera da letto, davanti a un flacone di vitamine prenatali. Lei aveva promesso di prenderle, e non l’ha fatto; lui aveva sempre detto di non volere figli, e ha cambiato idea. La decisione di non essere genitori sosteneva, come un pilastro portante, tutta la loro vita insieme. E ora il matrimonio è bloccato, in arresto davanti a una semplice domanda: sarà capace Rose, brillante docente di sociologia, innamorata del suo lavoro, di ripensare se stessa? Scena numero due. Stesso litigio, stesso flacone pieno di vitamine. Ma stavolta Rose prova a mettere in discussione la sua idea di futuro. Forse, in fin dei conti, potrebbe immaginarsi come madre? Desiderare una vita differente da quella che ha sempre sognato e pianificato? Questo esercizio di fantasia, qui succede nove volte. E quelle che incontriamo sono nove vite diverse. E nove affascinanti ipotesi di donna. Tutte possibili, ognuna il frutto di una scelta da cui non si può più tornare indietro. Romanzo commovente e provocatorio sulle tante facce dell’amore, Le nove vite di Rose Napolitano è anche un atto di coraggio che esplora, con onestà disarmante, i misteri della maternità, del tradimento e della rinascita. È un viaggio intelligente e pieno di emozione alla scoperta di cosa significhi aprirsi, con rabbia o con fiducia, al cambiamento.


Recensione

Mi perdo dentro al labirinto delle vite di Rose. Ma sento di camminare lungo un percorso conosciuto.

Un labirinto per rappresentare nove ipotesi di vita, che si sviluppano partendo dalla scelta di divenire o meno madre. Da qui nascono i rami secondari della storia, che introducono diversi scenari possibili. E in questi scenari c’è posto per le incertezze, i dubbi, i tradimenti e ogni possibile conseguenza.

Rose è stata sincera e ha confessato subito al marito che non desidera diventare madre. Luke, urgente dell’amore che prova per Rose, accetta questa decisione. Ma poi cambia idea. Rose si sente tradita, messa alle strette dalla paura di perdere l’amore della sua vita. Giudicata dagli altri, perché non vuole figli.

Da qui si aprono le vite di Rose. In alcune di queste Rose diventa madre. Nelle altre rimane ferma nella sua decisione di non avere figli e vede finire il suo matrimonio. Ma l’amore si sgretolerà comunque, in modo fragoroso o attraverso un doloroso stillicidio, a dimostrare che per Luke un figlio non è stato comunque sufficiente a salvare il rapporto con sua moglie.

Un groviglio di vite, di possibilità, di scelte da fare o da subire. E una vita che si snoda in tante esistenze, svelando al lettore il microcosmo delle possibilità che ogni essere umano possiede. Che a volte subisce, che spesso decide e che tuttavia raramente sceglie in tutta libertà, perché sono tanti i condizionamenti che subiamo anche inconsciamente e che ci tolgono la capacità di decidere per la nostra vita.

Una lettura che scandaglia il tema della maternità in ogni sua sfumatura e che riesce a rappresentare anche il delicato e potente rapporto tra madre e figlia, che pur provato dagli spigoli della vita, rimane forte e incorruttibile, un balsamo che cura ogni ferita.

Donna Freitas costruisce un romanzo insolito e bellissimo. Ci incuriosisce, ci fa riflettere, ci angoscia con quesiti davvero complessi, ci mostra le possibili conseguenze della scelte che governano la nostra vita, in una sorta di “sliding doors” crudo e profondo. Con un occhio diretto a sondare le difficoltà di essere donna e una scrittura che incanta e coinvolge, ci regala un’esperienza di lettura originale e amara, che soppesa la zavorra delle aspettative, che disegna la schiavitù della consuetudine e mostra lo sforzo enorme che serve per spezzare tutte queste catene.

Ma allo tempo stesso, è una favola a lieto fine, in cui fermezza e volontà si fondono e sono la corazza inviolabile che ogni donna indossa nella sua lotta quotidiana. Rose cade e si rialza, e trova nel lavoro, nelle amicizie e nei suoi genitori le stampelle che la sorreggeranno durante la tempesta che è dentro alle sue nove vite.

Fantasia, immaginazione, speculazione e desiderio di mettersi in gioco sono gli elementi di questo bellissimo romanzo. Uno specchio in cui riflettere le nostre aspirazioni, che ci offre la possibilità di tornare sui nostri passi e rifare tutto da capo, come una moderna Penelope che debba procrastinare la scelta di dare la vita oppure no e che disfa ogni notte la trama della sua vita, alla ricerca della sua felicità.


L’autrice

Donna Freitas è nata nel Rhode Island e vive a Brooklin. Autrice di libri per bambini e ragazzi e del memoir Consent: A Memoir of Unwanted Attention, ha scritto per il “New York Times”, il “Washington Post”, il “Wall Street Journal” e il “Boston Globe”. È insegnante di scrittura creativa all’Adelphi University di Long Island.


  • Casa Editrice: Rizzoli
  • Traduzione: Stefano Beretta
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 343

LONTANANZA di Vigdis Hjorth


Deve essere una disperazione per la figlia fedele e devota se i genitori sognano quella perduta.

Trama

Dopo Eredità, che ha reso celebre l’autrice a livello internazionale, torna Vigdis Hjorth con il suo ultimo romanzo: una nuova storia di famiglia in cui le bugie, i silenzi e i segreti si sciolgono lentamente sotto il flebile sole norvegese dopo decenni di gelo.

Johanna torna in Norvegia dopo trent’anni di assenza e, rompendo il divieto di contattare la famiglia, telefona alla madre, che ormai ha ottantacinque anni ed è vedova. Nessuna risposta. Per i suoi parenti Johanna non esiste più: è morta quando, appena sposata, studentessa di Legge per volere del padre avvocato, ha mollato tutto per diventare pittrice e si è trasferita nello Utah con il suo professore d’arte, con cui ha avuto un figlio. Johanna ormai è un’artista piuttosto quotata, ma persino i soggetti dei suoi quadri scatenano l’ira dei familiari, che in essi vedono una denigrazione ulteriore nei loro confronti, soprattutto per il modo in cui viene raffigurata la madre. Sono tanti gli argomenti rimasti insoluti che hanno condizionato Johanna nella sua vita di figlia, di donna, di artista e di madre: nella sua mente affiorano antichi ricordi di una donna all’apparenza leggera, spensierata, bellissima, ma quando riesce finalmente a spiegarsi alcuni episodi sconcertanti di cui è stata spettatrice, capisce che la madre non faceva che nascondersi dietro una corazza di convenzioni. Finché il lunghissimo silenzio fra le due donne si spezzerà in maniera violenta in un ultimo, spietato confronto.


Recensione

Torna la penna profondissima e acuminata di Vigdis Hjorth. Un bisturi, che incide con precisione e senza anestesia. Incide la pelle di una figlia che desidera ritrovare il rapporto con la madre. Una frattura che non è mai guarita, avvolta nel bisogno di capire, alla ricerca di una espiazione che lenisca la ferita. Il perdono che mette fine allo stillicidio. La fine di una ostilità che nasce per difendersi dal dolore della perdita.

Dall’origine del trauma, dal sentirsi rifiutati e incompresi, dallo spasmodico bisogno di amore materno, di attenzione, di solidarietà e di compassione, nasce il lungo monologo di Johnna. Ancora una volta è una figlia a dare voce alla protagonista, in una disputa che la vede contrapporsi alla madre e alla sorella, attraverso la sofferta analisi dei motivi che l’hanno divisa per sempre dalla sua famiglia e che hanno reso impossibile ricucire lo strappo causato dalla lontananza.

In “Lontanza” le dinamiche perverse del rapporto tra genitori e figli assumono sfumature inattese e perfettamente plausibili. Il dolore e il bisogno atavico di attribuirne la colpa ad altri sono proiettili che difficilmente sbagliano bersaglio. Si conficcano in profondità e fanno sanguinare. Un’emorragia che si arresta solo con il perdono o con la distanza, consapevole che una madre può puntare il dito sulla propria prole pur di nascondere a se stessa le proprie imperdonabili mancanze.

La Hjorth ha la incredibile capacità di sviscerare con precisione millimetrica i sentimenti ambivalenti e complicatissimi che impattano sui rapporti familiari. Le rivalità, il bisogno di essere amati, accettati, compresi. Di essere lasciati liberi di potersi esprimere, di scegliere la propria vita. Senza condizionamenti esterni, senza sottostare a rigide aspettative che non siano disattese.

Come e perché la gioventù sia crudelmente incapace di pretendere attenzione e di come e perché l’età matura riesca a sezionare fatti di un passato che sembra sepolto per farne spilli di inquietudine, motivi per recriminare e per comprendere.

L’autrice entra senza esitare nel vortice imprevedibile che compone il rapporto tra madre e figlia. Lo viviseziona, lo spoglia di qualsiasi luogo comune. Lo analizza e ne isola ogni demone, ogni spigolo e tutte quelle asperità che nascondiamo a noi stessi. L’amore, del resto, è anche ambiguità ed è spesso un luogo oscuro e impervio da percorrere, perché non è mai scevro da condizionamenti e da pretese. L’ego trova sempre un pertugio per seminare un dubbio, per contaminare una amore che nasce assoluto e puro e che spesso devia, si distorce, per ricomprendere dentro sé anche i pretesti che ci hanno allontanato dalla felicità.

La sua prosa è meravigliosa, profonda. Un martellare ritmico e implacabile che sgretola ogni nostra certezza. La Hjorth costruisce un romanzo intero intorno al concetto di distanza e di inconciliabilità, lo analizza in ogni aspetto senza essere pedante o ripetitiva. Lo viviseziona, attraverso un’autopsia millimetrica fatta di pensieri, frasi, sensazioni. Capitoli brevissimi si intercalano nella narrazione, come lampi nel buio. Poche frasi illuminano più di un faro, poiché fotografano il sentire della protagonista con efficacia e coinvolgimento emotivo.

Un romanzo sfacciato, che rompe ogni schema. E una voce potente e chiara, che demolisce l’immagine idilliaca di una madre e della sua figlia speciale.


L’autrice

Nata a Oslo nel 1959, Vigdis Hjorth è una delle scrittrici norvegesi più conosciute e stimate. Ha esordito nel 1983 con Pelle-Ragnar i den gule gården, grazie al quale il Ministero della Cultura norvegese le ha attribuito il premio per il miglior romanzo d’esordio. Ha pubblicato più di trenta libri, fra cui una ventina di romanzi, conquistando i premi letterari più svariati. Eredità, vincitore del Norwegian Booksellers’ Prize e del Norwegian Critics Prize for Literature – i due principali riconoscimenti norvegesi –, è il romanzo con cui ha ottenuto la fama internazionale, rientrando nella rosa dei finalisti del National Book Award for Translated Literature nel 2019.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Margherita Podestà Hei
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 358

NINNA NANNA DELLE MOSCHE di Alessio Arena

Quando mi hanno separato da te, ho pensato che avrei avuto un figlio. Per essere lasciato quieto, e per vedere se ero vero che uno, in questo mondo, può volere bene solo alla carne sua. Poi è nata la ninna e ho detto: ecco, adesso mi invento che l’amore di Gregorio nasce un’altra volta insieme a questa creatura. Ma Rosa non ha mai aperto gli occhi. Io non ho mai potuto capire se mi guardava come mi guardavi tu.

Trama

Negli anni venti del Novecento, il nord del Cile è la terra promessa per una comunità di emigranti italiani. Sono minatori che hanno colonizzato i villaggi di quella sterminata pampa, impiegati intorno alle raffinerie per l’estrazione del salnitro.

Il loro è un lavoro che li chiude sottoterra e spesso li uccide, di svaghi ne hanno pochi, un po’ di alcol, molta nostalgia. Gregorio Zafarone è l’operaio che all’officina Porvenir scrive per i suoi compagni analfabeti le lettere da mandare alle famiglie in Italia.

Ma le sue, di lettere, quelle indirizzate a Berto Macaluso, giovane fornaio di Palmira, il paese nell’entroterra lucano di cui sono entrambi originari, non hanno mai ricevuto risposta. Gregorio, bruciato dal sole e dalla mancanza, non smette di chiedersi cosa possa essergli successo.

Fino al giorno in cui tutto cambia. Le parole per il suo amore proibito raggiungono Berto, chiuse in una busta in cui è intrappolata una mosca, e lo spingono a partire per il Cile e a lasciarsi alle spalle tutto quello che conosce. A seguire le tracce del fornaio ci sarà la moglie, Serafina Canaria, ninnanannara la cui voce concilia il sonno e l’amore.

Ninna nanna delle mosche è una storia appassionante, affidata a personaggi in transito tra mondi lontani: donne che attraversano le Ande in groppa a una mula, pellegrini danzanti del deserto dell’Atacama e un circo di diseredati si uniranno in un viaggio che sembra non avere mai fine, in un’avventura di desideri inconfessabili.

Un romanzo di amore e di rivoluzione che porterà i lettori ai confini del mondo, nel fuoco vivo delle passioni.


Recensione

Amore e magia. Terre lontane, al di là del mare. Rinuncia,  pena, passione, perseveranza. E lotta, in nome di un ricordo indelebile. Coraggiosa ricerca di una verità e struggente bisogno di perdersi dentro ad un amore impossibile e proibito.

“Ninna nanna delle mosche” è un coacervo di emozioni e di colori. Personaggi insoliti che si muovono in un ambiente esotico, dove la speranza di una vita migliore si confonde con l’affannosa ricerca della propria identità. Un romanzo che cattura, sonante di voci e di suoni, roboante di colori che abbracciano l’intero spettro. Il nero del lutto, il rosso della passione, il colore terroso del deserto, il blu profondo dell’oceano, che nasce smeraldo e che in un attimo diventa grigio obliante, contornato dal bianco accecante delle onde. Una tavolozza piena dell’incanto dell’amore, quello che dilania la carne, per il quale si attraversa l’oceano e si può pure uccidere.

Berto e Gregorio si sono amati di una passione insaziabile e profonda. Un amore puro ma sbagliato, che scatena lo scandalo nel piccolo paese di Palmira, in Lucania. I due amanti, divisi dalla brutalità e dall’ignoranza dei compaesani, languiscono dentro alla gabbia di una vita senza senso. Gregorio in Cile, prigioniero di una raffineria per estrarre il salnitro. Berto a Palmira, imprigionato in un matrimonio che pare maledetto da quell’amore malato che ancora prova per Gregorio. Una maledizione che si materializza in uno sciame di mosche e che tiene chiusi gli occhi della sua figlioletta appena nata, Rosa.

Serafina, la giovane moglie, conosce la verità su Berto e sembra accettare quella punizione, che né lei, che di mestiere fa la ninnanannara, né la madre adottiva, che è una maciara, riescono a sopire.

Berto, trovandosi nella necessità di doversi nascondere, finirà su un maleodorante piroscafo diretto in Cile insieme ai circensi  del circo Fabricatore.   Serafina e la sua ninna dagli occhi chiusi si metteranno sulle sue tracce, in un viaggio rocambolesco attraverso l’Argentina e le Ande. Un pellegrinaggio  che si concluderà in un delirio di misticismo e di ribellione, degli uomini e della natura. Dentro al delirio che nasce dal ritrovarsi, nell’accettazione di ciò che non potrà mai essere, nella rassegnazione di un amore mai nato e nell’elettricità della natura che si scatena, gli incantesimi si scioglieranno e i simboli saranno distrutti per sempre.

Come una magia che si invoca tra le lacrime, come la superstizione che si posa sulle cose, sinistra ed estremamente affascinante, le cose troveranno il loro ordine e la loro giusta collocazione.

E la giustizia prorompe con fragore sulla scena. E crea e distrugge il caos, in un vortice che spazza via ogni dubbio e ogni incertezza. Un finale catartico, che porta il sereno dopo una tempesta.

Alessio Arena trattiene la magia nella sua penna e la conduce dentro a labirinti abbacinanti, dove realtà e sogno si contendono lo scettro della narrazione. La sua è una scrittura ipnotica e suadente, che addomestica anche gli animi più inquieti, come un flauto che incanta chi legge e lo imprigiona in un mondo antico dove la superstizione è l’indiscussa sovrana ed ammaestra gli animi più semplici e più suggestionabili.

In un sud remoto e chiuso,  preda del pregiudizio e della miseria e  che vede nella Merica la terra promessa dispensatrice di mirabolanti promesse, i destini di due uomini che lottano per veder realizzato il loro amore si innalzano sopra una nuvola di personaggi poetici e colorati. Il quadro che Arena crea è un coacervo indomabile di pensieri, speranze, perseveranza e coraggio, e i suoi personaggi sono struggenti, indimenticabili e magici. Un quadro che fa pensare alle atmosfere fiabesche ed esotiche di Marquez e alle epopee familiari della Allende. Un amore puro e struggente, inconsapevole del suo coraggio e della sua bellezza. Un amore che vince su tutto e che ci fa fare pace con la vita e con il destino.


L’autore

Alessio Arena (Napoli, 1984) è scrittore, cantautore e traduttore. Studioso appassionato di letterature in lingua spagnola e docente, vive tra l’Italia e la Spagna conciliando progetti letterari, musicali ed educativi che cercano di relativizzare le frontiere tra queste tre aree. Vincitore della xxiv edizione di Musicultura e di diversi riconoscimenti al Premio Andrea Parodi dedicato alla World Music (tra cui il Premio della critica), è autore e interprete di quattro album plurilingue, e di testi e musiche per il teatro e per altri interpreti. I suoi romanzi sono: L’infanzia delle cose (Premio Giuseppe Giusti Opera Prima) Il mio cuore è un mandarino acerbo, La letteratura tamil a Napoli (finalista al Premio Minerva, secondo classificato al Premio Neri Pozza) e La notte non vuole venire (Fandango Libri) ispirato alla vita della cantante napoletana emigrata in America Gilda Mignonette.


  • Casa Editrice: Fandango Libri
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 253

LA CASA DI ROMA di Pierluigi Battista

 
E siamo stati bene, perché appartenere fa stare bene, e infatti io ce non sento di appartenere ne soffro, e rafforza un sentimento dimenticato ma non del tutto. E ne siamo usciti quasi contenti, malgrado la tristezza infinita della circostanza estrema che ci aveva convocati quel giorno, ricordando una canzone che ci apparteneva. “Chissà se ci pensano ancora, chissà”. Ci pensano, ci pensano.

Trama

Può un romanzo mandare in pezzi un’intera famiglia? Quando Marco, un giovane sceneggiatore, decide di raccontare in un libro la storia della sua famiglia, non immagina le conseguenze che quelle pagine avranno sui suoi affetti più cari. Ordinando i ricordi della madre e dello zio, Marco insegue i fili della famiglia Grimaldi attraverso una lunga e irrisolta rivalità, quella tra il nonno Emanuele, “fascista antropologico” nato alla vigilia della marcia su Roma, e suo fratello Raimondo, “comunista granitico”, classe 1917 come la Rivoluzione bolscevica. Due fratelli divisi non solo dalle idee politiche, ma anche dalle scelte di vita: Raimondo, professore e partigiano, è amato e benvoluto dalla buona società; Emanuele porta con sé lo stigma dell’adesione alla Repubblica sociale, mentre cerca senza successo di lavorare nel mondo del cinema. Nel dopoguerra i due fratelli, nonostante si detestino, decidono di convivere nella stessa casa romana, Villa Caterina, dove i rispettivi figli crescono giocando insieme nel grande giardino comune. Ma la tensione degli anni Settanta riaccende le divisioni politiche tra i Grimaldi, e come un sortilegio antico la violenza torna a separare i due rami della famiglia. Mentre le ricerche di Marco proseguono, tra le pagine di un romanzo che, forse, non sarà mai scritto, emergono i personaggi, i caratteri, gli scontri, le miserie e le grandezze (se ce ne sono), le ambizioni frustrate, i tradimenti dei Grimaldi: una famiglia alle prese con i dolori, le fratture, le svolte dentro l’Italia degli ultimi decenni. Pierluigi Battista racconta l’avventura di una famiglia che attraversa la storia italiana, e con essa si confronta. Un romanzo emozionante sulla memoria e sull’oblio, sull’ossessione di essere come tutti e sul desiderio di essere se stessi.


Recensione

Un romanzo epistolare, dall’inizio alla fine”. Un romanzo a più voci, le voci di una famiglia borghese italiana che attraversa la storia recente e si lecca le ferite che l’hanno graffiata. A volte una lieve scalfittura,  più fastidiosa che dolorante. A volte un taglio profondo, che ha bisogno dei punti e di un buon cerotto.

Non è vero che si passa indenni dalle traversie della storia. Seppur nella perfezione di una felicità che appare effimera ma altrettanto solida e incorruttibile, gli eventi ci segnano, a fondo. E’ che spesso non ce ne accorgiamo subito, ma solo successivamente. Quando la memoria ritorna a pungolare il ricordo. Quando alcuni accadimenti si risollevano dal loro sedimentare e tornano a galla con nuove verità, nuovi retroscena.

La famiglia Grimaldi è già di per sé una famiglia complicata. Spaccata dall’ideologia politica che ha diviso nettamente i due fratelli Raimondo e Emanuele, l’uno comunista e l’altro fascista. Confusa dalle ramificazioni che ha visto nascere nel tempo, per mezzo dei figli , tre per fratello, e dei nipoti, cinque in tutto.

Una famiglia numerosa, attraversata dalle correnti della vita, sospinta dai venti delle stagioni, frustata dalla pioggia delle scelte fatte nel tempo e strapazzata dalle nubi delle scomparse dalla scena.

A confondere le idee ai Grimaldi, la cui coesione è un baluardo assai debole, sarà Marco, nipote di Emanuele, che insegue l’idea di scrivere un romanzo sulla loro famiglia. Marco ingaggerà i propri parenti, primo fra tutti lo zio Raffaello e la madre Anita, perché gli forniscano il materiale per il suo libro, a condizione che ciò che verrà scritto da l’uno e dall’altra sia condiviso con gli altri, allo scopo di facilitare le memorie di tutti. O forse anche di provocare.

Inizia così uno scambio epistolare tra Marco, la madre, lo zio e alcuni dei cugini. Il lavorio di revisione, di ripensamento, di correzione, il desiderio di aggiungere, limare, convalidare o smentire diventa sempre più pregnante, così come lo sdegno o l’imbarazzo che si viene a creare quando l’uno legge la versione dell’altro dei fatti salienti che hanno caratterizzato la storia della famiglia.

Fantasmi, segreti, gelosie e tradimenti grandi e piccoli vengono alla luce e, insieme a loro, i diversi punti di vista sulla storia recente, che prende le mosse dagli anni del fascismo fino ai giorni nostri passando per la guerra, la ricostruzione, il boom economico, il sessantotto, gli anni di piombo e il presente.

Profondissima la visione storica di Pierluigi Battista, che infonde al romanzo la sua impronta giornalistica e lo dota di un valore storico davvero notevole. La borghesia italiana non passa indenne dalle maglie della storia raccontata per bocca dei Grimaldi. Anzi, soccombe malamente e non può che ammettere la sua sconfitta. Così come è sconfitta l’intera famiglia Grimaldi, incapace di lasciare fuori dalla villa di Roma le gelosie, i fraintendimenti e le divisioni imposte dall’ideologia politica, così pregnante da non poter mai essere sottovalutata o messa da parte. Un’eco, una parola o un atteggiamento si amplificano impietosamente sotto i colpi del tempo. Uno screzio iniquo, una piccola crepa che potrebbe rinsaldarsi con pochissimo sforzo, diventano crateri,  precipizi, trappole mortali nelle quali non c’è posto per nessuna forma di perdono.

La nuove leve Grimaldi non potranno che constatare questa sconfitta e rinunciare alla volontà di ricucire gli strappi, che il tempo trasforma in voragini che non si aggiustano più, attraverso una resa che è  anche la parabola della sconfitta della nostra storia recente, incapace di costruire mura solide sulle spoglie della resa dei  valori politici e sociali  del nostro Paese.

Ma non tutto il male viene per nuocere. Dentro l’acredine dei rimorsi e delle recriminazioni si troverà il tempo e il modo per ripensare, per rivedere e fare pace con le proprie coscienze. Il passato assumerà sfumature pastello, perché è dolce ricordare attraverso gli occhi di chi ci è vissuto accanto.

Con una scrittura forbita, politicamente corretta e piena di virtuosismi, così borghese e così rispecchiante i modi e i tempi della classe media italiana, Pieluigi Battista ci regala un ritratto di ciò che siamo stati e di ciò che abbiamo affidato ai nostri figli, illuminati elaboratori degli eventi del passato. Un ritratto amaro, in cui l’Uomo non rimane indenne da colpe e da bassezze ma che fornisce anche la chiave del perdono.

La storia è il passato, per forza, e per comprenderla non puoi usare soltanto i parametri del presente e schiacciare il passato sulla logica dell’attuale. Certo, bisogna vedere se si tratta di un passato interessante e appassionante, ma questo, lo capisci, è un altro paio di maniche.


L’autore

Pierluigi Battista (Roma, 1955) è inviato e editorialista del «Corriere della Sera», di cui è stato vicedirettore dal 2004 al 2009. Ha lavorato come inviato alla «Stampa» e come condirettore a «Panorama». Per La7 ha condotto il programma «Altra Storia» (2003-2004). Fra i suoi libri ricordiamo: La fine dell’innocenza. Utopia, totalitarismo e comunismo (Padova 2000), Cancellare le tracce. Il caso Grass e il silenzio degli intellettuali italiani dopo il fascismo (Milano 2007), La fine del giorno. Un diario (Milano 2013) e I libri sono pericolosi, perciò li bruciano (Milano 2014), Mio padre era fascista (Milano 2016), A proposito di Marta (2017), Tutta colpa del dottor Zivago (2018), Libri al rogo (2018) e La cultura e la guerra all’intolleranza (2019). La casa di Roma è il suo primo romanzo.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Collana: Oceani
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 292

LEI CHE NON TOCCA MAI TERRA di Andrea Donaera

 
“Niente al  mondo è fatto per rimanere. Niente al mondo è fatto per ritornare. Scoprire questo significa soffrire.” 
Ci guardiamo. Come se fossimo l’uno lo specchio dell’altro. “ Così si impazzisce”. Alza un angolo della bocca in una specie di sorriso.
“Si. Così si impazzisce”
.

Trama

Miriam è in coma dopo un incidente. Andrea la conosce appena ma si è innamorato perdutamente di lei, e ora le siede accanto e le parla, tutti i giorni, perché riesce a sentire la sua voce. Le loro parole si incontrano in un limbo oscuro, dove Miriam ricostruisce i suoi ricordi e Andrea cerca di tenerla ancorata alla vita. Attorno al letto della ragazza si muovono altre figure, che attendono il suo risveglio. Ci sono Mara e Lucio, i genitori, già segnati da una tragedia che li ha allontanati l’uno dall’altra. C’è papa Nanni, il venerato santone esorcista, che vede in Andrea un allievo e in Miriam i segni del demonio. E infine c’è Gabry, la migliore amica di Miriam, che da Bologna le manda lunghi messaggi. In sette giorni, i racconti dei personaggi si alternano a svelare una trama di amore e morte, di salvezza e destino, dove la ragione sfuma nell’inconscio finché la realtà non deflagra e riprende il sopravvento.

Andrea Donaera torna con un dramma familiare ambientato in un Salento al di là delle cartoline, dove la spiritualità sta nelle ombre e non esiste fede che non sia anche certezza del male. Scritto in una lingua poetica e viva, Lei che non tocca mai terra è una ballata dolce e crudele, una storia romantica e cangiante, capace di insinuarsi come un incantesimo nei sogni più profondi.

Questo libro è per chi da piccolo girava su se stesso fino a sentire la testa leggera, per chi è riuscito a ribellarsi al suo Avversario come in un romanzo d’avventura, per chi attende un bacio che lo riporti in vita, e per chi ha ascoltato per un istante il silenzio del vento, mentre lo spazio e il tempo cessavano di esistere.


Recensione

L’amore come una gabbia. L’amore come una punizione. Una condanna, che porta con sé dannazione, dolore, peccato. L’amore che non esiste. Perché altrimenti come spiegare questo alone di morte? Questa voragine, dalla quale non ci si salva. Lacrime, preghiere, speranze disattese. E poi dolore, solo dolore. Un tunnel buio e mortifero dal quale non si esce, come dai vicoli di Gallipoli, una sorta di paese delle streghe, fatto di vecchi alle finestre che vedono tutto e tutti. Lontanissima dalle luci e dal vociare dei turisti. Lontana dai riflessi del mare, che qui appare solo plumbeo e minaccioso.

Donaera ci porta dentro ad una storia maledetta, in cui il misticismo e la spiritualità sono tarli che rodono dall’interno, e creare e distruggere, a fasi alterne, la vita di una famiglia e di un ragazzo.

Il ragazzo,  Andrea,  ha già provato il fragore della devastazione che ha lasciato sua madre prigioniera di un corpo morto. La ragazza, Miriam, proviene da una storia di tragedie. La sua famiglia si è dissolta dopo la morte della giovane zia, della quale porta il nome. Come una maledizione che si tramanda. Una morte misteriosa, in cui il compagno, Padre Nanni, ha un ruolo non troppo chiaro.

Padre Nanni è un uomo di Chiesa. Un santone, un esorcista. Una figura carismatica ma molto, troppo oscura. Uno che estirpa il Male dalle persone. Andrea è un suo discepolo; ha cercato in Padre Nanni una figura di riferimento, mentre la sua vita cadeva a pezzi. Ma adesso è confuso. Padre Nanni non vuole che veda Miriam. Miriam è il Male. Ma per Andrea Miriam invece è l’amore. Anche se adesso Miriam è in coma a causa di un incidente.

Il romanzo è un dialogo ininterrotto a più voci. Andrea parla a Miriam e ne sente la voce. Miriam parla dal suo limbo, parole sconnesse, frasi che rimbombano in un’eco opprimente e spaventosa. E parlano Lucio e Mara, i genitori di Miriam. E parla anche Gabry, la sua migliore amica.

Attraverso immagini dissonanti e pensieri senza filtri, che sgorgano come lapilli dalla coscienza e dai ricordi dei personaggi, Donaera costruisce la storia di Miriam e della sua famiglia. Un flusso continuo di parole, a volte sgrammaticate, lontane da virtuosismi letterari. Parole che appartengono al registro comune e che nella loro disarmante grettezza nascondono la poesia più ottundente e profonda che si possa leggere.

La prosa istintiva, che non si lascia ingabbiare dentro le regole della bella scrittura, irrompe dalla penna dell’autore. Una prosa che cattura, che si aggrappa al lettore, preda del riflesso di ataviche credenze e vittima di una suggestione che sorprende e che spaventa.

Una storia che impressiona e che affascina, scritta cercando di sopire la poesia che inevitabilmente sgorga dalle parole. E una struttura insolita, in cui i personaggi si passano il testimone della narrazione e si liberano dai freni inibitori del pudore e dalla costrizione delle regole. E l’effetto che fuoriesce è fulgore, emozione, meraviglia.

Fede e credenze si sovrappongono al Male in un ambiente gotico e chiuso. Il Male che si nasconde dietro il gesto più innocuo e insospettabile. La voce dei personaggi che sgorga dai recessi e sprigiona quella bellezza struggente e malinconica che incanta e solleva.

Ed ecco che una vicenda in cui si mescola follia, vendetta ed esaltazione diventa la cassa di risonanza di una poetica intima e verace, che diffonde poesia dentro all’ordinarietà di un orrore familiare. E alla fine, è vero che l’amore vince su tutto. Sull’ignoranza, la malasorte, la superstizione, l’inganno. E sulla morte, sempre.


L’autore

Andrea Donaera è nato nel 1989 a Maglie ed è cresciuto a Gallipoli. Nel 2019 ha pubblicato per NNE il suo romanzo d’esordio,Io sono la bestia, che è stato salutato da pubblico e critica come un vero caso editoriale ed è stato tradotto in Francia. Collabora con il quotidiano Domani e scrive per Metalitalia.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Collana: La Stagione
  • Genere: noir
  • Pagine: 234

GIORNI FELICI di Brigitte Riebe

A volte Silvie immagina di essere una cliente qualsiasi che si aggira per i reparti. Non conosce le stoffe come sua sorella Rike, non ha l’occhio per il taglio e i modelli di Miriam Sternberg, vicina alla famiglia Thalheim sin dall’infanzia. E di sicura non sa disegnare con la maestria della sorellastra Flori, l’ultima nata in casa Thalheim. Ma Silvia sa vedere. E sentire: in questo è unica. Riesce a indovinare i desideri più intimi delle persone, anche quando non li lasciano trasparire.

Trama

Ritornano le sorelle Thalheim e il loro lussuoso negozio sul viale del Ku’damm. Con la guerra ormai alle spalle e gli affari ben avviati, le ragazze possono finalmente tirare un sospiro di sollievo. Ma i colpi di scena sono sempre dietro l’angolo.

Berlino, 1952. «Vivi la vita come una danza»: questo è sempre stato il motto di Silvie Thalheim. Mentre l’attività di famiglia è la priorità assoluta per la sorella Rike, dopo il periodo oscuro della guerra Silvie vuole solo una cosa: godersi la vita al massimo. Terminata una storia passionale ma tormentata con l’attore Wanja Krahl, corona il sogno di una relazione stabile e felice con l’editore Peter van Ackern, conosciuto alla Fiera del libro di Francoforte. Grazie al boom economico, gli affari vanno a gonfie vele e i grandi magazzini Thalheim sono sulla bocca di tutte le berlinesi: sottogonne e calze di nylon, ma anche raffinate collezioni dall’Italia, vanno a ruba. Da quando il fratello gemello di Silvie è tornato dalla guerra, le dinamiche familiari sono cambiate: Oskar dovrebbe dirigere l’azienda, ma preferisce abbandonarsi alla frenesia delle notti di festa. Quando un concorrente minaccia di portare via tutto ai Thalheim, Silvie si rende conto che deve assumersi la responsabilità del negozio e dei suoi cari. Non conosce le stoffe come sua sorella Rike, non ha l’occhio per il taglio e i modelli di Miriam Sternberg e non sa disegnare con la maestria della sorellastra Flori. Ma Silvie sa vedere e sentire. Riesce a indovinare i desideri più intimi delle persone: in questo è unica.


Recensione

A distanza di sei mesi dall’uscita di “Una vita da ricostruire” esce oggi per Fazi Editore il secondo capitolo della saga dei Thalheim, incentrata sulle vicende dell’omonima famiglia a partire dal dopoguerra nella complicata cornice di Berlino, dilaniata dalle dinamiche che porteranno, più avanti, alla costruzione del Muro. Una saga famigliare molto bella e ben costruita, che, attraverso una full immersion nella moda degli anni 50, ripercorre con grande rigore storico gli anni topici del dopoguerra in Germania.

Tanti, dunque, gli elementi che fanno di questi due romanzi delle ottime esperienze di lettura, non ultimo l’illuminante focus sulla dimensione femminile del tempo, indecisa tra la confortante  sicurezza della tradizione e gli slanci e i primi vagiti del femminismo. Del resto questa serie è una serie al femminile, almeno fino ad adesso. Il primo capitolo, dedicato alla figura di Rike, volitiva, votata alla carriera, decisa, oculata e quasi fredda nel suo anteporre la carriera alla vita privata. Il secondo capitolo, incentrato sul personaggio di Silvie, bella, femminile, sensuale, anticonformista e decisamente intraprendente. Una donna dalla sensibilità spiccata, che riesce ad interpretare i moti interiori di chi gli sta davanti ma che stenta a realizzarsi nella vita privata, proprio perché è una donna che non si accontenta, che cerca il grande amore, che vuole essere amata senza riserve per quello che è.

Ma prima vi lascio un piccolissimo focus sulle vicende del primo libro: siamo alla fine della guerra e Berlino è stremata dalle bombe, dal dolore e dalla prostrazione dei suoi abitanti. Le donne della famiglia Thalheim, proprietaria di uno dei più grandi negozi di moda della città, intuiscono i begli abiti possono fare molto per risollevare il morale delle donne berlinesi. La fortuna dei Magazzini Thalheim prende le mosse da questa semplice intuizione. Rike, in particolare, sarà l’anima degli affari. Intorno a lei diversi personaggi alle prese con problemi di cuore, e dissidi familiari e segreti inconfessabili fanno il resto.

Questo secondo capitolo prosegue con il racconto della poliedrica famiglia, una vera e propria famiglia allargata moderna che non cesserà, anche stavolta, di riservarci delle sorprese. Silvie brilla di luce propria in questo secondo romanzo, un personaggio davvero carismatico, che lavora in una radio di Berlino ovest e si divide con gli impegni del negozio di famiglia. Irrequieta e bellissima, sente su di sé il peso del tempo che passa e che la lascia senza marito, senza casa e senza figli. Le vicende personali dei personaggi si dividono il palcoscenico con gli eventi della Storia e rendono al meglio il dolore di una città dilaniata. La lettura si mantiene costantemente interessante e scorrevole, e si bea di una prosa brillante, efficace e senza sbavature. Non ci si annoia mai a leggere la storia di questi poliedrici personaggi, che non cessano di stupire il lettore per i loro slanci e le loro debolezze. Del resto l’autrice non manca di fantasia e di vivacità e confeziona veri e propri colpi di scena. Impossibile rilassarsi; in poche pagine accadono le cose più impensabili e al lettore tocca soccombere al dolce amaro dell’attesa. Del resto, anche stavolta, il finale è magistrale,  costruito per creare un effetto sorpresa.

Come in ogni serie che si rispetti, dunque curiosità ai livelli massimi e tanta empatia per i personaggi creati da Brigitte Riebe. E via, senza indugio, a fare il conto alla rovescia in attesa del romanzo conclusivo.


L’autrice

Brigitte Riebe ha conseguito un dottorato in Storia e successivamente ha lavorato come editor per una casa editrice. Ha pubblicato numerosi romanzi di grande successo, in cui ripercorre le vicende dei secoli passati. I suoi libri sono stati tradotti in diverse lingue. Vive con il marito a Monaco.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Teresa Ciuffoletti e Nicola Vincenzoni
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 311

LA FAMIGLIA DEL PIANO DI SOPRA di Lisa Jewell


Fa fatica a individuare la linea di demarcazione, il punto in cui una si trasforma nell’altra. La prima volta che la madre adottiva l’ha presa in braccio, probabilmente. Ma lei non era senziente, non aveva coscienza del passaggio da Serenity a Libby, del silenzioso intrecciarsi dei fili di cui fatta la sua identità.

Trama

Cheyne Walk è una delle strade più eleganti di Chelsea, il quartiere in cui vive la buona società londinese. I suoi appartamenti, tuttavia, non sono soltanto la quinta di una vita ricca e spensierata, ma costituiscono a volte anche il teatro di raccapriccianti ritrovamenti. Come quello che si spalancò davanti agli occhi degli agenti di polizia accorsi al numero 16 di Cheyne Walk, dopo una telefonata anonima che segnalava un possibile triplice suicidio. Sul pavimento della cucina giacevano i corpi dei coniugi Martina e Henry Lamb e di un terzo uomo non identificato. In una camera al primo piano, c’era una bambina di circa dieci mesi in buone condizioni di salute, con una zampa di coniglio sotto la copertina della culla. Stando alle dichiarazioni dei vicini, da alcuni anni in quella casa abitavano molti bambini e diversi adulti, tutti misteriosamente svaniti nel nulla, compresi i due figli maggiori dei Lamb.

Una vicenda di cronaca nera irrimediabilmente consegnata al passato per Scotland Yard, una ferita tragicamente riaperta per Libby, ovvero Serenity Lamb, la bambina che venticinque anni prima era stata adottata dai signori Jones, diventando Libby Jones.

La giovane donna ha ereditato la casa di Cheyne Walk e, con lei, il suo spaventoso passato, un passato fatto di indagini senza sbocco, tracce di sangue e DNA sconosciuti, messaggi e strane scritte sui muri, pannelli segreti e un orto di piante officinali, alcune delle quali erano state usate per il palese suicidio collettivo dei suoi genitori.

Cos’è accaduto davvero tra quelle mura? Che fine hanno fatto gli altri abitanti della casa di Chelsea? E, soprattutto, in che modo quei drammatici eventi hanno a che fare con gli strani rumori che Libby sente provenire dal piano di sopra, benché sia certa di essere sola in quella strana e tetra dimora? Avvincente, claustrofobico thriller psicologico, che, tra suspense e colpi di scena, riesce a tenere il lettore inchiodato alla pagina, La famiglia del piano di sopra costituisce una splendida conferma del talento dell’autrice di Ellie all’improvviso.


Recensione

Ci sono libri che infondono in chi li legge umori, odori, sensazioni. Che creano delle atmosfere che sembrano vivere di vita propria, che sentiamo sulla pelle come vividi sudari. Come se aprendo le pagine venissimo risucchiati nell’universo parallelo contenuto in esse.

“La famiglia del piano di sopra” è uno di questi libri. Immediatamente ti rapisce, quasi con violenza. E sei costretto ad entrare in un imbuto, denso di sensazioni che si incollano sulla pelle. Sei costretto ad addentrarti in un tunnel sempre più stretto e claustrofobico finché non desideri più uscirne. Indugi in una palude che ti spinge verso il basso ma sei troppo curioso per metterti in salvo, per tentare di fuggire.

Una lettura nera come l’inferno che tratta il tema della manipolazione psicologica con enorme maestria. Una condizione che diventa l’anticamera dell’inferno per 4 ragazzini, che si trovano a convivere con il folle disegno di un uomo visionario.

La trama è condotta su due piani temporali; i capitoli si alternano tra presente e passato. Il presente è quello di Libby e di Lucy, coinvolte entrambe dagli eventi che si svolsero nella casa di Cheyne Walk; il passato è il racconto in prima persona di Harry Lamb, anch’esso poco più che un bambino all’epoca dei fatti. Passato e presente si incastrano perfettamente per ricostruire anni di prostrazione e di dolore e per scoprire la verità.

Tutto il romanzo gira intorno alla morte misteriosa dei coniugi Lamb e di un terzo sconosciuto e alla scomparsa dei 4 ragazzini. Quando la polizia varcherà la soglia della bellissima villa sul Tamigi troverà i tre cadaveri e una bimba di 10 mesi in ottima salute, Serenity. Omicidio, suicidio, follia collettiva sfociata nel più aberrante dei gesti? Che fine ha fatto la famiglia Lamb, un tempo ricca e ben in vista nella società londinese? E chi sono le misteriose figure che negli ultimi anni occupavano la casa, un tempo magnifica magione e oggi ridotta a scheletro buio e spoglio? Quali veleni hanno impregnato le pareti di Cheyne Walk? Pareti come prigioni, che hanno sottratto ai suoi abitanti la luce e il calore del sole.

Si brancolerà nel buio per decenni e il mistero della villa spoglia e dei suoi abitanti scalzi e vestiti di semplici sai neri rimarrà tale per molto tempo. Il come e il perché di quelle morti e di quelle sparizioni sarà un vero rompicapo, dove mistero, superstizione, magia, alchimia, manipolazione e suggestione giocheranno il ruolo principale.

I temi trattati sono calamite per chi legge e la trama è una tela inespugnabile in cui cadere inermi ad attendere la dolce morte che porrà fine al peggiore degli incubi. Una lettura magnificamente costruita per irretire il lettore e una prosa che è un martello pneumatico, incessante e cadenzato, che batte inesorabile dove fa più male.

L’unica sbavatura, a mio avviso, si riscontra nel finale, che per stessa ammissione dell’autrice, stentava ad uscire fuori dalla sua penna. Vi ho letto come un repentino cambiamento di registro, che ha finito per confondermi. Inutile e pernicioso tocco di luce dentro ad un cielo fitto di nuvole burrascose. A volte è preferibile rimanere tra i flutti e i gorghi, invece di godere di un’improvvisa schiarita che ci coglie impreparati. Ma questo è un mio pensiero ed è senz’altro un peccatuccio veniale. Il romanzo è e rimane una chicca. Un vero e proprio gioiello noir in cui perdersi. Segno che è davvero impossibile inseguire la perfezione, ammesso che esista.


L’autrice

Lisa Jewell è nata e cresciuta nel nord di Londra, dove vive ancora con il marito e le due figlie. Il suo primo libro, Ralph’s Party, è stato il romanzo d’esordio più venduto del 1999. Ha scritto numerosi altri romanzi che sono entrati nella classifica dei bestseller del Sunday Times. Con Neri Pozza ha pubblicato Io ti ho trovato (2017) e Ellie all’improvviso (2018).


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Annamaria Biavasco e Valentina Guani
  • Genere: noir
  • Pagine: 334