LA REGINA SENZA CORONA – diario di una quaranta(4)ena di Anna Nigro

Difficile dire cosa si scatena in una persona quando tutto un filone che include un amore, una rete di relazioni oltre il lavoro e anche una vita sociale partecipata lo avevi volutamente accantonato in un lato remoto come un ricordo di una vita che è stata.

Trama

Per quaranta giorni, durante il lungo periodo dell’isolamento a causa del Covid-19, la Regina senza corona affida a un diario le sue riflessioni: non solo la quotidianità, le piccole cose di ogni giorno, il nuovo modo di impostare il lavoro e di riempire il tempo, ma anche un dialogo con il Signor Tempo Passato, che la porta a rivivere situazioni e momenti che non sembravano così importanti e ora, invece, sono luoghi meravigliosi in cui trovare un rifugio, un profumo, un sorriso. Un testo profondo e toccante, arricchito di una piacevole ironia; una storia che ci racconta qualcosa di tutti noi, che ci ricorda che la vita era preziosa anche prima che ne scoprissimo la fragilità.


Recensione

Se c’è una regina, sicuramente leggeremo una bella favola, direte voi. Se la regina è senza corona, la favola probabilmente sarà una storia dei giorni nostri, maggiormente aderente alla realtà. Se poi la corona non è un ornamento d’oro e diamanti ma allude al famigerato virus che da mesi ci tiene in scacco, allora bisognerà ammettere che siamo di fronte a qualcosa di diverso.

Questo racconto è un diario di bordo di una donna che si trova in qualche modo costretta a fare i conti con se stessa, ai tempi della pandemia da Covid 19. Sola, con l’esclusiva compagnia dei ricordi e la consapevolezza che ciò che in passato le è parso ordinario e poco significativo è invece diventato qualcos’altro. Qualcosa di più importante, da difendere e da preservare.

Ed ecco che l’autrice ha l’occasione di ripensare alla sua vita. Ai tempi più lontani in cui abitava in un piccolo centro del meridione, circondata dal calore della famiglia e dalla consolante ripetizione di antiche tradizioni popolari. Fino ai tempi più recenti, in cui un amore è sbocciato, è cresciuto meraviglioso e coinvolgente e poi è morto, per una di quelle ragioni inspiegabili, che non hanno un nome ma che inevitabilmente decidono la fine di una relazione.

L’autrice utilizza la terza persona singolare per narrare questo piccolo spazio temporale, rivolgendosi alla Regina senza Corona, al Signor Tempo passato e al signor Tempo presente. Un escamotage azzeccatissimo, che dona ironia anche dove non ci si aspetta e che cela dietro a questo pseudonimo l’identità stessa dell’autrice.

Facile riconoscersi nella malinconica Regina, che narra l’allegria di un passato lontano senza compiacimento, l’amarezza di un passato più recente senza rancore e l’incredulità che scaturisce da un presente inaspettato e spiazzante.

Ne emerge il lucidissimo quadro di una donna che vive la sua condizione con accettazione, compostezza e grande dignità. Con queste doti, che sono più rare di ciò che si crede, la nostra cara Regina passerà indenne il lockdown e si dirà pronta a ripartire, con slancio e fiducia.

Un racconto che a tratti ci fa sorridere e a tratti ci rende malinconici. Che ci rammenta come stavamo in quel lontano marzo e aprile del 2020, affacciati ai nostri balconi, impastando improbabili pizze, facendo ginnastica, confrontandoci con i tentacoli del lavoro agile e aspettando ogni sera il bollettino di quella guerra a salve, ma non per questo meno dolorosa.

Un racconto che si legge di un fiato, coinvolgente come sanno essere le storie vissute e bello come sono le storie in cui ci riconosciamo.


L’autrice

Anna Nigro nasce il 23 Luglio del 1976 a Watford, in Inghilterra. Quando ha tre anni, la famiglia si trasferisce in Italia, a Savignano Irpino, un piccolo paese dell’Irpinia, dove vive fino ai trentacinque anni. Si è diplomata al Liceo Scientifico Parzanese di Ariano Irpino (1995) e ha conseguito delle qualifiche professionali dopo una breve esperienza universitaria alla Facoltà di Giurisprudenza di Foggia. Dal 2012 vive stabilmente in Lombardia, dove lavora come impiegata amministrativa in un’azienda che tratta accessori di moda – piccola pelletteria. Ha vari interessi tra cui la scrittura e la fotografia.


  • Casa Editrice: Albatros
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 71

URLA SEMPRE, PRIMAVERA di Michele Vaccari


Non lo posso sapere, ci vorranno mesi per accettarlo, ma gli Animali sono venuti qui perché sono il tuo esercito. Sembrano una famiglia, ma come quella che potrei formare io, senza generi, senza distinzioni: cinghiali, cavalli, pecore, aquile e un coniglio grande come un bulldog.
Ci osserviamo per qualche secondo.
A un certo punto, quello più grosso tra gli ungulati, credo la madre, si avvicina, spinge il suo muso sulla mia gamba, mi invita a salirle in groppa. Almeno, questo è quello che capisco.
Appena sente che mi sto tenendo e non ho più nulla da perdere, fa un suono col muso che dalla reazione dei suoi compagni comprendo essere un via libera.
Basta un attimo.
Nessuno saprà mai più niente di me.


Trama

Per Zelinda il presente è il 2022, e Genova, la sua città, è messa a ferro e fuoco come nel G8 del luglio 2001. Procreare è diventato un reato, e per Zelinda l’ultima ribellione è la fuga, per mettere in salvo la bambina che porta in grembo a costo della sua stessa vita. Per il Commissario Giuliani il presente è l’8 settembre 2043, quando viene chiamato a indagare sulla morte di un uomo centenario che ha cambiato le sorti del paese. Per Spartaco il presente è sua nipote Egle, la figlia di Zelinda: lui, partigiano, queer, militante, dovrà addestrarla a combattere per se stessa e per gli Orfani del bosco, i bambini sopravvissuti. Presente, passato e futuro entrano senza bussare nella vita di Egle che, depositaria di una storia familiare e di un potere legato ai sogni, è l’unica in grado di immaginare il cambiamento. Nella Metropoli che è diventata l’Italia, un’oligarchia di uomini anziani, la Venerata Gherusia, ha cancellato istruzione e scienza, avvelenato terre e città, e i cittadini devono scegliere di estinguersi. Ma la scintilla del sogno è così potente da piegare la realtà, aprendo la strada alla rivoluzione.

Scritto in una lingua indomabile, Urla sempre, primavera è un romanzo vertiginoso, da leggere come un libro d’avventure. Una storia d’amore e lotta, un sogno lucido e folle dove la natura si supera dando vita a una nuova umanità.


Recensione

Un filo lega tre generazioni. Sono genovesi. Sono ribelli. Credono nella libertà, nella lotta, nel potere della Rivoluzione. La Rivoluzione, un atto belligerante, fatto di audacia e di sfida. L’atto che ribalta l’oggi e lo trasforma nel domani. L’atto che si nutre di sangue e che col sangue lava le colpe degli altri. E che pulisce le ferite di chi la Rivoluzione la fa, la diffonde, la protegge. Un atto che è catarsi, che è affermazione di un popolo, per il popolo.

Cento anni di storia. Da settembre a settembre di cento anni dopo, per arrivare al 2043, quando Genova è preda di una vegetazione fitta, impenetrabile, in cui si celano bambini perduti, animali abbandonati e Egle, colei che può manipolare i sogni.

Egle è una sorta di Messia moderno. Colei che può sovvertire l’ordine delle cose.  Con il suo esercito di animali e con l’anima del nonno, ex partigiano, la cui storia parte nel 1943, di settembre, il giorno otto.

Nel 2043, come cento anni prima, c’è un nemico da battere in nome della libertà. Qualcuno ha seminato terrore e inculcato nelle persone false credenze. Ha distrutto la vita, dando la caccia alle madri, streghe che sovvertono l’ordine con l’atto più ardito di tutti, quello di dare la vita. Ha allontanato le persone, approfittando di nuove e virulente malattie. Le ha piegate, con la violenza e l’assenza della Legge.

Ha screditato la scienza e ha allontanato gli animali, disperdendoli e riducendoli a schiavi di nuove forme di selvaticità. Ha cancellato la lingua per dare spazio a espressioni gergali e sgrammaticate, che offendono l’intelligenza umana.

Genova non è che l’ombra di se stessa. Zelinda, che è incinta di Egle, deve nascondersi. La Milizia è sulle sue tracce e presto la stanerà. Ma lei si sta preparando. Per Egle.

Egle dovrà sopravvivere nel bosco, come una nuova Biancaneve scacciata dal castello. Zelinda le lascia le tracce affinché possa usare la sua arma più potente, il sogno.

Egle è la catarsi. E’ colei che vendica la madre e il nonno e gli Uomini, tutti. Lo farà da sola, rinunciando all’efficacia della coralità. Riprendendosi ciò che l’umanità ha nelle vene e nei pensieri.

“Urla sempre, primavera” è un atto di Fede e un grido che risuona nelle orecchie, a risvegliare la nostra ribellione, sopita da anni di lavaggi del cervello.

Una storia che sta a metà tra la fantasia e la realtà, in un limbo minaccioso che ci sorride per confonderci. Una storia, che nasconde il suo veleno nell’oro che riempie le mani. Una storia che ridisegnala Storia, quella vera e per la quale è difficile stabilire un punto di partenza. Un cerchio, forse, che si chiude l’otto settembre 2043, sulle colline sopra Genova, in una data che è un emblema. Un punto di partenza ma anche la potenziale morte di tutto.

Sogno e Rivoluzione. In “Urla sempre, primavera” emerge prepotente quanto questi due concetti siano legati. Causa ed effetto, l’una dell’altra. Senza sogno non c’è Rivoluzione. E senza Rivoluzione il sogno è destinato a morire.

Un’opera pretenziosa, già nella sua struttura. Fatta di pagine bianche e pagine grigie, di salti temporali, di voci narranti che provengono dal passato e dal futuro. Capitoli che sono storie a se stanti, che solo seguendo il filo di un sogno si sovrappongono e si intrecciano, a disegnare un quadro estremamente suggestivo, che evoca una scintilla di vita, salda e splendente anche nelle avversità più abbiette.

Perché in fondo, “Urla sempre, primavera” è un grido di speranza. Un faro nella notte, che afferma quanto sia difficile sopire la voglia di libertà nell’Uomo che, anche quando sembra perduta, cova sotto la cenere in cerca di una pagliuzza attraverso la quale far divampare l’incendio.

“Urla sempre, primavera” è una ricostruzione storica dell’Italia del dopoguerra in cui l’anarchia degli avvenimenti disegna un quadro perfettamente plausibile. Vaccari è superbo nel rappresentare il concetto del “cosa sarebbe successo se…” e anche tremendamente crudele nel disegnare gli scenari futuri, in cui l’Uomo è svuotato dell’anima e ridotto ad un ammasso di carne in cui la paura fa scempio. Visionario o realista, l’autore estremizza alcuni atteggiamenti che già insidiano la società attuale e ha il coraggio di trarre delle conclusioni che ci spaventano, ci sembrano impossibili ma ci fanno riflettere. Poi, come d’incanto, ci dona la speranza, nei panni di qualcuno che potrà salvarci. Senza l’ausilio della forza. Senza un potere sovrannaturale, ma con qualcosa che hanno tutti, dalla nascita. Con un esercito di emarginati e con la complicità della Natura, che nasconde i soldati e fornisce le armi per combattere.

“Urla sempre, primavera” non è certo una lettura facile. Richiede concentrazione e coraggio e voglia di scendere negli abissi della nostra storia, dentro ad un declino di cui siamo responsabili tutti, ognuno per la sua parte. Ed è un inno alla ribellione. Una esortazione ad aprire gli occhi e a tirare delle conclusioni.

Non è una lettura di evasione. E’ una lettura disperata, che fa male. Ma è la nostra storia, alla quale bisogna dare un epilogo diverso. E’ la storia di “cosa potrebbe succedere se…”. E’ un inno alla lotta, alla ribellione, alla libertà di pensiero e alla consapevolezza che ogni piccolo gesto può avere conseguenze enormi. Ogni gesto, ogni frase, ha in sé un’enorme cassa di risonanza che spande le sue eco alle generazioni future. Ogni fiato, ogni gesto è una miccia, che può scatenare l’inferno o spegnere le fiamme.

Che ognuno sia la piccola Egle, cresciuta da sola nei boschi, insieme agli Orfani e agli Animali e con il ricordo del suo nonno partigiano. Egle, che impara dal passato e costruisce per il futuro, nelle colline sopra Genova, che mai come in quest’opera rappresenta la lotta e la ribellione. Genova, accesa dalla voglia di cambiare ma ridotta a cenere dopo che la paura ha vinto sulla volontà. Genova, inghiottita dagli alberi, devastata dal sangue e zittita dagli imbonitori. Genova, che è il mondo intero, un mondo che spaventa. Un mondo da non dimenticare. Un mondo da cambiare. Da sognare.  Da ricostruire.


L’autore

Michele Vaccari (Genova, 1980) si occupa di editoria, cinema e comunicazione. Ha coordinato la scrittura del film e del documentario per il progetto Making(of)Love, in uscita per Sky ad aprile 2021. Ha pubblicato Italian Fiction (ISBN 2007), Giovani nazisti e disoccupati (Castelvecchi 2010), L’onnipotente (Laurana 2011), Il tuo nemico (Frassinelli 2017) e Un marito (Rizzoli 2018).


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 439

L’AMANTE SEGRETO DI MADAME CURIE di Irène Frain

 
Si erano fissati. Lei non aveva avuto paura di essere come nuda davanti a lui. E lui non aveva abbassato gli occhi. Questo era già essere amanti.
Non hanno combattuto contro il desiderio, l’idea non li ha neppure sfiorati – si è semplicemente capaci di avere un0idea, in quei momenti, un pensiero? Tutto è andato da sé. Si sono arresi di fronte all’evidenza, una verità sospettata da anni, ma che non avevano potuto, o voluto, riconoscere. Adesso la verità si imponeva. Marie ha capito che il ritorno alla vita passava attraverso Paul, che avrebbe fatto l’amore con lui e che non avrebbe avuto senso un uomo che non avesse conosciuto Pierre, che non fosse stato amato da Pierre da lui e che lui non avesse amato. Paul nello stesso istante, si è sentito giustificato nella sua condizione di uomo e di essere vivente. Le loro esistenze, improvvisamente, sono parse ai loro occhi decifrabili. Non erano sopravvissuti per niente. Quell’istante li aspettava.

Trama

Il 4 novembre 1911, a Parigi, su un giornale a grande tiratura compare un titolo in prima pagina: Histoire d’amour. Madame Curie et le professeur Langevin. Marie Curie ha dunque un amante? La stampa e l’opinione pubblica s’infiammano. Tribunali, duelli, lettere rubate: lo scandalo è enorme. Comunque, sì, è vero, Marie Curie ha un amante. Vedova da cinque anni di Pierre Curie – insieme al quale ha scoperto il radio e ricevuto il primo premio Nobel -, si è innamorata di un uomo sposato: Paul Langevin, amico di Einstein e scienziato eccezionale quanto lui.

Ma, sebbene nella vicenda il “traditore” sia soltanto Paul, che ha moglie e quattro figli, è soprattutto lei a essere presa di mira. Icona della scienza in tutto il mondo, sta per ricevere un secondo Nobel e la sua candidatura all’Accademia delle Scienze è oggetto di pesanti polemiche tra i cattedratici e non solo. Ora si scopre che è anche capace di amare. Amare e basta, al di là di ciò che impongono la morale o la pubblica decenza: tutto questo è intollerabile. Il 7 novembre, il premio le viene consegnato, ma sui giornali francesi nemmeno una riga, o quasi. La notizia di quei giorni è invece che la moglie di Langevin è ricorsa al tribunale per ottenere la separazione dal marito e la custodia dei figli.

Che cosa unisce davvero il giovane, aitante scienziato dai baffi a manubrio e l’intransingente “polacca” che ha consacrato l’esistenza alla ricerca, a sprezzo della propria salute? Come convivono in lei il ricordo di Pierre e il sentimento verso Paul? Con L’amante segreto di Madame Curie Irène Frain ha interrogato archivi dimenticati, foto sconosciute, luoghi inesplorati. Ha messo insieme i tasselli di un’indagine avvincente via via trasformatasi nelle pagine di uno splendido romanzo biografico. E ha magistralmente ricostruito – sullo sfondo della società francese d’inizio Novecento e di uno scandalo mediatico d’inattesa modernità – il ritratto di una donna pronta a rischiare per amore tutto quello che il mondo le ha riconosciuto.


Recensione

Una ricostruzione minuziosa, coinvolgente, generosa e illuminata, quella di Irène Frain, che ci regala una elegante ed emozionante incursione nella vita di Mania Sklodowska, diventata poi Marie Curie, personaggio chiave del mondo scientifico dei primi del Novecento, colei che scoprì il “polonio” e il “radio”, Premio Nobel con il marito Pierre Curie per la Fisica nel 1903 e Premio Nobel nel 1911 per la Chimica.

Un personaggio chiave, non solo per l’eccezionalità delle sue scoperte scientifiche, ma anche e soprattutto per aver sancito irrevocabilmente il diritto della donna a dire la sua in campi storicamente riservati esclusivamente agli uomini, come quello scientifico.

Una vita che ha di per sé le caratteristiche di un romanzo. A cominciare dai suoi primi passi in Francia, come studentessa di Fisica e Matematica alla Sorbona, stretta nell’indigenza e nel disagio del suo status di straniera. L’incontro con Pierre Curie, l’amore e la condivisione della passione totalitaria per le scienze. La vita divisa tra insegnamento e laboratorio. Il lavoro, che sfinisce ma che appassiona. L’ossessione per lo studio e la sperimentazione. L’atteggiamento austero, quasi glaciale, di chi deve dimostrare ogni giorno di poter stare dove sta.

E poi il successo, il Nobel, la notorietà. Lei, vista come la semplice assistente del marito. Perché si stenta a credere che una donna possa aver avuto un simile merito: Che il Nobel sia, insomma, solo farina del suo sacco. L’opinione pubblica del tempo non è pronta ad accettare una donna-scienziato e fa fatica ad incasellare Madame Curie in luoghi che non siano il focolare domestico.

Quando Marie si troverà sola e prostrata dal lutto per Pierre, sarà proprio la scienza e il lavoro ottenebrante ed esigente a salvarla dalla follia. Finché una nuova follia non attraversa la vita di Marie. Una follia e una nuova ossessione, chiamata Paul Langevin. L’allievo di Pierre, il più brillante. L’allievo che ha amato Pierre con tutto se stesso e che Pierre ha amato a sua volta.

Della storia di questo amore proibito non si sa molto, solo ciò che traspare da una corrispondenza che fu trafugata ai due amanti e data in pasto ai giornalisti dell’epoca e da pochissime testimonianze indirette.

Irène Frain è magistrale nel dare voce a questa appassionata relazione. L’autrice ricostruisce questa relazione in modo minuzioso, facendo affidamento su pochissimi indizi, che tuttavia riesce a trasformare in testimonianze di un amore totalizzante e sofferto. Immaginando i due amanti nel loro bilocale a Parigi, in cui consumano il loro amore tormentato. Immaginando le loro conversazioni. Gli umori, i sentimenti, le sensazioni, i timori, l’estasi.

La grandezza di quest’opera sta proprio nella capacità interpretativa di vicende che non sono mai state di dominio pubblico. Vicende nebulose, che si intrecciano al desiderio di offuscare la figura di Marie Curie e il suo genio.

Ne escono pagine toccanti, che descrivono il tumulto interiore di questa straordinaria donna, che divide la sua vita tra il laboratorio e l’appartamentino in cui si consuma il suo amore proibito.

Un amore osteggiato dalla mentalità dell’epoca, ma anche dalla Legge. Un amore che rischierà di infangare la figura accademica di Marie, proprio nei giorni che precederanno la vincita del Nobel per la Chimica del 1911.

La penna di Irène Frain è leggiadra ed estremamente evocativa. Capace di ricreare un romanzo dentro a due vite reali, attraverso la cura maniacale ed appassionata dei loro aspetti emotivi e psicologici, complice la puntuale ricostruzione della società francese dell’epoca, con i suoi pregiudizi.

L’utilizzo del tempo presente e le frequenti incursioni nella Storia, quella vera e documentata, rendono la lettura gratificante e coinvolgente. La lettura scorre via, pagina dopo pagina; solo quando l’autrice inserisce un fatto documentato, ad interrompere brevemente la narrazione, si ha la netta percezione che stiamo leggendo una biografia e non un romanzo.

Una biografia appassionata, che scandaglia gli aspetti meno noti della vita di questa grande scienziata e che le restituiscono quell’umanità, fragilità e spessore che spesso vengono tolti a personaggi di tale calibro. Una ricostruzione dell’epoca che rende evidente quanto la figura di Marie Curie cozzasse con l’ideale femminile dell’epoca: una donna votata alle scienze, poco presente alle figlie, la cui vita si svolgeva costantemente fuori dalle mura domestiche, incurante del proprio aspetto, sul quale non avrebbe dovuto fare affidamento per essere credibile e che, probabilmente, sarebbe stato considerato un ostacolo ulteriore nel suo percorso già irto di difficoltà. Una donna bella che non sapeva di esserlo e affascinante seppure non facesse niente per evidenziare la propria avvenenza e la propria femminilità. Una donna capace di vivere passioni totalizzanti, forte nel cogliere le sfide, lucida nell’inseguire i propri sogni ma anche sola e incompresa. Una donna perduta dentro ad una sorta di sdoppiamento, quello, dicotomico, tra passione e intelletto. Una contrapposizione che ha segnato la sua vita e quella di numerose altre donne che hanno vissuto in altre epoche. Un conflitto che, a ben vedere, costituisce l’ossatura dell’essere donna, oggi come ieri, una condizione da sempre intrappolata dentro a una gabbia dorata, piena di brucianti contraddizioni.


L’autrice

Irène Frain, scrittrice e giornalista, è nata in Bretagna nel 1950. Tra i suoi romanzi più conosciuti in Francia: Le Nabab (Lattès, 1982), Secret de famille (Lattès, 1989), Devi (Fayard/Lattès, 1993) e Le Naufragés de l’île Tromelin (Michel Lafon, 2009). In Italia, ha già pubblicato il saggio La felicità di fa l’amore in cucina e viceversa (Ponte delle Grazie, 2004) e il romanzo Beauvoir in love (Mondadori, 2014).


  • Casa Editrice: Gremese
  • Genere: biografia
  • Traduzione: Carlo Floris
  • Pagine: 335

LA LAMPADA DEL DIAVOLO di Patrick McGrath


Vedere di nuovo Madrid prima di morire, all’improvviso mi parve di vitale importanza e divenni euforico e impaziente, anche se non capivo bene perché.

Trama

Londra, 1975. L’anziano poeta Francis McNulty sente avvicinarsi la fine dei suoi giorni ma il suo animo non trova pace, schiacciato da una colpa che non ha mai avuto il coraggio di confessare. Le ombre di un tradimento sotto le armi, durante la Guerra Civile spagnola, si allungano nella casa di Cleaver Square quando un’oscura presenza, con le fattezze del generale Francisco Franco, comincia a fargli visita. In alta uniforme, il contegno di un militare decaduto, l’apparizione perseguita Francis con i ricordi dei giorni drammatici di quarant’anni prima. Perseguitato dalle visioni e spronato dalle domande di un giovane reporter che sta scrivendo un pezzo su di lui, il vecchio poeta accetta l’invito della figlia ad accompagnarla in viaggio di nozze a Madrid, in cui vede finalmente l’occasione per affrontare i fantasmi del suo passato. Mentre nel palazzo reale si consuma l’agonia del Generalissimo, vittima e carnefice di un’epoca che si sta consumando, Francis torna nei luoghi della sua vergogna, in un viaggio liberatorio nel tempo, nei ricordi di famiglia, nei recessi della sua mente.

Dal genio di Patrick McGrath, un romanzo che entra nei pensieri del suo protagonista, e di noi lettori, per far luce sulle diaboliche ossessioni scatenate dai segreti quando decidono di parlare


Recensione

Una vita che giunge al termine e un rimorso da disarmare. Una vita spesa ad inseguire la felicità, quella che non ha mai avuto. Che non ha mai voluto, forse, né mai meritato, più probabilmente.

Una vita senza scossoni, a Londra, nella casa di famiglia, dagli spazi sconfinati e dalle eco di una tristezza che si trascina negli anni, senza trovare una soluzione. E d’improvviso, un’altra vita, in un’altra dimensione, in cui buttarsi a capofitto per dare senso all’esistenza; una vita nuova, alla guida di un’ambulanza, a far da aiutante ad un chirurgo americano, Doc, le cui mani si ostinato a tagliare, suturare, amputare, nel tentativo di salvare più vite possibili. Sfidando la sorte, i pericoli, l’odore della morte che è onnipresente. Una vita spesa nel cuore della Storia, persa nei rivoli di sangue e di lacrime negli anni trenta in Spagna, ai tempi della Guerra Civile e dell’ascesa al potere di Francisco Franco, il Generalissimo.

Lui, che nel pieno della sua esistenza, lascia Londra per raggiungere la Spagna, nei giorni in cui si consuma la carneficina. Lui, che va in Spagna per entrare a far parte della razza umana. E che rifugge la morte, a ogni costo, anche con l’inganno.

Francis McNulthy ormai è vecchio. Malfermo sulle gambe, debole, con la mente che vacilla tra il ricordo e l’ossessione. Tra il rimpianto e la gloria. Tra il desiderio di rinvangare e quello, contrario, di dimenticare. Brame opposte, fomentate fino al parossismo da improvvise visioni che segnano una sorte di inesorabile transizione verso il territorio sconfinato e inesplorato della follia senile. Francis pare attratto dalla calamita della demenza: la figlia Gilly inizia a guardarlo con sospetto e fastidiosa sollecitudine e persino l’attempata sorella si materializza a Londra per farsi un’idea sulla sanità mentale del fratello.

Il quale appare più divertito che contrito da questo interesse. Non fa fatica a ridere di sé, a mettersi in discussione e a venire a patti con l’inesorabile declino del corpo e della mente che è insito nella vecchiaia.

Sotto l’ombrello della sua ironia, tutto appare più leggero e persino divertente. Ma le eco del passato non cessano di farsi sentire e solo il ritorno in Spagna potrà tacitare i morsi dei ricordi.

Di questo suo ultimo viaggio non resta che il sorriso di Dolores, che Francis stesso salvò dalle bombe e il sostengo di Hughes, un giovane giornalista deciso a scrivere di lui, giovane inglese alle prese con una Rivoluzione che non gli appartiene per nascita.

La potenza di un semplice e dissacrante gesto liberatorio in fondo ha maggior forza di una bomba. Francis potrà tornare a Londra a trascorrere in pace il tempo che gli resta, stretto tra le sue piccole abitudini e quella leggiadra vacuità che accompagna un anziano nel viaggio verso la fine terrena.

Patrick McGrath non deve certo dimostrare alcunchè ai suoi lettori. Eppure questa sua ulteriore prova aggiunge molto a qualcosa che di per sé appare già ridondante. Una scrittura costantemente illuminata dal piglio geniale dell’ironia. I toni semplici e sempre azzeccati nel disegnare i pensieri di chi, dall’alto dei suoi ricordi, osa ridere di sé e delle sue nuove debolezze. La capacità di accostare la tragedia a quella lievissima comicità. Un connubio e un nonsense, che dà l’idea esatta dei pensieri di un uomo giunto alla fine dei suoi giorni con una grande dose di gratitudine verso una vita che pure lo ha tradito, tratto in errore e reso codardo e discutibile.

“La lampada del diavolo” illumina una coscienza dilaniata dal rimorso. E mentre fa luce sull’errore, risvegliando la colpa, indica la via per porvi rimedio. Una ricetta semplice ma efficace.

Ma al di là della morale di questo romanzo, mi preme sottolineare la piacevolezza di questa lettura e l’assoluta amabilità della voce narrante del protagonista, una voce freschissima e dissacrante, ironica e pungente, commuovente fino alle lacrime e divertente pur nella consapevolezza del suo declino.

Una prosa ineccepibile, stretta in capitoli brevi ed efficacissimi. Una voce che assume il tono lacrimevole del rimpianto ma anche quello frivolo dello scherno. Che ci cattura, ci rapisce, ci strappa sorrisi e ci fa venire il desiderio di consolare. Un ultimo spaccato di vita di chi cerca perdono. E lo ottiene, completo e assoluto. Perché di errori e omissioni è fatta la vita di un uomo. Di cose incompiute e di occasioni perdute.


L’autore

Patrick McGrath è nato in Inghilterra e vive tra New York e Londra. È autore di numerosi romanzi, tra cui Follia (1998) – uno dei più grandi successi letterari degli ultimi anni –, Martha Peake (2001), Spider (2002, da cui è stato tratto il film di David Cronenberg), Port Mungo (2004), Trauma (2007, nuova edizione La nave di Teseo, 2019), L’estranea (2013) e La guardarobiera (La nave di Teseo, 2017). Per La nave di Teseo è uscita inoltre la raccolta Racconti di follia (2020).


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Collana: Oceani
  • Traduzione:
  • Carlo Prosperi
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 258

IL TAGLIO DELL’ANGELO di Claudio Coletta

Hai ragione”, disse Lorenzo divertito, “a volte l’apparenza delle cose confonde il giusto ordine di importanza. Succede anche a noi medici, corriamo dietro a un sintomo e perdiamo di vista la natura vera del male. E’ uno degli errori più gravi che possiamo commettere”.
Dire la stessa cosa di un investigatore, per esperienza”.
“Lo vedi che i nostri mestieri si assomigliano? L’ho sempre pensato, ed è per questo che chiamo te, quando ho bisogno di aiuto”.
“Allora la colpa è mia”, commentò Domenicucci con grande serietà, “che ti ho dato retta ancora una volta”.

Trama

Un medical thriller costruito alla perfezione, i cui protagonisti dovranno fare i conti con la propria coscienza, prima di poter affrontare la verità.

Una notte, il cadavere di un uomo viene ritrovato impiccato a una gru in un cantiere della metropolitana di Roma. Lorenzo Baroldi, primario di Medicina in un grande ospedale della capitale, non segue la cronaca, specialmente ora che la maggior parte del suo tempo è occupata dalla burocrazia e non ha neanche modo di seguire i suoi pazienti come vorrebbe. Nel reparto, poi, è appena capitato un caso che ha scosso la sua coscienza di medico, un ragazzo di colore morto all’improvviso in maniera sconcertante e inspiegabile. A questo strano evento Baroldi ne collega altri sentiti riportare dai suoi colleghi, episodi troppo simili tra loro per non avere qualcosa in comune, tutti decessi di giovani africani apparentemente in buona salute. Il dottor Baroldi vuole vederci chiaro, soprattutto quando emerge un collegamento fra queste morti misteriose e la recente scomparsa di un biologo. Ma non può farlo da solo e per questo chiama in aiuto un suo vecchio amico, l’ispettore di polizia Nario Domenicucci, lo stesso con cui in passato ha condiviso una pericolosa indagine al Policlinico, quando ancora era uno studente di Medicina. In questo nuovo romanzo pieno di tensione, Claudio Coletta affronta temi delicati e di grande attualità confermandosi un autore raffinato e capace di dar vita a meccanismi narrativi complessi, per un giallo d’ambientazione ospedaliera in cui la trama è soppesata con la cura e l’equilibrio di un classico.


Recensione

L’abbacinante ebrezza dei contrasti. Il bene e il male. Il lecito e l’illecito. Il giusto e l’errato.

Perdersi in questi labirinti, nel dilemma della scelta che incalza. Una decisione da prendere, una via da imboccare, giunti al bivio. Una opinione da esprimere, da affermare.  Ci capita spesso, vero?

Cosa comanda le nostre scelte quando le opzioni in gioco sono entrambe giuste, legittime, buone?

Il tema della scelta è al centro di questo libro. Ed è un medico che deve scegliere. Un uomo di scienza, che dovrebbe avere in pugno tutte le risposte giuste. Ma che invece decide di intraprendere la via più ardua, quella piena di insidie, quella pericolosa ma anche bellissima e affascinante della ricerca della verità.

Una richiesta che giunge dalla voce di chi siede ai margini del mondo, inutile essere umano, pedina di un gioco crudele. Un essere umano che non desta alcun interesse. Al contrario, suscita sdegno e rabbia e indifferenza.

Eppure Lorenzo Baroldi, un uomo che dalla vita ha avuto tutto, decide di scavare a fondo per scoprire i motivi di alcune morti. E si imbatte in un muro di gomma, in cui tuttavia inciderà una fenditura. Dalla quale esce la luce.

Il senso di umanità, di dovere verso la scienza medica, lo porterà a scoprire una verità scomoda e crudele, che ribadisce, se mai ce ne fosse bisogno, la forza di una casta nei confronti dei deboli. Di chi cerca disperatamente il suo posto nel mondo e che pur di averlo si mette in gioco, puntando la sua unica moneta su un solo numero. Sperando che esca. Sperando che la roulette della vita sia magnanima, che gli possa restituire quel briciolo di buona sorte di cui ha disperatamente bisogno. Una volta sola e poi più. Dopo continuerà da solo a lottare, per una vita migliore.

“Il taglio dell’angelo” già nel titolo allude alla imparzialità del destino. Allude al concetto di uguaglianza tra tutti gli uomini, che solo il destino, che è ingovernabile, governa. Senza favori, senza vantaggi per nessuno.

L’immagine che l’autore invoca nel romanzo è quella dell’Arcangelo Gabriele che sfodera la spada in cima alla tomba dell’Imperatore Adriano, simbolo del paganesimo. Un gesto che fece cessare l’epidemia di peste che imperversava a Roma, alla fine del sesto secolo. Un gesto che, proprio come la peste, che falcia ricchi e poveri, colpevoli e innocenti alla stessa maniera, è imparziale.

Il dilemma che il protagonista dovrà sciogliere, l’ennesima scelta da compiere, mina le fondamenta di questo assunto. Non esiste un uomo che possa contare sul taglio dell’angelo, sull’imparzialità del destino o sulla giustizia di un Dio che ci sovrasta e ci consola, ma tante pedine che il destino ha assegnato in luoghi diversi, dove splende il sole oppure imperversa l’uragano.

Esiste però un uomo che può denunciare questa disparità e lottare affinché le differenze si assottiglino sempre più. Una crociata stancate, pericola, spesso vana. Ma che restituisce la consapevolezza di vivere in un mondo ingiusto, in cui la legge del più forte miete da sempre vittime innocenti. Un mondo ingiusto che tuttavia possiamo provare a cambiare, denunciando, sfondando muri ostili, rinunciando alla nostra intoccabile comodità.

“Il taglio dell’angelo” è un thriller disseminato di personaggi positivi, di uomini e donne che mettono i loro principi avanti a tutto. Una lettura appassionante, che non teme di mettere a nudo verità scomode e che scandaglia il fenomeno dell’immigrazione clandestina con compassione e sentimento. Un libro ben scritto, che ci riconcilia con la nostra natura di essere umani fallaci ma pieni di buone intenzioni.

Claudio Coletta mette al servizio del lettore le sue competenze mediche e ci emoziona con il suo desiderio di raccontare le complessità dell’esistenza nelle sue infinite declinazioni. Il risultato è un ottimo thriller, dai ritmi incalzanti, in cui l’uomo si riappropria della sua umanità e la mette al servizio della verità.

Una lettura terapeutica, che qualifica la professione medica mettendola nella giusta luce: quella di chi predilige l’uomo alla malattia, il male e la sua natura al sintomo da curare.


L’autore

Claudio Coletta è cardiologo e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. È stato membro della giuria internazionale del Rome Film Fest nel 2007. I suoi romanzi precedenti, pubblicati tutti con Sellerio, sono Viale del Policlinico (Premio Azzeccagarbugli opera prima 2011), Amstel blues (2014), Il manoscritto di Dante (2016) e Prima della neve (2019).


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: DarkSide
  • Genere: thriller
  • pagine: 196

UN LUPO NELLA STANZA di Amélie Cordonnier


Sembrava stesse aspettando lei. L’ha notato per caso dopo aver riaccompagnato a casa Daphné a pomeriggio inoltrato. Era esposto in vetrina. E il negozio era aperto di domenica. Doppio miracolo. Un pigiama grigio a pois bianchi delizioso, con muffole integrate alle maniche. “E’ una tutina antigraffio in caso di varicella o eczema” le ha spiegato la commessa prima di mostrarle dei body concepiti con lo stesso sistema. Esther li ha trovati troppo carini. E allora ne ha comprati tre per tipo. Taglia nove mesi. Perfetti per nascondere le mani di Alban anche in casa. E decisamente meno sospetti dei guanti.

Trama

Lei è felice e appagata: ha un bel lavoro e un marito amorevole, è madre di Esther e, da pochi mesi, anche di Alban. Un giorno nota una macchiolina scura sul collo del piccolo e, preoccupata, chiede consiglio al pediatra che la tranquillizza: è solo una leggera pigmentazione. Ma le macchioline aumentano, e l’inquietudine cresce. Fino al responso, definitivo e spiazzante: Alban è mulatto. Incredula, si rivolge a suo padre per essere rassicurata: e l’uomo, dopo trentacinque anni, trova il coraggio di ammettere una verità che le toglie di colpo ogni certezza, lasciandola impreparata e sola ad affrontare i pregiudizi che lei stessa non sapeva di nutrire. E mentre la pelle di Alban cambia colore, dentro di lei infuria una terribile resa dei conti con quel bambino, simbolo delle bugie in cui è stata cresciuta e dell’amore che le è stato negato.

Con una lingua ritmata e sonora, Amélie Cordonnier scrive un romanzo incalzante come un thriller, in bilico tra dramma e commedia; e mette in discussione i miti fragili dell’amore materno e dell’identità, illuminando il momento in cui la paura di non essere accettati si placa come un lupo ammansito, per cedere il posto a una nuova tenerezza.

Questo libro è per chi vorrebbe trovare una parola per definire il “silenzio degli odori”, per chi ha amato l’atmosfera raffinata e irriverente di Cena tra amici, per chi ogni volta aspetta di essere sull’uscio di casa per confessare i suoi pensieri più profondi, e per chi vive nella fiducia che, anche dopo le notti più buie e spaventose, l’alba torni sempre al suo posto.


Recensione

Un libro sulla maternità, direte voi. Si, ma non solo. In questo romanzo essere madri è solo un mezzo, probabilmente quello più efficace, di arrivare al cuore della questione: l’identità.

Un tema dirompente, che ci tocca tutti da vicino. Che riguarda noi stessi, ma anche chi ci sta accanto.

In questo romanzo la voce potente di Amélie Cordonnier ci conduce ad esplorare i danni e le conseguenze della consapevolezza, che giunge improvvisa a confonderci, di non essere chi crediamo di essere e di dover accettare che un nostro figlio sia il frutto capriccioso di una confusione, di un miscuglio pericoloso e arbitrario.

Un lampo in un cielo che credevamo sereno. Una spada che penzola, inesorabile e beffarda, sulla nostra testa. Un romanzo che ci lascia attoniti e impreparati. Che parla della morte di un amore, quello più forte e più istintivo, che c’era, forte, invincibile, conosciuto e riconoscibile, è ad un tratto non c’è più. E non solo. Accanto a questa assenza, c’è il rifiuto, la paura, l’aberrazione. E il terrore di dover gestire questo coacervo di emozioni negative e malvagie.

Il ritmo è di quelli che non lascia scampo. Cadenzato, ossessivo, incalzante. Un flusso incessante di parole, una voragine di pensieri che corrono come luce. Pensieri vorticosi risucchiati dall’ occhio di un ciclone che induce a cadervi, nell’arrendevole rassegnazione di chi fronteggia qualcosa di enorme e di inaccettabile.

“Un lupo nella stanza” è un racconto intimo e doloroso. Un calvario, potrei definirlo, che una madre affronta da sola con i demoni del suo passato e con il peso di una rivelazione che riguarda la sua vita.

Una donna e una madre istruita, realizzata, aperta, ragionevole, intelligente. Una madre attenta, affettuosa, organizzata, consapevole, determinata. Eppure cadrà nel tranello del pregiudizio, della paura di non essere capace di amare, nel rifiuto dell’evidenza. E sarà vergogna. Vergogna di avere paura e vergogna di avere vergogna. Sarà un imbuto stretto e asfissiante, che ci chiama e in cui cadiamo a peso morto. Non si può risalire lungo quelle sue pareti scivolose e irte. Gli sforzi sono enormi e inutili. Le unghie si spezzano, il fiato manca, i muscoli bruciano dallo sforzo, inutile e sfiancante.

Inutile dire che questa lettura mi ha schiacciata e presa in ostaggio. Leggere questo romanzo è stato difficile, eppure non riuscivo a staccarmi dalle sue pagine. Perché immedesimarsi nella madre di Esther e di Alban è stato fin troppo facile. Non è stato solo l’accettazione della diversità di Alban, ma anche e soprattutto interiorizzare gli eventi di un passato molto lontano, che in qualche modo hanno minato le fondamenta della sua vita, che lei sapeva solide e ferme. E che invece sono improvvisamente diventate sabbie mobili, ad inghiottirla, tirarla giù, verso una morte orribile ma al tempo stesso desiderata.

Poi, ad un certo punto, lei ha cessato di cadere. Si è scossa dal fango che attanagliava la sua gola. Ha lavato i capelli che sono tornati morbidi ad incorniciare uno sguardo che è di nuovo limpido, anche se lambito da un’ombra di stanchezza. Il lupo, che ringhiava minaccioso da una distanza ravvicinata, ad un tratto si è ammansito. Non più il rifiuto, ma l’accettazione e la forza che ritorna nelle vene, a darci la volontà di lottare contro il pregiudizio.

Rifletto se sia un istinto che ci salva dai vortici dei nostri pensieri cattivi.

Ma capisco che un epilogo salvifico è ciò di cui avevo bisogno. Per riappropriarmi della fiducia verso la figura materna. Eternamente messa alla prova. Costantemente sotto giudizio. Mai perfetta. Sempre discutibile. Sotto accusa, sotto assedio, sotto pressione.

La madre di Esther e di Alban non sfugge a questa gogna. Ma lei si salva da sola. Affidandosi all’istinto. Mettendosi nelle mani di una legge vecchia come il mondo, che a volte condanna ma che in questo caso salva.

Una storia che spacca le coscienze, che si insinua come un tarlo nella nostra vita, dentro alle nostre convinzioni, crepando le nostre labili certezze. E non possiamo evitare di chiederci “io cosa avrei fatto? Come avrei reagito?”.

Amélie Cordonnier ci regala una parabola sull’accettazione, che suona quasi biblica. Una storia forte, da leggere tutta di un fiato. Che fa riflettere sui tarli che la maternità trascina con sé e sulla necessità, per una madre, di ergersi a baluardo della sua progenie. Nel bene e nel male.


L’autrice

Amélie Cordonnier è una giornalista e scrittrice francese, responsabile della sezione culturale della rivista Femme Actuelle. Un lupo nella stanza è il suo secondo romanzo, dopo l’esordio con L’amore malato (Gremese 2020).


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Traduzione:
  • Francesca Bononi
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 254

EMIGRANTE PER DILETTO di Robert Louis Stevenson


Siamo tutti pronti a ridere dell’aratore in mezzo ai Signori; bisognerebbe però immaginarsi il Signore in mezzo agli aratori.

Trama

In questo breve testo, Stevenson racconta alcuni episodi del suo viaggio verso l’America intrapreso nel 1879. Una volta lasciato il porto di Glasgow, l’autore si immerge nelle storie della gente che incontra nella terza classe della nave, riflettendo, con l’occhio critico dell’intellettuale, sui possibili motivi che hanno portato i suoi connazionali a lasciare il Regno Unito alla volta degli Stati Uniti. Il risultato è una fotografia nitida e critica delle condizioni sociali e della classe lavoratrice scozzese in epoca vittoriana.


Recensione

Leggere o rileggere questi scrigni provenienti dal passato è una vera gioia per gli occhi. Alla casa editrice 13Lab va il pregio di riportare alla luce delle vere e proprie chicche; molti nomi altisonanti della letteratura (accenno solo a Alcott, Gogol, Conan Doyle, Hoffmann e adesso anche Stevenson) vivono una nuova primavera grazie alle pubblicazioni di questa casa editrice, che rispolvera i loro scritti meno noti e ci li regala, a rinverdire le nostre memorie e a rinnovare il piacere di rileggere dei classici intramontabili.

Robert Louis Stevenson, padre dei celeberrimi “L’isola del tesoro” e  “Dottor Jekill e Mr. Hyde”, fu anche un acuto e curioso narratore di racconti di viaggio, che, nell’epoca in cui visse, erano più simili ad avventurose odissee che ai subitanei trasferimenti lampo a cui siamo abituati oggi, veri e propri salti nel tempo che annullano in toto l’esperienza della migrazione intesa come passaggio.

In “Emigranti per diletto” l’espressione del viaggio come esperienza totalizzante e come mezzo di condivisione raggiunge il suo apice. Stevenson fa del viaggio il pretesto per regalarci uno spaccato dell’epoca in cui visse. Stevenson descrive minuziosamente i suoi compagni di viaggio, il loro modo di vivere, di pensare, i loro vizi e virtù e per farlo meglio viaggia in seconda classe, nella pancia materna e lugubre di un piroscafo che attraverso l’Atlantico verso l’America.

Dalle profondità dei corridoi maleodoranti e dai ponti esterni spazzati dal vento, l’autore ci mostra i suoi compagni di viaggio, i loro sogni di emigranti e la loro vita, misera eppure ricca di molteplici spunti vividi e sorprendenti. Stevenson ottiene dalle vite di questi viaggiatori uno studio sociologico piuttosto illuminato, estrapolando una serie di riflessioni sulle distinzioni di classe e più in generale sulla pregnante dignità, saggezza e pigrizia dei poveri.  Ne esce un quadro insolito e progressista della filosofia di vita del terzo stato, catalizzatore inaspettato di enormi ricchezze quali la capacità narrativa, la gentilezza, la generosità, la pazienza. Ma anche, d’altro canto, una gretta e semplicistica rappresentazione dei suoi mali, risolvibili, a parere della classe lavoratrice, solamente con una Rivoluzione. Rivoluzione da farsi senza il suo apporto ma solo per mezzo di un improvviso e devastante evento esterno grazie al qual poter continuare a rimanere rispettabili e pigri.

Stevenson riassume con questo concetto anche la scelta e l’aspirazione di emigrare in America, riuscendo a dare al lettore un quadro lucidissimo della società del tempo, che risulta ancora molto attuale.

“Emigrante per diletto” non è assolutamente, dunque, solo un resoconto di viaggio, ma anche e soprattutto uno studio efficacissimo delle condizioni sociali della società vittoriana, gradevolissimo da leggere e utile per approfondire un pezzo della nostra storia.


L’autore

Robert Louis Stevenson nacque a Edimburgo nel 1850. Influenzato dai classici francesi e interessato alla storia scozzese, cominciò la propria carriera di scrittore. Nel 1883 pubblicò “The treasure island”, seguito qualche anno più tardi da un altro capolavoro, “The doctor Jekill abd Mr. Hyde” (1886). Oltre che alle note opere di narrativa, Stevenson si concentrò anche sulla stesura di alcuni racconti di viaggio, come “Across the plains”(1892)  e “The amateur emigrant”, pubblicato nel 1895, anno della morte dello scrittore.


  • Casa Editrice: 13Lab Milano
  • Traduzione: Daniele Cassis
  • Genere: classici
  • Pagine: 135

L’ISOLA DELLE ANIME di Johanna Holmstrom


“A volte penso che sia una sfortuna nascere donna. Deboli fisicamente, ma allo stesso tempo seducenti per gli uomini. Cos’ seducenti da renderli deboli nella testa, ma in generale la forza non manca loro quando si prendono ciò che vogliono. E non fa differenza quanto sia forte una donna, perché un uomo è sempre più forte; né quanto lei sia buona, o coraggiosa, o chi sia o da dove venga. Riusciranno sempre a buttarla a terra  e approfittare di lei. E poi lei striscerà nel fango, che si trovi in alto o in basso“.

Trama

Finlandia, 1891. Una notte, ai primi di ottobre, una barchetta scivola sull’acqua nera del fiume Aura. A bordo, Kristina, una giovane contadina, rema controcorrente per riportare a casa i suoi due bambini raggomitolati sul fondo dell’imbarcazione. Le mani dolenti e le labbra imperlate di sudore, rientra a casa stanchissima e si addormenta in fretta. Solo il giorno dopo arriva, terribile e impietosa, la consapevolezza del crimine commesso: durante il tragitto ha calato nell’acqua densa e scura i suoi due piccoli, come fossero zavorra di cui liberarsi.

La giovane donna viene mandata su un’isoletta al limite estremo dell’arcipelago, dove si erge un edificio, un blocco in stile liberty con lo steccato che corre tutt’attorno e gli spessi muri di pietra che trasudano freddo. È Själö, un manicomio per donne ritenute incurabili. Un luogo di reclusione da cui in poche se ne vanno, dopo esservi entrate.

Dopo quarant’anni l’edificio è ancora lì ad accogliere altre donne «incurabili»: Martha, Karin, Gretel e Olga. Sfilano davanti agli occhi di Sigrid, l’infermiera, la «nuova». I capelli cadono intorno ai piedi in lunghi festoni e poi vengono spazzati via, si apre la cartella clinica della paziente, ma non c’è alcuna cura, solo la custodia. Un giorno arriva Elli, una giovane donna che, con la sua imprevedibilità, porta scompiglio tra le mura di Själö. Nella casa di correzione dove era stata rinchiusa in seguito alla condanna per furti ripetuti, vagabondaggio, offesa al pudore, violenza, rapina, minacce e possesso di arma da taglio, aveva aggredito le altre detenute senza preavviso. Mordeva, hanno detto, e graffiava.

L’infermiera Sigrid diventa il legame tra Kristina ed Elli, tra il vecchio e il nuovo. Ma, fuori dalle mura di Själö la guerra infuria in Europa e presto toccherà le coste dell’isola di Åbo.

Magnifico romanzo che muove da un luogo realmente esistito, L’isola delle anime è una commovente storia sul prezzo che le donne devono pagare per la loro libertà. Un inno alla solidarietà, all’amore e alla speranza.


Recensione

Sono stata inghiottita dalle pagine di questo romanzo immediatamente, fitte di una prosa trascinante, che non lascia scampo. Cadenzata, ferma, illuminata. Dolorosamente minuziosa. Parole capaci di inchiodarti senza che sia necessario scendere a patti con il bisogno di destare sensazione. Tanti racconti di sofferenza, di esclusione, di paura, di stanchezza e di solitudine. Racconti di donne, messe ai margini, lasciate sole a gestire qualcosa di spaventosamente grande. Racconti che scavano nel passato ma che non si fatica a contestualizzare nel nostro presente, che non è mai del tutto pronto ad accogliere le mille sfaccettature dell’essere donna.

Perché nelle tragedie di queste donne del passato è facilissimo rivedersi. Poiché le loro storie sofferte non sono molto cambiate da allora. Depressione, solitudine, inadeguatezza, traumi, disagi e abusi. Allora, come adesso.  Adesso, come allora, risulta così semplice puntare il dito. Condannare invece di comprendere.

Escludere e punire invece di accogliere e comprendere.

Le storie delle donne di Sjalo sono scritte con un inchiostro rosso, salato di lacrime e vermiglio di sangue.

Sjalo è un luogo di correzione. Un ospedale psichiatrico dove si praticano metodi discutibili per guarire le anime di donne e ragazze, la cui vita è stata annientata dalla colpa. Infanticidio, omicidio, lussuria, follia, depressione. Donne e ragazze accusate anche solo di essere diverse. Troppo allegre o troppo tristi. Troppo belle o troppo esuberanti. Vite spezzate da vicende impietose e piegate dagli abusi. Vite annientate, messe a tacere. Donne lasciate sole a cercare di sopravvivere senza mezzi, senza niente.

Kristina è una di queste. La follia di un attimo ha distrutto la sua vita e quella dei suoi bambini. Nessuno si è mai preso cura di lei, né i genitori, né il compagno. Nessuno si è preso la briga di parlarle. Nessuno si è accorto di lei e della sua sofferenza.

E poi c’è Elli, rifiutata dai propri genitori a causa della sua condotta scandalosa, che vuole disperatamente andarsene da quel luogo di non ritorno. Disposta ad accettare l’impensabile pur di lasciare Sjalo.

Le loro storie, come quelle delle loro compagne di sventura, toccano il cuore in profondità, a rappresentare la sottile linea che divide la lucidità dalla follia. A volte è un giudice impietoso a decidere dove stia questo confine, mentre  spesso proprio il caso a stabilire se ci si trovi da una parte o dall’altra.

Eppure ognuna di queste donne ha in sé un mondo intero, fatto di rimpianti, di dolcezza, di incredulità e di speranza. I ricordi della loro infanzia, di un amore rubato, della dolcezza di un abbraccio. Il rimorso di una scelta sbagliata e la consapevolezza di essere state lasciate sole a decidere, dentro ad un purgatorio che non ha fine.

Non c’è perdono, non c’è espiazione, solo l’impotenza di non potersi difendere, di non poter esprimere il proprio disagio e la propria sofferenza.

Johanna Holmstrom ci consegna un diario intimo, crudele e sofferto in cui troneggia l’impotenza e le difficoltà di essere donne, in un’epoca che prende le mosse sul finire del XIX secolo fino alla metà del secolo scorso. E mentre tutto cambia intorno alle donne di Sjalo e la guerra imperversa e distrugge vite umane, tutto rimane altrimenti immutato. Un tunnel buio e interminabile dove tuttavia brilla una tenue luce.

Il finale restituisce una lacrima di umanità alla storie di queste donne. A quelle che sono rimaste in vita, che non si sono lasciate piegare.

Un romanzo crudo e crudele che scuote gli animi di chi si affaccia dentro alle sue storie. Un’opera davvero indimenticabile, piena di una sensibilità che taglia la pelle in profondità, la dove il sangue è più scuro e più denso. Una trama che si snoda tra presente e passato e che scandaglia gli animi delle protagoniste con la spietatezza di un coltello affilato e la rude dolcezza di una carezza che consola e rinfranca.

La penna di Johanna Holmstrom trasuda pietà e dispensa l’assoluzione dei peccati. Una penna che sa cosa sia la compassione e che non teme di sviscerare luci ed ombre dell’anima di una donna.

Del resto chi meglio di una donna conosce la tirannia di dover essere sempre presenti a se stesse, senza passi falsi. Johanna Holmstrom canta la dannazione di essere donne, oggi come ieri. Una condanna che non può che urlare e palesare la sua forza e che non si consuma dietro le sbarre ma dentro il silenzio e l’invisibilità. Ai margini. In solitudine.


L’autrice

Johanna Holmström è nata nel 1981 e cresciuta a Sibbo sulla costa meridionale della Finlandia di lingua svedese. Dal suo debutto a 22 anni, ha vinto il premio letterario Svenska Dagbladet e il premio letterario svedese YLE.


  • Casa Editrice: Neri Pozza
  • Traduzione: Valeria Gorla
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 368

BEETHOVEN di Rocco Di Campli

La nostra storia comincia in una serata di dicembre di due secoli e mezzo fa, nella città di Bonn, dentro a una palazzina in stile barocco. Siamo al numero 515 di Bonngasse. La città ha appena dato i natali a Ludwif Van Beethoven ma non è ancora pronta ad accogliere nel grembo questo figlio d’arte, non è ancora consapevole di cosa stia davvero succedendo.

Trama

Ludwig Van Beethoven fu uno dei più grandi geni mai esistiti, secondo l’opinione di molti, il più grande musicista di tutti i tempi. Il suo contributo fu inestimabile, la parabola artistica inseparabile dal suo percorso umano. Beethoven fu il primo musicista “indipendente” della storia. Compose per sé, non per i committenti, e per esprimere i palpiti segreti dell’anima. Ponendo se stesso al centro della propria opera, divenne una figura eroica, riversando nella musica i propri affanni personali e trasformandoli in un messaggio di pace e di speranza universale. Questo volume è un viaggio per accostarci a Beethoven, scandagliandone l’animo e le sfaccettature della complessa personalità. A partire dalla descrizione delle caratteristiche fisiche, attraverso la ritrattistica e le testimonianze di personaggi coevi (come Rossini), conosceremo il Maestro affrontando vari aspetti della sua esistenza: il quadro storico, le vicende politiche, gli amori, le amicizie, il coinvolgimento con gli ideali illuministi, gli slanci emotivi e gli influssi sui futuri romantici.


Recensione

Di Beethoven è stato scritto tantissimo. Genio assoluto della musica, uomo dalla vita tormentata, burbero, caparbio, destinato all’immortalità. Una vita consacrata all’arte della musica. Un musicista geniale e trasgressivo, che il destino ripaga con la sordità, quasi a sottolineare la natura divina delle sue note, mescolate in combinazioni sublimi e irripetibili, così meravigliose da accostarsi alla perfezione o alla magia, rifuggendo la matrice umana, rigettata appunto dalla sordità del suo illuminato artefice.

Un artista assoluto, che ha rivoluzionato la musica, che ha creato suoni mai ascoltati prima da orecchio umano. Un artista immortale, la cui musica viaggia nello spazio dentro alla capsula del tempo delle sonde Voyager, ad indicare l’eccellenza e l’estasi che un uomo può essere in grado di produrre. Un uomo che in vita fu tormentato da molti tarli e che adoperò la musica per scacciarli, consapevole di avere tutti i mezzi per rivoluzionare il mondo dei suoni e la concezione stessa di musica.

Questa biografia, accurata ed entusiasmante, mostra tuttavia alcuni lati inediti proprio per la sua struttura.

Il susseguirsi dei capitoli, che segue un preciso schema cronologico. L’abbondanza di riferimenti storici, così pregnanti per l’intera vita del musicista, che fu anche interessato e conoscitore degli eventi politici del tempo. Costellata da riferimenti testuali e bibliografici e da citazione di personaggi coevi al maestro. Con la precisa evidenza dell’intera produzione artistica del periodo. Rocco Di Campli fa davvero un lavoro certosino e si immerge nell’intima quotidianità di un genio, che subì l’indigenza economica e che mai conquistò una relazione amorosa duratura e stabile, mancanza che compensò consacrando alla musica l’intera sua vita.

Una biografia che riesce a tenere alta l’attenzione di chi legge dall’inizio alla fine, grazie alla freschezza della prosa utilizzata, alle curiosità e agli aneddoti che sovente propone al lettore e, non ultima, alla passione e all’entusiasmo dell’autore che traspare dalle pagine senza alcuna remora. Un entusiasmo e una passione altamente contagiosi.

Del resto la vita di Beethoven è affascinante. Non solo per la genialità e la meraviglia della sua produzione artistica,  ma per la sua complessità e la sua tragedia. Immaginarsi di comporre musica immortale non potendola ascoltare. Creare musica sentendola da dentro, immaginandola, è un concetto che sfiora l’assurdo e che racchiude l’intensità e la unicità di questo genio assoluto.

Rocco di Campli riesce nell’intento di scrivere l’ennesima biografia di Beethoven con grande maestria e freschezza regalando al lettore anche dei focus delle sue opere, in particolare  le nove sinfonie, ma anche le sue sonate. Insomma, Di Campli riesce a confezionare un’opera completa e ben fatta, che si legge con facilità e profondo interesse. Certo, non si nega che questo sia anche merito del protagonista, un artista poliedrico e tormentato. Ma ciò non toglie il valore di questa biografia, che è davvero un’opera completa, che merita di essere letta.

Il risultato della lettura è un’empatia istantanea verso Beethoven, le sue debolezze e le sue incredibili virtù. Di Campli riesce nell’impresa di umanizzare questo sublime e immortale genio musicale, di avvicinarlo al lettore, di spogliarlo di un’aura di perfezione che non ha mai avuto nella realtà. Una sorta di riabilitazione di un genio per restituirlo alla sua dimensione umana.


L’autore

Rocco Di Campli. Ingegnere meccanico, coltiva da sempre la sua passione per la musica sinfonica. La storia e la musica di Beethoven lo hanno coinvolto da sempre, fino a farlo diventare un profondo esperto. Ha tenuto conferenze sulla figura del grande musicista.


  • Casa Editrice: Diarkos
  • Genere: biografia
  • Pagine: 474

UN ESPERIMENTO D’AMORE di Hilary Mantel


Nella nostra generazione, cresciuta negli anni Sessanta, abbiamo sviluppato in fretta una doppia vita. Eravamo donne vestite da bambine, atee che andavano a Messa, vergini in via ufficiale e libertine de facto. Non era un inganno; era dualismo. Ci siamo cresciute dentro. Carne e spirito, ambizione e umiltà.

Trama

Carmel McBain è figlia unica di genitori cattolici di origine irlandese appartenenti alla classe operaia. Rispetto a ciò che la vita nella loro desolata cittadina ha da offrire, sua madre per lei aspira a qualcosa di più: ha grandi ambizioni per la figlia, ed è determinata a superare le rigide barriere sociali dell’Inghilterra. E così spinge Carmel a ottenere una borsa di studio per la scuola del convento locale e poi a sostenere gli esami per un posto alla London University. E Carmel non la delude. Ma il successo ha un prezzo non indifferente: Carmel comincia un viaggio solitario che la porterà il più lontano possibile da dove è partita, sradicandola dai legami di classe e luogo, di famiglia e di fede. In fondo, sradicandola da se stessa. Nella Londra di fine anni Sessanta, sperimentando un passo alla volta la libertà, si confronterà con preoccupazioni del tutto nuove – sesso, politica, cibo e fertilità – e si troverà coinvolta in una grottesca tragedia.

Un romanzo inedito di Hilary Mantel: l’autrice della monumentale trilogia sui Tudor si allontana dalla narrativa storica per addentrarsi in territori squisitamente contemporanei raccontando luci e ombre dell’amicizia al femminile fra complicità, gelosie, crudeltà autoinflitte. Con l’acume che la contraddistingue Hilary Mantel esamina la grande sfida imposta dalla società alle giovani donne: ragazze che desiderano il potere degli uomini ma temono di abbandonare ciò che è appropriato per loro, mentre vengono spinte a eccellere, ma sempre senza emergere troppo.


Recensione

Essere donne è una sfida esaltante ma estremamente faticosa. Lo è adesso come lo era qualche decennio fa, quando la liberazione sessuale iniziava a farsi strada e il movimento femminista era all’apice della lotta contro il preconcetto e le convenzioni.

Mai come in questo frizzante e amaro romanzo si ha la percezione chiara di cosa potesse significare crescere alla fine degli anni sessanta. Stare in bilico tra ambizione e consuetudine, tra dogmi religiosi e pulsioni di vario tipo, non ultime quelle legate al sesso.

Attraverso la forma colloquiale e intima del diario, Carmel racconta la sua vita, dai primi anni dell’infanzia fino all’università, passando per gli anni critici e incerti della pubertà, dell’adolescenza e della prima giovinezza.

Siamo alla fine degli anni sessanta e il mondo è in fermento: i giovani hanno attraversato la fase della contestazione, le ragazze hanno indossato jeans e minigonne, abbracciato fedi politiche nuove, infilato sigarette tra le labbra. Hanno scoperto di avere un corpo attraverso il quale cogliere il piacere. Grazie al quale hanno imparato ad esercitare un potere indicibile nei confronti dell’altro sesso. Si sono affacciate a nuove concezioni di vita, in cui la necessità di una cultura si fa pregnante. Dove l’ambizione a ricoprire professioni cruciali è del tutto normale. Frequentano l’università, fanno l’amore, prendono le prime pillole anticoncezionali, perché il sesso, seppure imprescindibile, ha pur sempre in sé il terribile spauracchio di una gravidanza indesiderata. Le ragazze prendono la pillola e non sanno esattamente come nascono i bambini, perché di questi argomenti ancora non si può parlare liberamente.

Le giovani donne del tempo sanno di aver tra le mani un enorme potere ma non sanno ancora bene come usarlo a loro beneficio. Perché i retaggi del passato sono macigni da spostare e con essi le credenze religiose, dettami che vogliono soffocare le naturali inclinazioni giovanili e che invece finiscono per renderle ancora più attraenti.

L’autrice srotola la vita di Carmel con grande accuratezza, decisa a fornirci l’esatto quadro familiare e sociale della protagonista. Cresciuta in una famiglia appena poco più che indigente, con una madre burbera e assediata dal bisogno di primeggiare e un padre inesistente, che passa il tempo libero a comporre puzzle e che cesserà di guardare Carmel come figlia a partire dal suo menarca.

Carmel dovrà fare proprie le manie di grandezza della madre. Frequenterà una scuola cattolica grazie a una borsa di studio, che otterrà per compiacerla e andrà all’università per gli stessi motivi, decisa a essere una brava studentessa. Nella vita di Carmel e delle sue compagne non c’è che lo studio e il bisogno di essere sempre all’altezza delle aspettative. Ma la loro è un’ambizione castrata dalla consapevolezza che comunque dovranno trovarsi un marito, crescere i figli e aspirare al massimo a fare l’insegnante o l’infermiera. Perché alla fine non si sfugge al destino di essere femmina, anche se si ha una laurea.

La vita universitaria, tuttavia, offre a Carmel e alle altre una via di fuga dal loro passato familiare. L’aria che respirano sa di libertà e con essa arriveranno la politica, la trasgressione, il sesso, la contraccezione.

E’ un’aria piena di ossigeno ma anche di inquietudine e di difficoltà a ritrovarsi e a riconoscersi. Ognuna di loro troverà il suo antidoto all’incertezza e all’ignoranza e la scoperta non sarà indenne da traumi. Il prezzo da pagare per un soffio di indipendenza sarà altissimo e i risvolti delle dinamiche che si creeranno tra le compagne saranno tragici e grotteschi.

Se ne ricava un senso di impotenza. Come se una molla potentissima ci trascinasse comunque indietro, al punto di partenza, nonostante gli sforzi enormi per allontanarsene.

Hilary Mantel costruisce una storia che lascia l’amaro in bocca, nonostante spesso ci faccia anche sorridere. Difficile non ritrovarsi nei drammi esistenziali di queste ragazze degli anni Sessanta, perché sono gli stessi drammi che in qualche misura chi è un po’ più grande ha in qualche modo vissuto.

Mi riferisco alla crudele dicotomia che emerge dall’ osare senza volerlo fare davvero. Dal cambiamento che eccita e che spaventa al tempo stesso. Dalla voglia di tagliare con il passato e dal timore di infrangere tabù difficili da sradicare, quelli che poi ti bruciano e ti annientano.

La storia delle donne è spesso un percorso a dente di sega: un passo avanti e due indietro; quell’incedere faticoso e malato che alla fine ti fa desistere. Che ti riporta verso il matrimonio, i figli e la sicurezza di una casa, le cui pareti sono gabbie dorate dalle quali guardare senza essere viste.

Carmel ripensa alla sua vita proprio da quelle sbarre e la fa con amarezza,  con un senso di incompiuto e di inutilità. Le lacrime, il dolore, la perdita sono tutte cose da mettere in conto, per poi tirare una somma.

E in questa somma sta la grandezza e l’inutilità di essere donna. Stanno i tentativi fatti per mordere la vita, dove è più tenera e succosa. Sta una vittoria o una sconfitta. A seconda se le braccia robuste e graffianti dell’abitudine sono riuscite a trascinarci in gabbia oppure no. A seconda se abbiamo dato motivo al rimpianto di farsi grande e schiacciante.

Con una prosa asciutta e a tratti ironica e crudele,  Hilary Mantel ci consegna il testamento di Carmel McBain, che visse una giovinezza coraggiosa e appagante, che vide parecchi sogni infrangersi e la sua ingenuità sgretolarsi sotto i colpi della realtà. Lei si salvò, in qualche modo, dai graffi delle sue esperienze ma vide soccombere più di una persona.

Un ritratto di una società bigotta che tenta con ogni mezzo di non farle vedere l’orizzonte, inducendola a tenere lo sguardo a terra, perché la luce non giunga ad accecarla. Che la luce divampi, però, dipende solo da noi, questo ci è sempre stato chiaro. Carmel è tutte noi.


L’autrice

Nata nel Derbyshire nel 1952, Hilary Mantel ha scritto tredici romanzi, fra i quali spicca la fortunata trilogia sulla dinastia Tudor, composta da Wolf Hall, Anna Bolena, una questione di famiglia (entrambi insigniti del Man Booker Prize) e Lo specchio e la luce. Dai primi due volumi la BBC ha tratto l’apprezzata serie tv Wolf Hall, che ha vinto il Golden Globe 2016 come miglior miniserie. Oltre alla trilogia, Fazi Editore ha pubblicato anche La storia segreta della Rivoluzione, imponente opera in tre volumi sulla Rivoluzione francese, Al di là del nero, una commedia nera di ambientazione contemporanea, e Otto mesi a Ghazzah Street, romanzo di stampo autobiografico ambientato nel mondo saudita.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduttrice: Giuseppina Oneto
  • Data di uscita: 6 maggio 2021