RIVIERA di Valentino Ronchi


Marianna Delfini, per sua natura, era un ospite garbato del mondo. A questo garbo va collegata la sua bellezza, probabilmente inadeguata alla Riviera Patrizia dei primi dell’Ottocento e al suo splendore da quadro, ma indubbiamente affine a quest’ultima Riviera di ultimo Novecento, inquieta e dimessa, distaccata, lontana, straordinariamente viva.

Trama

Marianna Delfini nasce nella periferia di Milano. Non in una periferia qualunque, però, ma in Riviera: un angolo defilato della città, sotto la tangenziale, dove lungo l’argine del canale sorge una fila di villette ordinate che osservano placide lo scorrere delle stagioni. In modo tranquillo e defilato scorre anche la vita di Marianna, una bambina quieta e dolce che abita con i genitori e i nonni materni. La famiglia Delfini ha vissuto per generazioni lungo questa pittoresca sponda e, mentre Marianna cresce facendo i conti con le piccole gioie e gli inevitabili dolori di un’esistenza, il passato ogni tanto si riaffaccia per ricordare anche agli adulti com’è stato crescere e formare una famiglia. La migliore amica, la zia girovaga, la scuola, il primo amore, ma anche l’amara ingiustizia del lutto: le giornate della bella Marianna, insieme a quelle di chi le sta attorno, sono scandite e ricomposte come i riflessi della Riviera sulle acque del canale, attraverso una narrazione estremamente dettagliata che si sofferma con abilità sui momenti essenziali di una vita come tante, e quindi proprio per questo irripetibile e unica.

Prova letteraria importante per il poeta Valentino Ronchi, Riviera è un romanzo delicato e costruito con grande cura. La vita di una famiglia nella periferia milanese, i cui piccoli attimi quotidiani sono raccontati con amore e gusto per i particolari, è illuminata dalla straordinaria sensibilità stilistica dell’autore che dimostra qui la sua spiccata e assoluta capacità di osservazione.


Recensione

Una vita come tante. Che inizia e finisce. E nel mentre vive, insieme ad altri milioni di persone, persa nel suo piccolo mondo, quasi ignara di essere una goccia nel mare, un soffio di vita in un oceano di altre vite, abbandonate in altri luoghi, ad altri pensieri. Inconsapevoli, il più delle volte, di condividere questo pianeta distratto con milioni di altre vite, sulle quali è completamente folle pensare di elevarsi o dalle quali potersi distinguere.

Mi è sembrato questo l’intento e l’ambizione di Valentino Ronchi. Accettare che ogni vita seppur unica sia sicuramente insignificante e ininfluente sulle sorti del mondo. Accettare l’oblio dell’esistenza di milioni di persone, che vivono vite apparentemente identiche. Che si distinguono solo per i loro pensieri, quelli che rimangono, spesso, intrappolati nel pudore e nella convinzione che non siano di interesse per gli altri.

Vite intere che durano un soffio e che non lasciano traccia alcuna.

Questa consapevolezza contiene quanto di più crudele si possa concepire. Perché l’uomo, nella sua microscopica vanagloria, difficilmente arriverà ad ammettere questa verità. Ma l’abbondanza di persone su questo pigro pianeta finisce inevitabilmente per svilire l’utilità di ogni singolo uomo. L’abbondanza, per una sempre verificata legge economica, produce disutilità.

Marianna Delfini, sulla cui storia si incentra questo romanzo, non sfugge a questa legge. Seppure sia una creatura dotata di grande bellezza e di una indiscussa grazia.  Figlia unica di genitori benestanti, cresce tra i piccoli agi di una vita borghese, nella villa di famiglia sulle rive del Naviglio della Martesana, un  tempo luogo di pregio e di villeggiatura dei nobili milanesi di inizio Ottocento. Quando vive Marianna, sul finire del Novecento, la Riviera (come viene ironicamente chiamata dai milanesi) non è più che l’ombra di se stessa. Rimangono solo alcune ville  dell’epoca, a testimoniare il glorioso passato.

Gli abitanti della Riviera convivono con l’idea di decadenza che affligge il quartiere, un occhio rivolto al luccicante passato e l’altro socchiuso, a nascondere una ruga di sottile preoccupazione e di cupa tristezza.

Marianna è bellissima e a suo modo libera. Pur conducendo una vita ordinaria, bambina ubbidiente prima e adolescente studiosa dopo, non esita a mordere la vita quel tanto che le è concesso. Osserva i piccoli fallimenti  degli adulti che la circondano, stringe pochissime amicizie ma riesce a godere delle gioie del sesso in età precoce, vivendole con un candore e una naturalezza quasi anacronistici.

Marianna attraversa le generazioni della sua famiglia trasversalmente, rimanendo nei ranghi della buona creanza pur sviluppando una sua indipendenza di gesti e di pensieri. Marianna non delude le aspettative e assorbe come una spugna i caratteri ereditari dei suoi ascendenti, quasi a ripercorrerne le vite.

L’autore affonda nell’intimo di Marianna e di chi gli sta intorno, restituendoci una immagine delicata e soave di una ragazza di buona famiglia nell’età evolutiva. Marianna attraverserà tutte le tempeste legate all’età e rimarrà intatta, pura e incredibilmente autentica.

La straordinarietà di una vita ordinaria è l’idea protagonista di questo romanzo, lieve, intimo eppure audace al tempo stesso.

Una scrittura incantevole, che sottrae musicalità e atmosfere alla poesia. Una prosa soffusa, come la luce di una candela, che tuttavia acceca il lettore, imbrigliato dalla bramosia di vedersi rivelare un segreto o un cruccio dei personaggi.

Fino all’ultima pagina l’incanto che circonda la figura di Marianna non cesserà di suscitare interesse. Poi i riflettori si spegneranno, senza rimorsi. Il buio sarà in realtà una tenue penombra, che asciugherà ogni lacrima e sopporterà ogni angheria. E la vita volterà pagina. E si porterà avanti, nonostante tutto.


L’autore

Nato a Milano nel 1976, nel 2019 ha pubblicato per Fazi Editore il libro di poesie Buongiorno ragazzi (Premio Luciana Notari 2020). Le sue precedenti raccolte poetiche sono state L’epoca d’oro del cineromanzo (2016, Premio Carducci, Premio Fogazzaro e Premio Mauro Maconi) e Primo e parziale resoconto di una storia d’amore (2017, Premio Città di Fermo), entrambe uscite per nottetempo.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa italiana

X di Valentina Mira



Aspetto che quella stupida seppia che è la notte m’inchiostri gli occhi e soprattutto li inchiostri agli altri, a quelli che non devono vedere.

Trama

X è un romanzo e una lettera.

Valentina scrive al fratello con cui non parla da anni per raccontargli quello che ne è stato di lei e soprattutto quello che non ha avuto il coraggio di dirgli in passato.

Torna all’estate del 2010, l’estate della sua maturità. C’è una festa, alcol e nelle casse la musica degli ZetaZeroAlfa, band di riferimento di CasaPound. La musica l’ha messa G., amico di tutti lì, anche di Valentina, ottimo studente della scuola cattolica nonostante la celtica al collo (è pur sempre una croce, del resto, e in quell’ambiente non è grave quanto un orecchino indossato da un ragazzo).

G. quella notte diventa uno stupratore. Uno stupratore normale in un quartiere normale di un paese normale: nessun mostro, nessuna martire, nessun livido, solo un po’ di sangue sul letto. Valentina non lo denuncerà mai.

Esattamente come il novanta per cento delle donne che sono state violentate, quel danno resta taciuto per anni. Con un’unica eccezione, un solo confidente, suo fratello che tuttavia non le crede. Al contrario, si allontana da lei e rimane amico di G., lo stupratore.

Dopo quasi dieci anni Valentina decide di riprendersi la propria storia, di spezzare l’omertà e ribaltare la vergogna, dalla violentata al violentatore, restituendola a lui. È questo che ci racconta Valentina Mira in X: il tabù e lo stigma che accompagnano lo stupro, la violenza che porta a sentire il proprio corpo come estraneo.

La necessità di una reazione. Scrive un canto di Natale per il fratello che non le ha creduto, lo porta indietro con sé in quella festa di molti anni prima, e poi nel presente in cui nulla funziona perché la violenza è sistemica e non una sfortunata eccezione, infine in un futuro che vede nel diritto a difendersi e ad aggredire l’unica via.

Un romanzo di una forza e di una franchezza senza precedenti in cui la potenza letteraria e di racconto lascia disarmati.


Recensione

Il tabù, il rimosso. La croce sulla mappa dei pirati, la voglia di dissotterrare segreti.

Due strade che si incrociano.  Una farfalla. Una croce. Una incognita. Tutto questo è ciò che una X rappresenta. Un segno. Che ingloba in sé la consapevolezza di poter dire no.

X è un romanzo. Una storia, una confessione, un grido di aiuto. Un racconto, senza filtri. Una lettura che rompe qualcosa dentro, perché leggere di un dolore che non passa è un esercizio di resistenza e di coraggio.

Dire cosa sia questo romanzo non è facile, anche se per certi versi lo è: la storia di uno stupro. La volontà precisa di raccontare, di confessare, di puntare il dito. Di scuotersi di dosso il senso di colpa.

Ma circoscrivere tutta la forza di questo libro nel perimetro scarno di una confessione non è corretto.

Valentina Mira non racconta tanto per raccontare. Scrive, confessa, urla e si oppone al luogo comune che insegue e insudicia lo stupro, riducendolo ad una conseguenza di un comportamento errato e fuorviante.

Quello della donna,  che in qualche maniera ha provocato lo stupro. Con il suo sorriso, con l’ingenuità, con un abito, con un comportamento libero e accogliente, che viene frainteso dall’uomo.

Lo stupro di X non è scenografico. Niente minacce, niente coltelli. Niente botte. Nessuna violenza, tranne quella di entrare a forza in un corpo che ti respinge. Entrare senza chiedere. Entrare perché ormai si è ad un punto di non ritorno. Entrare, perché no? Entrare, non lo vuoi anche tu?

Un gesto, cieco e ottuso, che viene dipinto come inevitabile. Un gesto che è anche una punizione, per chi ha permesso all’uomo di fraintendere. Per colpa tua ho forzato il tuo corpo. Se tu non avessi sorriso, se tu non mi avessi baciato, io non avrei affondato la parte più ottusa di me dentro di te. E’ anche colpa tua, che lo hai permesso. Che lo hai reso possibile. Che hai creato aspettative e circostanze. E dopo che lo hai fatto, come puoi lamentartene? Come puoi incolparmi? Tu mi hai provocato. Cosa dovevo fare io?

Se tu non avessi fatto. Se tu non avessi detto. Se non avessi messo quella gonna. Se tu non avessi bevuto. Se, se, se. Se, come secoli di sottomissione della donna a questa crudele regola. Secoli di rassegnazione. Secoli di donne-streghe, da bruciare sul rogo.

Valentina Mira racconta di un prima e di un dopo, lasciando poche righe per descrivere lo stupro che ha subito a diciannove anni. Un gesto che non merita neanche il diritto di cronaca.

Valentina racconta di un travaglio che dura anni. Anni in cui convivere con il ricordo di un’offesa, di un male che non si è stati capaci di evitare.

Un male che si accosta sempre più vicino alla vergogna. Una vergogna che impone il silenzio. Che non si confessa, perché in fin dei conti non conviene. Parlare di uno stupro segna un confine nella vittima, dopo il quale niente sarà più come prima.

Valentina si chiude in se stessa e non sa riemergere dalla palude, che la inghiottisce giorno dopo giorno.

Valentina sconterà il rifiuto del cibo, l’offesa al suo stesso corpo, l’apatia e lo svilimento di se stessa.

Quando rinascerà lo farà senza quasi accorgersene. La rinascita accadrà, figlia di un gesto liberatorio e di una consapevolezza di sé che finalmente arriverà a lenire le sue ferite.

Questo libro serve per farci aprire gli occhi. Per farci sentire parte di un insieme. Per combattere il senso di colpa che segue sempre un abuso. Per farci tornare a guardarci allo specchio.

Parlare di uno stupro non è mai eccessivo. Parole così non sono mai troppe. Certo, sono parole a volte difficili da leggere. E anche da scrivere.

Ma è necessario farlo ed interiorizzarle, che a mettere la testa sotto la sabbia lo hanno già fatto in troppi. Ora è l’ora di guardarci in faccia. E’ l’ora di guarire. E’ l’ora di denunciare. E’ l’ora di capire che la colpa non è nostra. Come è necessario chiamare le cose con il loro nome.

Stupro, quando qualcuno assoggetta il nostro corpo al suo sordo e spietato piacere.

Stupratore, chi offende e svilisce il nostro corpo, usando la prepotenza per aprirvi una ferita. Che non smette mai di sanguinare.


L’autrice

Valentina Mira (Roma 1991) è laureata in Giurisprudenza. Ha fatto la rider, lavorato al call center e come cameriera mentre scriveva per vari giornali e siti, tra cui il manifesto e il Corriere della Sera. Tra 2017 e 2018 ha curato la pagina culturale del Romanista. X è il suo primo libro.


  • Casa Editrice: Famdango Libri
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 192

IL MONDO INVISIBILE di Liz Moore


Allora, pensò, la realtà virtuale era il mondo invisibile. O aveva la capacità di diventarlo. In realtà si poteva dire lo stesso di tutti i sistemi informatici: universi che operavano al di fuori dell’ambito dell’esperienza umana, pianeti che orbitavano continuamente in una stratosfera alternativa e invisibile, presente ma inesplorata.

Trama

Ada Sibelius ha dodici anni, non ha mai conosciuto sua madre e vive con il padre David, un genio dell’informatica che dirige un importante laboratorio nella Boston degli anni Ottanta, dove si lavora su ELIXIR, un programma per replicare il linguaggio umano. Per Ada David è tutto, la sua infanzia trascorre tra la casa e il laboratorio del padre, e la sua fantasia è affascinata dall’esattezza di formule e codici. Ma quando la mente di David inizia a vacillare, Ada viene affidata a una collega, Liston, che la cresce insieme ai suoi tre figli. Ada scopre così la vita normale da cui è stata protetta fino a quel momento, e cerca di adattarsi senza tradire quel padre eccentrico e sfuggente, sulla cui identità inizia a emergere più di un dubbio. Anni dopo, ormai adulta e professionista insoddisfatta nella Silicon Valley, Ada riprende la ricerca della verità su di sé e sulla propria famiglia, una verità nascosta in un codice enigmatico che David le ha affidato.

Dopo I cieli di Philadelphia, Liz Moore torna con un libro profondo e appassionante che si legge d’un fiato. E ci parla dell’infinito potere dell’amore, capace di infondere una misteriosa tenerezza persino al rapporto tra uomo e tecnologia, e di travalicare i limiti e le inesattezze della vita.


Recensione

Un padre e una figlia. Gli anni ottanta, in America. L’affascinante e sconfinato mondo della matematica.  I primi vagiti dell’informatica. Il genio. L’ottenebrante dittatura della mente, gli psichedelici labirinti della scienza, dove tutto è perfetto. Dove tutto è esatto e oggettivo.

E ancora prima, il passato da nascondere di David Sibelius. L’ostilità, la paura. Una ferita che sanguina. La scienza come balsamo. Un mondo in cui rifugiarsi e in cui crescere una figlia. Lontano dalla cattiveria e dall’intolleranza. Nelle morbide braccia dei numeri dove nessuno potrà portargliela via. Dove nessuno potrà farle del male. E lei, Ada, sarà pronta a conoscere la verità su suo padre, David Sibelius.

Ada è poco più che una bambina. La sua vita si è dipanata in un silenzioso passo  a due con il padre,  un brillante scienziato  che studia il linguaggio naturale applicato alle macchine. David è il suo mondo. Con il suo passo elastico, la postura allampanata e la fissa per i numeri, i codici e gli enigmi. Ada è cresciuta in laboratorio, cibandosi di concetti matematici e fisici e facendoli sorprendentemente e precocemente suoi.

La scienza ha protetto Ada per tutta la sua infanzia, con braccia amorevoli e con la certezza tipica delle scienze esatte, che non concepisce il caos e il labirintico percorso dei sentimenti e delle passioni. La scienza    l’ha tenuta lontana da un mondo che è lungi dall’essere perfetto. Un mondo ottuso e cattivo, che non conosce l’uguaglianza, il rispetto ed è profondamente intollerante verso chi è diverso. Un mondo sconosciuto, ostile e difficile da accettare. In mondo dove Ada cadrà, quando David si ammala.

E nel quale dovrà trovare una chiave per riportare a sé l’amato padre e i suoi segreti.

“Il mondo invisibile” è una romanzo meraviglioso. Un romanzo che gioca sulle sensazioni, che spalanca la sua bocca a ingoiarci, consapevoli di essere inglobati da una storia che lascia il segno e che urla la necessità e il brivido di scacciare la morte e l’oblio. Che cattura il lettore e lo trascina con sé, dentro alla vita di David e di Ada. Una vita in simbiosi, dove la matematica è la madre che manca. Una madre accogliente e rassicurante, capace di scacciare con decisione l’incertezza e il timore di non essere all’altezza delle aspettative degli altri. Capace di proteggere un figlio dalla malvagità e dall’intolleranza.

La scienza gioca un ruolo fondamentale nella storia di David e di Ada.  Negli anni ottanta, periodo in cui si svolge la vicenda,  l’informatica sta entrando con prepotenza nel mondo scientifico, paventando la possibilità di cambiare il mondo. La dicotomia uomo-macchina non è mai stata tanto potente. Gli scienziati accettano la possibilità che in un prossimo futuro la macchina soppianti l’uomo in molteplici attività, tra cui il linguaggio, appannaggio, per antonomasia, di una intelligenza dinamica e cosciente.

David Sibelius sta lavorando al progetto “Elixir”, una macchina capace di replicare il linguaggio umano. Elixir dovrà sviluppare una sua sintassi ed essere capace di sostenere qualsiasi dialogo con l’uomo. Per fare questo occorre parlare con la macchina. Elixir, al pari di un neonato,  imparerà a parlare per imitazione  ed ad utilizzare il linguaggio per interloquire.

“Elixir” avrà un ruolo chiave nel romanzo. Interlocutrice di tutto il team di scienziati che lavorano al progetto e persino di Ada, diventerà uno scrigno di informazioni e la preziosa depositaria di un segreto che deve essere svelato. “Elixir” dovrà diventare l’alter ego di David, quando la sua mente sceglierà di abbandonarlo a poco a poco.

Ada, senza la spalla di David, dovrà affrontare il caos di un mondo imperfetto, dove i numeri non hanno alcun potere e in cui regna la fatalità e il caso. Ma c’è un luogo in cui la memoria di David è ancora viva e Ada dovrà scoprirlo, attraverso un codice che appare impossibile decifrare. Un luogo che non si immagina, che non esiste e che va costruito, creato. Un mondo invisibile dove chi si è perduto si ritrova intatto. Dove la memoria non si sfalda e il passato ritorna a guarirci, a colmare un vuoto.

“Il mondo invisibile” è un romanzo potente e delicato al tempo stesso. Un romanzo sulla forza dell’amore che travalica il tempo e le frontiere stesse della nostra mente. Un racconto che mostra come la morte sia solo una barriera immaginaria, che interrompe un percorso che crediamo sia l’unico che ci è concesso e prende una via laterale, dove tutto ciò che è corrotto si ricrea. Una storia dove la tecnologia si avvicina a toccare le corde dell’animo umano e fa intravedere una via di salvezza.

Un romanzo in cui un uomo lotta per emergere dall’ombra per affermare se stesso, in un mondo meschino che vuole schiacciarlo come una mosca, negandogli il diritto di essere se stesso. Un uomo che affida alla scienza esatta tutta la sua esistenza, per trovarvi protezione e non porre limiti alla sua capacità di sopravvivere alla malattia e alla morte.

Il romanzo ha un tono pacato, una voce incantata e incantevole. Liz Moore ha la meravigliosa capacità di creare atmosfere vivide e personaggi indimenticabili, immersi in una storia che mescola crudeltà e speranza,  dannazione ed esaltazione. Il racconto di una vita che si salva da sé e di un legame che niente potrà spezzare, immersa nella recente storia americana, che prende via negli anni quaranta nel novecento e ci porta dritti nel futuro, nel cuore di quel mondo invisibile in cui persino l’impossibile diverrà possibile.

Una voce che non ci si aspetta, ma che poi capiremo essere l’unica capace di raccontare la storia dei Sibelius.

Liz Moore, autrice che non conoscevo, ha scritto un romanzo che ha del miracoloso. Dirompente, creativo, pieno d’amore e trasudante una tristezza che nasce dall’accettazione della vacuità della nostra vita terrena.

Una vita che non ha trovato un antidoto alla morte, ma che la Moore arriva ad indicarci, seppure in una cornice che sfiora l’impossibile e ci catapulta dentro la fantascienza, in mondi lontani, impossibili ma attraenti e desiderabili.

La sua scrittura ipnotizza e conduce nei luoghi della storia, con una potenza e un’enfasi che non è comune riscontrare in un romanzo. Una scrittura che è capace di raffigurare scenari incredibili, con una lingua poetica  ed universale, quella dei legami e della speranza.

Una prosa perfetta, che incanta e che riconcilia il lettore con l’imprevedibilità del destino. Un romanzo di formazione dove il dolore della perdita si confonde con la volontà di comprendere le svolte della vita, ricostruirle, reinventarle, comprenderle e farle proprie, a farne bagaglio e armatura per continuare a vivere.


L’autrice

Liz Moore è una scrittrice e musicista americana, e insegna Scrittura creativa alla Temple University di Philadelphia. Il suo romanzo Il peso (Neri Pozza 2012) è stato selezionato per l’International IMPAC Dublin Literary Award. Dopo aver vinto il Rome Prize nel 2014, l’autrice ha trascorso un anno all’American Academy di Roma, dove ha completato la stesura di The Unseen World, di prossima pubblicazione per NNE.


  • Casa Editrice: Enne Enne Editore
  • Genere: narrativa straniera
  • Traduzione: Ada Arduini
  • Pagine: 429

QUELLO CHE NON SAI di Susy Galluzzo


“Ho una figlia. Sei sorpresa, vero? Eri così contraria alla mia scelta di non avere figli per via della carriera. Dicevi che era una decisione di Aurelio, non mia.
Già, sono madre anch’io. E tu sei nonna. Contenta? Si chiama Ilaria, ha tredici anni, compiuti a marzo. E’ la mia vita.
E’ anche la mia morte”

Trama

Cosa succede quando non si ha più voglia di essere una madre?

Cosa può fare una donna stretta tra gli obblighi familiari e la sua vita di prima?

Michela, detta Ella, ha passato gli ultimi anni a crescere la figlia Ilaria, dedicandosi a lei in ogni momento anche a scapito del suo lavoro di medico e del rapporto con il marito Aurelio. Ella conosce tutte le manie e le ansie di Ilaria, sa quanto è brava a tennis ma anche quanto le è difficile concentrarsi a scuola. Dopo un allenamento, Ilaria si distrae guardando il cellulare, ferma in mezzo alla strada, mentre una macchina avanza veloce verso di lei. Ella non fa niente per avvisarla: rimane immobile a osservare la figlia che, salva per un soffio, se ne accorge. In quell’istante, inevitabilmente, tra loro si rompe qualcosa. Ella così inizia a sfogarsi scrivendo un diario rivolto alla propria madre, morta quindici anni prima: pagina dopo pagina, racconta delle crepe che si allargano fino a incrinare in modo irreversibile i delicati equilibri familiari, si addentra nei propri ricordi per riportare a galla vecchi e nuovi conflitti, rimpianti e sensi di colpa, per trovare infine la forza di affrontare la verità e ricominciare. Viaggio negli equilibri precari di una famiglia all’apparenza perfetta, Quello che non sai è un romanzo sulla maternità e sul timore di non essere mai all’altezza. Attraverso la storia di un distacco necessario, narrata in un crescendo di sentimenti contrastanti, l’autrice inscena il fallimento personale della protagonista cambiando continuamente prospettiva in un gioco psicologico complesso e molto appassionante.

Un libro intenso che affronta un tema tabù con grande abilità e coraggio meditando in maniera profonda sul lato oscuro che è in ognuno di noi e su quello che una donna non confesserebbe mai, neppure a se stessa.


Recensione

Perché non si è mai disposti ad accettare che una madre non sia perfetta? Perché è così difficile perdonarle un errore? Perché chi è madre deve incarnare un ideale e conformarvisi completamente? Senza ma, senza se? Senza attenuanti, senza scuse né proroghe?

 Perché la madre è per definizione una figura che confina con il sacro. Perché la madre ha un piede sulla terra e l’altro in cielo, tra le nuvole, là dove tutto è perfetto, giusto, scritto.

Una madre è ciò che conosciamo di più vicino a Dio. Perché una madre dà la vita. E con il suo gesto, il più nobile, il più elevato, il più meraviglioso, si consacra e si immola sull’altare della perfezione.

E quell’altare, che la innalza e la glorifica, è tanto alto ma tanto spaventoso, perché verrà un giorno in cui la madre  cadrà. E la caduta sarà rovinosa. Sarà implacabile, imperdonabile, indimenticabile. Cadrà forse per sbaglio. Per superficialità,  leggerezza. O cadrà forse per scelta, perché non potrà più portare sulle sue spalle un fardello così pesante e spietato. Il fardello di essere perfetta. Di non poter sbagliare. Di non poter dire, di non poter ammettere che forse ha bisogno di una pausa. Di staccare un attimo. Di ritrovare uno spazio suo. Dove il frutto del suo seno non ci sia. Dove il frutto del suo seno dorma profondamente, sia affidato ad altri, sia altrove, sia lontano da lei.  

Ecco Michela, dunque. La madre che non ha saputo essere perfetta. Quella che è caduta.  Quella che non poteva che cadere.

Michela, una donna che per allinearsi tra le file delle donne-madri, per assolvere a questo compito divino, ha rinunciato a tutto. Michela ha perfino rinunciato al suo nome, perché suo marito, l’irreprensibile Aurelio, la chiama con un nomignolo, Ella.

Ella non è una madre infelice. Ma è una donna incompleta. Ha perduto il suo ruolo ed è diventata esclusivamente la madre di Ilaria, una bambina complicata, insicura. Ella si è fatta scudo a lenire le paure della figlia. A poco a poco è diventata una sua appendice. Il bersaglio di ogni suo capriccio.

Ella è la madre cattiva, mentre Aurelio è il padre buono, quello che alla sera prende solo il bello della figlia, lasciando alla moglie tutto il resto. Ella non può che constatare il suo fallimento. Come donna, come moglie, come medico, come madre. Ella che subirà il distacco, inesorabile ma anche portatore di una rinascita.

Questa è la storia.

Cosa rende questo romanzo una meravigliosa parabola sull’essere madre? La franchezza, la dolorosa ammissione  che una madre a volte dice basta e vuole essere madre a modo suo. Senza dettami, costrizioni o modelli a cui fare riferimento. Senza essere giudicata se rimpiange la sua vita di prima. Prima di essersi messa in fila a ricevere il dono e ad esserne giudicata indegna. Prima, quando era solo una figlia. La figlia felice di una madre perfetta, alla quale non è riuscita ad assomigliare.

In “Quello che non sai” non c’è una sola madre imperfetta. Ce ne sono altre, con le loro fragilità che combattono come meglio possono, ma non senza soffrire o far soffrire. Ci sono madri che rimangono intrappolate in quell’infido limbo in cui si è madri ma ci si sente ancora figlie, da cullare. Un occhio al futuro, che spaventa. L’altro al passato che è un nodo alla gola che non si scioglie.

Susy Galluzzo ci regala un romanzo capace di dilaniare, di farti a brandelli. Efficace nel linguaggio, irreprensibile nella prosa, diretta, franca, disincantata. La prosa di una donna che racconta di un’altra donna, in un microcosmo che non si fa alcuna fatica ad immaginare e a rispecchiarsi.

Una donna chiusa in una morsa. E in mezzo, una voce che non si fa cruccio nell’interpretare i suoi moti interiori. Che non ha paura di mostrare i suoi sentimenti, che non teme il giudizio, alla quale non importa di essere additata. Un voce di donna, che dà voce a chi è alla gogna. E la cura, la lambisce con parole di conforto, la culla, la difende e la assolve.

Una lettura che è un diario. Pagine che trasudano la necessità di conforto ed anelano ad una assoluzione che sia plenaria, senza purgatorio. E davanti, noi lettori, che abbiamo il compito di raccogliere questa voce e di farla vibrare perché sia ascoltata.

Con una chiarezza di intenti senza pecche, con la forza dirompente di una confessione, “Quello che non sai” ci travolge in un turbinio di emozioni. Un’opera irrinunciabile. Che non lascia niente di non detto. Che non teme di dire ciò che più spaventa. Che distrugge e ricostruisce l’immagine di una donna. Quella che ci ha partorito. Quella che ci ha reso ciò che siamo. Che ci ha deluso. Che ci amato. La nostra voce. Incerta, unica. Un sussurro che inchioda e offende e chiede perdono.


L’autrice

Susy Galluzzo è nata in Calabria ma vive a Roma da molti anni. È laureata in Giurisprudenza e svolge la professione di avvocato. Ha iniziato a scrivere questo libro dopo la scomparsa della madre.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 268

31 APRILE Il male non muore mai di Giuseppe Cesaro

(Il male) perde ma non muore. Questo è il problema. Rinasce. Sempre. E ogni volta, è più forte di prima. E sa perché? Perché, al contrario del bene, impara dai propri errori. Il bene no: commette sempre gli stessi errore e, alla fine, lascia in vita il suo nemico,  non gli dà mai il colpo di grazia.

Trama

Vera Stark ha quarantacinque anni, una figlia di venticinque, un ex marito che la tormenta ma ha ritrovato l’amore con Alex, un docente di dottrine politiche all’università. Ma Vera è soprattutto una giornalista di razza e ha da poco cominciato un’inchiesta sulla crescita del neonazismo in Germania e, in modo particolare, sul gruppo “31 Aprile”, che vuole riprendere il progetto nazista là dove il Führer lo ha lasciato. Grazie alle sue ricerche e all’aiuto di due anziani antinazisti capisce ben presto che l’orrore non è alle spalle e che qualcosa di strano accade a Villa Redenzione, una casa di cura che nascondeva un tempo un lager. La villa è stata da poco trasformata in un museo da Edna Schein, anziana filantropa, figlia del fondatore di Villa Redenzione, il colonnello delle SS Mäher, processato e giustiziato per i suoi crimini alla fine della guerra.

Ma qual è il rapporto tra Edna Schein, Villa Redenzione e il “31 Aprile”? Come mai molti anziani antinazisti stanno scomparendo? E cosa c’è dietro a questo ritorno alla ribalta dell’estrema destra? Sono le questioni a cui Vera dovrà trovare risposta, rischiando la vita e mettendo in discussione tutto quello che crede di conoscere.

Giuseppe Cesaro, con un romanzo ricco di suspense e colpi di scena, riflette sul fascino che esercita, ancor oggi, la dottrina nazista e sui pericoli che rappresenta per il nostro mondo.


Recensione

Quando in un thriller troviamo anche molto altro. Quando questo rischia di soverchiare la vicenda principale del romanzo, con risultato inaspettati e decisamente accattivanti.

Ecco ciò che è accaduto fin dall’inizio della mia lettura di “31 aprile”. Una lettura che mi è apparsa subito corposa, densa, ricca di tante sfaccettature e dispensatrice di moltissime verità storiche. Una lettura accogliente, nonostante scandagli  un fondale torbido, mai dimenticato ma sempre doloroso da riscoprire e a cui dare nuova voce. Un romanzo complesso, che alla finzione affianca una delle pagine più buie del nostro recente passato. Un passato terribile, in cui l’uomo emerge lordo del sangue dei suoi simili. Un passato che esercita un fascino oscuro e maligno su molti di noi.

Siamo in Germania, ai giorni nostri, eppure tutto ci riporta indietro nel tempo, quando, dopo anni di devastazione, morte e paura, Hitler muore e con lui anche il sogno aberrante del Terzo Reich. Anni di incertezza, in cui ricostruire e provare a tornare a vivere. Anni in cui la Germania passa attraverso le maglie della denazistificazione, dei processi ai gerarchi nazisti e più in generale cerca di ripulire la propria coscienza, marchiata a fuoco dagli orrori della Soah.

Vera Stark, la protagonista, sta indagando sul gruppo neonazista denominato “31 aprile”, nome che indica il desiderio di dare nuova vita ai principi del nazismo. Il 31 aprile, giorno che mai potrà esistere nel calendario, ad indicare il testamento ideologico di Hitler, nel giorno che segue alla sua morte. Vera è una giornalista intraprendente, pronta a sacrificarsi in nome della verità. Coraggiosa, arguta, scomoda, ha ritrovato l’amore dopo un matrimonio finito male. Bella e indomita, non si ferma davanti a niente in nome della verità.

 Anche i personaggi che ruotano intorno a Vera sono assai carismatici: due anziani antinazisti che hanno vissuto in prima persona gli orrori del nazismo e dell’Olocausto, un gruppo di giovani ottenebrati dagli ideali nazisti, che si nutrono di un ideale che non conoscono neanche troppo bene ed infine la fantomatica figlia di un gerarca nazista che ha seminato orrore e morte durante la guerra. In particolare  quest’ultima, Edna Schein, avrà un ruolo primario. Figura subdola  assetata dall’odio verso chi ha condannato a morte l’amatissimo padre, si è fatta carico di restaurare l’antica villa di famiglia, un lager urbano in cui venivano perpetrate le peggiori atrocità mai immaginate. Quando la sparizione di alcuni accusatori di suo padre getterà un’ ombra oscura sul presente, Vera scenderà in campo per sventarne il mandante.

Il romanzo ha una trama accattivante, mescolando sapientemente la vicenda principale con accurate nozioni storiche e con interessanti digressioni sul debole equilibrio tra giustizia e morale, tra politica e verità storica. L’autore è maestro nel dare voce alle opposte ragioni degli oppressi e degli oppressori, facendosi illuminato portavoce di entrambe, dimostrando di padroneggiare la storia e sapersi destreggiare nei meandri della filosofia del bene e del male.

La vicenda narrata è l’espediente per permettere al lettore di acquisire molte verità sul nazismo di cui probabilmente non era a conoscenza. L’autore dimostra di conoscere moltissimi aspetti della dottrina nazista,  l’enorme valore aggiunto di questo romanzo, che scende con grande competenza storica negli inferi di un pensiero e di un periodo storico oscuro e tragicamente affascinante.

Durante la lettura ci sarà un ampio spazio per scendere in profondità nella Storia del tempo, per interrogarci sul fascino che il Male da sempre esercita sull’Uomo, per confrontarci sulle orribili urgenze che spesso l’Uomo subisce, relativamente al suo bisogno di fare del male  e per realizzare che spesso le catene della nostra mente sono tentazioni lucide e accattivanti, che ci imprigionano senza averne consapevolezza.

Giuseppe Cesaro si fa portavoce della cultura tedesca, offesa dall’ascesa e dall’apologia del nazismo e annichilita dalla vergogna, l’unico sentimento che supera l’urgenza della paura. E nello stesso tempo la assolve e la rinfranca, attraverso il ricordo di chi lottò contro gli orrori di quella ideologia.

Con una notevole competenza storica, l’autore costruisce una trama accattivante, che prende il lettore e lo trascina dentro un labirinto di specchi, in cui bene e male si confondono con l’unico scopo di tenerci in scacco. Specchi con cui abbagliarci, per non farci vedere una verità che, a conti fatti, era proprio facile scoprire.

Con un linguaggio efficace, pulito e sincero, Cesaro costruisce una storia dentro la Storia, quella con la esse maiuscola, senza temere di scoprire vecchie ferite e farle sanguinare di nuovo. Perché grattare la crosta è sempre un’azione sconveniente, che riporta a galla l’antico male che credevamo passato. Ma grattare la crosta a volta è necessario, perché solo il ricordo di un dolore passato può farci evitare nuove e più profonde ferite.


L’autore

Giuseppe Cesaro (Sestri Levante, 12 marzo 1961) ha cominciato a scrivere professionalmente alla fine degli anni ottanta. Ha pubblicato articoli, racconti, romanzi brevi e graphic novel, e collaborato alla realizzazione di romanzi, mémoire, saggi, biografie e sceneggiature per alcuni tra i più importanti editori nazionali. Dal 1998 è consulente artistico e ai testi di Claudio Baglioni. Nel 2018 La nave di Teseo ha pubblicato il suo primo romanzo Indifesa.


  • Casa Editrice: La Nave di Teseo
  • Genere: thriller
  • Pagine: 441

L’EVENTO DELLA SCRITTURA di Sara Durantini


<<Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverla. Non ci sono verità inferiori>>

Annie Ernaux


Il Novecento letterario francese ha portato in scena una scrittura nuova, riflesso di una memoria non più assoggettata a strutture oggettive e soggettive della «domination masculine». Si tratta di una lingua che, per la prima volta, parla alle donne e delle donne, spiega e racconta il sentire e la realtà femminile, si nutre di spazi e tempi propri. Partendo da queste premesse e sulla base delle coincidenze significative (junghiane e non), il libro propone un viaggio alla scoperta dell’affascinante legame tra Colette, Marguerite Duras e Annie Ernaux, tra i testi, gli scritti e le personalità delle tre autrici, che prima di essere tali sono state bambine, adolescenti, amanti e donne. Ognuna ha saputo raccontare se stessa diventando parte di quello stesso racconto. La loro scrittura è l’evento che inaugura l’epoca segnata dall’inclusione, nella letteratura e nella società, del genere e del corpo femminile attraverso le parole, un’epoca che non teme di dare un nome all’indicibile e all’innominabile. Questo viaggio “oltre la carne” racconta di come le tre autrici hanno individuato, nella ricerca autobiografica, la rappresentazione narrativa più autentica della voce femminile. Il libro esplora gli intrecci biografici fra Colette, Marguerite Duras e Annie Ernaux, in un dipanarsi tra letteratura comparata, personali esposizioni aneddotiche, sguardi monografici.Una trattazione a metà strada tra saggistica e narrativa.


Le mie riflessioni

Un libro al femminile, da e per le donne. Un romanzo che vira al rosa, tenue sfumatura che già ammicca dalla copertina.

Una ricerca profonda e circostanziata della genesi di una scrittura che parte dalla donna e mai vi si allontana. Una scrittura che indugia tra le sue pieghe tenere e che fa finalmente sentire la sua voce, senza filtri, senza pudore. Una voce autorevole, che non teme mai di tracciare un solco con il passato. Una voce sempre più forte, che osa raccontare anche ciò che sarebbe più conveniente tacere.

Sara Durantini, autrice illuminata di questo delizioso libro, ha scelto di parlare di tre autrici del novecento francese. Donne che hanno raggiunto, in vita, una certa notorietà, ma che hanno anche fatto scalpore, scosso le coscienze, fatto, detto, pensato e scritto ciò che invece doveva essere taciuto.

Colette, conosciuta come soubrette ancora prima che come scrittrice, dall’esuberante passionalità, che ha amato donne, ha danzato nuda, ha sfiorato l’incesto. Sposa bambina di un uomo molto più grande di lei, madre quasi per dovere, annientata dalla mancanza di attenzioni da parre di una madre ingombrante e distratta.

Le sue opere sono sublimi trasformazioni e rimpasti onirici della sua biografia. Vita e romanzo che si intrecciano a sfidare la morale ed il pudore. Parole come getti di lava sotto i cieli madreperla della “Ville Lumiere” che a cavallo dei due secoli ispirò molte penne del tempo.

Marguerite Duras, l’autrice de L’amante. La bambina vissuta in Indocina, preda della passione per uno straniero (Presto fu tardi nella mia vita…. un incipit indimenticabile, iconico!). La scrittura è ancora un rimpasto biografico, fatto di immagini e di incursioni nei recessi più nascosti della donna e della scrittrice.

Marguerite Duras e le sue dipendenze dall’alcol, che la terranno in scacco a lungo e la condurranno per mano attraverso la relazione con un uomo più giovane, una ossessione che cambierà spesso direzione e intensità. Duras scrive e riscrive la sua vita. Finzione e realtà si sovrappongono e si confondono dando vita ad un quadro senza perimetro, in cui figurano tanti personaggi e altrettanti aspetti della stessa autrice. La scrittura è un impeto irrefrenabile che affiora con urgenza, in modo primitivo, priva degli inutili fronzoli della grammatica e della sintassi.

Infine ecco Annie Ernaux, descritta dall’autrice come somma di Colette e di Duras. Ma con un qualcosa in più: la volontà di parlare ai posteri, di lasciare una testimonianza, che vada a sfiorare l’indagine sociale.

Con Ernaux la biografia esiste per essere raccontata. Una vita da dare in pasto agli altri, perché sappiano, interiorizzino, siano consapevoli. I suoi racconti, alcuni dei quali svelano particolari scabrosi della sua vita, trascendono il timore del giudizio altrui perché è troppo più potente l’urgenza di divulgarli.

Tre scrittrici che hanno fatto della loro vita un romanzo e che attraverso i loro romanzi hanno dato vita a più esistenze. Tre donne con la voglia di ascoltarsi, di mettersi a nudo. Tre donne che hanno usato la scrittura come cesello per disegnare le vie inedite e inattendibili della coscienza e del desiderio. Una scrittura che spacca gli argini, che diventa voce dell’anima, lontana dal voler descrivere azioni o fatti, interessata solo a rappresentare il come ed il perché dei moti interiori, anche i più remoti e incomprensibili.

L’autrice mostra una grande padronanza dell’argomento e anche una inusitata capacità di analisi, frutto di uno studio appassionato e approfondito di queste sublimi scrittrici. Leggerla è un piacere che non dobbiamo negarci. Leggerla è anche, in ultima analisi, un invito indeclinabile a leggere o rileggere le opere di queste grandi autrici, che hanno introdotto nel mondo un nuovo modo di fare letteratura. Che hanno dato voce e spessore al corpo femminile a alle sue urgenze.

Un libro che è  biografia, romanzo e saggio. Una miscela il cui risultato è un manuale di emozioni e di istruzioni per leggere e comprendere la poetica e l’intimità di queste tre grandi autrici.


L’autrice

Sara Durantini (San Martino dall’Argine – Mantova, 1984) consegue la laurea magistrale in lettere moderne presso l’Università degli studi di Parma nel 2009. Vincitrice dell’edizione 2005-2006 del Premio Tondelli per la sezione inediti con il lungo racconto L’odore del fieno, nel 2007 pubblica il suo primo romanzo, Nel nome del padre, con la casa editrice Fernandel pubblica il primo romanzo nel 2007.

Da oltre dieci anni scrive articoli per riviste letterarie online e cartacee. Dal 2011 cura il blog letterario corsierincorsi.it.

Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati in diverse antologie collettive fra cui Quello che c’è tra di noi, a cura di Sergio Rotino (Manni Editore, 2008), Dizionario affettivo della lingua italiana, a cura di Matteo B. Bianchi e Giorgio Vasta (Fandango Libri, nell’edizione 2009 e 2019), Orbite vuote, a cura di Marco Candida (Intermezzi Editore, 2011), oltre ad un approfondimento su Massimo Bontempelli accolto nel saggio L’unica via è il pensiero a cura del professore Hervé A. Cavallera (Intermedia Edizioni, 2019).

Nel 2021, Sara Durantini ha pubblicato L’evento della scrittura. Sull’autobiografia femminile in Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux per la casa editrice di Milano 13 lab Editore.


  • Casa Editrice: 13Lab
  • Genere: saggio
  • pagine: 133

LA SPOSA DEL MARE di Amity Gaige


Ero sinceramente stupita che la maternità non guarisse la ferita. Anzi, la ferita era peggiorata. Perché dovevo affrontare la possibilità di non sapere offrire cure materne migliori di quelle che avevo ricevuto io.

Trama

Chiusa nell’armadio della sua stanza, Juliet legge il diario di bordo che suo marito Michael ha scritto nell’anno trascorso in barca a vela insieme a lei e ai loro due bambini. Il viaggio è stata un’idea di Michael, che si è indebitato per acquistare la barca, e Juliet ha acconsentito, piena di dubbi. Comincia così un lungo e incalzante dialogo a due voci: Juliet ripercorre la memoria degli eventi, e Michael racconta il presente, inconsapevole e ottimista, certo che quella sia l’unica possibilità per recuperare il matrimonio, salvare Juliet dall’insoddisfazione, dare un’altra vita ai bambini. E all’inizio pare funzionare: a bordo dello yacht i vecchi problemi vengono spazzati via, la famiglia si trasforma in un perfetto equipaggio e la barca e il mare diventano la casa sempre desiderata. Ma il destino è in agguato, a strappare alibi e certezze, e a svelare il senso della vita anche a costo di perderla.

Amity Gaige parla al nostro desiderio più profondo di essere amati e di sentirci liberi, senza compromessi; e parla di famiglia e matrimonio, rivelandoci che le gabbie più anguste sono quelle nascoste nella nostra mente. La sposa del mare illumina momenti di felicità irripetibile, lampi di saggezza e conforto che indicano la strada per essere davvero noi stessi.


Recensione

Una vita. Una famiglia.  Crescere, amalgamarsi, riuscire a realizzarsi pur rimanendo se stessi. Un’altalena tra due punti distanti,  la faticosa e necessaria ricerca di un equilibrio.

E intorno, il mare. Il blu che incanta e che trasfigura la visione del vero. Agognato, sognato, inseguito. Il mare, un miraggio, una cura. Il mare, dal quale siamo nati tutti. Accogliente, conosciuto. Ma anche pericoloso, mutevole, inaspettato e imprevedibile.

Per Michael il mare è la cura per rimettere in carreggiata il suo matrimonio. Michael è ancora innamorato della moglie Juliet, dalla quale ha avuto due figli.  Eppure sa che Juliet sta ancora annaspando tra le spire della sua depressione. Un male che Juliet non vuole chiamare con quel nome. Ma apostrofare lo stato d’animo di Juliet con un sostantivo diverso non farebbe sparire il problema che, tra alti e bassi, attanaglia la vita della giovane donna sin dall’infanzia.

Juliet ha perduto il suo baricentro da bambina e da allora annaspa alla ricerca della serenità. Dopo la nascita dei suoi figli ha visto la sua vita sgretolarsi e i suoi sogni infrangersi.

Michael è invece un uomo concreto. Ama mettersi alla prova, convinto di poter manovrare il suo destino e quello della sua famiglia. L’avventura della barca è una sua idea. Un’idea potente, irrinunciabile. Un sogno egoista e totalizzante, che Juliet per certi versi finisce per subire.

Nello spazio angusto della barca a vela la famiglia intraprende un viaggio avventuroso. Esaltante ma anche sofferto e impegnativo. Quanto è esiguo lo spazio sulla “Juliet” quanto è enorme e assoluto lo spazio e le profondità che ci stanno sotto.

Nella stridente contrapposizione di questi due spazi, quello sopra, egoista, crudele, minimo e quello sotto, sconfinato e abbacinante, si consumano gli ultimi atti di un matrimonio e di una vita intera.

Quando incontriamo Juliet l’avventura in mare è finita già da qualche mese. Juliet ha trovato il diario di suo marito, un diario di bordo dove Michael ha trascritto anche le sue sensazioni e i suoi ricordi legati a Juliet.

Michael non c’è più. Juliet invece esiste a stento e ci dà la sua versione della storia, prima, durante e dopo l’avventura in banca a vela.

Il romanzo è un passo a due. Un coro a due voci, che si rincorrono a narrare i fatti di una vita costruita sul dolore e sul malinteso. Due voci, una sola storia e il dramma di trovarsi a leggere pensieri intimi e inconfessati di chi non c’è più, senza poter lenire, mediare, condividere.

Il risultato è un ritratto amarissimo, dirompente, in cui la tristezza incombe come una falce. La distanza, cristallizzata dall’assenza di Michael e della sua impossibilità di poter aggiungere qualcosa al quadro che si va a delineare nella nostra mente, diventa un muro insormontabile, un mare infinito e profondo.

Ed ecco che il mare è anche l’allegoria di una vita come tante, consumata nell’affannosa ricerca di un equilibrio, di acque tranquille in cui riposare. Il mare, ancora, presenza ingombrante ma necessaria. Il mare che divide ma sa anche ricongiungere.  

 “La sposa del mare” è un viaggio tra i flutti e le correnti, nel desiderio profondo di esserne trascinati e travolti per poter cancellare la propria infelicità. Il mare si erge a medico universale, balsamo e al tempo stesso implacabile coltello che si insinua nelle carni, a ricordarci quanto l’uomo sia un piccolo e insignificante oggetto nel blu spaziale e infinito del mare.

Il mare si frappone tra Michael e Juliet, sottolineando le loro incomprensioni. Ma il mare è anche l’avventura, l’ossigeno e la libertà che rende una vita degna di essere vissuta.

Dalla lettura di questo romanzo si esce scossi ma anche esaltati. E impariamo che ci sono cose che neanche il mare può curare, se non siamo noi a pretendere la giusta medicina che ci rimetta in carreggiata.

Un romanzo che si beve come acqua e che di acqua si nutre. Una lettura che spacca l’anima di chi legge, che urla cose che a volte vorremmo non sentire mai. Una prosa efficace, dirompente, che strazia il cuore ma che lo riempie anche di genuina gioia e di quella benefica salinità che scuote la nostra vita e la rende unica e meravigliosa.

Un racconto a due voci che è malinconia e stupore. Due visioni speculari di una vita sola. La prova di quanto sia difficile entrare in sintonia con chi amiamo. La prova che non è sufficiente vivere gomito a gomito con una persona per conoscerla veramente.

La penna sublime di Amity Gaige graffia sapendo di graffiare ed è splendidamente consapevole di gettare un’ombra sulle nostre vite apparentemente perfette. Una penna che scivola tremendamente vicina alla poesia a sottolineare quanto la nostra esistenza si basi su un effimero ciuffo di spuma, nato dall’impeto dell’onda.


L’autrice

Amity Gaige è una delle maggiori scrittrici americane viventi. Suoi scritti sono apparsi, tra gli altri, su The Guardian,The NewYorkTimes e The Los Angeles Times. Il sogno di Schroder (Einaudi, 2014) ha riscosso grande successo di pubblico e critica in molti paesi, e ha raccolto i commenti entusiastici del mondo letterario, da Jennifer Egan a Jonathan Franzen, da David Bezmozgis a Adam Haslett. La sposa del mare è il suo ultimo romanzo.


  • Casa Editrice: NN Editore
  • Genere: narrativa straniera
  • Traduzione: Laura Noulian
  • Pagine: 349

DUE SULLA TORRE di Thomas Hardy


Una donna esperta che risveglia la passione di un giovanotto proprio nel momento in cui lui cerca di brillare intellettualmente commette quasi un crimine.

Trama

Abbandonata dal marito, un ricco proprietario terriero, Viviette Constantine si innamora di Swithin St. Cleeve, di ben nove anni più giovane di lei, bellissimo, colto e gentile figlio di un curato di campagna. Swithin è un astronomo e lavora in cima a una torre dove trascorre tutto il suo tempo a studiare gli astri e i fenomeni celesti. Il romanzo – ambientato nella campagna dell’amato Dorset – narra la storia del loro amore, che si sviluppa in un intreccio intinto nelle forti passioni del genere “sensazionale”: morti presunte, adulterio, matrimoni segreti, angosciosi patemi riguardo alle convenienze sociali, gravidanze inopportune, nozze riparatrici, cuori spezzati da dolori cocenti e felicità improvvise. Al tempo della prima pubblicazione furono proprio questi elementi della trama, ritenuti peraltro poco congrui con la letteratura “seria”, a far sì che il romanzo attirasse numerose critiche negative e accuse d’indecenza. In seguito, l’evolversi dei costumi ha permesso di apprezzare nuovamente il delicato equilibrio o il voluto contrasto tra il troppo umano delle vicende sentimentali dei protagonisti e la sublime freddezza dei corpi celesti studiati da Swithin con tanta passione e di ascrivere questo romanzo, il nono, fra i migliori della produzione di Hardy.


Recensione

Riscoprire uno dei capolavori di Thomas Hardy è un atto di enorme clemenza verso il genere umano. Non solo per quella frangia di lettori che hanno una inclinazione verso i romanzi inglesi della seconda metà del XIX secolo. No, è un dono per tutti i lettori del nostro tempo, il cui occhio e il cui cuore si è ormai disabituato al linguaggio forbito , alle abitudini, ai modi e alle convinzioni di un’epoca che mai come adesso appare lontana anni luce dalla nostra visione di vita.

In “Due sulla torre” emerge prepotente il delicato e complesso equilibrio tra uomini e donne di quel tempo. Un equilibrio precario, in cui impattano molteplici e imperscrutabili variabili quali l’età, la condizione sociale, il desiderio di raggiungere il prestigio, nella piena  convinzione che il matrimonio sia qualcosa cui cedere facilmente se la passione è impellente e insopprimibile. Ma al tempo stesso anche un atto dal quale cercare di trarre il massimo vantaggio, poiché unico mezzo di realizzazione e sostentamento per la donna.

Ed ecco che lui, il nostro bel Swithin St. Cleeve, dai capelli color del lino e dalle origini popolane, attraente quanto ingenuo, giovanissimo e ambizioso astronomo, si imbatte in lei, Viviette Constantine , donna già matura, sposata e benestante, annoiata da una vita fatta di solitudine. La scintilla che scocca tra loro è  inevitabile e inopportuna. Per lui, che verrebbe sminuito nel suo amor proprio e nel suo personale decoro se cedesse alle lusinghe della donna. Per lei, che si unirebbe ad un uomo troppo giovane, senza una posizione e palesemente senza mezzi.

Niente tuttavia tiene a freno i due innamorati, entrambi ingenuamente vittime dei loro ardori. Questo amore insano è destinato a rimanere segreto.

Da questo spunto nasce tutta l’intera costruzione narrativa di Hardy, in un miracoloso meccanismo di causa ed effetto. Il sotterfugio, perseguito con potente convinzione dai due malcapitati, è fonte di infinite difficoltà, di malintesi, di bugie, di occasioni perse, di intrighi e di incredibili acuti del Caso.

I due, che nutrono verso l’altro una forma assai testarda di ossessione e che sono, al tempo stesso, deboli e inefficaci nel perseguire i loro scopi, finiscono per tendere pericolosamente al grottesco, vittime e artefici dei  mezzi che utilizzano per portare avanti una relazione destinata a indebolirsi sotto i colpi di un destino assai capriccioso e finanche comico, per certi versi.

L’esasperazione del malinteso e della coincidenza come mezzi per ingarbugliare una trama di per sé piuttosto semplice, è portato avanti dall’autore con enorme efficacia. Grazie a questo, la lettura diventa immediatamente fluida, curiosa e interessante.

Il romanzo diventa subito un ritratto meraviglioso di un’epoca in cui i rapporti umani sono avviluppati da un feroce conformismo, da una buone dose di ignoranza, dall’accettazione che il mero calcolo economico giustifichi un unione tra uomo e donna. Superstizione, divario sociale, leggerezza, ingenuità, romanticismo e calcolo regnano incontrastati e fanno a gara a rendere difficile e inutilmente complicata la vita degli uomini e delle donne. Il candore e l’ingenua infatuazione di lui, che cozza sorprendentemente con la sua passione per la scienza, l’infatuazione e la paura di invecchiare di lei sono micce tremende accanto al fuoco. I grotteschi malintesi che subiscono e i pregiudizi a cui sottostanno i due protagonisti sono macigni pesantissimi che è impossibile spostare dalla loro strada.

Che dire di più? “Due sulla torre” non si può raccontare. Si deve leggere. Va assaporato. Va vissuto.

Bello e intricato, romantico e grottesco, avviluppato in una trama che finisce per convergere in un finale inaspettato ma terribilmente coerente.

In fondo è legittimo provare compassione per i due sfortunati amanti, che, forse, in un mondo più vero ed autentico avrebbero subito molte meno vicissitudini. Ma vita è un romanzo, giusto? E senza sacrificio la ricompensa è meno dolce, almeno così si dice….


L’autore

Poeta e romanziere inglese, nasce a Higher Bockhampton, nel Dorset, vicino Dorchester, il 2 giugno 1840. All’età di ventidue anni si trasferisce a Londra e inizia a scrivere poesie che hanno come tema la vita rurale. Non riuscendo ad arrivare al pubblico con la poesia, decide di tentare maggior fortuna con la narrativa. Il suo primo successo fu Via dalla pazza folla, del 1874, cui seguirono Il ritorno al paese nel 1878 e Il sindaco di Casterbridge nel 1886. Dopo lo scalpore suscitato da altri suoi due libri pubblicati tra il 1891 e il 1895 (Tess dei d’Urberville e Jude l’oscuro), in cui derideva le convenzioni dell’epoca vittoriana, Hardy dedicherà il resto della sua vita alla composizione di poesie. Muore a Dorchester l’11 gennaio 1928. Fazi Editore ha pubblicato Nel bosco (2015), Via dalla pazza folla (2016), Due occhi azzurri (2017), Sotto gli alberi (2018), Estremi rimedi (2019) e Due sulla torre (2021).


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Chiara Vatteroni
  • Genere: classico
  • Pagine: 465