IL POZZO DEGLI ASSASSINI di Alberta Pungetti

Priva di sensi, era coricata sul fianco destro, in una posizione fetale di tardiva autodifesa, con il volto girato di profilo, su un sentiero di ghiaia e pietrisco inclinato dolcemente verso il mare, che urlava gagliardo e bianco di spuma ad un centinaio di metri da lei.

Trama

Antibes, Costa Azzurra. Durante una tempesta notturna viene rinvenuto il corpo di una giovane donna pugnalata al ventre da un tagliacarte d’acciaio e d’osso, priva di documenti. Operata d’urgenza rimane in coma, mentre il commissario incaricato cerca di identificarla; lo affiancano un vignettista che ne ha tracciato l’identikit da diramare su internet, e la sorella sordomuta, ma dotata di un naso finissimo che ne riconoscerà il profumo dagli indumenti indossati. Grazie a loro la sconosciuta viene identificata. Poiché non presenta le classiche ferite da difesa l’indagine prende le mosse dalla cerchia dei familiari e dei conoscenti: il marito, l’amante di lui, il fratello minore, la gemella e il compagno della vittima. Dagli interrogatori emerge il carattere prevaricatore della donna, responsabile di malvagità nei loro confronti così da renderli ostili e forse desiderosi di vendetta. Nessuno di loro ha un alibi certo e tutti hanno un possibile movente.

Romanzo intrigante, originale, che affronta il tema della memoria, l’ambiguità dei sentimenti umani, la potenza del destino. Si caratterizza per una prosa agile, fluida e ben dosata nella costruzione della suspense, in un calibrato sviluppo degli avvenimenti per giungere a uno scioglimento logico e avvincente.


Recensione

“Il pozzo degli assassini” è un giallo in piena regola.

Giallo, nel ritmo incalzante e cadenzato, scandito nello scorrere dei giorni, come un diario. Giallo, nelle atmosfere lievemente esotiche della Costa Azzurra. Ancora giallo, forte ed intenso, nello schema narrativo, che coinvolge più personaggi, tutti sospettabili. E nel mistero fitto che avvolge la morte di una giovane donna. 

Il protagonista, Gabriel Gautier, non è un investigatore, né un poliziotto. E’ un vignettista di un quotidiano che si trova,  quasi per caso, ad essere spettatore dell’intera indagine. Narratore perspicace, brillante ed intuitivo, non ha niente da invidiare al poliziotto più esperto. La sua voce sagace e colorata ci accompagnerà attraverso le pagine di questo romanzo, contribuendo a renderlo una accattivante lettura.

Per contro, il commissario Salvatore Lorrain, di origini italiane,  è un uomo pieno di buone qualità ma assai carente sul piano professionale. L’intuito è una qualità che non gli appartiene e che cerca di sostituire con una certa inclinazione alla diffidenza. Il suo personaggio è un curioso mix di buona volontà e di approssimazione,  condita con una dose di sana ostinazione.

Il nostro Gabriel, eccellente oratore e bravissimo affabulatore, è in verità il personaggio chiave di questo romanzo. Oltre che ad esserne la voce, sarà anche il depositario della verità.

Una verità che stenta a palesarsi. Come in ogni giallo che si rispetti, i molteplici sospetti, gli alibi, i moventi, svieranno l’attenzione dal vero colpevole.

E anche quando l’assassino verrà alla luce, le sorprese non saranno affatto terminate. Il finale è sorprendente e decisamente spiazzante, degna conclusione di questa piacevole lettura.

I toni leggeri, pacati, il fiorire di sospettati e di ipotesi, la presenza di personaggi carismatici e finanche un po’ strampalati, la sottile ironia che si intuisce tra le righe, fanno di questo romanzo una vera chicca, che si legge in un fiato e che non cessa mai di catturare l’attenzione.

Un romanzo che è una giostra che gira ipnotica a confonderci in un vortice di sospetti. Gira e dipinge le complesse dinamiche che sottintendono gli affetti e i subdoli moti interiori dell’uomo.  Gira a indicarci, uno ad uno, vizi e virtù dei malcapitati di cui finiamo per sospettare: la femme fatale, la governante misteriosa, l’amante danaroso, la ragazza dall’olfatto magico, il malcapitato sulla scena del delitto, la gemella rancorosa.  Un gioco al massacro ma anche l’occasione per riflettere sulle cause e gli effetti delle nostre azioni.


L’autrice

Bolognese, dopo alcuni anni di attività teatrale si è laureata in Lettere e si è trasferita a Reggio Emilia, dove ha insegnato italiano, latino e storia in Istituti Superiori e Sperimentali. Appassionata di poesia riene conferenze su poeti del ‘900 e contemporanei.

Ha pubblicato un volume di poesie A stomaco vuoto, Medusa Edizioni, una raccolta di filastrocche Tetta poppa fiordilatte , il romanzo La bolognese non abita più qua, Este Edition.

Vive a lavora a Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia.


  • Casa Editrice: Giovane Holden Edizioni
  • Collana; Mysteriuos Park
  • Genere: giallo
  • Pagine: 115

BLU di Giorgia Tribuiani


Abbassi lo sguardo e un respiro ti trema in bocca. Senti il palato e la lingua secchi. Vorresti dell’acqua. Non prenderai dell’acqua: non ti chinerai sul tavolino, non toccherai il bicchiere. Non ti muoverai, Blu, che se tu muovessi potrebbe muoversi anche lei.

Trama

Ginevra, per tutti Blu fin da bambina, ha diciassette anni, frequenta il liceo artistico ed è una ragazza solitaria intrappolata in un mondo tutto suo fatto di rituali ossessivi e gesti scaramantici. I suoi genitori sono divorziati e Blu vive con la madre, una donna che lavora molto ed è spesso fuori casa. Blu ha un fidanzato, che non riesce a lasciare perché divorata dai sensi di colpa, un ragazzo che vorrebbe amare e di cui, invece, sopporta appena la presenza. L’unica cosa che ama davvero è l’arte, e disegnare risulta un’attività in cui dimostra di avere talento. Così, quando durante una gita scolastica assiste a un’esibizione di performance art, resta folgorata da quel modo di esprimere l’atto creativo e dall’artista stessa, fino a sviluppare per lei una vera e propria ossessione. A questo punto, i pensieri maniacali si fanno via via più opprimenti, finché la sua determinazione a essere una brava ragazza la porta a vivere uno sdoppiamento della personalità subdolo e pericoloso.

Un romanzo forte e diverso che ci trascina nella mente claustrofobica di Recensione, prigioniera di azioni morbose e incomprensibili manie, sino a svelarne il delirante meccanismo.

Il ritmo serrato, imprevedibile, e la densità della scrittura rendono in modo perfetto il tormento psicologico della protagonista e l’incessante lotta interiore per sconfiggere il suo doppio.

Un libro che conferma il grande talento di Giorgia Tribuiani, autrice nuova e originale, capace di immedesimarsi e rendere appieno l’essenza e il tormento dei suoi personaggi.


Recensione

Una lettura come un viaggio tortuoso dentro le profondità insondabili di Ginevra, una diciassettenne dei giorni  nostri. Ginevra, che tutti chiamano Blu, un nomignolo che risale ai tempi della sua infanzia, tempi felici, quando i suoi non si erano ancora separati.

Poi la catastrofe si è fatta strada in lei: la separazione dei suoi, il padre che ha una nuova compagna e una nuova figlia, la scuola, dove è trasparente come vetro, sola, distante. E poi Roberto, il suo fidanzato, verso il quale nutre una malcelata avversione, che vorrebbe lasciare ma non ci riesce.

Blu vive subendo un’esistenza che pare segnata dal senso di colpa. Blu subisce i suoi riti, vere e proprie fissazioni che trovano nella ripetizione e nei numeri la loro naturale valvola di sfogo.

Blu è prigioniera delle sue convinzioni e vittima di un malevolo e perverso gioco di causa ed effetto: le sue azioni, i suoi ingovernabili pensieri o i suoi desideri più reconditi, se espressi o concretizzati in parole o azioni,  potrebbero provocare vere e proprie catastrofi. Blu è costretta a fingere, a reprimere i suoi sentimenti e a tacitare le sue volontà, per timore di fare del male a chi le vuole bene.

Ma, a consolare la sua vita intrappolata nella desolante gabbia del senso di colpa c’è il disegno. Blu ha talento e nel disegno ritrova se stessa. Ma l’arte sarà anche la molla che la condurrà in un nuovo precipizio. Un abbisso che tuttavia le servirà per fare chiarezza in se stessa. Per scacciare il demone che la tiene prigioniera.

Una lettura insolita, che rompe ogni schema.

Una lettura difficile, complicata. Una lettura che sedimenta ma che ha bisogno di tempo affinché il lettore possa farla propria. Comprendere Blu è un’impresa difficile. Aiutarla diventerà un bisogno primario, ma impossibile.

L’autrice riesce a descrivere le dinamiche complesse e oscure che tengono per le briglia le nostre sensazioni, conducendo il nostro inconscio in luoghi inesplorati, dove ciò che crediamo diventa verità. Una verità che diventa sempre più difficile da scardinare.

La sua scrittura è ipnotica, cadenzata in un ritmo che diventa opprimente, che porta al lettore un senso di ribellione.  Giorgia Tribuiani racconta la storia di una catarsi e lo fa con modalità inusitate. Per esempio utilizzando la seconda persona singolare. L’autrice parla a Blu, descrivendo le sue scelte e i suoi pensieri come fossero dei comandi. O, al contrario, come se fosse l’autrice a subire le scelte e i pensieri della protagonista. Il risultato è lo spaccato della vita di un’adolescente in una gabbia, dietro a sbarre che è così difficile rompere.

Un libro che diventa manuale di istruzioni per adolescenti complicati, la cui complessità spesso è frutto delle scelte degli adulti che gli stanno intorno. Da bambini, da giovani, senza una corazza a difendere la tenerezze della carne e del cuore, è facile ferirsi, sanguinare. Curare queste ferite fino a farle guarire non è semplice. Prevenirle, spesso, ancora più difficile.


L’autrice

Giorgia Tribuiani è nata ad Alba Adriatica ma vive a Bologna. Dopo la laurea in Editoria e giornalismo e un master in Marketing e comunicazione, ha collaborato con testate giornalistiche e agenzie di stampa e curato la comunicazione online per alcune multinazionali. Attualmente lavora come docente di Scrittura creativa presso la Bottega di narrazione, il Penelope Story Lab e la Side Academy. Ha esordito nel 2018 con il romanzo Guasti, edito da Voland.


  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 464

UNA VITA DI TROPPO di Antonio Falco


<<Il Maresciallo alzò la destra aperta, come per ringraziarlo, anche se stava seriamente pensando di chiudere quattro dita e lasciare il medio alzato, gesto che non sarebbe stato carino specialmente davanti a dei civili. Pensò alla divisa che portava e ignorò i modi del medico legale, seguendo lui stesso il consiglio che aveva appena dato all’appuntato>>

Trama

Chico, studente quindicenne appassionato di informatica, assiste al rapimento di un giornalista antimafia protetto dalla scorta. Sul fatto indaga la Squadra T, nucleo di eccellenza della Questura di Torino. Contemporaneamente, in un laghetto ghiacciato nei dintorni di Bardonecchia, viene trovato il cadavere di una donna. Sul presunto omicidio indaga la locale stazione dei Carabinieri, diretta dal maresciallo Calitri. Per entrambi i casi gli indizi sono pochi e complicati da depistaggi e segretazioni ma, mettendo insieme labili tracce e strane coincidenze, gli inquirenti scopriranno che sono collegati da un sottile filo di mistero.


Recensione

Ormai posso dire di conoscere questo autore piuttosto bene. Ho letto tutte le sue opere, fin dai suoi esordi, nel 2017 e ho assistito alla sua crescita personale come scrittore, dopo che il suo timido affacciarsi nel mondo per certi aspetti crudele dell’editoria è divenuto consapevolezza di poter stare sugli scaffali di una libreria accanto ai grandi nomi della letteratura thriller.

Faccio un breve recap su Antonio Falco, ad uso e consumo di chi legge di lui per la prima volta.

Antonio sa come tenere la penna e come manovrarla. La sua è una passione genuina e solida per la parola scritta, verso la quale si confronta con il rispetto e la cura che solo un animo appassionato può fare.

La sua scrittura scivola come olio e si dipana senza scossoni, sciolta, fluida e sempre bella e curata. Mai forzata, mai adulterata da incursioni atte a mascherare lacune o incertezze.

Leggerla è un piacere vero. E all’occorrenza, troviamo anche quel pizzico di ironia che ci fa sorridere e che alleggerisce le sue trame rendendole leggere anche quando si parla di morte.

Come dicevo, Antonio Falco ha affinato nel tempo la sua tecnica narrativa. Lo dimostra questo suo ultimo romanzo, un tomo di 560 pagine che tuttavia si legge con facilità e leggerezza. Un romanzo con una trama molto articolata, che su dipana su due piani narrativi e che coinvolge l’intero novero di personaggi che nel tempo sono usciti dalla sua penna che, magicamente, si incontreranno tra queste pagine e collaboreranno per sciogliere un mistero assai intricato.

Accanto al Maresciallo Calitri, già conosciuto in “Ultime volontà di Musini Arturo” e nel racconto lungo “Misterioso omicidio di un terrapiattista”, troviamo la Squadra T al completo, introdotta dall’autore nel romanzo “La stella a sei punte”. Due modi di investigare distanti tra loro, due realtà molto diverse per storia e per caratteristiche. Calitri, uomo del sud trapiantato a Bardonecchia, è una persona acuta, un attento osservatore del mondo, un uomo molto pratico, legato alla sua famiglia e abituato a lavorare in un ambiente piuttosto sonnolento, dove non accade mai nulla. Circondato da sottoposti ai quale fa anche un po’ da padre, è schietto, umile e abituato ad adattarsi alle esigenze del suo lavoro con i pochi mezzi a disposizione.

La squadra T invece è composta da professionisti, scelti con cura per occuparsi dei casi più difficili. Dotata di tutti i mezzi conosciuti per condurre un’indagine, la squadra T ha come sede Torino e non si scomoda certo per i piccoli reati o le infrazioni di cui deve occuparsi quotidianamente Calitri. E poi, nel caso vi fosse sfuggito, Calitri appartiene all’Arma dei Carabinieri mentre la Squadra T alla Polizia di Stato, due corpi tra i quali solitamente vi è molta competizione.

Eppure in “Una vita di troppo” vedremo le due compagini collaborare proficuamente fino a giungere alla conclusione del caso.

Un caso difficile e molto complicato, che mano a mano che l’indagine va avanti mostrerà diverse facce e anche diverse diramazioni, che naturalmente convergeranno in una sola direzione.

Un caso che porterà in scena moltissimi personaggi in un disegno complesso ma coerente, che pagina dopo pagina permetterà al lettore di fare diverse congetture riguardo ai fatti oggetto dell’indagine.

Tenere le fila dell’intero circo di personaggi non è cosa semplice, ma Antonio Falco riesce nell’impresa di controllare tutto e tutti e apporta coerenza ad un castello narrativo davvero corposo.

La trama si dimostrerà interessante e l’attenzione del lettore non scemerà mai, né subirà contraccolpi.

Quando giungeremo alle ultime pagine tutti i tasselli andranno al loro posto a mostrare la storia senza veli, così come l’autore l’aveva concepita fin dall’inizio.

Insomma , un ottimo lavoro per Antonio Falco, che ormai non ha più niente da temere come autore, avendo ampiamente dimostrato di essere all’altezza di una narrazione complessa e articolata.

Ciò che più mi piace nella scrittura di Antonio Falco è proprio la sua leggerezza e la sua umiltà. Antonio scrive in punta di piedi (o forse dovrei dire di dita?!) senza la pretesa di essere per forza apprezzato. Senza essere pienamente consapevole delle sue prerogative, come se fosse un parvenu della letteratura, un fuoco fatuo che presto si spegnerà. Perché Antonio, mi permetto di dire, scrive in primo luogo per se stesso e poi anche per il pubblico. Senza mercificarsi. Solo per il piacere di scrivere, di dare vita, di inventare storie.

Ed invece ecco che accade proprio l’esatto contrario, perché i romanzi di Antonio sono belli e piacciono. E sono belli e piacciono proprio perché sgorgano genuini da una penna che ricama per il gusto di farlo e non per ottenere un riconoscimento.

Spero di avervi invogliato alla lettura, ma prima ancora, alla conoscenza di questo autore.

Leggete le sue opere e se vi piacciono, parlatene. Vuoi vedere che Antonio Falco dovrà ammettere con se stesso di essere un bravo scrittore, oltre che un bravo informatico e un ottimo ciclista?


L’autore

Antonio Falco è nato nel 1973 a Torino, dove vive. Laureato in Scienze dell’educazione, lavora come informatico presso l’Università degli Studi. Marito, papà e ciclista amatoriale ha coltivato fin da bambino la passione per la lettura e i libri, trasformatasi col tempo nel desiderio di scrivere. Con il Ciliegio ha pubblicato Il cane che avrebbe dovuto chiamarsi Fido (2017) e La stella a sei punte (2018) e Ultime volontà di Musini Arturo.


  • Casa Editrice: Il Ciliegio
  • Genere: thriller
  • Pagine: 560

BENEDETTO SIA IL PADRE di Rosa Ventrella


Non c’era però solo il silenzio, la mamma era cambiata. La scoperta della bugia – di quella bugia – aveva fatto da spartiacque e aumentato la distanza tra il mondo di sopra e quello distotto, le due dimensioni parallele in mezzo alle quale viveva, un piede di qua e uno di là, momenti spenti e altri accesi, quello era il suo meccanismo di sopravvivenza.

Trama

Quanto di quel che abbiamo vissuto da bambini ci rimane attaccato alla pelle? Ci si può salvare dal male che abbiamo respirato crescendo? Rosa è nata nel quartiere San Nicola, il più antico e malfamato di Bari, un affollarsi di case bianche solcate da vichi stretti che corrono verso il mare, un posto dove la violenza “ti veniva cucita addosso non appena venivi al mondo”. E a insegnarla a lei e ai suoi fratelli è stato il padre, soprannominato da tutti Faccia d’angelo per la finezza dei lineamenti, il portamento elegante e i denti bianchissimi; tanto quanto nera – ” ‘gniera gniera’ come un pozzo profondo” – aveva l’anima. Faccia d’angelo ha riversato sui figli e soprattutto sulla moglie – una donna orgogliosa ma fragilissima, consumata dall’amore e dal desiderio che la tenevano legata a lui – la sua furia cieca, l’altalena dei suoi umori, tutte le sue menzogne e tradimenti. Ma Rosa è convinta di essersi salvata: ha incontrato Marco, ha creduto di riconoscere in lui un profugo come lei, è fuggita a Roma con lui, ha persino storpiato il proprio nome. Oggi, però, mentre il suo matrimonio sta naufragando, riceve la telefonata più difficile, quella davanti alla quale non può più sottrarsi alla memoria. Ed è costretta ad affrontare il viaggio a ritroso, verso la sua terra e la sua adolescenza, alla ricerca delle radici dell’odio per il padre ma anche di quelle del desiderio, scoperto attraverso l’amicizia proibita con una prostituta e l’attrazione segreta per un uomo più grande. E, ancora, alla ricerca del coraggio per liberarsi finalmente da un’eredità oscura e difficilissima da estirpare. Rosa Ventrella ha scritto un romanzo coraggioso, animato dalla volontà di smascherare la violenza che affonda le sue radici, dure e nodose come quelle degli olivi, nella storia di tante famiglie. Ma, con la sua lingua capace di dolcezza e ferocia, ha saputo mettere in scena a ogni pagina l’istinto vitale, la capacità di perdonare e rinascere.


Recensione

“Benedetto sia il padre” è un romanzo fatto di donne per le donne. Una storia forte, che lascia fuori la speranza di redimersi da un destino avverso e impietoso. Una storia che provoca un graffio di dolore ma anche il desiderio grande di ribellione, di cambiamento, di rivincita.

Con un occhio al passato e uno al presente, Rosa Ventrella racconta una storia intima, che scende nell’anima delle sue protagoniste, a carpirne i segreti, affondando senza remore una lama nelle carni tenere, a sfaldare una fiducia cieca e ingenua negli uomini.

L’autrice dà il suo nome alla protagonista di questo romanzo. Rosa. Rosè come la chiama Agata, sua madre.

Rosa ha tredici anni. Il suo corpo è acerbo ma dentro di lei già si agitano i venti inebrianti dell’adolescenza, con le sue pulsioni e i suoi desideri. Rosa vive nei quartieri vecchi di Bari, dove le comari sanno tutto di tutti. Dove regna l’indigenza e gli uomini sono rudi, di poche parole, chiusi dentro se stessi. Artefici e vittime di una cultura che li vuole padroni. Pronti a schiacciare la propria donna sotto pregiudizi grandi come macigni.

Rosa vive in prima persona gli atti di violenza che il padre compie ai danni della madre, Agata, una donna bella e innamorata, che sfiorisce a poco a poco sotto il peso delle umiliazioni.

Rosa vive il turbamento della sua età e soffre lo stesso dolore che affligge sua madre. Il dolore delle donne maltrattate. Delle donne che non meritano amore, né fiducia. Solo la fuga potrà salvarla.

Ma spesso i demoni dai quali fuggiamo trovano il modo per raggiungerci.

Quando Rosa si deciderà a tornare a Bari, costretta dall’angoscia di sapere Agata in fin di vita, si aprirà finalmente alla verità. Sarà una confessione sofferta ma per certi versi consolatoria. L’accettazione di una verità che scioglierà il disprezzo e avvicinerà il destino di due donne, madre e figlia, che la vita ha voluto sovrapporre. Forse è giunto il tempo di perdonare, di accogliere, di condividere e di confessare.

La voce delle donne di Rosa Ventrella è un soffio incerto, che trabocca dolore ma che emana al tempo stesso la volontà di non cedere, di resistere e di perdonare. La storia, che copre più di trent’anni di vita, dagli anni settanta fino ai primi anni duemila, è anche la storia di tutte noi, che dopo secoli di buio ci siamo risolte ad accendere un lume, a scaldarci e a rompere le tenebre. Una luce prima fioca, poi sempre più luminosa.

Agata e Rosa sono le figlie di questa epoca: Agata che soccombe e sfiorisce nell’apatia e nella rassegnazione. Rosa che si ribella. Difficile dire chi delle due abbia vinto: la donna che resta o quella che scappa. Ma la gabbia, in fin dei conti, è sempre stata dentro di noi, più che all’esterno. Non è mai una questione di luoghi. Al contrario, la libertà vive dentro, nel cuore e nella testa delle persone.

Benedetto sia il padre è una storia amara come la salsedine che abbranca i vichi di san Nicola. Una storia che vuole parlare di un riscatto che è lungi dal venire. Perché persino un padre violento può essere benedetto se la sua crudeltà è servita a liberare una donna dalle sue catene.

Rosa Ventrella possiede il dono di dare voce alle sue donne, che ci parlano il linguaggio della vicinanza e della solidarietà. Agata e Rosa sono donne che ci passeggiano accanto, che abbiamo conosciuto o incontrato per caso. Impossibile non tendere loro una mano, tirarle fuori dai gorghi dove tutti rischiano di cadere.

Rosa Ventrella abbraccia nel ricamo delle sue parole anche gli uomini. Quelli che usano la forza dei muscoli e la crudezza della voce per imporsi e sopire lo spavento di essere uomini in un mondo che pretende perfezione e coraggio.

Un romanzo che è un inno al perdono e all’accettazione di sé, da leggere come un balsamo per l’anima. Per riconoscerci e per ricordare chi siamo.


L’autrice

Rosa Ventrella è nata a Bari ma vive a Cremona. È laureata in Storia contemporanea e ha un Master in Dirigenza Scolastica. Per molto tempo ha scritto su riviste storiche specializzate e ha tenuto diverse conferenze sulla condizione femminile nella storia. Ha lavorato come editor per una casa editrice e da anni cura laboratori di scrittura creativa per ragazzi e adulti presso il CPIA di Cremona. I diritti di traduzione dei suoi romanzi sono stati venduti in 23 Paesi.


  • Casa Editrice : Mondadori
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 233

TUTTO IL SOLE CHE C’E’ di Antonella Boralevi


Cos’è la gioia? Studiando il greco, ho capito che la gioia è un atto di arroganza. Noi umani, quando siamo felici ci sentiamo Dio. Talvolta gli dei ci compatiscono, e ce lo permettono. Ma ci sono giorni cattivi in cui la loro invidia è incontenibile. E più siamo felici, più ci atterrano.

Trama

10 giugno 1940. Mentre l’Italia di Mussolini entra in guerra, nel giardino incantato di una villa in Toscana quattro ragazzi giocano a tennis. La Storia irrompe dentro la loro giovinezza beata e li costringe a prendere in mano la propria vita.

La Contessina Ottavia Valiani ha quattordici anni e il sole addosso. La sorella minore, Verdiana, la spia

dall’ombra. È timida, bruttina, forse cattiva. Entrambe vivono la condanna insita nell’essere sorelle e anche donne: una è il metro di giudizio dell’altra. Divisa tra invidia e ammirazione, decisa a sfidare il legame speciale tra Ottavia e il padre, Verdiana azzarda l’imprevedibile.

I Valiani non sono una famiglia come le altre. Un padre affascinante e traditore, conte, chirurgo e Podestà di San Miniato. Una madre remissiva ma capace di farsi leonessa. E poi il personale di casa, l’anziana cuoca, la giovane sguattera fiera, la cameriera tedesca. Intorno a loro, fascisti e partigiani, sciantose e contadini, sfollati e nuovi ricchi. Un affresco di destini e di emozioni dove le menzogne diventano verità e le verità bugie, tra ricevimenti e parate fasciste, balli sfrenati e imboscate, palazzi e casolari. In un brulicare di passioni proibite, ostilità segrete, tenerezza struggente, generosità e rancore, su cui sfolgora il fascino misterioso del bel Ranieri, l’amore di Ottavia. Mentre la Grande Storia compie il suo corso, le anime scure si fanno limpide e gli uomini sbagliati diventano giusti.

L’autrice ci rapisce dentro un romanzo che si vorrebbe non finisse mai. Scava nell’animo dei personaggi e nel nostro. Rovescia di continuo situazioni e caratteri, come fa la vita. E ci rivela il segreto splendente per ripararsi il cuore.


Recensione

Apro le pagine di questo libro e ne esce prepotente una lama di luce. Luce che sa penetrare in ogni cellula senza accecare chi la guarda. Una luce discreta ma scintillante.

Escono voci e sono cristalli di gioiosa gioventù, che cantano nel dolce idioma di casa mia, la Toscana.

Voci sopite, voci garrule. Le note stridule delle contadine e delle donne di paese. Le voci flautate delle signore, scevre da eccessi, spesso a nascondere le note umide delle lacrime che tentano di traboccare dalle ciglia.

Ma sono anche voci maschili. Autoritarie, imperiose, di chi tiene il potere e lo esercita. Oppure voci graffiate dall’amore e dalla passione. Voci che inneggiano alla guerra e voci che sussurrano appena.

E sotto a tutto, il rombo della guerra cha avanza. Il dolore, la paura, la distruzione.

Questo romanzo è un contenitore di bellezza. Un condensato di poesia, di passione, di sentimenti forti. Una scatola magica al cui interno c’è la nostra Storia recente. Raccontata da Verdiana e da Ottavia. Due voci, diverse tra loro, complementari ma anche nemiche, in un’altalena di equilibri instabili e indefinibili che segnano il rapporto complicato tra due sorelle poco più che adolescenti.

Verdiana e Ottavia discendono da una nobile famiglia, i Conti Valiani. Vivono in un palazzo meraviglioso insieme al padre, stimato chirurgo e alla madre, le cui origini sono popolane e la cui esistenza ingrigisce al fianco di quel marito brillante e sensibile al fascino femminile.

Ottavia, la maggiore, ha il sole dentro. Bella, sicura di sé, indomita, indipendente. Niente la spaventa e tutti ne sono soggiogati. Ottavia è consapevole del suo potere e lo usa a cuor leggero per sottomettere tutto e tutti ai suoi voleri. Ottavia è l’occhio dritto del padre. Una creatura che rifugge l’imperfezione propria dell’essere umano per rasentare l’ideale di bellezza, grazie e intelligenza.

Ottavia ha mille spasimanti. Tutti cadono ai suoi piedi e lei sembra non accorgersene neanche.

Se Ottavia è luce, Verdiana è invece ombra. Invisibile, insicura, scialba. Oscurata dalla figura ingombrante di Ottavia per la quale nutre sentimenti ambivalenti di ammirazione e di invidia, mescolati in un mix pericoloso pronto ad esplodere. Verdiana che si innamora di tutti gli spasimanti della sorella, di un amore malato e ossessivo che la spinge a utilizzare ogni mezzo per ottenere un briciolo di considerazione dagli oggetti della sua venerazione. Verdiana che dovrà accontentarsi di osservare, senza mai dissetarsi al calice dolce amaro della passione.

Tutto il romanzo ruota intorno alle figure delle due sorelle. Ma è Verdiana la voce narrante. Nascosta negli anfratti più improbabili, Verdiana spia gesti e conversazione della sorella. Sa tutto dei suoi amori e dei suoi desideri, pronta a manipolare e modellare il presente allo scopo di ritagliare un piccolo angolo di felicità anche per sé.

Ma c’è un punto in cui l’amore insoddisfatto incontra il tarlo della gelosia. Ottavia e Verdiana vi cammineranno intorno, in una danza ipnotica, fino ad implodere.

Il romanzo copre 11 anni di Storia, dal giugno 1940 quando l’Italia di Mussolini entrerà in guerra, fino al 1951. Sono anni difficili e cruciali, sia per le sorelle Valiani che per l’Italia.

Le sorelle cresceranno e diverranno adulte, abbandonando le certezze dell’infanzia per scontrarsi con i moti imprevedibili e complicati dell’anima. Cresceranno e troveranno amore e amicizia nel loro cammino e vedranno la loro famiglia modellarsi e trasformarsi dentro dinamiche complicate.

L’Italia invece affronterà la guerra al fianco della Germania di Hitler, l’armistizio, la resistenza partigiana, l’invasione alleata. Le bombe, i rastrellamenti, la morte. Le ristrettezze, i saccheggi, la fame.

I Valiani saranno sfollati, poveri, circondati dalle macerie, dal sangue dei civili e dall’odio che imperversa.

Ma sarà sempre l’amore a comandare le loro vite. L’amore vissuto e quello desiderato.

Leggere “Tutto il sole che c’è” è stato un viaggio esaltante. Una trama meravigliosa, ricca di tutto ciò che serve per fare di un romanzo un capolavoro.  Una ricerca storica accuratissima, una ricostruzione della società degli anni quaranta senza pecche. L’ambientazione toscana è sicuramente uno dei tanti punti di forza del romanzo, come anche i personaggi minori, piccoli gioielli di realismo e di colore. Penso a Finimola, la cuoca dei Valiani, che porta un nome che racchiude un mondo – chi è toscano come me  capirà al volo-, ma anche ai Canedini, i mezzadri dei Valiani, affastellati in 7 dentro ad una cucina nera di fuliggine, abbrutiti  dalla fatica e dalle privazioni  e asserviti al credo comunista per il quale pagheranno il prezzo più alto.

Antonella Boralevi, artefice illuminata di una prosa impeccabile, ha dato vita a personaggi indimenticabili. Li ha dotati di un’anima e li ha fatti vibrare di luce dentro le sue pagine ipnotiche, dalle quali è difficile staccarsi. Personaggi che hanno dato vita ad un insieme coerente e appassionato, che si nutre di passione e che è esso stesso un microcosmo in cui guardare e dal quale trarre un soffio di vitalità e di sogno.

“Tutto il sole che c’è” è una lettura che non si dimentica. Molti di noi si riconosceranno in questi personaggi meravigliosi, o vi riconosceranno i racconti appassionati dei genitori o dei nonni.

In uno stralcio della nostra coraggiosa storia recente, in uno spaccato di una società contadina che si incammina verso i grandi stravolgimenti sociali che verranno, dentro ad un mondo borghese chiuso in se stesso e destinato a sbriciolarsi sotto i colpi del nuovo che avanza, Antonella Boralevi costruisce il suo piccolo miracoloso collage e porta a compimento un acquarello di ricordi tenui ma indelebili, a rammentarci un passato che è, al tempo stesso, recente e vecchio come il mondo.


L’autrice

Antonella Boralevi è autrice di romanzi, racconti, sceneggiature, saggi. Ha portato in televisione il talk show di approfondimento emotivo. Tiene rubriche su quotidiani e settimanali. Il suo Lato Boralevi esce ogni giorno sul sito della “Stampa”. Tra i suoi romanzi, Prima che il vento (2004), Il lato luminoso (2007), I baci di una notte (2013), Chiedi alla notte (2019), La bambina nel buio (nuova edizione La nave di Teseo, 2019). È tradotta in Germania, Francia, Giappone, Russia. Tutto il sole che c’è è il suo ventiduesimo libro.


  • Casa editrice La nave di Teseo
  • Collana:Oceani
  • Genere:narrativa italiana
  • Pagine: 692

UNA VITA DA RICOSTRUIRE di Brigitte Riebe

Trama

Berlino, maggio 1945: è l’ora zero. Il vecchio mondo è finito. La città è ridotta a un cumulo di macerie, così come le anime dei suoi abitanti. La villa dei Thalheim, agiata famiglia di commercianti, è stata requisita e il loro negozio di abiti è stato bombardato. Le donne di casa, rimaste sole dopo che gli uomini sono scomparsi in guerra, devono ricominciare tutto da capo. Le tre sorelle Rike, Silvie e Florentine, trascinate dalla determinazione della maggiore, imprenditrice nata, decidono di provare a realizzare un sogno: riaprire l’attività di famiglia, riportare colore nella tetra Berlino del dopoguerra con tessuti sofisticati e abiti alla moda, riuscire a far sì che le berlinesi tornino a sentirsi donne. Riesumate le Singer, le forbici da sarta, i vecchi cartamodelli e le preziose stoffe che Rike aveva saggiamente nascosto insieme al padre, le ragazze si rimboccano le maniche e nel giro di poco le loro creazioni sono sulla bocca di tutti. Ma i tempi nuovi portano nuovi problemi: oscuri segreti inaspettatamente rivelati gettano una luce ingloriosa sull’attività e sulla famiglia, mettendo tutte a dura prova.

Gelosie fra donne, amori, storie torbide del passato che riemergono a sparigliare le carte, il lontano scintillio della Berlino capitale della moda che torna a risplendere… Tutto questo, ma anche molto altro, nel primo capitolo della nuova trilogia bestseller Le sorelle del Ku’damm.

Recensione

Una ragazza in rosso. Sullo sfondo architetture che richiamano il nord europa. Tetti spioventi, palazzi eleganti. Immagini lontanissime dalle rovine che la guerra ha inflitto a Berlino.

Ma l’occhio non può spostarsi dal rosso di quell’ampio paletot,  dalla borsetta appesa all’esile braccio e dalle scarpe, tanto femminili quanto improbabili e scomode vestigia di un passato in cui l’eleganza stava alla donna come la rosa alla sua spina.

Se è vero che un abito ben fatto può bastare a risollevare il morale di una donna, allora l’intuizione di Rike Thalheim è davvero giusta. In un mondo fatto di cenere e di macerie, di povertà, sangue e confusione, solo la bellezza può contribuire a risollevare una città e una  nazione intera.

I Thalheim sanno bene quanto apparire sia importante per una persona. L’abito è il primo guscio che ci riveste. Se da un lato nasconde la nostra intimità, dall’altro è l’esatto contrario: l’abito è un grido che fa voltare chiunque a guardarci. L’abito cela e al tempo stesso esalta la nostra figura.

Fritz Thalheim ha fatto della moda la sua vita. I suoi grandi magazzini, nel cuore di Berlino, sono il tempio della sartoria.  Fritz è un uomo d’affari talentuoso e intraprendente. La fortuna in affari ha permesso alla sua famiglia di vivere una vita agiata finchè l’ombra della guerra offusca la sua esistenza e ottenebra tutto.

Rike è intraprendente e forte. Una ragazza con i piedi per terra, che sembra persino rifuggire l’amore, concentrata com’è nella sua missione di riportare il colore in un mondo grigio e tetro. Diametralmente opposte a lei, invece, le sue due sorelle: Silvie, frivola, attirata dal bel mondo, che solo dopo le sofferenze della guerra troverà la propria strada; Florentine, che da bambina docile e piena di fantasia, si trasformerà in uno spirito libero e ribelle.

Sullo sfondo, la Storia. Ricostruita con cura, dovizia e enorme rispetto dall’autrice, che è magistrale nell’ambientare la vicenda in un periodo denso di esaltazione militare, di grandi speranze e di avvenimenti cruciali.

Rike è l’indubbia protagonista di questo romanzo, primo di una trilogia. Rike e la moda, che negli anni quaranta vede la donna al culmine della sua femminilità, prima che i clamori degli anni della contestazione giovanile la trasformi in una creatura filiforme, quasi androgina, vestita di jeans o dentro vertiginose minigonne con le quali  demolire o osannare la propria femminilità nell’incalzare di un epoca che vedrà i primi vagiti della corrente femminista.

La vita di Rike è già in parte investita da un vento nuovo. Rike infatti darà priorità alla carriera. Rike si nutrirà dal piatto spesso amaro della verità, che ricercherà con ogni sua energia, a disseppellire segreti familiari che sembrano sepolti sotto metri di non detto e non fatto.

Rike, insomma, è una grande donna. Imprenditrice rivoluzionaria, amante della vita in tutte le sue forme, anticonformista, determinata, in un’epoca in cui la donna è ancora solo l’angelo del focolare.

Sono davvero stata piacevolmente colpita da questa lettura. La prosa scorrevole, l’ambientazione interessante e ottimamente ricostruita e la trama accattivante, faranno di questa trilogia un sicuro successo. Questo primo atto si chiude in un momento di grande tensione e con una scena colma di aspettative….  E’ davvero impossibile non rimanerne soggiogati!

E così Brigitte Riebe mette in banca l’intera attenzione dei suoi lettori, che non potranno che aspettare trepidanti il secondo capitolo. Ovviamente io sono tra questi!

L’autrice

Brigitte Riebe ha conseguito un dottorato in Storia e successivamente ha lavorato come editor per una casa editrice. Ha pubblicato numerosi romanzi di grande successo, in cui ripercorre le vicende dei secoli passati. I suoi libri sono stati tradotti in diverse lingue. Vive con il marito a Monaco.

  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: narrativa straniera
  • Pagine: 463

DELLA STESSA SOSTANZA DEI PADRI di Davide Rocco Colacrai

c’era l’ombra dell’uomo che sarei diventato
l’amore che si era congedato da me
cerchi di sospensione che invecchiavano il cuore
la carenza di felicità
una minestra raccolta nel mio cappello
gli ultimi istanti di una sigaretta sul marciapiede
valigie immobili e vuote
e tutto quel che rimane dopo il dolore e Dio
 
(da “La sottile bellezza dell’imperfezione”)

I versi di Colacrai escono da una penna elegante, che incastona persone, avvenimenti, sensazioni, istituzioni, osservazioni in frasi nelle quali ogni parola è al suo giusto posto, ha il suo giusto peso. Parole capaci di far provare pietà, rabbia, malinconia, desiderio di riscatto, illuminando la realtà di una luce nuova e non comune.


Una silloge sugli uomini. Poesie come frammenti di vite, nate e poi disperse nell’aria. Uomini che hanno calpestato il suolo di questo pianeta, in epoche diverse, lasciando orme profonde oppure lievi tracce, quasi invisibili. Uomini sconosciuti e uomini noti, fatti della stessa sostanza.

Mai come in questa raccolta è chiara la sensazione che ogni vita racchiude in sé un mondo intero. Un mondo sconosciuto e imprevedibile. Che ci scuote nel profondo, perché in queste vite possiamo riconoscerci.

Ho trovato delicatissime le immagini che il poeta ci dà dell’Uomo. Un Uomo che si spoglia delle sue velleità, e che resta nudo a mostrare le sue ombre e i suoi contorni più teneri. Uomini soli, uomini perseguitati. Uomini che inseguono un sogno. Uomini che hanno perduto il loro baricentro.

Uomini senza filtri, che non temono di mostrarsi. Lontanissimi dall’essere eroi, pur vestendone inconsapevolmente i panni.

“Della stessa sostanza dei padri” richiama alla mente l’ineluttabilità della condizione umana. E il dolce amaro che si trae dalla ripetizione degli eventi. Da sentimenti in cui ci riconosciamo, gli stessi che hanno fatto vibrare gli animi dei nostri predecessori.  O che hanno reso memorabili e meravigliose le vite di chi ci ha preceduto su questa terra. Che hanno reso un’esistenza unica e irripetibile oppure che l’hanno scardinata, rendendola un lago di odio o di dolore.

Ne ricaviamo un senso di rasserenante coralità, un balsamo per la nostra anima. E nasce la profonda compassione verso i dolori dell’Uomo. Verso le sue pene che epoca dopo epoca convergono a lambire la nostra vita. Verso le ingiustizie che da sempre attanagliano il mondo. Verso la debolezza, dalla cui asperità sono nati gli acuti più sublimi.

Davide Rocco Colacrai torna con il suo magico cesello, a disegnare virtuose volute dentro chi legge i suoi versi. Innalza la nostra anima, che finalmente può grondare lacrime di sollecita compassione, quella che netta la nostra anima e che eleva il nostro senso del giusto. Che poi, tuttavia, dimentichiamo, perché buia è la nostra natura e oscuri i nostri istinti.

Ma una voce come quella di Colacrai non è mai vana. Al contrario, è necessaria, a darci anche solo un minuto di beatitudine. Un minuto che a volte vale una vita intera.

L’autore

Giurista e Criminologo, dal 2008 Davide Rocco Colacrai partecipa regolarmente a Concorsi Letterari e, sino a oggi, ha ricevuto oltre seicento riconoscimenti, anche internazionali ed europei (tra gli ultimi: il Premio “Luigi Grillo” di Afragola e il Premio “Giulio Enaudi” di Paternò, entrambi vinti per la seconda volta; il Premio “Cinque Terre – Golfo dei Poeti: Sirio Guerrieri”, il “Giugno Locrese”, uno dei più longevi e prestigiosi premi letterari italiani, e il Premio “Città di Livorno”).
Autore di quattro libri: “Frammenti di parole” (GDS, 2010), “SoundtrackS” (David and Matthaus, 2014), “Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte” (Progetto Cultura, 2015) e “Infinitesimalità” (VJ Edizioni, 2016).
Nel tempo libero, insegna e studia recitazione, è autore radiofonico per whiteradio.it, colleziona 45 giri da tutto il mondo (ne possiede duemila), ama leggere, praticare sport all’aria aperta e viaggiare.

  • Casa Editrice: Le Mezzelane
  • Genere: poesia
  • Pagine: 72

L’ALTRO di Thomas Tryon

 
Così uguali, eppure così diversi. Ricordò come reagivano a “fare il gioco”, quel “transfert” quasi mistico che lei aveva scoperto da ragazza e insegnato a loro. Così diversi, Niles un figlio dell’aria, uno spirito gioioso, bel disposto, cordiale, affettuoso, la sua indole si rispecchiava anche nel suo viso: tenero, allegro, premuroso.
Holland? Di nuovo qualcosa di diverso. Aveva sempre voluto bene a tutti e due in egual misura, eppure Holland era un figlio della terra, silenzioso, guardingo, chiuso in se stesso, intrappolato da segreti non condivisi. Ardentemente desideroso di affetto, ma incapace di darne; così misteriosamente introverso.
 

Trama

Niles Perry sono gemelli identici di tredici anni. Molto legati, tanto da poter quasi leggere il pensiero l’uno dell’altro, ma anche molto diversi: Holland, audace e dispettoso, negli occhi una luce sinistra, esercita il suo carisma sul fratello Niles, gentile e remissivo, desideroso di compiacere gli altri, il tipo di ragazzo che rende orgogliosi i genitori. Hanno da poco perso il padre in un tragico incidente e vivono in una fattoria del New England con la madre e la nonna. Le giornate estive in campagna sono lunghe e noiose ma la fantasia multiforme dei ragazzi è un’arma efficace, che si alimenta di oggetti preziosi custoditi gelosamente in una vecchia scatola di latta, assi che scricchiolano e orecchie tese a percepire passi misteriosi, spettacoli macabri inscenati in cantina e vecchie storie che sembravano dimenticate. Ecco però che l’incantesimo dell’infanzia si spezza: una dopo l’altra, una serie di figure vicine ai ragazzi vengono coinvolte in cruenti fatti di sangue. E diventerà presto chiaro che la mano dietro a queste inquietanti tragedie può essere una sola…
L’eterno fascino perturbante dei gemelli è protagonista in questo romanzo in cui nulla è come sembra, che rapisce il lettore e lo conduce attraverso una sottile analisi dell’oscurità che dimora dentro ognuno di noi. Il ritorno di un grande classico dell’horror, bestseller da tre milioni e mezzo di copie, paragonato a Shirley Jackson e Patricia Highsmith e precursore dell’esplosione del genere insieme a pietre miliari come L’esorcista.

Recensione

Il tema del doppio non cessa mai di suscitare nell’uomo una morbosa curiosità.  Probabilmente proprio per questo motivo Tryon, già attore di successo negli anni cinquanta del novecento, volle cimentarsi nella scrittura horror e dette alla luce, nel 1971, il suo romanzo più famoso, “L’altro” che Fazi Editore ha deciso di far tornare alla luce.

Il romanzo è incentrato sul rapporto ambivalente e misterioso di due gemelli alle soglie dell’adolescenza, simili nell’aspetto ma molto diversi nel carattere: Holland, dal carattere torvo e misterioso e Niles, che invece è docile, gentile e succube del fratello, per il quale nutre un’ammirazione malata, venata da una sudditanza psicologica che non riesce a scrollarsi di dosso.

Il romanzo è intriso di atmosfere gotiche e ammorbanti. La vicenda si svolge in una piccolo centro della provincia americana, dove tutti si conoscono molto bene e dove il pettegolezzo e le malelingue non conoscono ostacoli. L’atmosfera sonnolenta, il caldo asfissiante dell’estate, i giochi subdoli e strambi dei due gemelli, i personaggi che li circondano, a partire dalla madre che non lascia mai la sua stanza, prostrata dal lutto e dalla nonna di origini russe che sembra leggere nel pensiero dei due nipoti, per finire poi ai vari personaggi che gravitano intorno alla casa dei Perry, ognuno con la sua personale ossessione. E poi la narrazione, che alterna due piani temporali: uno scritto in prima persona e l’altro scritto in terza persona, che sballotta il lettore avanti indietro nel tempo. Senza dimenticare la continua e ricercata confusione tra i ruoli dei due gemelli, che insinua una nebulosa incertezza nella mente del lettore, già preda della scrittura ipnotica e raccapricciante dell’autore.

I gemelli appaiono fin dalle prime pagine assai misteriosi. I giochi che condividono, i loro segreti incomprensibili, i fatti che narrano e ciò che accade nella casa dei Perry gettano subito una luce sinistra su di loro. In particolare su Holland, la cui armonica, con il suo suono simile ad un lamento, che precede ogni sua  mossa. Holland, con il suo sguardo orientale, che ogni tanto sparisce sul tram che porta alle Shadow Hills. Holland, che sembra attirare la disgrazia in ogni luogo che calpesta.

Ed ecco che dai Perry iniziano a verificarsi dei fatti raccapriccianti. Sparizioni, morte, orrore che sembrano seminati dalle mani svelte e rapaci di Holland.

La successione di quegli ebenti sembra non avere fine. Il lettore ha già da tempo emesso la sua sentenza. Ma i colpi di scena non mancheranno e lasceranno chi legge davvero spiazzato.

Malvagità? Follia? Superstizione? Chi è che ha fatto ciò che ha fatto? Chi è l’altro?

Ovviamente lo scoprirete da soli. Ma non prima di esservi sentiti spaesati. Non prima di aver temuto di non aver capito proprio niente. Non prima di aver assorbito quelle subdole e spaventose atmosfere, in cui follia e perversione vanno terribilmente a braccetto.

Non so se siete pronti per andare a Pequot Landing… sta di fatto che la curiosità avrà la meglio e vi troverete invischiati in un fango purulento e infido. E mentre scivolerete giù sentirete forse il suono di un’armonica a bocca….

Con una scrittura ipnotica e piena di simboli macabri e ottenebranti, Tryon si mostra un geniale affabulatore e un prestigiatore delle parole, che dalla sua penna escono scure e ammorbanti, ed hanno ormai perso la loro leggerezza per assumere toni sordidi e pieni di suspense.

Tryon ha un talento incredibile per indurre visioni oniriche nel lettore, ipnotizzato dalle sue onomatopee e dai suoni, odori e tinte dei luoghi che descrive. Il labirinto che sa creare nella nostra mente è una prigione inespugnabile. Tryon ci inganna con sapiente mistificazione e rinchiude i nostri pensieri in modo che non possano in alcun modo liberarsi dalle loro catene.

“L’altro” è davvero un capolavoro horror. Eppure Tryon non si serve di immagini cruente. Tryon si serve solo delle parole, così innocenti seppur cariche di enorme potenziale. E con le parole rinchiude la nostra immaginazione e la rende schiava.

Chissà se tornerete a Pequot Landing……

Chissà chi vi aprirà la porta quando busserete….

L’autore

Attore e scrittore statunitense, Thomas Tryon ha avuto un’importante carriera cinematografica recitando anche al fianco di John Wayne. Dopo aver assistito alla proiezione del film Rosemary’s Baby di Roman Polanski, tratto nel 1968 dall’omonimo romanzo di Ira Levin, Tryon volle misurarsi con la stesura di un romanzo proprio. Ne scrisse diversi, di genere horror e fantascientifico. L’altro è la sua opera più celebre, e ispirò il film omonimo diretto da Robert Mulligan.

  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Darkside
  • Genere: horror
  • Pagine: 400

L’ETERNITA’ DELL’AMORE INCOMPIUTO di Sergio Tavanti


(…) l’amore incompiuto è quello che poteva essere e poi non è stato, perché interrotto nel suo divenire da un evento improvviso, inaspettato, traumatico Una lama lo ha sezionato in due parti ben distinte: un passato conosciuto e vissuto ed un futuro impossibile a crescere e ad affermarsi, caratterizzato da un incombente rimpianto e da un inutile rimorso. Ma l’essenza di un amore germogliato tra due persone si conserva permanente ed incorruttibile nel tempo, anche dopo la sua brusca interruzione; attende serenamente il suo compimento come fonte di energia disponibile a rinascere in qualsiasi momento. E se questa speciale reincarnazione non avviene, allora rimane perennemente nel suo stato di purezza spirituale.

Trama

Quante volte si può amare nella vita? Quanti amori incompiuti sono destinati a durare nel tempo e nella memoria? Le risposte sono contenute in uno scritto custodito per anni in un cassetto e ritrovato per caso che svela il passato di Cosimo ed Eleonora e racconta il loro grande amore prematuramente interrotto. Con il romanzo L’eternità dell’amore incompiuto, l’autore Sergio Tavanti insegna che la forza dei sentimenti supera anche lo scorrere del tempo e degli eventi.

Recensione

Un romanzo che è medicina per gli animi nostalgici e romantici e al tempo stesso prezioso materiale di riflessione sulla vita e sulle occasioni perdute.

Pochissime parole per riassumere l’intensa esperienza di lettura de “L’eternità dell’amore perduto”. Una lettura interessante, seppur circoscritta, in estrema sintesi, allo studio dell’interiorità di tre personaggi per entrare dentro ai meccanismi della loro vita e dei loro pensieri. Cause e conseguenze che determinano lo svolgersi di una intera esistenza, che mai come in questo romanzo appare legata e determinata da eventi anche insignificanti ma la cui portata si mostra decisiva a dare un indirizzo alla nostra vita.

Lo spunto di questo romanzo è interessante proprio per questo tipo di riflessione.

La narrazione parte dall’incontro di Cosimo e di Eleonora, allora giovanissimi. Si innamorano di un amore sincero, goffi ed esaltati per l’esperienza di questo loro inaspettato e travolgente amore. La loro storia è pura ed intensa ma si interrompe bruscamente a causa di un evento banale, che i due giovani, se più esperti e sicuri di sé, avrebbero potuto superare senza difficoltà.

Ma la vita, o il destino, li divide. Cosimo ed Eleonora prenderanno direzioni diverse. Cosimo conoscerà Francesca e formerà una famiglia con lei. Eleonora invece non riuscirà a costruire una relazione soddisfacente con nessuno e rimarrà single.

Entrambi, tuttavia, avranno modo, durante l’intera loro vita, di ripensare spesso a quell’amore incompiuto con nostalgia. Il ricordo dell’intensità di quel sentimento farà da cornice allo loro vite e ritornerà spesso a far capolino nelle loro teste, con una forza indistruttibile, come fosse predestinato a realizzarsi, contro tutto e tutti. Francesca assisterà, con timore prima e con malinconica rassegnazione dopo, al riproporsi quasi ciclico di questo ricordo incorruttibile e darà dimostrazione di una forza incredibile e strenua nel difendere a tutti i costi la sua relazione con Cosimo. Una forza positiva, sincera e pura, che a più riprese mi ha fatto considerare come protagonista di tutta la narrazione proprio il suo personaggio.

Il romanzo, che si snoda fluido tra le pagine fitte di prosa attenta e ottimamente costruita, è potente soprattutto per la capacità di rileggere la nostra esistenza come una combinazione di eventi che hanno l’incredibile potere di innescare delle reazioni capaci di modificare il corso di una vita.

L’eterno dilemma del “poteva essere” si ripropone forte in questo romanzo, che è davvero riduttivo catalogare come “romance”. In realtà “L’eternità dell’amore incompiuto” è uno studio attento delle dinamiche di una vita intera, dove la nostalgia e l’idealizzazione di un evento incompiuto diventa il perno per una riflessione più profonda.

Ciò che non è stato e poteva essere si mostra agli occhi dell’uomo come qualcosa di simile alla perfezione. Un ricordo che non si è lasciato corrompere dal tempo e dalla meschinità che spesso distrugge le nostre azioni. Ciò che non è stato viene idealizzato dentro di noi. Un accadimento che non si è concretizzato per intero viene completato nella nostra mente a nostro completo piacimento. Nello stesso modo, una persona che si è allontanata dalla nostra vita serba in noi un ricordo puro, che non si è lasciato sciupare dagli eventi che inevitabilmente offuscano anche le più nobili intenzioni.

Palpabile la nota nostalgica, che ho percepito chiaramente in tutto il romanzo, come anche la trasposizione nel personaggio di Cosimo di parti autobiografiche dell’autore stesso, che con il protagonista condivide età anagrafica, luogo di nascita e professione.

Un romanzo, dunque, che appare ai miei occhi come una sorte di bilancio di vita. Una storia dove i ricordi di gioventù si ergono prepotenti e guidare la penna attraverso uno struggente percorso: quella che poteva essere e quella che è stato.

Ottima prova per Sergio Tavanti, che confeziona un romanzo davvero ben costruito, gradevole nell’esposizione dei fatti e condotto con una scrittura senza sbavature. Il suo romanzo non è solo la storia di una vita e di un ricordo di gioventù, ma anche e soprattutto un inno alla nostalgia e alla immaginaria costruzione intorno ad un rimpianto, sul quale inevitabilmente finiamo per indugiare, sognare e immaginare. L’amore incompiuto è sempre veicolo di profonda nostalgia, per chiunque. Proprio perché incompiuto è facile idealizzarlo ed è comprensibile volerlo innalzare a simbolo dell’Amore vero. Un amore che non si è mai scontrato con le difficoltà quotidiane e con l’amarezza che deriva dall’abitudine.

E poiché tutti, più o meno, abbiamo un amore incompiuto, è tremendamente semplice lasciarci trasportare dalla stessa dolce nostalgia che ha ispirato l’autore in questo romanzo. Provare per credere…

L’autore

Sergio Tavanti, nato a Firenze nel 1951, giornalista pubblicista dal 1970, tuttora iscritto all’Ordine, ha sempre alimentato la passione della “carta stampata” con articoli, saggi, racconti, che si sono concretizzati in quella affascinante metamorfosi dell’ideazione in testo scritto. Da “La penna stilografica origini, funzionamento e collezione” a “Quel meraviglioso mondo di Pericle” a numerose altre pubblicazioni di carattere scientifico, la sua professione di chirurgo generale, pur onerosa per quanto riguarda il tempo a disposizione per altre attività, non gli ha impedito di mantenere sempre vivo il grande interesse per la narrativa, che si arricchisce ora di questo nuovo invito alla lettura.

  • Casa Editrice: Albatros
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine:
  • 219

IL CASOLARE AMARANTO di Anna Laura Littero

Lei stava per arrivare e, con la stessa forza con cui avevo cercato di scacciarla, avevo voglia di raccoglierla perchè lei era e restava il mio punto felice e non importa chi o cosa potesse ruotare attorno a quel punto, io mi ci ero fermato su quel punto.

Trama

Luckas, giornalista affermato, è un uomo appagato e sicuro di sé almeno sino a quando non incrocia sulla sua strada Clara, una giovane ed esordiente pittrice, una donna enigmatica e dal forte carisma.

Tra i due si innescherà uno strano gioco fatto di ripicche, dispetti e sciocche rivendicazioni che sfocerà in un amore travolgente e appassionato ma Clara è sposata con un russo emigrato in Italia dedito

alla contraffazione d’opere d’arte e ritenuto una sorta di “Padrino” nel traffico degli affari illeciti.

Sarà proprio il timore verso quest’uomo che li porterà a consumare il loro amore di nascosto ma sarà proprio la forza di quest’amore che li convincerà, successivamente, a uscire allo scoperto.

Da quel momento in poi, per i due amanti, nulla sarà più come prima, le loro vite cambieranno per sempre e con esse anche il loro destino.

Recensione

L’amica virtuale Anna Laura Littero ha fatto un gran lavoro con questo suo primo romanzo.

“Il casolare amaranto” racchiude uno squarcio di vita vissuta nelle sue pagine e propone al lettore una storia accattivante e di largo respiro, dove l’eco di diversi generi letterari si incrocia pericolosamente a creare un affresco vivace, dinamico e fresco, che regala un momento di evasione e di suspense.

La penna di Anna Laura è ispirata e desiderosa di ben figurare. Partendo da una storia d’amore, che si mette prepotente al centro della trama, l’autrice lascia che questa viri verso altri spunti, come il tradimento, la passione, le dinamiche familiari, il desiderio di amare e di perdonare.

Il risultato è un contenitore in cui le vicende umane, il destino e la volontà creano un mosaico davvero piacevole e ben costruito, attraverso il quale la lettura scorre veloce e soddisfacente.

L’autrice fa un gran lavoro sui due protagonisti, in particolate sulla figura di Clara, una donna complessa, con un passato da scoprire. Clara, dall’aspetto fragile e indifeso, è in realtà una donna molto forte, capace di atteggiamenti inaspettati e dotata di grande intraprendenza e di un incredibile spirito di sacrificio. Sola e sprovvista di una spalla a cui appoggiarsi, saprà ribellarsi al destino e pagare a caro prezzo le sue scelte.

Luckas, il protagonista maschile nonché voce narrante del romanzo, ha anch’esso un passato difficile ma a differenza di Clara, si limiterà a subire un destino capriccioso, abbandonandosi ad un  sentimento colmo di passione per il quale si dimostra disposto a tutto.

Anna Laura è davvero brava a dare voce a Luckas, in questo romanzo che è interamente condotto con la prima persona singolare. Il risultato è un personaggio empatico nel quale sarà facile riconoscersi.

Ultimo aspetto da evidenziare è la facilità con cui l’autrice ci porta a spasso per i luoghi del romanzo. Gradevolissima l’ambientazione greca, con luoghi, suoni e profumi che toccano i sensi del lettore, trascinandolo nel cuore della storia. La dinamicità della trama si riscontra nei numerosi cambi di scena che l’autrice propone in modo sapiente e mai banale.

Insomma, una gradevole lettura e una buona prova per Anna Laura, che dona al suo romanzo una sorprendente capacità di trasformarsi pagina dopo pagina.

Il romanzo infatti ha numerosi punti di vista e offre anche tanti spunti di riflessione al lettore. Sarebbe un errore ritenere che Il casolare amaranto sia una storia che si esaurisce e si completa con la storia d’amore tra i protagonisti. In realtà, l’aspetto più pregevole del romanzo è la metamorfosi che l’amore può produrre nell’animo umano, rendendo accettabile anche il più duro sacrificio, a controbilanciare la consapevolezza di lottare o aver lottato per ciò che più conta. Aspetto che, come detto, ritrovo nel personaggio di Clara.

Bello il finale e pregevole la crescita interiore di Clara, che si conferma un personaggio di grande spessore, capace di credere fino in fondo nei suoi sogni e nell’amore che inseguirà fino in fondo anche a discapito della sua stessa vita.

Un libro “non solo rosa” che consiglio alle anime romantiche ma anche ai lettori più esigenti, quelli che credono che l’amore possa compiere ogni giorno un piccolo miracolo.

L’autrice

Anna Laura Littero nasce a Torremaggiore (FG) il 21/05/1982. Con la sua famiglia e suo marito vive a San Severo (FG) dove coltiva, in parallelo al suo lavoro aziendale, la passione per la scrittura.

“Il casolare amaranto”, suo romanzo d’esordio, segue la pubblicazione del racconto “La terra dei non ricordi” edito nella raccolta “!Puglia Quante Storie 3”.

  • Casa editrice: YouCanPrint
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 187