LA FORTUNA DI FINCH di Mazo de la Roche

Tuttavia non aveva motivo di preoccuparsi, perché con i Whiteoak non ci si annoiava mai. Tutti parlavano contemporaneamente, come un’aiuola di fiori che sbocciano nello stesso istante, all’apparire del sole.

Trama

La cara vecchia Adeline se n’è andata, ma il suo spettro aleggia ancora nelle stanze di Jalna e le sue parole riecheggiano nei corridoi della tenuta; la sua ultima beffa, poi, è ancora sulla bocca di tutti. Finch ne è ben consapevole: il ventunesimo compleanno si avvicina, e con esso il momento in cui avrà accesso al patrimonio della nonna. La questione è spinosa, e il ricordo dello sconcerto dei suoi familiari all’apertura del testamento lo tormenta. Ma gli zii e i fratelli, nel tentativo di superare il malanimo, gli organizzano una grande festa di compleanno, al termine della quale il ragazzo sorprende tutti proponendo a Ernest e Nicholas un viaggio a proprie spese in Inghilterra, la madrepatria dei Whiteoak, la terra in cui tutto ha avuto inizio, dove si annidano vecchi ricordi e storie leggendarie che rendono quei luoghi noti anche ai membri più giovani della famiglia. Dopo la traversata in transatlantico, i tre si godono un breve soggiorno a Londra, dove Finch assaggia la libertà e si approccia a nuove prospettive sul mondo. Ma è a casa della zia Augusta, nella campagna del Devon, che lo attende la vera sorpresa: la cugina Sarah, orfana cresciuta dalla zia, raffinata e amante della musica, dalla quale si sente subito attratto e per la quale ben presto dovrà misurarsi con un avversario. Nel frattempo, in Canada, il piccolo Wakefield scopre la sua vena poetica e i rapporti tra Renny e Alayne prendono una direzione inaspettata. Al loro ritorno, Finch e gli zii troveranno una famiglia molto cambiata.

Dopo Jalna e Il gioco della vita, ecco il terzo capitolo della saga bestseller di Mazo de la Roche, icona della letteratura canadese del primo Novecento, personaggio dalla vita misteriosa e protagonista di una battaglia editoriale con l’autrice di Via col vento, sua grande rivale nelle classifiche dell’epoca.

Recensione

Tornare a Jalna è sempre un’esperienza incantevole. Come ritrovare un vecchio amico di cui sentivamo la mancanza. Un amico capace di dare al mondo una piega più dolce, facendolo sembrare un posto meraviglioso in cui vivere.

In questo terzo capitolo, che racconta un anno esatto di vita dei Whiteoak, troveremo meno colpi di scena rispetto a Il gioco della vita. La cara Adeline Court, bisbetica matrona, attaccabrighe, irascibile, sensibile agli zuccheri e amante dei pappagalli è passata a miglior vita, sciogliendo ogni riserva relativamente alla designazione del suo erede universale. E il fato ha rotto una coppia per formarne un’altra, che sembrava invece destinata ad un amore impossibile. Renny, dal fascino volpino, aspro e mascolino, corona il suo sogno d’amore con Alayne, mentre Eden esce momentaneamente di scena.

Eppure, nello spazio di un solo anno, la famiglia Whiteoak subisce un profondo cambiamento.

E non  mi riferisco solamente allo spostamento di una bella fetta della storia da Jalna al sonnolento e verdeggiante Devon, bensì al turbamento dei delicati equilibri familiari provocati dalla improvvisa e inaspettata eredità di Finch e  dalla prolungata assenza dello stesso e degli anziani zii.

Il personaggio di Finch del resto è una figura piuttosto tormentata. Penultimo della stirpe dei Whiteouk, non possiede il fascino e la forza di Renny, né il tocco artistico di Eden. Lontano anni luce dal possedere le capacità e l’instancabilità di Piers e troppo cresciuto per suscitare la dolcezza del piccolo  Wakefield.

Finch è troppo grande per essere piccolo e troppo piccolo per essere grande. Studente mediocre, è perennemente dilaniato dall’incertezza tipica di chi stenta a trovare il proprio posto nel mondo. Finch non riesce in niente. Né nella musica, che pure ama molto. Né nello studio, che trascina senza energia né passione.

Ed ecco che l’improvvisa eredità giunge a confonderlo ancora di più. Corroso dal senso di colpa, inizierà a compiere scelte discutibili riguardo ai suoi denari, nell’indifferenza generale dei suoi parenti stretti, troppo orgogliosi per mostrarsi interessati alla destinazione di quelle somme. Come se non bastasse, il giovane è vittima dei primi turbamenti dell’amore, che finiscono per confonderlo ulteriormente. Finch è davvero lontanissimo dell’essere ciò che gli altri indomiti Whiteoak si aspettano da lui. La consapevolezza di costituire la bozza malfatta di un degno discendente di questa orgogliosa stirpe non potrà che esasperare l’inclinazione di Finch al fallimento. Indubbiamente la fortuna di Finch non potrà che essere, al contrario, una dolorosa condanna.

Nel frattempo a Jalna si insinuano dinamiche avverse, che minano la felicità di Renny e di Alayne.

Una felicità che pare fondarsi su una passione travolgente quanto effimera. Anche nel dispiegarsi di questi eventi,  Mazo de la Roche si conferma la geniale e finissima conoscitrice dell’animo umano, come abbiamo già avuto modo di constatare.

Sinceramente, l’uscita di scena di Adeline e la momentanea assenza dei vecchi zii Ernst e Nicholas, felicemente tornati a calpestare, probabilmente per l’ultima volta, il suolo inglese, guasta un po’ la verve della narrazione che, nel descrivere gli stati d’animi degli anziani Whiteouk-Court, le loro ossessive manie, i loro contorti pensieri, i loro battibecchi, le loro ipocondrie, trova i suoi acuti più esilaranti.

Inutile dire quanto ami i loro dialoghi, le loro piccole follie, le loro meschine abitudini e il capriccioso incedere della loro pigra esistenza, passata tra la sala da pranzo i loro salottini privati, con la mano indolente e grassoccia a grattare il pelo morbido dei loro animali da compagnia, altrettanto bizzarri e bisbetici dei loro padroni.

Jalna è proprio questo. Il racconto di una stirpe che spara le sua ultime cartucce, disarmata di fronte al nuovo che avanza, a dissipare mode e abitudini che  cesseranno di esistere alla dipartita di queste figure ingombranti e volitive. Una stirpe che appare immortale, che non si piega all’idea di dover uscire di scena, forte della sua superiorità genetica sulle nuove leve, alle quali il destino e il tempo che scorre sembra togliere qualcosa ad ogni passaggio generazionale.

Indolenza, capriccio e inconsapevole follia governano le pagine di questa saga. Una saga che ci fa sorridere e ci rende complici di questi amabili e pazzi personaggi, di fronte ai quali proviamo incontenibile affetto e voglia di accogliere e di perdonare.

A cadenze regolari occorre davvero tornare a respirare l’aria di Jalna. Un’aria ricca di ossigeno, che ci rinfranca e  induce buonumore. Jalna, con i suoi vividi personaggi, così ottimamente descritti nei più intimi particolari che ci sembra di conoscerli da sempre.

Jalna,  una casa e i suoi abitanti che non si fanno dimenticare facilmente.

E dopo che abbiamo letto l’ultima pagina, si torna immediatamente ad aspettare il seguito. A presto, amabili Whiteoak!

  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Traduzione: Sabina Terziani
  • Pagine: 456

LE MINIERE DI FALUN di E.T.A.Hoffman

Se lo spaventoso anfratto appariva terrificante alla luce del giorno, ora, che era notte, il disco della luna risplendeva e si poteva vedere la roccia deserta, la vista era raccapricciante, sembrava che una incalcolabile frotta di mostri orrendi, i terribili obbrobri dell’inferno, scavasse e rotolasse sul suolo fumante e saltasse fuori con occhi fiammeggiati, sguainando gli artigli giganteschi verso gli uomini.

Trama

Ispirato da una vicenda riportata in alcune cronache svedesi del XVII secolo, E.T.A. Hoffmann scrive il racconto Le miniere di Falun (Die Bergwerke zu Falun) nel dicembre del 1815 e lo pubblica all’interno della raccolta Die Serapions Brüder (I confratelli di Serapione, 1819-1821).

Tornato a Göteborg da un lungo viaggio, il giovane marinaio delle Indie orientali Elis Fröbom viene a sapere della morte della madre, ultima superstite della famiglia Fröbom.

Rimasto solo e abbandonato al mondo, egli decide di seguire il consiglio di un misterioso anziano minatore: abbandonare per sempre la vita di mare e dirigersi a Falun per dedicarsi al lavoro in miniera. Qui viene accolto dall’imprenditore minerario Pehrson Dahlsjö e da sua figlia Ulla.

Per Elis comincia una vita nuova, felice e serena, finché non sarà costretto ad affrontare i propri demoni, le insidie delle spettrali miniere di Falun .

Recensione

Questa tenebrosa novella consente a chi la legge di entrare in un mondo oscuro e fatato, tipico delle opere di Ernst Theodor Amadeus Hoffman, importante esponente del romanticismo tedesco, abile compositore ma anche autore di numerose opere, famose per la capacità di evocare atmosfere spettrali e fantastiche e per i personaggi, dai tratti psicologici oscuri.

Non è da meno, infatti, anche Elis Frobom, giovane marinaio che, rimasto solo al mondo, privato dagli affetti e abbandonato ai capricci della vita, finisce per essere attratto verso le miniere di Falun, luogo sordido e misterioso, voragine aperta su un mondo sommerso  che abbacina e al tempo stesso confonde il giovane.

Elis, giunto a Falun, soggiace immediatamente al fascino tenebroso degli abissi sotterranei, incalzato da una figura misteriosa e ammaliato dalle grazie dell’affascinante  quanto inafferrabile Ulla, creatura virginale e eterea.

La figura misteriosa, Torbern, si dimostrerà ben più di una guida per Elis. Sarà un personaggio cruciale, che attirerà il protagonista verso il suo destino.

Un finale tragico, che si accosta ad un mistero terrificante e un epilogo degno di una favola d’amore, a dimostrare che l’uomo tende inutilmente a ricercare il sogno nella sua realtà più dura, per ammansirla e per piegare un destino avverso. L’Uomo ha in sé più di un mistero inspiegabile, oltre che ad una propensione verso il mistico che non sempre può essere manovrata dal raziocinio.

Così Elis si immolerà alla miniera e alle sue affascinanti profondità ma sarà al tempo stesso consacrato all’amore più puro.

Una novella breve che colpisce il lettore per le atmosfere gotiche e per l’idea dell’invincibilità del nostro destino, che ci conduce dove vuole,senza che la nostra coscienza possa opporsi.

  • Casa Editrice: 13Lab Milano
  • Traduzione: Daniele Cassis
  • Genere: racconto
  • Pagine: 108

ORA CHE ERAVAMO LIBERE di Henriette Roosenborg

Trama

Sopravvivere alla guerra, alla deportazione e al carcere, scampare a una condanna a morte e ritrovare la libertà tramite un lento e accanito ritorno verso casa, restare in vita per testimoniare e non far dimenticare un’esperienza che ha coinvolto migliaia di resistenti contro la barbarie nazista: tutto questo è Ora che eravamo libere, l’intenso memoir che la giornalista olandese Henriette Roosenburg pubblicò nel 1957 e che, grazie all’immediato successo presso i lettori americani, documentò in modo diretto la Nacht und Nebel, la terribile direttiva emessa nel dicembre 1941 da Adolf Hitler volta a perseguitare, imprigionare e uccidere tutti gli attivisti politici invisi al regime nazista. Nata nel 1916 in Olanda, Henriette Roosenburg aveva appena cominciato l’università quando si unì alla resistenza antinazista. A causa della sua attività come staffetta partigiana prima e giornalista poi, nel 1944 fu catturata, imprigionata nel carcere di Waldheim in Sassonia e condannata a morte. Nel maggio dell’anno successivo, venne liberata assieme ad altre sue compagne di prigionia, iniziando un lunghissimo viaggio per tornare a casa, un’autentica odissea attraverso la Germania sprofondata nel caos di fine conflitto. In mezzo a soldati alleati che presidiano il territorio, nazisti in fuga e tedeschi diffidenti o addirittura ostili perché ancora fedeli al regime, tra innumerevoli astuzie, baratti e peripezie, le protagoniste di questa estenuante via crucis riusciranno alla fine a riabbracciare le proprie famiglie in patria.

Procedendo in modo limpido e preciso e con una lingua duttilissima ma priva di sbavature, guidata dall’urgenza dell’affermazione dei fatti accaduti, Henriette Roosenburg ci offre non solo un momento cruciale della propria personale esistenza, ma soprattutto un poderoso affresco della tragedia che ha coinvolto milioni di vite durante e immediatamente dopo la seconda guerra mondiale. Bestseller negli anni Cinquanta, ai tempi della prima uscita americana, questo potente memoir viene oggi riscoperto a livello internazionale.

Recensione

Non sono mai troppe le testimonianze di diritti calpestati. Di prigionie, di segregazioni, di privazioni.

Mai come in questo momento storico, in cui l’individualismo imperversa più o meno indisturbato, storie come questa sono necessarie a ricordarci la necessità di mantenerci umani, ossia uomini e donne dotati di un sentimento di empatia, solidarietà e compassione verso il proprio simile.

Henriette Roosenborg, giornalista olandese che subì la dura prigionia nel carcere di Waldheim , ci racconta, con i toni concisi del diario, il suo ritorno a casa dopo la liberazione della Sassonia da parte dell’esercito russo. Risparmiando al lettore il racconto della prigionia, a cui fa un breve cenno nella parte iniziale del suo romanzo, la Roosenborg ci porta con sé lungo le strade dissestate della Germania sconfitta, disseminate di povertà, diffidenza, morte. Strade battute dai soldati russi, che presidiano ogni angolo con l’aria di chi ha conquistato la terra con il sangue. Strade che conducono a fattorie ormai sterili, dove si sopravvive a stento, o attraverso paesi distrutti. E lungo quelle strade i tedeschi, scarne figure impallidite dalle privazioni di una guerra infinita, combattuta a tutti i costi, anche dopo che lo spauracchio della sconfitta  si è fatto sempre più concreto e palpabile.

Henriette ha ventinove anni, proviene da una famiglia della borghesia. E’ stata una ragazza forte e indipendente, che ha deciso di mettere in gioco la propria vita al servizio della resistenza olandese.

Quando noi la conosciamo, invece, è ormai l’ombra di ciò che è stata. Denutrita, sporca, privata di tutto ciò che era solo pochi mesi prima. Con lei i suoi compagni di sventura, esseri senza nome né sesso.

All’arrivo dei russi Henriette si ritrova libera. Una libertà che cela dietro sé un’altra ben più orribile prigionia, quella della perdita della speranza. I prigionieri sono allo sbando in balia di se stessi, spinti a rinchiudersi nuovamente nei campi profughi.

La storia di Henriette e dei suoi compagni di viaggio tuttavia ci dimostra che la forza dell’uomo è inesauribile. Anche nella disperazione più profonda, questa forza ci spinge a sopravvivere. A fugare ogni nostra paura, ogni nostra viltà. A mettersi in gioco, a sfidare un nemico più forte e enormemente spaventoso che può, con un semplice schiocco di dita, decidere della nostra vita.

Così Henriette e i suoi compagni si metteranno in viaggio verso casa. Senza contare la debolezza derivante dalla malnutrizione e i pericoli che fanno capolino ovunque. Senza pensare al domani, ma solo all’oggi. A placare la fame, a sopportare le vesciche ai piedi, a ripararsi dalla pioggia. Ad aguzzare l’ingegno per eludere i rischi di un viaggio a piedi lungo le terre occupate.

Henriette e gli altri andranno avanti fino alla meta. Niente potrà fermarli. Il loro è un destino vincente. Loro sono uomini e donne che non sono destinati a morire.

Al contrario, dovranno confrontarsi con l’istinto di sopravvivenza, il più potente degli istinti umani e con la consapevolezza che tra le file nemiche potranno trovare un sorriso appena accennato, una mano tesa e una crosta di pane secco. Segni che inducono la protagonista a mettere in discussione l’assunto che in ogni tedesco si nasconda un nemico implacabile e cinico.

Pur nella miseria più disumana e dilagante, c’è sempre la possibilità di imbattersi in un raggio di sole.

Segno che l’umanità non è segnata a morte. Segno che c’è ancora speranza che l’uomo  serbi nel profondo un briciolo di cuore. Un diario intimo e doloroso che non assume mai, tuttavia, i toni esasperati e striduli della denuncia. La Roosenborg si limita a scrivere una cronaca, in cui solo a sprazzi si lascia andare a libere considerazioni sulla sua esperienza e sulla sua condizione. L’autrice si guarda vivere dall’alto e ci lascia una disarmante testimonianza sulla forza della vita. Che non  va dimenticata, mai.

L’autrice

Quando scoppiò la seconda guerra mondiale, Henriette Roosenborg era studentessa di Lettere. Audace e avventurosa, prese subito parte alla resistenza olandese: lavorava per la stampa clandestina e aiutava le persone ad attraversare il confine. All’inizio del 1944 fu catturata dai nazisti e condannata a morte per ben tre volte. Emigrata in America dopo il conflitto, morì nel 1972 a New York dopo un’appassionata carriera giornalistica che la vide diventare una delle firme di maggior prestigio del «Time».

  • Casa Editrice: Fazi editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: autobiografico
  • Pagine: 455

LA REPUBBLICA DI SABBIOLINO … DDR MA NON TROPPO di Francesco P. Cristino

Trama

Con la caduta del Muro di Berlino tutti i simboli della Repubblica Democratica Tedesca sono crollati uno ad uno, lasciando spazio a prodotti e stili di vita occidentali. Con una sola eccezione: Unser Sandmännchen (‘il nostro Sabbiolino’) era una trasmissione per bambini che andava in onda la sera sulla tv di Stato della Ddr e il cui protagonista aveva il compito di accompagnare i giovani telespettatori tra le braccia di Morfeo, spargendo su di loro la sua sabbia magica. Come tutti i prodotti della propaganda, anche Sabbiolino era pensato per far crescere le nuove generazioni nel mito del socialismo. Nonostante questo è riuscito a vincere la corrente contraria che, dopo la Wende, ha visto una progressiva occidentalizzazione della parte est della Germania, approdando al di là del Muro. Anzi, ad oggi, può essere considerato uno dei simboli più fulgidi della cosiddetta Ostalgie, ossia la nostalgia per alcuni aspetti di quella drammatica vicenda che fu la Ddr, depauperati ormai di ogni valenza politica e vissuti come simulacri di un’infanzia mitica e lontana. Narrare un periodo così delicato della Storia attraverso il personaggio di Sabbiolino fornisce quindi una chiave di lettura valida ed inedita, per raccontare con delicatezza il brusco passaggio di un’intera generazione all’età adulta.

Recensione

Questo grazioso libro di Cristino, che a prima vista può passare per un romanzo dell’infanzia, è invece una lucida ed approfondita analisi della ormai sepolta DDR, alias Repubblica Democratica Tedesca, baluardo dell’era comunista nell’Europa del dopoguerra.

Non lasciatevi ingannare dalla copertina, che raffigura un buffo ometto con un cappello a punta e un pizzetto bianco accanto ad una traballante automobile di altri tempi. Non si tratta di un pupazzo qualsiasi, ma di un ambasciatore di tutto rispetto, l’unico capace di operare una migrazione al contrario dopo la caduta del Muro di Berlino. L’unico simbolo che dall’Est totalitario e oscurantista sbarcò nell’Ovest opulento e libero, mentre era in atto il terribile stillicidio di persone che dopo la caduta del Muro si riversarono fuori dai confini asfissianti della Germania Est.

Sabbiolino fu un prodotto della Germania comunista. Nato come protagonista di un programma per bambini, alla sera li preparava ad un sonno sereno e pieno di sogni, grazie alla sua polverina magica che, messa sugli occhi di ogni bambino, lo avrebbe indotto al sonno. Il buffo ometto era in realtà uno strumento della propaganda comunista, che pretendeva un controllo assoluto sulle menti vergini dei bambini della DDR, quelli che domani sarebbero divenuti coscienziosi e consapevoli cittadini della Germania socialista. La sabbia magica, in realtà non doveva addormentare solo i bambini ma un popolo intero, ottenebrato da un regime totalitario e annientante.

Pur legato a doppio filo a questo suo ruolo, Sabbiolino seppe interpretarlo fin da subito con grande capacità di personalizzazione, coadiuvato da una canzoncina orecchiabile e dal fascino che esercitava sui fanciulli dell’Est grazie all’impressionante parco macchine di cui disponeva. Sabbiolino ogni sera alle 19 compariva in TV su un mezzo diverso: avveniristiche auto, elicotteri e altri marchingegni volanti, barche, moto. Persino su razzi spaziali, all’epoca in cui la Russia duellava con gli Stati Uniti per il primato spaziale.

Il caro pupazzetto, che nell’aspetto fondeva la saggezza di un vecchietto e l’aspetto ingenuo e fresco di un bambino, viveva mille avventure e era protagonista di strabilianti viaggi in tutto il mondo, con una casuale predilezione per i paesi dell’orbita comunista. Sabbiolino viaggiava così come i suoi spettatori, grandi e piccoli, erano invece prigionieri del regime e della Stasi. I vertici politici del tempo avevano già capito che pur non potendo viaggiare, i piccoli seguaci di Sabbiolino poteva sfogare la loro voglia di evasione semplicemente vivendo a distanza le avventure del pupazzo.

E mentre la fama di Sabbiolino prolificava in germania Est, i televisori dei piccoli tedeschi dell’Ovest iniziavano inesorabilmente la ricerca del segnale che proveniva dal Muro. Invano le TV occidentali provarono ad acquistarne i diritti.  Sabbiolino era un preziosissimo mezzo di idealizzazione della DDR, fondata sulla solidarietà sociale e su un millantato successo industriale.

Sabbiolino rimase un prodotto dell’Est fino a quel fatidico 9 novembre 1989, quando, improvvisamente, il Muro crollò. Sabbiolino divenne così l’omino del sonno della Germania unita, unico baluardo di una Germania che cessò immediatamente di esistere. Simbolo, molto più tardi, della “ostalgie”, la struggente nostalgia di chi aveva vissuto lo shock derivante dal repentino sradicamento dalle proprie origini.

Sabbiolino, il perequatore delle due Germanie, che, così distanti l’una dall’altra per leggi, storia, economia, diritti individuali e per ogni altra cosa sotto il cielo, divenne l’unico prodotto che resistette alla caduta del Muro. Quasi a voler dire che l’infanzia è davvero  una sorta di lente multicolore, che livella tutto e tutti con il suo sano senso di estraneità.

Attraverso le gesta di questo strabiliante omino del sonno, Cristino racconta con enorme chiarezza e incredibile dimestichezza narrativa un evento cruciale per il Novecento quale il crollo dell’Impero Sovietico e la seguente divisione della Germania in due blocchi, divisa da un muro che venne raffigurato come necessario per contenere una società giusta dalla quale trarre ispirazione.

Gli anni della Guerra Fredda, le rocambolesche fughe da Berlino Est, la repressione del regime totalitario, il grigiore della dittatura, con la sua propaganda e i suoi frusti simboli, uno su tutto la Trabant, il sogno a quattro ruote dei tedeschi dell’Est.

Per finire poi a quale fatidico 9 novembre del 1989, quando i picconi si abbatterono sul cemento armato che divideva il bello dal brutto, il giusto dall’errato, il bianco dal nero, senza che fosse ancora chiaro da quale delle due parti puntasse l’ago della bilancia.

E tra vincitori e vinti, ecco che Sabbiolino non perde un etto del suo fascino. Sabbiolino rimane in piedi, unico vero unificatore dell’infanzia tedesca.

Un’opera piacevolmente centrata sulla verità storica, magnificamente costruita e portatrice di un diverso quanto curioso e interessante punto di vista sulla storia del secondo dopoguerra.

L’autore

Francesco Pietro Cristino è giornalista, vice-caporedattore della redazione Interni del Tg1. È stato collaboratore dell’emittente radiofonica multilingue Funkhaus Europa del servizio pubblico tedesco ArdWdr. Vincitore per due volte del Premio Campione dell’Ordine dei Giornalisti della Puglia, è autore del documentario tv Good bye Vietnam – L’Italia e l’avventura dimenticata dei boat people.

  • Casa Editrice: Gruppo Albatros Il Filo
  • Genere: saggio storico
  • pagine: 184

IL GIORNO DEL GIUDIZIO di Alessandro Scorsone

“E vidi, quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, che vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come un sacco di crine, la luna diventò simile al sangue, le stelle del cielo caddero sopra la terra come quando un fico scosso dalla bufera lascia cadere i fichi acerbi. Il cielo si ritirò, come una pergamena che si arrotola, e tutti i monti e le isole furono smossi da loro luogo. Allora i re della terra, i grandi, i capitani, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti” Apocalisse 6, 12-15

Trama

La poliziotta Erika Cristiani, un serial killer e un’indagine in corso. Un “caso” come un altro confinato in un dossier. Ma, al di sotto della superficie, nelle profondità della storia, si articolano dinamiche sconosciute ai più. Pochi, gli eletti, sono a conoscenza di un evento che si abbatterà sull’umanità: il Giudizio Universale. Come sventare l’inevitabile? Il dossier della dottoressa Cristiani è la chiave di volta. Svelerà gli arcani segreti che si celano dietro le porte del Potere. Oscuri presagi sono ascoltati attraverso i canali della radio, la Voce di un Giustiziere parla con chiarezza: punirà coloro che hanno commesso peccato. Esiste una via per la salvezza?

Recensione

Immaginate che la vostra vita, le vostre scelte, le vostre azioni siano giudicate da un tribunale in cui non vi siano difensori, né appelli. Che i vostri segreti, il vostro passato, ciò che è inconfessabile e sepolto nell’angolo più nascosto della vostra coscienza venga allo scoperto.

E che vi sia, in alto, incombente su di voi, un Giudice implacabile assettato di vendetta, il cui scopo sia solo quello di punirvi per i vostri sbagli.

Immaginate di vedere morte e distruzione imperversare per mano di questo Giudice, che tutto può e tutto vede.

Ecco, questo è ciò che accade nelle prime pagine di questo corposo romanzo, che non usa cautele, né filtri nel gettare il lettore nello scompiglio più terribile che si possa immaginare.

E lo scompiglio non è che l’inizio di un incubo ben più grande, che apre scenari assai più spaventosi.

In un quadro generale così disarmante è sicuramente difficile mantenere un pensiero razionale, senza soccombere al terrore. Eppure la protagonista Erika Cristiani, non si lascerà intimidire.

Bionda ed esile come una bambola, Erika nasconde una forza inusitata e una enorme sete di conoscenza.

Erika è una giovane donna che ha investito molto nella sua carriera e già è riuscita a raccoglierne i frutti, poiché è vicequestore aggiunto. Il marito non è da meno: Gerry è uno scienziato, idealista e convinto di poter asservire la scienza al benessere delle persone e alla loro sicurezza. Da anni è impegnato in un progetto in cui ha investito tutto se stesso, mettendo in gioco persino la felicità del suo matrimonio.

Poi, improvvisamente, tutto cambia. La Nasa pare interessata al progetto di Gerry, che desidera impiegare per difendere la Terra da una minaccia spaventosa. Il progetto porta la coppia in America, dove apprenderà la più terribile verità che un uomo può sopportare.

Di fronte allo spauracchio di una fine certa tutti i peggiori istinti verranno a galla. In un mondo che sembra avviarsi verso la distruzione e che è preda dei deliri di chi desidera solo epurare la razza umana dal Male che imperversa da sempre, la Ragione dovrà farsi forza per emergere e per trovare una soluzione.

Sarà una lotta contro il tempo e contro il pregiudizio. Una lotta che scoperchierà dei vasi al cui interno è racchiusa tutta la cupidigia, la sete di potere e la meschinità dell’Uomo.

“Il giorno del giudizio” è un romanzo al quale è difficile attaccare una sola etichetta. Non basta definirlo un thriller. Ed è riduttivo pensare che sia solo un romanzo fantasy. Vi ho trovato tratti tipici del romanzo distopico, oltre che molte caratteristiche di un romanzo di attualità, poiché racchiude in sé molteplici temi che riguardano argomenti caldi, di cui è sempre necessario parlare.

Quest’opera ha dentro sé un mondo intero. La sua inesauribile bellezza offuscata tuttavia dalla meschinità dei suoi abitanti. La sua storia e il suo declino. L’apice della civiltà e della Bellezza e l’inesorabile discesa negli inferi causata dal Male. Quel Male che risale alla notte dei tempi, connaturato con l’Uomo e con la sua sete di conoscenza. Un sapere che è al tempo stesso motivo di orgoglio per l’Uomo e causa della sua caduta.

“Il giorno del giudizio” è una miscela esplosiva di Fede e di Scienza. Entrambe armate, l’una contro l’altra, a definire un limite invisibile. Duellanti impavide in una lotta atavica che non prevede né vincitori né vinti.

La Fede con i suoi dogmi che spinge il Giustiziere a seminare morte e vendetta. La Scienza, superba figlia dell’Uomo, che pretende di trovare una soluzione razionale ad ogni male.

Molteplici anche i temi trattati, che pongono l’opera al centro delle dinamiche storiche e sociali del nostro tempo. Politica, finanza, sfruttamento delle risorse, il tutto confezionato in un quadro coerente e attuale.

Alessandro Scorsone, sorprendentemente al suo primo romanzo, si dimostra maestro nel combinare tutti questi elementi. E il risultato è un sorprendente affresco della nostra società racchiusa in un disegno che seppure intinto in uno scenario fantastico e fantascientifico, non perde quasi mai la sua verosimiglianza.

Gli elementi fantastici non sovrastano mai la realtà per come la conosciamo, eccetto che per alcuni passaggi in cui la fantasia e la creatività dell’autore prendono il sopravvento. Ma immediatamente dopo torniamo con i piedi per terra, insieme ad Erika e alla sua sete di giustizia.

Ciò che il lettore coglierà nelle ultime pagine del romanzo tuttavia riporterà i riflettori della storia sull’Uomo. L’Uomo, con la sua volontà e i suoi più intimi desideri, riconducibili, in ultima istanza, al desiderio insopprimibile di essere amati per ciò che siamo.

Un desiderio e un’urgenza che si mostreranno capaci di smuovere qualsiasi cosa. Un desiderio e un’urgenza che saranno in fondo l’unico motore della Storia con la maiuscola ma anche e soprattutto della narrazione.

Degna di nota l’ambientazione del romanzo, che si muove tra Roma e gli Stati Uniti. Con un linguaggio degno dei grandi thriller, Scorsone si destreggia egregiamente negli ambienti elitari del nostro pianeta. I dialoghi realistici, la caratterizzazione dei personaggi, l’intera costruzione narrativa sono senza evidenti pecche. Una costruzione nel complesso coerente, che si avvale tuttavia di alcuni espedienti decisamente fantasiosi, che sebbene possano essere un po’ forzati, è necessario accettare per dare coerenza alla storia. Una storia che, come detto, assume, in più punti, sfumature che virano al fantasy.

La prosa è accurata e la lettura accattivante e scorrevole. Scorsone non si dimentica di scendere nell’intimo dei suoi personaggi, lasciando che il lettore vi si avvicini, senza quella avarizia di dettagli che a volte si riscontra nei thriller e nei fantasy, generi che si prestano a privilegiare l’azione allo studio psicologico dei personaggi.

Il personaggio di Erika, la protagonista, è accuratamente descritto e caratterizzato. Scorsone scende in profondità, segno che fa presagire l’intento di riutilizzarlo per un proseguo del romanzo, eventualità che anche il finale lascerebbe subodorare.

Un finale che riporta in lettore in una dimensione terrena a ricordarci che una sola mancanza, un solo doloroso ricordo può essere una terribile cassa di risonanza che porta il Male a imperversare.

Tutto, insomma, ci riporta all’Uomo, come singolo. All’Uomo, ai sui desideri e alle sue mire più intime.

Ed è in questo dettaglio che “Il giorno del giudizio” torna ad essere un thriller e a dismettere i panni del romanzo fantasy. I desideri possiedono una forza inusitata e non disdegnano di servirsi del Male per potersi realizzare. E la realtà spesso supera di gran lunga anche la più cruda fantasia.

L’autore

Alessandro Scorsone, scrittore trentasettenne, nato a Palermo, dopo aver perseguito studi classici si è laureato in Psicologia all’Università degli Studi di Palermo e attualmente opera come libero professionista nel settore giudiziario. Sin da piccolo ha coltivato la passione per la scrittura, in brevi pubblicazioni scolastiche di tipo fiabesco e saggistico. Influenzato dal genere thriller di tipo psicologico, dalla semiotica e dalla ricerca costante di nuove tecniche e soluzioni letterarie, produce tre versioni diverse del suo primo romanzo poi intitolato “Il Giorno del Giudizio”.

  • Casa Editrice: 2000diciassette Ediziono
  • Genere: thriller
  • Pagine: 426
  • Grafica: Luca Scorsone

POTENZA E BELLEZZA di Elido Fazi

“Se questo fosse vero, e cioè che il paradigma per valutare la felicità degli Stati è la Bellezza e non la Potenza, probabilmente non esisterebbe un popolo più felice di quello degli Italiani”.

Trama

In un’afosa giornata di luglio del 1796, a Bologna, due uomini s’incontrano per combinare un matrimonio. Il primo è Costantino, un inquieto agricoltore del Piceno, che oltre a essere sensale di nozze produce fucili e sciabole. Il secondo è Monaldo, giovane conte di Recanati, mite e ben educato, che aspira solo a metter su famiglia e a coltivare i suoi studi. Intanto la città è in fermento per l’arrivo di un certo Bonaparte, il “generalino francese” che a soli 26 anni ha già sconfitto i Piemontesi e gli Austriaci. L’Italia è fragile e divisa, e dietro alla bandiera della “Libertà” si cela il desiderio di conquista dell’ennesimo invasore straniero. Quanto tempo passerà prima che i Francesi arrivino anche nelle Marche? E chi difenderà il papa? Costantino è pronto a imbracciare le armi e già si prepara ad arruolare un piccolo esercito di insorgenti tra i montanari delle sue terre. Monaldo invece è più cauto: da poco è entrato a far parte del Consiglio Comunale di Recanati e il suo primo desiderio è quello di salvaguardare la sua famiglia e la sua città. Ma la Storia travolge tutto e tutti. Mentre la guerra infuria in Europa, sconvolgendone l’assetto politico, la quiete delle Marche è scossa insieme agli animi dei suoi abitanti. Tra questi anche i figli di Costantino e Monaldo, che condividono lo stesso nome di battesimo. Il primo Giacomo, ardimentoso come il padre, ne seguirà le orme entrando nella resistenza, mentre il secondo, geniale fin dall’infanzia, è destinato a lasciare il segno nella letteratura italiana e nel pensiero politico del suo tempo…

In Potenza e Bellezza, Elido Fazi racconta due storie parallele. Da un lato, seguendo la parabola di Napoleone e rivelando l’uomo nascosto all’ombra dell’imperatore, denuncia con lucidità e minuzia la follia del potere, che non può mai saziarsi perché si nutre solo di se stesso. Dall’altro, attraverso un ritratto intimo e appassionato delle Marche e della sua gente, evoca la gioia e la pienezza che riceviamo in dono dalla natura, dalla poesia, dall’arte, e che dovremmo custodire come il nostro tesoro più prezioso. Perché, come scrive Giacomo Leopardi a soli 17 anni, nell’Orazione per la Liberazione del Piceno, «Se questo fosse vero, e cioè che il paradigma per valutare la felicità degli Stati è la Bellezza e non la Potenza, probabilmente non esisterebbe al mondo un popolo più felice di quello degli Italiani».

Recensione

Non è frequente leggere un romanzo storico tanto accurato quanto  “Potenza e bellezza” di Elido Fazi.

Tanto che ho spesso la netta sensazione che chiamarlo “romanzo” sia profondamente riduttivo. Perché, ad essere sinceri, vi è davvero poco dell’elemento narrativo in questa opera, se paragonato alla mole ragguardevole di nozioni storiche vi che troviamo.

Elido Fazi, coadiuvato da una penna particolarmente ispirata e profondamente erudita, offre al suo lettore un quadro preciso della nostra penisola negli ultimissimi anni del secolo XVIII quando un giovane generale, una sorta di parvenu, stravolge gli equilibri politici dell’intera Europa.

Non è nobile, non è particolarmente bello, non vanta antenati importanti. E soprattutto è di nazionalità francese per un puro caso, dato che la Corsica, che gli ha dato i natali 26 anni prima, è da poco stata annessa alla Francia, nazione della quale a stento egli  padroneggia il linguaggio.

Napoleone Bonaparte ha una storia che affascina chiunque si affacci a conoscerla.

Assetato di potere, asservito alla guerra, soggiogato dai fremiti della battaglia. Insensibile alle sorti del suo nemico, paranoico verso chi lo ostacola, una macchina distruttiva che stritola nei suoi potenti ingranaggi chiunque vi si avvicini.

“Potenza e bellezza” celebra l’intera sua esistenza, dalla sua gloriosa ascesa fino agli abissi della sua caduta.

Un ritratto inedito e impietoso di un uomo che ha dato tutto se stesso alla sete di conquista.

Una sete che non si placa facilmente, che si nutre del sangue del nemico. Sangue, che più se ne beve, più si brama.

In quegli anni l’Europa è abbacinata dagli ideali della Rivoluzione Francese. La libertà è un miraggio per l’intera penisola, divisa tra tanti padroni, priva di una identità nazionale. Napoleone giunge in Italia come un liberatore. Dispensatore di quella libertà di cui in molti, forse troppi, si riempiono la bocca.

Purtroppo, appare quasi subito evidente che non c’è libertà, ma solo la sostituzione di un nuovo padrone con il vecchio. I francesi in realtà portano morte, violenza, mentre razziano con inusitata cupidigia ogni opera d’arte in cui si imbattono. L’Italia è depredata di tutte le sue bellezze artistiche, che prendono il largo verso la Francia. Persino il Papa sente su di sé la minaccia che deriva dalle scorribande dei francesi,  il cui furore sembra impossibile da frenare.

L’autore si focalizza sulla vicenda storica delle Marche, regione che all’epoca appartiene allo Stato della Chiesa.

In quella terra verdeggiante, dove la campagna declina dolcemente verso l’Adriatico, nessuno è disposto ad accettare il dominio del nuovo padrone. Mentre Costantino, abile artigiano costruttore di spade e di coltelli, organizza una sorta di resistenza popolare, Monaldo, giovane conte che rifugge la violenza e che esita a prendere una posizione precisa per timore di perdere i suoi privilegi, costruisce una fortezza intorno alla sua famiglia, in seno alla quale cresce, sognante e curioso, il piccolo Giacomo Leopardi, che fin dalla tenera età appare destinato a grandi cose.

Costantino e Monaldo interpretano gli opposti di un modello che racchiude in sé l’animo italico. Impavido, assetato di libertà, disposto alla morte pur di difendere la sua terra.

I loro destini sono entrambi stravolti dalla Storia, in modo indelebile.

Costantino, Monaldo e i rispettivi figli rappresentato lo strenuo baluardo della Bellezza, quella musa che ispira da sempre il popolo italiano. Che lambisce ogni ferita, curandola dalla febbre. Che fa sopportare qualsiasi angheria. Perché la Bellezza tutto può. Consolare, curare, guarire. La Bellezza rende la vita degna di essere vissuta ed eleva l’anima verso il Paradiso.

La Bellezza può addirittura neutralizzare i graffi che l’esercizio del potere perpetra sugli animi, incattivendoli e rendendo cieco chi impugna la spada verso il debole.

Nell’afrore delle vicende storiche di quegli anni, in cui la Potenza imperversa seminando morte e distruzione,  e si nutre della sua stessa carne e del suo stesso sangue, altra cura non c’è se non quella che deriva dal perseguire l’ideale della Verità e della Bellezza.

Verità e Bellezza salveranno l’uomo dalle sue miserie. Questo è ciò che il giovane Giacomo crede fortemente.

Noi, oggi, possiamo forse tirare le somme e stabilire il vincitore e il vinto. Se la Potenza, con le sue crudeli necessità, o la Bellezza, con i suoi balsami lenitivi, a sollevare la nostra anima dalla schiavitù del corpo.

Giacomo probabilmente non lo saprà mai. Mi piace pensare che egli abbia puntato la posta più alta sulla Bellezza, che ha perseguito e celebrato meravigliosamente con i suoi versi immortali, vincendo di gran lunga la sua personale battaglia. E che la sua penna, mai stanca, sia stata la cura più efficace. Una penna che continua a vivere e a dispensare Bellezza in chi la legge.

“Potenza e bellezza” è un romanzo che da solo cura le ferite inferte alla nostra identità nazionale, oggi più che mai bistrattata e asservita a mille prepotenti padroni. Una lettura che si rivelerà illuminante e portatrice di coraggio e di un sentimento che assomiglia fortemente all’orgoglio. Un rullio di tamburi che pian piano diventerà più forte ed imperioso, a ricordarci di quanto l’italica fierezza sia stata in passato impavida e indistruttibile. Un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui il popolo si batteva con ogni arma a disposizione per la sua libertà.

Un tempo in cui l’Italia era solo un embrione. Un’idea, un sogno, nella testa e nel cuore dei suoi abitanti.

Di romanzi così trovo ce ne sia un gran bisogno. Grazie a letture così si può davvero essere grati di poterci definire gente d’Italia.

L’autore

Elido Fazi si laurea in Economia e Commercio presso l’Università La Sapienza”di Roma e nel 1977 consegue un Master in Economia presso l’Università di Manchester. Nel 1979, dopo due anni presso la Ford of Europe di Londra, entra alla Business International Corporation, per la quale dall’86 dirige la sede italiana. Nel 1989 viene nominato Vice Presidente di Business International/The Economist Intelligence Unit, con responsabilità per i paesi mediterranei. Nel 1993 fonda Business International, società a capitale italiano che gestisce il marchio Business International di proprietà dell’Economist Group con un accordo di licensing. Nel 1994 fonda la casa editrice, Fazi Editore. Ha tradotto e pubblicato il poema in versi La caduta di Iperione (1995), e ha scritto due romanzi ispirati alla vita di John Keats, L’amore della luna (2005) e Bright Star (2010). Con Paolo C. Conti, ha pubblicato il pamphlet Euroil. La borsa iraniana del petrolio e il declino dell’impero americano (2007). Di grande successo fu la collana One Euro, in cui pubblicò La terza guerra mondiale? La verità sulle banche, Monti e l’Euro (2012) e La terza guerra mondiale? libro secondo – Chi comanda, Obama o Wall Street? (2012). Con Gianni Pittella (vice presidente del Parlamento Europeo) ha pubblicato Breve storia del futuro degli Stati Uniti d’Europa (2013).

  • Casa Editrice: Fazi Editore
  • Collana: Le Strade
  • Genere: romanzo storico
  • Pagine: 453


UNA STORIA STRAORDINARIA di Diego Galdino


Il profumo è come la voce dei cantanti, tipo quando ascolti una canzone alla radio che non avevi mai sentito prima e non hai nessun dubbio su chi sia a cantarla… (…)
Il profumo è importante, devi sceglierlo bene… Perché servirà a ricordare che tu esisti, che sei esistito, ti renderà indimenticabile… Senza bisogno di fare niente.

Trama

Luca e Silvia sono due ragazzi come tanti che vivono vite normali, apparentemente distanti. Eppure ogni giorno si sfiorano, si ascoltano, si vedono. I sensi percepiscono la presenza dell’altro senza riconoscersi, fino a quando qualcosa interrompe il flusso costante della vita: Luca perde la vista e Silvia viene aggredita in un parcheggio. La loro vita, sconvolta, li porta a chiudersi in un’altra realtà e il destino sembra dimenticarsi di loro. Tuttavia, due anni dopo, la loro grande passione, il cinema, li fa incontrare per la prima volta e Luca e Silvia finiscono seduti uno accanto all’altra alla prima di un film d’amore. I due protagonisti, feriti dalle vicissitudini degli eventi passati, si ritrovano, così, loro malgrado, a vivere una storia fuori dall’ordinario. Ma l’amore può essere tanto potente da superare i confini dei nostri limiti e delle nostre paure? E il destino, quando trova due anime gemelle, riesce a farle rialzare e camminare insieme?

Un’intensa e romantica storia d’amore attraverso i cinque sensi, il cinema e una Roma piena di fascino e magia che rendono questa storia straordinaria.

Recensione

Tutto ciò che gira intorno a Diego Galdino è per me fonte di grande curiosità.

E’ inusuale che un barista diventi anche scrittore di successo? O forse, invece, è una sorta di destino? Quello di chi è nato e cresciuto dietro al bancone di un bar, indubbiamente luogo catalizzatore di mille storie e baricentro degli istanti di vita di moltissime persone. Probabilmente scrivere libri è il naturale prolungamento dell’esistenza di chi, da sempre, serve un caffè veloce a chiunque si affacci davanti al suo bancone. Un caffè che spesso produce uno scambio di battute, una confidenza, una confessione. Il barista in fondo è una sorta di amico a cui si può confidare tutto, perché è un estraneo che indossa, almeno per una manciata di istanti, le vesti di un amico capace di comprendere qualsiasi cosa.

Un barista conosce, per forza, un milione di storie. Un barista ha l’occhio lungo e l’orecchio sensibile, entrambi  allenati da anni di caffè che sono, spesso,  balsami per l’anima.

Ed ecco che il barista Diego Gandino diventa scrittore. Scrive quasi per gioco. E le sue storie piacciono. Perché sono storie semplici, fatte di occasioni, coincidenze, sentimenti. Storie che, mi piace pensare, nascono dagli sguardi e dai gesti dei suoi avventori, inconsapevoli muse ispiratrici per il barista scrittore, che è come carta assorbente quando si tratta di estrapolare vite vissute da un semplice sorseggiare di caffè. E sono storie che nascono e vivono a Roma, la città eterna, che per Diego è una mamma indulgente e piena di sorprese.

In questi suo ultimo lavoro, Diego inserisce tutte le sue carte vincenti. Un amore che scocca tra due anime simili poiché ferite. Un sentimento potente capace di rivoluzionare una vita intera. Un amore che è in grado di restituire la speranza di una felicità che sembrava perduta per sempre. Una storia che sboccia a Roma e che dalla città eterna trae tutta la sua magia. Un amore che si palesa attraverso i sensi, sensi che costituiscono la spina dorsale del romanzo, attraverso una costruzione coerente e di grande effetto scenico.

“Una storia straordinaria” è anche un tributo ai grandi film d’amore della nostra epoca, i cui personaggi e le cui storie si affacciano al lettore, in un mosaico di rimandi alle scene più toccanti. Attimi indimenticabili che non lasceranno indifferenti i cultori della settima arte.

Insomma, “Una storia straordinaria” incarna alla perfezione quello che promette nel suo titolo.

Il  romanzo, scritto con una prosa scorrevole e coinvolgente, è un’isola di serenità e di dolce evasione. Una lettura che infonde speranza e convince  anche i cuori più aridi dell’innegabile potere dell’amore e della bellezza di amare e  essere amati.

Un romanzo che si legge in un soffio, dalle cui pagine fa capolino, curiosamente, anche il suo autore, citato proprio dai protagonisti, che ad un certo punto esprimono il desiderio di andare a prendere un caffè da “quel barista di Roma che fa lo scrittore”. Espediente che ho apprezzato e che mi ha fatto sorridere.

Avevo dunque ragione nel dire che la storia di questo autore e delle sue storie risveglia grande curiosità?

Credo proprio di si! A me è venuta subito voglia di leggere anche gli altri romanzi di Diego Galdino. Uno scrittore da scoprire. Magari mentre sorseggiamo il suo caffè.

L’autore

Diego Galdino (classe 1971) vive a Roma, e ogni mattina si alza mentre la città ancora dorme per aprire il suo bar dove tutti i giorni saluta i clienti con i caffè più fantasiosi della città. Definito da Il Messaggero il Cinderella Man della letteratura, è un autore di successo internazionale, tradotto nei Paesi di lingua tedesca, spagnola e in Polonia, Bulgaria e Serbia. Ha esordito con il romanzo Il primo caffè del mattino, di cui sono stati venduti anche i diritti cinematografici in Germania, Mi arrivi come da un sogno, Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi, Ti vedo per la prima volta, L’ultimo caffè della sera, sono tutti pubblicati con Sperling&Kupfer, mentre Bosco bianco è stato autopubblicato per una scelta di cuore. Con Una storia straordinaria fa il suo ingresso nel catalogo Leggereditore.

  • Casa Editrice: Leggereditore
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 216