RAGAZZA, DONNA, ALTRO di Bernardine Evaristo



Io non sono una vittima, non trattarmi mai come una vittima, mia madre non mi ha cresciuta per farmi diventare una vittima.

Trama

È una grande serata per Amma: un suo spettacolo va in scena per la prima volta al National Theatre di Londra, luogo prestigioso da cui una regista nera e militante come lei è sempre stata esclusa. Nel pubblico ci sono la figlia Yazz, studentessa universitaria armata di un’orgogliosa chioma afro e di una potente ambizione, e la vecchia amica Shirley, il cui noioso bon ton non basta a scalfire l’affetto che le lega da decenni; manca Dominique, con cui Ammaha condi­vi­so l’epoca della gavetta nei circuiti alternativi e che un amore cieco ha trascinato oltre­oceano…

Dalle storie (sentimentali, sessuali, familiari, professionali) di queste donne nasce un romanzo corale con dodici protagoniste: etero e gay, nere e di sangue misto, giovani e anziane; impiegate nella finanza o in un’impresa di pulizie, artiste o insegnanti, matriarche di campagna o attiviste transgender. Cucite insieme come in un arazzo, le loro vite (e quelle degli uomini che le attraversano) formano un romanzo anticonvenzionale e appassionante che rilegge un secolo di storia inglese da una prospettiva inedita e necessaria.

Recensione

Ragazza, donna, altro è un libro che non si dimentica.

Particolare, nella forma e nella sostanza. Un librone, che si presenta al lettore infrangendo una delle regola imprescindibili della punteggiatura: non vi sono punti alla fine delle frasi. Solo un rientro più marcato a sinistra del testo che inizialmente è piuttosto destabilizzante.

La sostanza, invece, è tutta un’altra storia. Di sostanza in “Ragazza, donna, altro” ce n’è da vendere. Un libro, denso, vischioso, pesante, affollato. Un libro pieno di storie e di Storia, che a tratti sorprende e a tratti fa ammutolire per la semplicità con cui presenta al mondo intero la sottile e cruda questione del colore della pelle. Un colore che vira tra il bianco e il nero e che all’interno racchiude una moltitudine di sfumature che sono infinite, quasi indistinguibili ma che hanno dettato e dettano ancora una sorta di graduatoria di gradimento per chi queste sfumature le porta addosso. Un romanzo in cui si parla di razze e di razzismo senza ipocrisia, senza veli e senza vergogna.

Il romanzo ha una struttura quasi geometrica. Quattro parti, ognuna delle quali dedicata a tre donne. Una quinta parte che racchiude l’epilogo, l’apoteosi di come il caso possa far accadere l’impossibile.  Una lezione su come tutto nella vita abbia un senso e sulla circolarità della vita, che spesso ci riporta all’inizio del percorso, con una danza ipnotica e insopprimibile. Dodici donne le cui vite non si possono semplicemente racchiudere in una definizione di genere. Non sono solo donne o ragazze, ma anche altro. E in questo avverbio c’è il mondo intero, senza esclusioni, in una definizione che lascia spazio ad una interpretazione del tutto personale. Un romanzo, quindi, che vuole comprendere il tutto. Tutto quello che il lettore desidera ricomprendervi. Senza limiti o preclusioni.

Impossibile non assorbire le storie di queste dodici donne, che catturano e sorprendono.

Storie semplici, illuminanti e dolorose al tempo stesso. Storie di scoperte, rivincite, cambiamenti, emancipazione, volontà, sopruso, violenza, riscatto. Storie che ti entrano sotto pelle, nelle quali rivedersi senza tuttavia riuscirci a pieno. Chi non ha nelle sue cellule il grido di dolore dello schiavo strappato dalla sua terra con la violenza e privato di ogni dignità,  non potrà mai sentire interamente su di sé il dolore di queste donne, che si difendono dai graffi della vita con stoica rassegnazione, indurendo con le lacrime la propria corazza contro l’ignoranza. Donne che insegnano ai figli a non soccombere, a sopportare. Che li vogliono istruiti e realizzati ma mai dimentichi delle proprie radici.

Le donne di Bernardine Evaristo sono diversissime tra loro ma le accomuna la volontà di affermarsi come persone, benché povere o vecchie o emarginate o sole. Spesso si accompagnano ad uomini che non le meritano, ma capita anche che si imbattano in uomini che le salvano e che danno un senso alla loro vita.

Impossibile non amarle e non essere solidali con loro. Attraverso i loro occhi il lettore vive un secolo di storia inglese, che inizia con lo stridore del periodo coloniale e finisce ai giorni nostri passando per guerre, lotta per l’integrazione, femminismo e rivendicazione dell’identità sessuale.

Una storia che comunque vede queste donne vincenti. Instancabili inseguitrici di un’inossidabile idea di giustizia sociale, fermamente orientate a realizzarsi, lottatrici senza paura per vedere affermati i loro diritti, che sono, in ultima analisi, i diritti di ogni creatura vivente.

Se è vero che il dolore di una razza intera si riverbera sui posteri e li dota di una forza inesauribile, non stupisce che le donne di questo romanzo siano creature meravigliosamente libere e infinitamente piene di grazia e di bellezza. Una forza che forse manca agli altri,  alle razze stanche e vecchie, irretite da secoli di prepotenza e di furore. Vittime dei loro stessi pregiudizi, schiave delle convenzioni, derubate della voglia di affermarsi. Razze senza scopo, che si sono prese tutto con la forza e che non sono più capaci di lottare.

Le donne di questo romanzo si amano e basta. Tutte quante, giovani, vecchie, etero, lesbiche, donne di successo e donne delle pulizie, donne emancipate e donne ancorate alle tradizioni, hanno dentro una luce che manca spesso ai più.

Incredibili eroine dei nostri tempi, stravaganti trasformiste, spudorate provocatrici, geniali artiste, seguaci dell’idea dell’amore a tutti i costi, nascondono tutte un dolore o un segreto da non rivelare, per non sembrare deboli. Donne la cui pelle ha tutte le sfumature dell’ebano e tutti gli odori della loro storia.

Donne che nascondono un mondo intero dentro di sé, che spesso è davvero impossibile immaginare.

Un mondo che Bernardine Evaristo riesce a rappresentare in un caleidoscopio di colore, dolcezza, forza e candore, regalandoci un indimenticabile affresco delle donne nere europee di oggi, in un coro di voci diverse, da ascoltare in silenzio.

L’autrice

Bernardine Evaristo è nata a Londra nel 1959 da madre inglese e padre nigeriano. È autrice di otto romanzi (fra cui Mr. Loverman, Playground 2014) e di testi teatrali e critici, ed è da sempre impegnata in campagne per l’inclusione e la visibilità degli artisti di colore. Ragazza, donna, altro, vincitore del Man Booker Prize e di un British Book Award, finalista all’Orwell Prize per la letteratura politica e al Women’s Prize for Fiction, nel Regno Unito è stato il primo libro di una donna di colore ad arrivare in testa alla classifica della narrativa tascabile.

  • Casa Editrice: Sur Edizioni
  • Genere: narrativa straniera
  • Traduzione: Martina Testa
  • Pagine: 520

NELLA BUONA E NELLA CATTIVA SORTE di Marina Di Guardo

All’improvviso tutto fu silenzio. Non si avvertì più il frusciare delle foglie, il ritmo sincopato del frinire delle cicale, i molteplici, sconosciuti suoni che avvolgevano il bosco. Il tempo sembrò essersi fermato in un momento ben preciso. Quello in cui Irene si era ritrovata davanti a quel corpo di bambina riverso per terra: la posa scomposta, i vestiti spiegazzati, sporchi di fango, i capelli che coprivano buona parte di quel volto.

Trama

Irene, giovane illustratrice di talento, vive da anni ostaggio del marito Gianluigi, manager geloso e violento, convinta, come tante altre vittime di violenza domestica, di meritarsi la semi-segregazione a cui lui la costringe a forza di minacce e lividi. All’indomani dell’ennesimo litigio, grazie al sostegno di Alice – l’amica d’infanzia trapiantata a Londra – Irene trova finalmente il coraggio di ribellarsi: mentre il marito è al lavoro, carica in macchina la loro piccola figlia Arianna e scappa da Milano, per correre verso un piccolo paese di provincia nella casa in cui è cresciuta e che i genitori le hanno lasciato in eredità. Gianluigi però la rintraccia prima del previsto, e le ordina di tornare in città, preannunciando ritorsioni – non solo da parte dei suoi avvocati. Irene sente le forze già esili cedere, ma nel paese scopre insperati alleati: un’anziana vicina di casa, un negoziante che forse ha un debole per lei… Purtroppo, inquietanti incidenti minacciano presto la sua fragile serenità. Irene nonostante tutto cerca faticosamente di rimettere insieme i cocci della sua vita, ma tutto precipita quando chi dovrebbe proteggerla da Gianluigi viene ritrovato brutalmente assassinato.

Recensione

“Nella buona e nella cattiva sorte” è un romanzo che lascia il segno.  E’ accattivante,  tentacolare, nero.

Un romanzo che esplora l’inesplorabile.  Che narra l’inenarrabile.  Che scava dove fa più male.

Un storia che potrebbe essere la storia di ognuna di noi, che abbiamo schivato una sorte avversa forse per mera fortuna. Perché abbiamo avuto il dono inestimabile di vivere senza che la molla della follia e delle scelte avverse e scellerate ci abbia toccato.

Difficile che non ci sia capitato, almeno una volta, di subire delle prevaricazioni, magari proprio da una persona a noi vicina. La violenza non è solo quella fisica. E’ verbale; è insita in un atteggiamento. O anche in una situazione di svantaggio, quale che sia, causata esclusivamente dal nostro essere donna.

E’ per questo motivo che tutte noi lettrici ci immedesimeremo immediatamente in Irene e vivremo in un’angoscia costante durante la lettura del romanzo.

Irene è la vittima perfetta. Non è indipendente economicamente. Non ha più la spalla rassicurante dei suoi genitori, entrambi morti. Non ha un fratello, non ha una sorella. Ha una sola amica, che però vive all’estero e non può garantire ad Irene una presenza fisica. Ha solo sua figlia, una bambina di 10 anni che vive insieme alla madre l’incubo e il disagio di avere un padre violento. Che teme ma che non cessa di voler compiacere, suo malgrado, e che ha un rapporto ambiguo anche con la madre stessa.

La lettura non si affranca mai dalla sensazione di claustrofobia che pervade il romanzo.  Leggendo si entra in un vortice di paura e si angoscia. Ci si sente indifesi, completamente in balia degli umori di un uomo folle e violento, la cui suscettibilità e la cui malvagità sembrano  non avere confini.

La discesa verso gli inferi è lenta ma inesorabile. Irene sembra destinata a soccombere; tutto intorno a lei parla il linguaggio della morte, che in realtà la insegue da sempre e che ha assunto, nel tempo molteplici sembianze: quelle dell’amica di infanzia, scomparsa misteriosamente quando erano bambine,  quelle della madre, schizofrenica e anaffettiva ed infine quelle di chi ha provato a difenderla dall’ira cieca dell’ex marito.

Leggere un noir significa essere pronti a qualsiasi orrore. Significa confrontarsi con il lato buio che è in ognuno di noi e saperlo accettare. Significa, ancora, saper rinunciare ad un lieto fine e essere aperti a risvolti inattesi e spaventosi.

Ed ecco che torna ad affacciarsi in noi l’immedesimazione, quel tarlo che è capace di instillare il male e la sue subdole potenzialità dentro alla nostra testa.

Alla fine, è inevitabile interrogarci su quali siano le pulsioni che inducono una persona a fare del male al suo prossimo. A volte il male è o appare l’unica soluzione.

Ecco, leggendo “Nella buona e nella cattiva sorte” si ha davvero la misura di quanto siano forti quelle pulsioni e di quali e quanti traumi possono, anche a distanza di molti anni, ridestare la nostra mente e portarci a prendere delle decisioni discutibili.

Marina Di Guardo è maestra nel portare il lettore dove vuole.  E’ maestra nel ricreare le atmosfere claustrofobiche dove irrazionalità e timore di fondono in una miscela esplosiva, capace di offuscare la razionalità.

Marina ci guida in un percorso pieno di insidie. Magistrale affabulatrice, serba per i suoi lettori dei risvolti inattesi, che giungono a sorprenderci, proprio quando una velata certezza inizia a farsi strada nella nostra mente.

Inaspettatamente, sarà dolce naufragare nel mare del dubbio, come lo sarà risvegliarci nella consapevolezza di non essere riusciti a intuire la verità. E non ne vorremmo all’autrice per averci ingannati, perché alla fine la sorpresa sarà maggiore del risentimento di essere stati in qualche modo raggirati, nonostante gli appigli che l’autrice ci ha gettato ai piedi ma che noi non siamo riusciti a cogliere.

Non ravviso controindicazioni a questa lettura. Scorrevole, disseminata di personaggi carismatici e ben delineati. Una lettura che non ti  molla un attimo, che non ti dà respiro.

Che ti fa riflettere sui risvolti del destino e sulle conseguenze dei nostri traumi. Che ti lascia a bocca aperta con un finale inaspettato. Che parla del Male senza mai scendere in dettagli macabri.

Che ti lascia, alla fine, con un’espressione attonita e compiaciuta al tempo stesso. Mentre sogghigni a mezza voce un’espressione di stupore.

L’autrice

Marina Di Guardo è nata a Novara ma ha origini siciliane. Vive tra Cremona e Milano. Prima di dedicarsi alla scrittura, ha lavorato come vicedirettrice dello showroom di Blumarine. Ha esordito nella narrativa con il romanzo L’inganno della seduzione (Nulla Die, 2012), poi seguito da Non mi spezzi le ali (Nulla Die, 2014). Si misura per la prima volta con il genere thriller nel 2015, quando pubblica nella collana digitale ZoomFiltri di Feltrinelli, curata da Sergio Altieri, Bambole gemelle. Con Mondadori ha pubblicato i thriller Com’è giusto che sia (2017), opzionato per una serie televisiva, e La memoria dei corpi (2019), i cui diritti cinematografici sono stati acquistati da una casa di produzione americana. La memoria dei corpi è stato pubblicato in Grecia, in Polonia e presto uscirà anche in Brasile e in altri Paesi.

  • Casa Editrice: Mondadori Editore
  • Genere: noir
  • Pagine: 219

L’ESTATE DI ANGELA di Giovanna Angela Parodi

Ma si trovava a un tratto tutta presa da emozioni di una qualità nuova, più intensa, più involontaria e sconosciuta, non appena qualcosa, anche un nonnulla, faceva vibrare in lei quella corda, di cui ancora non possedeva la chiave, e ne restava spaventata e confusa.

Trama

Angela, la protagonista di questo romanzo adolescenziale, ha quasi dodici anni. È una ragazzina determinata, bella e intelligente. Convinta di possedere tutte le qualità per le quali i maschi sono tanto ammirati, nel suo giro di amicizie. Qualcosa, però, ultimamente sta cambiando, dentro e fuori di lei. In meglio? In peggio? Le reazioni degli altri a questi suoi cambiamenti la mettono alla prova. Sembra infatti che tutti si aspettino da lei qualcosa che ancora non conosce. A cominciare dai genitori, dalla nonna, che le ripetono spesso: “Ora sei più grande…” Anche quest’estate trascorrerà le vacanze con la nonna materna, in un paesino, nel basso Piemonte, dove non sono mai state prima e dove conoscerà e si confronterà con persone e situazioni nuove, stimolanti. L’estate del 1961 sarà per Angela un periodo di scoperte e di nuove esperienze, sia interiori che di rapporto con gli altri, con il mondo della campagna che la circonda e con i nuovi amici.

Recensione

Questo breve romanzo, poco più che un racconto, è una sorta di educazione sentimentale di una preadolescente, Angela, che conosciamo  durante l’estate del 1961.

Lungi dall’essere un diario, lontano anni luce dall’essere un racconto di giochi e di amicizia, “L’estate di Angela” descrive la genesi del passaggio dall’infanzia all’adolescenza della protagonista.

Tutto in questo romanzo, a ben vedere, è il riflesso di un passaggio. Quello della protagonista che attraverso le sue piccole esperienze quotidiane vive la metamorfosi del corpo e del suo sentirsi vivere. Quello del tempo, che pigramente si ostina a trascorrere e a palesare la necessità di acquisire nuovi comportamenti, nuove consapevolezze.

Agli albori degli anni sessanta del novecento è ancora vivida la distinzione di genere, che impone una rigida differenziazione dei comportamenti che la giovane donna deve assumere, rispetto a quelli degli uomini. La compostezza dei gesti, la necessità di assumere movenze adeguate, la rassegnazione a subire un codice di comportamento considerato consono. Ed ancora, l’accettazione della differenziazione dei compiti che progressivamente ci si aspetta da un adolescente, che contempla, per una femmina, l’onere di occuparsi della casa, del cucito e di tutti quei lavori universalmente considerati appannaggio esclusivo del mondo femminile.

Ed è consuetudine, per una femmina, iniziare a parlare di fidanzamento e della necessità di mettere su famiglia.

Gli adulti che circondano Angela, di punto in bianco, cambiano atteggiamento nei suoi confronti. All’improvviso Angela non è più considerata una bambina. Deve farsi carico di alcune faccende domestiche, non può più indossare calzoncini corti, deve essere accorta e condiscendente. Un cambiamento che avviene repentino, senza che Angela abbia avuto la possibilità di capire quando esattamente tutto è mutato e perché. Una mutazione che Angela subisce e che non riesce a giustificare. Che la confonde e rende tutto oscuro e incomprensibile, seppur ovviamente non può che attribuire al tempo che passa e ai primi accenni di cambiamento del suo corpo, che di punto in bianco sembra aver perduto le spoglie dell’infanzia.

All’improvviso sembra che tutti guardino Angela con occhi diversi e che si aspettino da lei comportamenti e atteggiamenti che lei non sente assolutamente suoi.

Per fortuna è giunta l’estate e Angela, come tutti gli anni,  potrà andare in villeggiatura con la nonna, che è solita lasciarla libera di giocare e di scorrazzare in campagna con i suoi nuovi amici.

In campagna, libera e spensierata,  Angela potrà confrontarsi con un mondo che non conosce: nuovi luoghi, nuove persone, nuove conoscenze. Ma potrà soprattutto guardarsi crescere, sia nel corpo, che diventerà un acerbo corpo di donna, che nello spirito, che, al pari del corpo, vive il disagio e la scoperta delle sue nuove consapevolezze.

Tutto ciò che è intorno ad Angela le parla una lingua nuova. Lei, che è sempre stata una sorta di maschiaccio, si confronta con l’altro sesso con circospezione, con timidezza, sentendo l’impaccio che il suo essere femmina determina negli uomini.

Angela scoprirà che certi suoi atteggiamenti nascono anche a causa della sua voglia di provocare. Pur provandone vergogna per la consapevolezza di tenere un atteggiamento ambiguo verso l’altro sesso, capisce che in fondo quel comportamento è ambiguo solo perché viene da lei. Ed è una scoperta che la sconcerta profondamente ma che le regala anche una certa maturità. Alla fine dell’estate Angela si sentirà molto più grande della sua età, pronta a distinguere la voglia di piacere con il desiderio di essere considerata solo una bambina.

“L’estate di Angela” è una lettura che si beve d’un fiato e che ci immerge in un mondo che sembra perduto.

Un mondo ovattato e pudico, dove l’educazione per una dodicenne consiste nell’imparare a rigovernare la cucina e nell’accettare il posto più scomodo dove sedere, in seconda fila e con le gambe ben unite. Mantenendo una posa composta e sperando di accasarsi quanto prima, all’ombra di un focolare che bisogna in qualche modo meritarsi con il sacrificio e la dedizione.

Un mondo neanche troppo lontano, che da qualche parte ancora sopravvive, dove una bambina si sveglia ed è già donna. Ed è sola, ingabbiata in una metamorfosi che percepisce forzata e cattiva.

E dovrà parlare un’altra lingua e muoversi secondo altri codici, fino a ieri proibiti e oggi necessari, più dell’ossigeno.

L’autrice ci lascia le tracce di una storia ordinaria e comune e si addentra nei pensieri della protagonista con delicata circospezione. Senza mai tirare le somme, ci conduce per mano in un’epoca a noi vicina ma per certi versi lontanissima.

Un libricino leggero e pesante al tempo stesso. La storia delle nostre mamme, che mai come adesso ci appare lontana e irraggiungibile.

L’autrice

Giovanna Angela Parodi è stata a lungo un’insegnante di lettere nella periferia genovese, in particolare nella scuola media, a contatto quindi con il mondo dell’adolescenza per cui ha sempre coltivato vivo interesse.

Inoltre, ha spesso scritto nel corso della propria vita riflessioni in forma di diario da cui ha potuto via via attingere, per giungere infine alla stesura di questo testo. Nel romanzo L’estate di Angela, sua opera prima, inquadra in particolare aspetti della prima adolescenza femminile, frutto in parte della sua esperienza reale.

  • Casa Editrice: Giovane Holden Edizioni
  • Genere: narrativa di formazione
  • Pagine: 100

CALMA & KARMA di Gioele Urso


Un messaggino sul telefono la svegliò dal sogno dentro il quale era stata catapultata, si stava immaginando a casa, in Nigeria, con la madre, il padre e i propri fratelli e sorelle attorno ad un tavolo a mangiare (…)
“Quando tutto questo sarà finito, avrò abbastanza soldi per tornare a casa” aveva pensato Assya mentre con il cellulare in mano si avvicinava alla finestra. A illuminare l’oscurità c’erano solamente le quattro frecce lampeggianti di quell’automobile parcheggiata a bordo strada. Disagio, angoscia e malinconia si fecero largo dentro l’animo di quella giovane donna che poi si voltò, afferrò un soprabito dalla spalliera della sedia e lo indossò.

Trama

Torino, il cadavere di una ragazza di colore viene trovato sulle sponde del fiume Po.

Il responsabile dell’indagine è il commissario Riccardo Montelupo, un poliziotto sui generis ma integerrimo e amatissimo dai suoi collaboratori.

La scarsità di indizi e un muro di omertà rende complicato dipanare la matassa che si cela dietro questo omicidio, fino a che una fuga di notizie e la decisione di un cronista di pubblicare le immagini del cadavere martoriato daranno un’improvvisa accelerata alle indagini.

In una Torino multietnica e postindustriale, in cui sfruttati e sfruttatori non sono sempre così distinguibili, si snoda una vicenda che metterà a dura prova il commissario Montelupo facendo vacillare anche alcune sue certezze.

Recensione

Quando un ottimo thriller sta dove non ti aspetti.

Non occorre un volto noto o un nome altisonante  per partorire un  buon romanzo. Gioele Urso è solo al suo secondo lavoro e probabilmente è sconosciuto ai più. Eppure possiede la qualità principale che deve avere uno scrittore di thriller. Tenere il lettore sulla corda, mantenendo l’interesse alto in modo costante.

Insomma, gradevolissima sorpresa per me la lettura di questo libro di poco più di 200 pagine, confezionato in un volume  di piccole dimensioni, maneggevole e dall’aspetto grafico accattivante.

Con un incipit aggressivo e di grande effetto, il romanzo si fa subito prorompente, portandoci sulla scena di un delitto e presentandoci a stretto giro di pagine il protagonista, il commissario Riccardo Montelupo.

Uomo di poche parole, schietto sino a sconfinare nell’irriverente. Poco incline a rispettare le regole se il fine giustifica i mezzi scelti per perseguirlo. Un commissario che antepone il suo essere Uomo rispetto alla sua professione di tutore della legge. Di lui non sappiamo molto. Niente accenni alla sua vita privata, al suo passato. Montelupo cede il palcoscenico all’indagine, ma soprattutto alla storia, quella riferibile alla trama ma anche e soprattutto alle vicende attuali che ci coinvolgono tutti i giorni, di cui, volenti o nolenti, è pervasa la nostra vita.

Ciò che subito si fa strada nel lettore tuttavia è un senso di fiducia in questo integerrimo poliziotto. Ci si affida a lui, approvando le sue scelte investigative e confidando che il suo istinto ci porterà alla soluzione del caso.

Un caso che subito si mostra difficile. E anche incapace di portare su di sé l’interesse dell’opinione pubblica.

Quando a morire è una giovane ragazza di colore, probabilmente una prostituta, è più facile girare lo sguardo. Quando a morire è uno dei tanti derelitti che affollano Torino, sporcandola con i loro stracci e la loro aria smarrita,  in fondo si può anche soprassedere dal trovare a tutti i costi un colpevole. Perché i colpevoli sono figure nebulose e  senza corpo. La povertà, la paura, la fame. La prostituzione,  lo sfruttamento, la tossicodipendenza. Mostri enormi e senza corpo che ingoiano chi è debole e senza difese. Morti che appartengono ad un limbo di disperazione e di smarrimento.

In quei giorni Torino assiste allo sgombero dell’ex villaggio olimpico. Una struttura fatiscente e spettrale che implode nella sua decadenza e che da molto tempo è occupata da migranti, spettri essi stessi, uomini e donne che dovevano essere collocati nella società civile ma che sono stati dimenticati per strada, vittime di qualche distrazione legislativa.

Aamiina è una mediatrice culturale che da tempo si occupa di assistere i migranti nella scelta volontaria di lasciare l’ex villaggio olimpico per aderire ad un programma di ricollocamento. In molti hanno acconsentito a lasciare le palazzine fatiscenti e maleodoranti. Tra questi anche Assya, una giovane nigeriana che lotta per spezzare le catene che la tengono prigioniera di chi l’ha portata in Italia.

In mezzo alla disperazione più abbietta che trasuda dai muri ammuffiti delle palazzine c’è anche chi ha trovato il modo di sfruttare i più deboli, arricchendosi sulle lacrime altrui. E in fondo alla catena, tra sangue, odio e dolore, ci sono gli insospettabili. Uomini potenti che decidono sulla vita e sulla morte con uno schiocco di dita.

Assya muore, trucidata e violata. E dalla sua morte si dipana tutta la vicenda, che Montelupo dirige con grande lucidità ed acume.

Dove c’è dolore e la compassione latita è difficile trovare un colpevole. Tutt’al più si può trovare una verità e scoperchiare una pentola, ma non di più.

Ottima prova per Gioele Usrso che con una scrittura che va dritta al cuore orchestra una storia cruda e dissacrante su una città che mostra i suoi gioielli più belli e preziosi, incastonata in una cornice di meravigliosa bellezza e opulenza, ma che nasconde con un trucco pesante e volgare le piaghe di una migrazione ignorata e disumana.

L’ambientazione di questo romanzo è stupefacente. La dicotomia tra fasti del passato e degrado del presente, unita alla crudele capacità di non vedere ciò che invece è sotto gli occhi di tutti, regala al lettore un’esperienza cruda e toccante della nostra realtà.

Una realtà in cui tutte le Assya del mondo sono purtroppo spettri invisibili e fastidiosi, che irrompono nelle nostri notti a guastarle, ricordandoci di loro, della loro misera esistenza, dove la dignità è ormai perduta, sconfitta dall’indifferenza.

Gioele Urso confeziona un romanzo davvero notevole, che mi ha commosso e mi ha spaventato al tempo stesso. L’incedere delle vicende, la capacità di entrare nell’animo profondo e intimo dei personaggi, la maestria con cui trasmette al lettore le emozioni e la cruda trasposizione della disperazione e della rassegnazione di una umanità invisibile e disperata, costituiscono un piccolo capolavoro.

Quindi, buona vita a Riccardo Montelupo! Mi auguro di leggere ancora di lui e della sua Torino, massacrata dall’indifferenza ma pur sempre incantata e incantevole.

L’autore

Gioele Urso è un giornalista politico torinese che si occupa anche di social network e nuovi media. Dal 2002 opera in ambito radio-televisivo e digitale.

Comincia la sua gavetta a Radio Beckwith per poi approdare a Videogruppo Televisione.

Attualmente si occupa di comunicazione istituzionale, progetti editoriali e produzioni video per il web. Nel 2018 ha pubblicato un romanzo noir dal titolo “Le colpe del nero” (Edizioni del Capricorno), primo episodio delle avventure del commissario Montelupo.

  • Casa Editrice: Golem Edizioni
  • Genere: thriller
  • Pagine: 204

LEI MI AVREBBE DETTO SI di Manuel Pomaro

Mi sono appena svegliato. Solo pochi istanti fa ti stavo sognando: era il nostro matrimonio e tu eri al mio fianco. Mancano solo poche ore a questo lieto evento e spero che, in un modo o nell’altro, tu sarai accanto a me.

Trama

Miriam e Ascanio attraversano una crisi di coppia. La ragazza intreccia una relazione con Pablo, un cuoco che organizza cene emozionali.

Ascanio scopre il tradimento e prepara un’atroce vendetta.

Lauren sta cercando di allontanarsi da una relazione satura. Un incontro a Capodanno la indurrà a credere che ciò sarà possibile, ma gli strascichi del precedente rapporto potrebbero minare il suo tentativo di tornare ad amare.

È giusto credere che in prossimità di eventi catastrofici nascano le migliori storie d’amore?

Può una proposta di matrimonio portare allo stesso tempo gioia e disperazione?

Recensione

Al rosa ho sempre preferito il nero.

Eppure, quando Manuel Pomaro mi contattò (uso il passato remoto perché l’ho fatto aspettare un po’ troppo per questa recensione) accettai subito di leggere il suo romanzo, complice l’educazione e il garbo con cui si interfacciò con me.

Ed eccomi, qualche settimana più tardi, dunque, alle prese con un romanzo “romance”.

L’inizio non è stato idilliaco. Non mi riconoscevo con nessuno dei personaggi, a mio avviso semplici, superficiali, di poca sostanza. Uomini e donne abbagliati dalla forma e non dalla sostanza. Dediti a passioni futili, di scarsi principi, dalla carne debole e dall’intelletto mediocre.

Proseguendo, stoica, la lettura, ho iniziato a fare la pace con loro.

Ad un certo punto, infatti, la storia cambia registro. Non vi ho trovato più solo dei quasi quarantenni che latitano nel lasciare il terreno fertile e rigoglioso della gioventù e delle donne desiderose solo di “accasarsi”. Ma ho iniziato a rilevare l’amarezza di non riuscire a trovare il proprio posto nel mondo, perduti in labirinti di relazioni futili . Mi sono imbattuta in tematiche importanti, come la violenza e la sudditanza psicologica che troppo spesso prolifica sotto le mentite spoglie dell’amore. E nel bisogno, legittimo e insopprimibile, di trovare una persona da amare, che ci supporti e ci aiuti nel cammino della vita.

La stessa figura del protagonista, Ascanio, prende sostanza a partire dalle seconda metà del libro. Matura, in un certo senso e lo fa grazie all’autostima che la relazione appagante con Lauren gli ha regalato.

Ascanio, che si presenta piatto, pantofolaio e banalotto, si trasforma piano piano in un uomo a tutto tondo, capace di perdonare, di cambiare per amore della donna che ama, di apprezzare le gioie della famiglia.

In un certo senso tutti i personaggi che gravitano intorno ad Ascanio e a Lauren crescono e trovano la loro dimensione.

Ma in ogni storia d’amore che si rispetti occorre trovare anche un lieto fine adeguato.

E Manuel Pomaro ce lo propina, inaspettato e molto emozionante.

Quindi, nel complesso una buona prova per Pomaro, che ha dalla sua una scrittura scorrevole e una certa disinvoltura nell’avvicendarsi dei dialoghi. Certo, il romanzo è leggero e tale, probabilmente, deve essere e rimanere. Dal canto mio avrei preferito un maggiore spessore. Per esempio, un approfondimento sui personaggi, sul loro lato psicologico, sul loro passato. Maggiori passaggi descrittivi e meno dialoghi. Maggiore partecipazione, quella che imprigiona il lettore nell’anticamera della poesia e lo fa riflettere sul senso della vita. Quello,in altre parole, che rende la lettura un viaggio dentro se stessi.

Ma in questo modo sarebbe stata un’altra storia, probabilmente anche meno apprezzata dal pubblico, al quale Pomaro propina pane per i loro denti.

Che dire, ancora? Sicuramente che io non sono la persona più adatta a recensire questo romanzo.

D’altro canto è bene uscire ogni tanto dalla nostra confort zone e provare a leggere anche qualcosa di diverso dal solito.

L’unico dispiacere è la consapevolezza di fare, mio malgrado, un torto a questo autore che, leggo su instagram, è davvero molto apprezzato dai lettori del genere.

Non posso che scusarmi con Manuel se non ho rispettato le sue aspettative. Non desidero muovergli una critica, vorrei fare esattamente il contrario.

Vi dirò di più: Manuel potrebbe tranquillamente pensare ad un seguito della storia. Il finale che ci lascia è una sorta di inizio che potrebbe essere utilizzato ad arte per lo scopo.

Per cui, Manuel, confessa: stai già scrivendo il seguito delle vicende di Ascanio?

MERIDIANA di Marco Emanuele Pollano

Riconobbe l’odore del sangue.
Incapace di seguirne la traccia visiva, ne annusò la presenza, senza stupirsi di non aver sbagliato la ricerca.
Non sangue qualsiasi, ma piastrine arcinote, abbandonate in quel luogo dalla sua memoria, buone a sporcare radici e neve per i sei lunghi mesi di quel febbrile inverno.

Trama

Una quieta valle alpina ha assistito, impassibile nelle sue atmosfere cristalline, a un delitto.

Beatrix, bella ragazza belga nota per il suo carattere particolare, sembra scomparsa. Angelo, un montanaro burbero e fragile, sa che la donna giace morta in una buca tra gli abeti, occultata da un lungo inverno. Ma questa è una verità che egli deve a ogni costo nascondere. A tutti: in primis alla moglie Clara, donna dai tanti silenzi enigmatici, poi ai rocciosi abitanti del suo borgo, e naturalmente alla polizia che allertata da François, equivoco fratello della vittima, arriva a indagare.

Ma il passato custodito tra quelle sfavillanti montagne è carico di segreti, e il loro intrecciarsi rende la vicenda molto più ambigua di quanto non appaia.

Negli occhi del commissario Giovanna Altamura, meridionale pratica e dalla acuta sensibilità, prendono a svilupparsi i contorni di un enigma feroce e sottile, i cui protagonisti strisciano nei risvolti di inquietanti tortuosità psicologiche.

Sentimenti in apparenza domati nelle grigie pieghe di un rapporto consolidato si destano improvvisamente e chiedono con veemenza una rivalsa. Nelle arie leggere della montagna si crea allora un delicato equilibrio di sospetto e di minaccia, che in un meccanismo perfetto finisce per serrarsi sui protagonisti, avviluppandoli in un crudele triangolo criminoso.

L’attenta caratterizzazione dei personaggi, la trama affatto scontata e la narrazione in cadenze sapienti regalano un romanzo elegante e complesso, che si inserisce a pieno titolo nella tradizione del miglior giallo italiano.

Recensione

 “Meridiana” è l’opera prima di Marco Emanuele Pollano ed anche il primo romanzo che leggo dopo aver intrapreso una bellissima collaborazione con Giovane Holden Edizioni, casa editrice che apprezzo molto e che sono certa farà parlare di sé.

Il genere è uno dei miei preferiti. Non si contano più i romanzi appartenenti a questo genere che nel tempo ho letto. Italiani, stranieri, contemporanei, classici. Belli, brutti, sorprendenti ma anche scontati e poco brillanti. Pietre miliari del genere, ma anche di autori sconosciuti.

Ho maturato la convinzione che non esiste genere più insidioso per un esordiente. Difficile creare una trama coerente. Complesso trovare uno schema investigativo che sia intricato ma anche comprensibile ai più. Un’impresa assai ambiziosa creare dal niente personaggi convincenti, interessanti e originali. E poi dare al romanzo quel ritmo narrativo che crea suspense, che fa battere il cuore ad un ritmo elevato, che non ti fa staccare gli occhi dalle pagine.

Eppure, “Meridiana” scarta queste difficoltà e passa il traguardo senza sforzi particolari, grazie ad una serie di caratteristiche che adesso vi illustro.

Il libro gode di un’atmosfera claustrofobica, quasi asfissiante. La sensazione, durante la lettura, è quella di trovarsi intrappolati in un luogo angusto, che non offre vie di fuga. L’aria viziata, un ambiente ostile e ristretto, occhi impenetrabili che ti guardano dentro. E il freddo, la neve che rende i contorni indefiniti.

Ci troviamo in una valle alpina, che si intuisce isolata e ostile verso chi è forestiero. I suoi abitanti hanno interiorizzato la solitudine, la superstizione e la diffidenza propria del paesaggio, impervio e chiuso. Montanari che vivono in simbiosi con un ambiente avaro e quasi crudele, il cui stesso dialetto  è oscuro e incomprensibile.

L’isolamento è tale da esercitare un potere ipnotico sugli abitanti della valle, che sembrano soggiacere al potere subdolo della suggestione. In special modo Angelo, un montanaro arcigno e di pochissime parole, la cui vita è stata attraversata da una luce calda e fugace quando, in gioventù, ha amato Beatrix ricambiato da lei. Una passione carnale e travolgente che doveva rimanere segreta. Perché Armando è sposato e ha un figlio.

La scomparsa di Beatrix è al centro della trama. E da essa si dipana una vicenda sordida, della quale fin dall’inizio conosciamo i dettagli. Una storia dove i sentimenti prendono il sopravvento sulla morale. Sentimenti che non sono necessariamente virtuosi, ma che possono assumere i toni grigi e l’odore nauseabondo della gelosia e dell’avidità. Che parlano di delusione, di sacrificio, di incomprensioni mai sanate. Che possono irretire una persona fino a spezzare la sua volontà e i suoi principi.

Sarà il commissario Giovanna Altamura che, chiamata ad indagare sulla scomparsa di Beatrix,  dovrà scontrarsi con un muro di omertà e di pregiudizi.

Lei, che porta nel cuore il sole del sud Italia e che dovrà penetrare l’animo dei valligiani. Lei, che troverà in quella terra ostile un filo invisibile che lega il gelo e il sole, in un parallelismo che racchiude in sé tutte le contraddizioni del mondo. Lei, che nonostante tutto riuscirà a trovare un valido alleato anche nelle freddi nevi piemontesi.

E si sa, il sole, alla lunga, scioglie anche la neve più ostinata. E così il mistero sarà svelato. E ci sarà anche il colpo di scena finale a lasciare il lettore a bocca aperta.

Dunque, ottima ambientazione per l’opera di Pollano. Bella la prosa, arricchita da dialoghi in dialetto e buono l’incedere del racconto, che scorre fluido attraverso capitoli brevi, che vedono una sapiente alternanza delle scene, espediente che spezza la narrazione e la rende interessante.

Il personaggio della Altamura non arriva tuttavia ad avere quella centralità che ci si aspetta da un thriller, generalmente incentrato proprio sulla figura investigativa. Le intuizioni della commissario sono deboli  e la sua figura poteva essere maggiormente sviluppata. Perché è stata trasferita così lontano? Cosa si è lasciata alle spalle? Hai dei segreti? Dei demoni da combattere? Una vita privata infelice? Siamo così assuefatti a leggere di investigatori dannati e tormentati che finiamo per cercare l’abisso in ognuna di queste figure!

Invece lei se ne sta in disparte e ci lascia a crogiolarci nella nostra curiosità, senza soddisfarla a pieno!

Diciamo che in questo romanzo è proprio l’intuito a latitare. Perché anche la soluzione del caso è affidata … al caso! Per contro, esso enfatizza il senso del segreto, inteso come mistero da chiarire ma anche come l’ostacolo che impedisce a persone che vivono gomito a gomito di comunicare e di condividere.

Il senso di oppressione e di chiusura è massimo proprio tra chi invece dovrebbe godere di fiducia e confidenza reciproca. E questa sensazione di asfissia è resa davvero in modo eccelso e devo dire che l’ho particolarmente gradita.

Insomma, in ultima analisi, non possiamo negare il valore e la fruibilità di questo romanzo che brilla per le atmosfere che ricrea e per lo studio approfondito dell’animo umano e delle sue pulsioni.

Buona la prima per Marco Emanuele Pollano a cui auguro il successo e la visibilità che merita.

  • Casa Editrice: Giovane Holden
  • Genere: thriller
  • Pagine: 237

GLI ANSIOSI SI ADDORMENTANO CONTANDO LE APOCALISSI ZOMBIE di Alec Bogdanovic

Il pro-pro-nipote di Bruf è un trentenne sfigato, vive con i suoi
che oramai cominciano a perdere colpi. Del suo vecchio gruppo
di amici non sente più nessuno, la stessa cosa vale per il resto
della famiglia. Quando fai una roba del genere la voce inevita-
bilmente si diffonde e nessuno riesce più a trattarti come prima.
All’inizio pensavo valesse l’adagio di Jung, che la gente tendes-
se a odiare le persone che presentano quei tratti della personali-
tà di cui si vergognano. Così immaginavo che anche loro aves-
sero un piccolo mostro depresso, impotente e mutilato che gli
ribolliva dentro. Mi resi conto che non era proprio così: non mi
odiavano. Tantomeno mi volevano bene, avevano soltanto con-
statato che ero socialmente inutile se non dannoso, una bomba
pronta a scoppiare.

Trama

La depressione è il male della nostra epoca. È la malattia più diffusa al mondo ed è la più temuta dopo il cancro. Il nostro anti-eroe ci si imbatte nell’adolescenza e cerca di liberarsene con la disciplina e il metodo di un ricercatore, peccato che la cavia da laboratorio sia lui stesso. Finirà così per autocondannarsi a un’interminabile escalation di sfortune e miserie umane: queste daranno corpo a un romanzo di formazione in cui tragedia e commedia si intersecano e fondono fino a diventare del tutto indistinguibili.

Recensione

Apprezzo molto chi osa proporre letture fuori dal coro.

Essere originali è un indubbio pregio, ma è anche una insidia che se non è ben gestita, può rivelarsi un’arma a doppio taglio.

Alec Bogdanovich, a mio avviso, ha coraggio e, dalla sua, una mente analitica e la capacità di costruire schemi di causa ed effetto con i quali assoggettare le problematiche che egli stesso desidera sviscerare.

La genialità dei suoi assiomi riguardanti la genesi dell’ansia nell’uomo e la modalità per curarla e azzerarla cozzano tuttavia con un linguaggio che ho trovato a tratti esageratamente dissacrante. Qualcosa, in fondo, ha pizzicato le corde della mia sensibilità, pungendola sul vivo. Facendomi storcere il naso e spolverandomi addosso un sentimento che a tratti assomiglia all’irritazione.

E questo Alec lo sa bene. Lo ha previsto e lo ha voluto, di proposito. Alec vuole pungerci nel tenero. Addirittura si prende gioco di noi lettori, spingendosi oltre la morale e il perbenismo. Sa che le Recensitrice non aspetta altro che bannarlo. Criticarlo. Stroncarlo. Uno spauracchio dipinto come una mostruosità informe, richiamata persino mediante l’accostamento ad uno dei mostri che affollavano l’immaginazione dei boomers, vale a dire la balena di Pinocchio.

Dunque. Se siete disposti a lasciare che Alec vi porti in giro al guinzaglio e che ogni tanto vi strattoni un po’, potete affrontare la lettura di questo manuale di istruzione per “millenials” ansiosi. 

Alec Bogdanovic racconta le gesta tragicomiche di un ragazzo nato negli anni 90. I suoi primi passi nel mondo, le sue difficoltà ad inserirsi nella cerchia dei suoi coetanei, la sua sessualità contorta e conturbante, che lo vede impotente prima e iperdotato poi. La difficoltà di amare senza provocare dolore. La delirante pretesa di interrompere la spirale che vede l’ossitocina, l’ormone dell’empatia, capitolare suo malgrado ed innescare la depressione.

Si, perché Alec è ansioso. Di quell’ansia che nel Pleistocene ti salva la vita ma che oggi te la rende impossibile e insulsa.

Alec conosce alla perfezione i meccanismi dell’ansia. Le sue cause e i suoi effetti. E con essi gioca. Compone un puzzle dove ogni casella è il tentativo di governare la tachicardia e il panico. E per governare questi capricci dell’anima non esita a compiere gesti incredibili, eclatanti e smisuratamente egoisti.

Ma ogni volta è un fallimento.

Alec è un menestrello del nostro tempo, che canta una storia senza lieto fine. Canta con tutto il suo impegno. Canta e non si stanca di cercare soluzioni al suo annoso problema. Perché la sua mente è un meccanismo perfettamente oliato e sufficientemente cinico da scovare soluzioni che non contemplano la felicità di chi incontra sulla sua strada.

Le donne della sua vita sono grottesche e inutili. Oggetti senza un senso, da usare e da plasmare. Tutte, tranne Marina, il primo amore, sono etichettate con epiteti spesso poco edificanti per il genere femminile.

E nessuna potrà comunque salvare Alec dai suoi mali. L’unica dimensione che gli risulterà accettabile sarà una sorta di relazione a distanza. Distante anni luce dall’essere accettata e accettabile.

A salvarlo, almeno in parte, arriverà, inaspettata e benedetta, la pandemia. La catastrofe di un virus che impone il distanziamento sociale è il più grande livellatore sociale mai concepito.

Tutti chiusi nel loro piccolo mondo, soli e disposti a credere che fuori, zombie famelici possano contagiarci e condurci alla catastrofe. E così, nella follia generale, gli Alec di questo mondo potranno riappropriarsi di una fetta di normalità, quella che credevano persa per sempre.

Una conclusione allegorica che mi vanto di ritenere sia stata, invece, la genesi di questo romanzo, ironico, dissacrante, nero e dirompente. La storia, strampalata e geniale, di un antieroe del nostro tempo.

L’autore

Alec Bogdanovic è uno scrittore italiano. Nato a Sofia il Primo Gennaio 1992, Alec perde i genitori in tenera età in seguito a due circostanze separate. Il padre adottivo e zio materno, Lyudmil, è un militare che lavora all’ambasciata bulgara a Roma, dove Bogdanovic si trasferisce all’età di 6 anni.

Alec passa un’adolescenza turbolenta in periferia, frequenta bande di strada restando coinvolto in piccoli reati che, grazie all’influenza del padre adottivo, non hanno conseguenze. In questo periodo Bogdanovic comincia ad appassionarsi alla scrittura, prima di testi rap e poi di monologhi teatrali, lasciando però naufragare presto entrambi i progetti.

Dopo essersi diplomato a fatica come perito agrario, contro la volontà del padre, continua gli studi in università mentre si mantiene lavorando come barista. Studia prima Scienze Politiche, poi Psicologia e infine Statistica, in cui riesce finalmente a laurearsi con 110 e lode con una tesi sull’analisi dei Big data.

Dopo aver lavorato per un breve periodo in una Big Four, si licenzia per cominciare a frequentare il corso di sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia, non arrivando a completare gli studi.

Comincia allora a collaborare per diverse piccole case editrici, prima come traduttore e correttore di bozze, in seguito come editor.

Nel 2020 debutta col suo primo romanzo, Gli Ansiosi si Addormentano Contando le Apocalissi Zombie, edito dalla Rogas Edizioni.

  • Casa Editrice: Rogas
  • Genere: narrativa
  • Pagine: 124

LA CITTA’ DEI VIVI di Nicola Lagioia


«Tutti temiamo di vestire i panni della vittima. Viviamo nell’incubo di venire derubati, ingannati, aggrediti, calpestati. Preghiamo di non incontrare sulla nostra strada un assassino. Ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginare di poter essere noi, un giorno, a vestire i panni del carnefice?»
E’ sempre: ti prego, fa’ che non succeda ame. E mai: ti prego, fa che non sia io a farlo.

Trama

Nel marzo 2016, in un anonimo appartamento della periferia romana, due ragazzi di buona famiglia di nome Manuel Foffo e Marco Prato seviziano per ore un ragazzo piú giovane, Luca Varani, portandolo a una morte lenta e terribile. È un gesto inspiegabile, inimmaginabile anche per loro pochi giorni prima. La notizia calamita immediatamente l’attenzione, sconvolgendo nel profondo l’opinione pubblica. È la natura del delitto a sollevare le domande piú inquietanti. È un caso di violenza gratuita? Gli assassini sono dei depravati? Dei cocainomani? Dei disperati? Erano davvero consapevoli di ciò che stavano facendo? Qualcuno inizia a descrivere l’omicidio come un caso di possessione. Quel che è certo è che questo gesto enorme, insensato, segna oltre i colpevoli l’intero mondo che li circonda.

Nicola Lagioia segue questa storia sin dall’inizio: intervista i protagonisti della vicenda, raccoglie documenti e testimonianze, incontra i genitori di Luca Varani, intrattiene un carteggio con uno dei due colpevoli. Mettersi sulle tracce del delitto significa anche affrontare una discesa nella notte di Roma, una città invivibile eppure traboccante di vita, presa d’assalto da topi e animali selvatici, stravolta dalla corruzione, dalle droghe, ma al tempo stesso capace di far sentire libero chi ci vive come nessun altro posto al mondo. Una città che in quel momento non ha un sindaco, ma ben due papi.

Da questa indagine emerge un tempo fatto di aspettative tradite, confusione sessuale, difficoltà nel diventare adulti, disuguaglianze, vuoti di identità e smarrimento. Procedendo per cerchi concentrici, Nicola Lagioia spalanca le porte delle case, interroga i padri e i figli, cercando il punto di rottura a partire dal quale tutto può succedere.

Recensione

Questo non è un romanzo facile. Questa è storia, cronaca nera. E’ buio, è morte, è dolore. E’ perdita, rassegnazione, ottundimento. E’ tutto ciò che noi, al sicuro nelle nostre case, non siamo stati in grado di vedere o di immaginare. Né prima, né adesso e forse mai.

Quando si parla di morte, di assassinio, di violenza in ogni sua forma è facile costruire barriere dietro le quali nascondersi. La morte violenta, voluta, subita o solo pensata, è qualcosa che tocca gli altri. E che quando lo fa provoca quello sdegno che in genera dura lo spazio di pochi giorni. E poi si dimentica.

Certo che sapevo della morte assurda di Luca Varani. Certo che mi ricordavo l’incredulità. Quel senso di orrore che brucia come una lama sulla pelle. Ma, come spesso accade, avevo archiviato la vicenda, evitando di addentrarmi troppo nei suoi sordidi meandri.

Ciò che ha scritto Nicola Lagioia con “La città dei vivi” lascia il lettore smarrito. Lagioia ha scoperchiato una pentola lasciando fluire fuori il veleno di una generazione perduta. Un reportage preciso, circostanziato, ottimamente ricostruito delle vite dei due carnefici e di quella della vittima. Di tutto ciò che le rendeva degne ma anche complicate. Deludenti, faticose. Irte di problemi grandi e piccoli, tipici di chi cerca il suo posto nel mondo ma è bendato e brancola nel buio.

Il libro ha il taglio del romanzo. I capitoli si succedono e alternano un registro narrante in terza persona al punto di vista dell’autore che, ossessionato dalla vicenda, ce la racconta in modo puntuale e minuzioso, senza tralasciare i riferimenti alla sua vita privata che in qualche modo si intreccia a quella della nota vicenda giudiziaria.

La scrittura è un meccanismo di precisione e contiene molti elementi tipici del reportage giornalistico. Ma non evita mai di essere prosa romanzata, con i virtuosismi e la capacità evocativa che tanto toccano le corde della nostra emotività.

Lagioia non punta mai il dito, nonostante non risparmi mai al lettore una visione cruda degli avvenimenti, senza filtri né censure. Ciò che se ne ricava è un senso potente di sconfitta. Che colpisce tutti, nessuno escluso. I vecchi che non concedono ai giovani un margine di errore. Perché li vogliono realizzati, incasellati e preferibilmente conformi ad uno standard che sia accettato da tutti. E i giovani, che faticano a crescere, a capire chi sono. Che subiscono la stratificazione sociale. Che vogliono tutto. Che sono avvezzi al conforto di alcol e droghe. Che cercano scappatoie per l’impazienza di riuscire in qualcosa. Che annegano nella confusione. Sempre in cerca di un colpevole a cui attribuire le genesi di ogni fallimento e di ogni inquietudine.

Tra padri e figli la comunicazione vacilla. E’ debole, oppure manca del tutto.  La carenza di uno scambio emotivo è una falla enorme dove la gravità getta ogni parola non detta. E il pozzo è fondo è buio.

Non so dire se la lettura de “La città dei vivi” sia una lettura necessaria. Di certo è una lettura coraggiosa ed è, anche, una chiave di lettura del presente, un monito a non tapparsi gli occhi. A vigilare, perché la follia non prenda il sopravvento sulla ragione.

Insieme alla ricostruzione dei fatti che culminarono con la giornata del 4 marzo 2016 Lagioia racconta le notti di Roma, fatte di trasgressioni e di sballo.  Notti che non si consumano, impiegate a dimenticare chi siamo. Notti inutili, cattive, dove i ragazzi si spostano come correnti di un fiume nero e maleodorante alla ricerca dell’oblio. Roma ne esce orfana della sua gloria. Decadente, disfatta e portatrice di sventure. Una città che cade in rovina, offuscata dalla corruzione e dal malaffare. Eppure bella da mozzare il fiato e ostaggio dei fasti del suo passato. Roma appare meravigliosa, di un fulgore imperituro che è pari solo al suo decadimento. Indimenticabile e splendente, grazie ad una bizzarra legge che compensa sporcizia e orrore con una bellezza che non sfiorisce.

“La città dei vivi” è un luogo in cui si sopravvive solo se si riesce a dire di no. Ma se la volontà vacilla, si muore. Non necessariamente nel corpo, come Luca Varani. Si muore dentro, come Manuel e Marco e le loro famiglie rispettabili. E si continua, nonostante tutto a vivere. E a sperare in un perdono che non è detto che venga a ungerci le labbra.

“La città dei vivi” è l’apoteosi del caso, che decide, in un soffio, da che parte starai. Se sarai vittima o sarai il carnefice. Perché appartenere all’una o all’altra categoria, spesso, è del tutto aleatorio. Del libero arbitrio, della volontà, non resta che un debole spauracchio. Oggi ti sei salvato e dormi incolume nel tuo letto d’infanzia. Domani, chissà dove sarai. Potrai giacere nel tuo stesso sangue oppure essere la mano che ha lanciato il sasso. E Roma starà immobile a guardarti, con il suo occhio languido e miope.

  • Casa editrice: Einaudi Editore
  • Genere: narrativa noir / reportage
  • Pagine: 459

IL DEMONE BIANCO di Bernard Minier

“Credete che i miei crimini rendano le vostre cattive azioni meno condannabili? Le vostre piccolezze e i vostri vizi meno schifosi? Credete che ci diano gli assassini, gli stupratori, i criminali da una parte, e voi dall’altra? E’ questo che dovete capire:non c’è membrana a tenuta stagna che possa impedire al male di circolare.”

Trama

Il paesaggio è immerso nel bianco, ma non ricorda una cartolina. È una natura ostile quella che si offre alla vista in quel mattino di dicembre: una vertigine di ghiaccio sferzata dalla bufera. E c’è una sagoma scura, in lontananza, che sporca l’orizzonte. Come una farfalla gigante. Forse un’aquila, rimasta intrappolata tra i cavi della teleferica che porta alla centrale idroelettrica. Solo da vicino la realtà si svela in tutto il suo orrore: a penzolare a duemila metri d’altezza, in quella valle dei Pirenei, è un cavallo decapitato. Chi sia stato ad appenderlo lassù, e come, è un mistero che diventa oggetto d’indagine con priorità assoluta, perché il proprietario del purosangue e della centrale è uno degli industriali più ricchi e potenti di Francia. Mai il comandante Martin Servaz, della polizia di Tolosa, si era visto assegnare un’inchiesta più strana. E per di più in un habitat così poco consono a lui, cento per cento uomo di città e zero per cento atletico, ipocondriaco e allergico alle altitudini. Il caso assume risvolti inquietanti quando sulla scena del crimine viene ritrovato il dna di un famoso killer seriale: rinchiuso – questo è il punto – in un istituto psichiatrico della zona definito di massima sicurezza. Proprio lì, lo stesso giorno, ha preso servizio una giovane psicologa di belle speranze, Diane Berg, ignara di ciò che l’attende. Da strade diverse, Berg e Servaz si addentreranno nei meandri di un piano criminale pericolosamente giocato al confine tra ragione e follia.

Recensione

Mi sono innamorata di Martin Servaz, protagonista della serie thriller nata dalla penna di Bernard Minier, grazie ai romanzi usciti in Italia a partire dal 2017, editi da Piemme Edizioni: “Non spegnere la luce”, “Notte” e “Sorelle”.

E’ stato un amore a prima vista. Tutto merito di Servaz, un uomo affascinante, ma anche pieno di ombre. Eppure così sensibile, amante della bellezza in ogni sua forma. Uno sbirro decisamente fuori dalle righe. Che conosce il latino, che ascolta la musica di Gustav Mahler. Dall’intuito sottile e tagliente, che non risparmia mai quando è nel pieno di una indagine. Un uomo che mette tutto se stesso in ogni cosa che fa.

Martin Servaz si racconta con parsimonia nei romanzi di cui è protagonista. Solo leggendo i romanzi della serie che lo riguarda, ad uno ad uno, possiamo mettere insieme i tasselli del suo passato.

Un passato doloroso, che lo ha segnato fin dalla tenera età. Un padre ingombrante, una madre che è venuta a mancare troppo presto. Ogni romanzo è una scoperta, ed è generalmente una scoperta che lascia il lettore con l’amaro in bocca e la curiosità a mille. E con la voglia, insopprimibile, di tendergli una mano, di porgergli una spalla su cui appoggiarsi, già sapendo, tuttavia, che Martin non vi si appoggerà. Perché lui è un duro, uno che non muore mai. Un uomo tutto di un pezzo, per il quale la giustizia conta più di ogni altra cosa.

Sarà invece più probabile che Martin voglia consolare noi, infondendoci coraggio e speranza, anche quando il genere umano ha dato il peggio di sé, trascinandoci nel fango e nei meandri sottili e tentacolari del Male in tutte le sue forme.

Bernard Minier, un po’ come il suo personaggio, è stata una scoperta meravigliosa per me.

Un autore davvero notevole, che ha il pregio di partorire storie di ampio respiro, disseminate di personaggi decisamente realistici, in cui si intrecciano diverse vicende che poi convergono.

La sua scrittura cattura fine dalle prime pagine, scenografica e anche intimistica.

Minier riesce meravigliosamente a mettere a nudo i suoi personaggi. Di loro impariamo tutto. Entriamo nella loro testa. Apprendiamo i loro intimi pensieri, la loro psicologia.

Quando si apre uno dei romanzi di Minier è come se ci addentrassimo in un mondo parallelo in cui la nostra mente si perde. Si entra nella storia e si soffre, proviamo paura, curiosità, emozione, trepidazione e suspense. E la storia che ogni volta ci propone è un vero rompicapo. La soluzione appare un miraggio e i personaggi ruotano in una giostra ipnotica dove tutti hanno qualcosa da nascondere.

“Il demone bianco” è il primo romanzo di questa serie. Uscito in Italia nel 2013, è praticamente introvabile. Ho faticato non poco a trovarlo, usato. Diciamo che, avendo letto i romanzi successivi, a partire dal terzo, molte cose di Martin già le conoscevo. Ma è stata comunque un’avventura meravigliosa leggerlo.

La vicenda si svolge in un paese sperduto sui Pirenei, in un dicembre gelido e buio. La neve è onnipresente e con essa una sensazione opprimente che non ci lascia mai. Il senso del lugubre e del mistero è rappresentato con grande maestria da Minier. Non solo per il buio e il gelo che attanaglia la valle, ma anche per la presenza di una struttura psichiatrica poco distante dal paese, dove sono rinchiusi i peggiori criminali di tutta l’Europa. Personalità estremamente disturbate che si sono macchiate di crimini orribili vegliano insonni sulla vallata. Lì Martin Servaz farà la conoscenza di Julian Hirtmann, un pericoloso criminale che è destinato a tornare a più riprese nella sua vita. E conoscerà anche una vicenda terribile del passato che ha distrutto molte giovani vite. Martin si scontrerà con l’acredine della vendetta. Con il suo gusto amaro e il suo trascendente appeal, al quale è difficile resistere. La vendetta è un piatto da consumarsi freddo e questo Martin lo apprenderà presto, quando, suo malgrado, dovrà confrontarsi con la distruzione e la morte che solo l’abuso e l’abominio possono provocare. Proprio mentre la sua stessa figlia, adolescente, inizia ad avere i suoi primi segreti e a pretendere di escluderlo dalla sua vita.

Diversi i temi che troviamo nel romanzo. La follia, con le sue facce molteplici e subdole. Quella che pretende di poter tracciare un confine netto con la razionalità. Quella che fa paura o che viene manipolata con leggerezza e crudeltà. La follia, che finisce per essere sopita con alcune forme di violenza. Che spaventa ma che suscita, talvolta, anche compassione. Oppure morbosa curiosità.

E poi il disagio giovanile, la difficile salita che è l’adolescenza, verso una vetta che si fatica a raggiungere, chiusi nella propria insicurezza e spaventati dal dover diventare, improvvisamente adulti.

La difficoltà a schiudersi e a perdonarsi. La tentazione di farla finita, quando qualcosa di enorme ci ha distrutto per sempre.

Infine, Minier cura con grande minuzia e sensibilità i rapporti personali tra i personaggi. E i personaggi che dividono la scena con Servaz sono meravigliosamente caratterizzati. Uomini e donne dai tratti così realistici, che ricalcano alla perfezione vizi e virtù comuni agli uomini e alle donne del nostro tempo. La cui vite si intrecciano e si intrecceranno con quella del nostro protagonista, legato a loro a doppio filo, da sentimenti di lealtà, di solidarietà e anche di amicizia.

Il romanzo successivo a “Il demone bianco”, altrettanto introvabile, è già sul mio tavolo.  Non so se riuscirò a trattenermi dal leggerlo (o forse dovrei dire divorarlo?) immediatamente….

Ma si sa, l’unico modo per resistere ad una tentazione è cedervi, come diceva qualcuno tempo fa….. quindi se cedessi alla voglia di proseguire con le indagini e la vita di Martin Servaz, chi potrebbe biasimarmi?

Beh, detto questo, vi chiedo un favore. Avvicinatevi a questo meraviglioso autore. Leggetelo, e vi appassionerete alle sue storie. Leggetelo e non potrete che confermare il fatto che Bernard Minier è uno scrittore autorevole, incredibilmente talentuoso e sinceramente appassionante.

Provare per credere.

  • Casa Editrice: Piemme Edizioni
  • Genere: thriller
  • Pagine: 626