IL CONTRARIO DELLE LUCERTOLE di Erika Bianchi

Vedi papà, io penso che noi siamo proprio il contrario delle lucertole. Perché il pezzo di coda che abbiamo perso a noi non solo non ci ricresce, ma continua a farci male.

Ho incontrato Erika Bianchi poco dopo l’uscita del suo romanzo “Il contrario delle lucertole”.

Giunti Editore cercava una blogger che presentasse Erika a Livorno e giunse a me per caso, un’aberrazione del destino. Insomma, presentai Erika. La mia prima imbranatissima presentazione che conclusi con una febbre inaspettata che mi tenne a letto per due giorni.

Erika meritava un presentatore migliore, senza dubbio. Perché il suo romanzo è bello. Bello come pochi. Scritto impeccabilmente, con un’accuratezza unica. Pieno di sentimento. Parole, frasi, pensieri, vita, in cui l’autrice ha riversato tutta se stessa senza riserve. Una lettura che è un viaggio totalizzante.

Oggi, a distanza di oltre due anni, voglio risarcire Erika del mio mediocre lavoro di quel sudaticcio pomeriggio a Livorno.

Ci provo, con queste mie righe, a rammentare al pubblico, a volte un po’ capriccioso, una perla contemporanea che merita di vivere ancora e di essere letta e letta e letta…

Il romanzo è la storia di una famiglia non convenzionale che si snoda dal dopoguerra fino ai giorni nostri, coinvolgendo 4 generazioni. C’è una ragazzina francese, Lena, che sul finire degli anni 40 del novecento dà alla luce una figlia, nata dall’avventura di una notte con un ragazzo toscano, Zaro, che si trova in Francia al seguito di un grande campione italiano del ciclismo, Gino Bartali.

Una figlia, di nome Isabelle, che non sarà mai riconosciuta dal padre e che crescerà all’ombra di questo rifiuto.

Madre e figlia affronteranno un lungo viaggio per giungere in Toscana nella speranza di ricostruire quella famiglia che verrà invece negata. E in toscana troveranno il figlio legittimo di questo padre, Nanni, che sebbene cresciuto in seno alla famiglia, ne subisce anch’esso le angherie, ma saprà riconoscerà come tale la sorella.

Isabelle a sua volta crescerà insieme all’assenza della madre, in una terra che non è la sua e a sua volta metterà al mondo due figlie che non sarà capace di amare. E le figlie pagheranno le conseguenze di questa cronica assenza di amore, in special modo una delle due, Cecilia che cadrà nella spirale crudele dell’anoressia.

Questa storia è narrata a ritroso, parte ciò dai giorni nostri, dall’epilogo, e giunge alla notte in cui tutto ebbe inizio, e si snoda anno dopo anno raccontando la storia di queste donne e delle loro vite in cui manca invariabilmente un pezzo, un vuoto che ognuna di loro ha ereditato dalla propria madre. E’ la storia di destini zoppi, di figlie abbandonate, ma anche di amori assoluti, di biciclette e di animali.

Talvolta è la voce narrante delle protagoniste che racconta, talvolta il racconto è alla terza persona singolare.

Personalmente ho amato le voci narranti, la sensazione è stata quella di entrare nella testa e nell’anima di queste donne, di viverne le angosce e la bellezza della loro forza.

Nel romanzo la bicicletta ha un posto d’onore e con essa uno dei suoi maggiori condottieri, Gino Bartali.

La bicicletta è il motivo scatenante di tutta la costruzione narrativa ed è metafora della vita stessa: “misurare i passi, aggiustare il ritmo, controbilanciare le oscillazioni, un po’ come andare in bicicletta, un po’ come vivere. Pedalare significa correggere un sistema di equilibri che si spezzano in continuazione, proprio come vivere.

Vi si ripercorrono i suoi successi e si gode anche di un magnifico idioma toscano, parlato da Zaro e da Nanni con freschezza e genuinità.

Vi sono poi gli animali delle favole che Carlo, primo marito di Isabelle, racconta alle figlie piccole prima di dormire. Le favole hanno ad oggetto il difficile equilibrio tra uomo e donna in amore e la difficoltà di essere genitore. Sono piccole perle queste favole, che si insinuano leggère in mezzo alle storie di queste donne, spezzando il ritmo narrativo con toni leggiadri ma densi di significato.

L’animale per eccellenza è la lucertola, la cui coda rinasce immemore delle vicende che ne hanno determinato la perdita. Di contro ci siamo noi umani, che non solo non possiamo far ricrescere un arto amputato, ma che continuiamo a soffrirne la perdita.

E poi ci sono le donne con il loro universo, spesso complicato. Il romanzo è al femminile, in un mondo in cui il ruolo dell’uomo è causa ed effetto dell’emotività e delle vicende delle protagoniste.

Le figure maschili, numericamente inferiori a quelle femminili, sono figure assolute, negative o positive: Zaro è un cinico donnaiolo, che non si sottrae alla viltà e non si piega a comprendere il suo unico figlio, che non disdegnerà di umiliare; Carlo è invece un uomo che accoglie le proprie figlie come una chioccia, cercando di colmare il vuoto lasciato dalla madre, con una dedizione e un calore commuovente.

Insomma, che dire! Questo romanzo è un viaggio nei vuoti dell’anima, che spesso ci portiamo appresso come un’eredità ineluttabile. Ma è anche un romanzo sulla forza interiore, che apre spiragli nel buio dell’esistenza.

TRAMA ➡️

1948, Dinard, sulle coste settentrionali della Francia: nel cuore di un luglio leggendario, quello in cui Gino Bartali scala la Francia a pedalate facendo sognare uomini e donne appena usciti dagli orrori della guerra, un gruppo di tecnici segue il campione. Tra loro Zaro Checcacci, giovane meccanico nativo – come “Ginettaccio” – di Ponte a Ema, che durante una delle serate euforiche dopo una tappa vinta incontra Lena, giovanissima cameriera bretone. Il tempo di una notte e la carovana del Tour riparte, lasciando Lena sola, e ignara di portare nel ventre Isabelle, che nascerà nove mesi dopo.
Ponte a Ema, 1959. Nell’officina di biciclette di Zaro, ormai sposato e padre di un bambino, Nanni, si presentano Lena e Isabelle, che ha dieci anni. Zaro non vorrà mai riconoscerla come figlia, eppure tra Isabelle e Nanni si instaurerà un rapporto di fratellanza profonda.
Vent’anni dopo, mentre soffia il vento della contestazione, Isabelle è una giovane donna che non è mai voluta salire su una bicicletta. Ma è sopravvissuta all’infanzia e dà alla luce due bambine, Marta e Cecilia, destinate a portare nel loro cammino e nel loro stesso corpo le tracce della storia che le precede… Mentre Marta, la primogenita, trova uno spazio nel mondo, dentro l’animo di Cecilia si apre la voragine spaventosa e seducente della fame, capace di divorare anche un’intelligenza straordinaria come la sua.

Narrata a ritroso, dai giorni nostri alla notte in cui tutto ebbe inizio, prende forma in questo romanzo la storia di quattro generazioni; la storia di una famiglia meticcia, in cui si intrecciano destini zoppi e figlie abbandonate ma anche amori assoluti e racconti di biciclette, animali, sogni tramandati come tesori.
In queste pagine, che a tratti hanno l’andamento ventoso e travolgente delle migliori avventure umane e altrove si soffermano su poche immagini come fotogrammi, Erika Bianchi si rivela una scrittrice matura, forte, sorprendente.

  • Editore: Giunti Editore
  • Pubblicazione: 2017
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 305

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