OHIO di Stephen Markley

Mi sono decisa a leggere questo romanzo, osannato dalla critica e accolto positivamente dai lettori, in modo pressoché unanime.
Sapevo che dovevo tenermi pronta per qualcosa di penetrante, per un’immersione dentro alla vita di questi giovanissimi protagonisti, esistenze che implodono, segnate dal disincanto e costrette a venire a patti con la vita vera.


Il romanzo è un microcosmo, uno spaccato della provincia americana, doloroso, crudele, senza pietà, senza assoluzione, dove neanche la giovinezza è un alibi, dove la fame di vivere e di diventare grandi fa girare la testa.
New Canaan è una piccola città in mezzo al niente. E’ facile dimenticare il mondo che sta là fuori, quando si hanno diciassette anni e tutto appare grande, smisurato, pieno di possibilità. A diciassette anni si è invincibili, chiusi dentro la bolla, a volte rassicurante, altre tremendamente claustrofobica, della propria piccola esistenza, quella che sta per sbocciare e che ci farà spiccare il volo verso la vita, che si smania di mordere, come un frutto maturo.


A New Canaan tutti si conoscono da sempre. La vita dei protagonisti è all’apice; la frenesia di crescere e di fare nuove esperienze è un tarlo potentissimo. I primi ideali, i primi amori, il sesso, la voglia di emergere, quella sensazione di potenza che ti manda su di giri. Il desiderio di essere accettati, l’esigenza insopprimibile di affermare il proprio io, spesso in contraddizione con gli insegnamenti della famiglia.
Innamorarsi, essere amati o manipolati. Correre costantemente in bilico tra realtà e finzione, avvicinarsi alla fiamma fino a bruciarsi. Provare nuove sensazioni, giocare con il destino. Sentirsi un Dio impunito, che tutto può e al quale tutto è dovuto.


Quando i quattro protagonisti ripenseranno agli anni del Liceo sono ormai passati dieci anni dal diploma. Si sono persi di vista, qualcuno se n’è andato lontano. Tutti loro hanno dato i primi morsi alla vita, buttando giù, in molti casi, un boccone indigesto ed amaro. I legami si sono rotti, gli amori sono finiti e i sogni si sono infranti.
Ma per molti di loro il ricordo degli anni di scuola ha continuato a tormentarli; per un’assenza, per una delusione, per il disincanto di dover accorgersi che la vita non fa sconti, né perdona mai.


Il passato torna, il più delle volte, a tormentarci, per via di un ricordo. A causa di qualcosa che doveva andare e non è andato. Le scelte fatte dopo la scuola non sempre si sono rivelate azzeccate. Qualcuno ci ha rimesso la pelle oppure si è scottato, in una guerra che improvvisamente non è più stata la sua battaglia.
La notte in cui Bill, Stacey, Dan e Tina si incrociano a New Canaan è la notte della resa dei conti. La matassa intricata e dolorosa dei ricordi sarà dipanata, a poco a poco. E mentre si fa spazio, per tutti, un incontenibile bisogno di aprirsi e di confessare i propri peccati o le proprie speranze infrante, i tasselli della memoria andranno a comporre un puzzle spaventoso. Perché il dolore difficilmente si lascia tacitare da una menzogna. E perché anche i sentimenti più nascosti, verso i quali si prova vergogna, spingeranno per venire
alla luce. E, allo stesso modo, il senso di colpa dovrà trovare sfogo, come anche il bisogno di riavvicinarsi.
L’epilogo della storia è inaspettato, ma la sua tremenda portata è facile da immaginare. Così come la pioggia, alla lunga, ingrossa l’acqua del fiume, così la corrente impetuosa romperà gli argini e trascinerà tutto via con sé. Niente potrà opporre resistenza, perché l’acqua, il fango, la morte, dovranno trovare il mare.
L’epilogo, seppure terribile, sarà prevedibile. E sarà anche necessario. E liberatorio.
Della baldanza della gioventù, dei sogni, dell’amore, della forza della fiducia non rimarrà che cenere.


Ohio è una parabola della vita che vira in tragedia. E’ la negazione di una assoluzione, senza l’attenuante dell’inesperienza, dell’ingenuità, della leggerezza, della voglia di essere compresi dagli altri e accettati per come si è.
Un romanzo cattivo, senza un lieto fine. Un romanzo che assomiglia tragicamente alla vita vera e che porta con sé la negazione di un perdono. Ohio consegna al lettore un conto da pagare che è troppo alto. Eppure, dopo che il conto sarà pagato, farà intravedere al lettore uno spiraglio, un pezzo di cielo senza nuvole,
Perché dopo ogni tempesta torna, invariabilmente, il sereno. Da qualche parte e per qualcuno.

TRAMA ➡️ Una notte d’estate, quattro ex compagni di liceo si ritrovano per caso nella città che hanno lasciato da tempo. Raccontando, ciascuno, un pezzo di verità, scopriranno prima dell’alba il segreto che ha segnato le loro vite. È un posto dimenticato da Dio, New Canaan. Dopo il diploma, dieci anni fa, se ne sono andati tutti. Bill, attivista disilluso con una passione per i guai; Stacey, una dottoranda che ha imparato ad accettare la propria omosessualità; Dan, reduce dall’Iraq segnato nel corpo e nella mente; Tina, ex cheerleader fragile e amareggiata. Ma la notte in cui le traiettorie dei quattro giovani si incrociano di nuovo, passato e presente, i giorni del liceo carichi di promesse e le disillusioni dell’età adulta, fanno
contatto ed esplodono. Da anni non si leggeva un romanzo che affrontasse, con tanta ferocia e pietà, la perdita dell’innocenza.

  • Editore: Einaudi Editore
  • Genere: narrativa straniera
  • Traduzione: Cristiana Mennella
  • Pagine: 538

DOPPIO SILENZIO di Gianni Farinetti

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Terminata la lettura di questo romanzo, che ha occupato l’intero spazio di un sonnolento pomeriggio d’agosto, al riparo dal caldo, lontana dagli echi di una estate chiassosa e sfacciata, ho avuto la piena consapevolezza di aver commesso vari errori, nella mia esistenza di lettrice.

Uno, quello di non aver mai letto Gianni Farinetti. Due, quello di aver semplicisticamente etichettato questo suo ultimo romanzo come un thriller. Tre, quello di aver dimenticato cosa si prova a perdersi dentro l’abbacinante freschezza e la struggente malinconia delle parole, quando queste sono un ricamo, un cesello di emozioni e di pura suggestione.

Gianni Farinetti mi ha immediatamente conquistata. Il suo personaggio, Sebastiano Guarienti, è un uomo incantevole, che si affaccia all’età di mezzo, quella che ha l’assurdo potere di renderti enormemente affascinante, oppure, al contrario, tremendamente banale, vetusto, vanaglorioso e inconsapevole del tempo che passa.

Sebastiano Guarienti ovviamente appartiene alla prima schiera. Un uomo sensibile, che ha conosciuto l’amore in tutte le sue forme, quello carnale e avventato della giovinezza e l’altro, quello della maturità, fatto di complicità, certezze e consapevolezze. Questa sua sensibilità è come una irriverente calamita, che lo attira verso la bellezza. Quella di un bel viso ma anche quella, ben più palpabile, della natura, dell’arte, della storia.

Questo evanescente ma imperioso richiamo lo terrà in scacco per un paio di giorni, prigioniero della nostalgia e abbacinato dal sortilegio che solo Palermo è in grado di esercitare sui suoi visitatori.

Palermo, protagonista assoluta del romanzo, è l’emblema stesso dell’incantesimo. Una città ambigua e mutevole, che nasconde diverse facce sotto il manto della sua leggendaria bellezza. La faccia cattiva, della povertà e della malavita, la faccia buona, quella che trae linfa dai fasti del passato. Farinetti canta la città con slancio e amorevole riguardo.

Riguardo verso il suo passato da nobildonna decaduta, verso gli intrecci delle razze che hanno calpestato il suo suolo nei secoli, verso i suoi meravigliosi orpelli, le sue capricciose facciate, tenute su dall’orgoglio e dal ricordo del passato, quasi doloroso poiché perduto per sempre. Le atmosfere di “gattopardiana” memoria fanno il resto e la meraviglia che si prova leggendo le descrizioni della città sono sublimi. Una città immobile, che non vuole cambiare. Che caparbiamente rimane attaccata al suo passato mentre con una mano armata di scure ne distrugge le fondamenta. Un dualismo doloroso e perfetto che spesso screzia gli amori più impetuosi e più sanguigni.

Non ho saputo resistere alla prosa di Gianni Farinetti. Ho immaginato Palermo, che conosco a malapena, i suoi vicoli, i suoi fasti, il caldo del suo clima, che non opprime ma illanguidisce, la sua lingua, così musicale. Le sue antiche dimore, che si sgretolano piano piano, sotto gli occhi di tutti. E quelle che invece sono state spazzate via da logiche oscure e irrispettose.

Un delitto macchierà i muri di una villa ormai decadente. Un delitto rabbioso, consumato con diciassette coltellate da una mano che si paleserà tuttavia lieve. Sebastiano conoscerà un segreto e sceglierà di mantenerlo tale, perché sa che l’amore, la passione, conoscono molte strade per fare breccia in un uomo e sono capaci di determinare conseguenze inimmaginabili. 

Un colpevole senza colpa, se non quella di amare ad ogni costo. L’assoluzione dal suo peccato sarà unalnime, perché non si punisce che pecca per troppo disperato amore.

Un epilogo che vira al sereno. E che lascia il lettore orfano di questo romanzo troppo breve.

TRAMA ➡️ Da sempre molto affascinato dalla città – con le sue contraddizioni e i suoi paradossi, bellezza e devastazione del patrimonio storico, festosità mescolata a cupezza – Sebastiano Guarienti vola a Palermo per il matrimonio di un amico con una ragazza la cui famiglia è molto facoltosa. In aereo, su un quotidiano, legge distrattamente la notizia di un omicidio successo proprio nel capoluogo siciliano: un noto impresario edile è stato ucciso a coltellate nelle rovine di un’antica villa. Durante il soggiorno, ha modo di conoscere i membri della famiglia della sposa, i Galvano, tra i quali spiccano uno dei figli, Diego, e la sua gemella, Giulia, entrambi fascinosi, eccentrici, sfuggenti. Dopo il matrimonio, mentre si dirige in taxi verso l’aeroporto, Sebastiano scorge dal finestrino dell’auto la sagoma di un uomo che assomiglia sorprendentemente a un suo antico amante, un ragazzo che non vede da oltre vent’anni. Turbato, decide di capire chi sia quella figura, così scende dal taxi e perde il volo. Ha così inizio uno strano e misterioso inseguimento che porterà Guarienti, lungo il suo percorso, a fare scoperte sconcertanti.

  • Editore: Marsilio
  • Genere: thriller
  • Edizione: 2020
  • Pagine : 194

IL CONTRARIO DELLE LUCERTOLE di Erika Bianchi

Vedi papà, io penso che noi siamo proprio il contrario delle lucertole. Perché il pezzo di coda che abbiamo perso a noi non solo non ci ricresce, ma continua a farci male.

Ho incontrato Erika Bianchi poco dopo l’uscita del suo romanzo “Il contrario delle lucertole”.

Giunti Editore cercava una blogger che presentasse Erika a Livorno e giunse a me per caso, un’aberrazione del destino. Insomma, presentai Erika. La mia prima imbranatissima presentazione che conclusi con una febbre inaspettata che mi tenne a letto per due giorni.

Erika meritava un presentatore migliore, senza dubbio. Perché il suo romanzo è bello. Bello come pochi. Scritto impeccabilmente, con un’accuratezza unica. Pieno di sentimento. Parole, frasi, pensieri, vita, in cui l’autrice ha riversato tutta se stessa senza riserve. Una lettura che è un viaggio totalizzante.

Oggi, a distanza di oltre due anni, voglio risarcire Erika del mio mediocre lavoro di quel sudaticcio pomeriggio a Livorno.

Ci provo, con queste mie righe, a rammentare al pubblico, a volte un po’ capriccioso, una perla contemporanea che merita di vivere ancora e di essere letta e letta e letta…

Il romanzo è la storia di una famiglia non convenzionale che si snoda dal dopoguerra fino ai giorni nostri, coinvolgendo 4 generazioni. C’è una ragazzina francese, Lena, che sul finire degli anni 40 del novecento dà alla luce una figlia, nata dall’avventura di una notte con un ragazzo toscano, Zaro, che si trova in Francia al seguito di un grande campione italiano del ciclismo, Gino Bartali.

Una figlia, di nome Isabelle, che non sarà mai riconosciuta dal padre e che crescerà all’ombra di questo rifiuto.

Madre e figlia affronteranno un lungo viaggio per giungere in Toscana nella speranza di ricostruire quella famiglia che verrà invece negata. E in toscana troveranno il figlio legittimo di questo padre, Nanni, che sebbene cresciuto in seno alla famiglia, ne subisce anch’esso le angherie, ma saprà riconoscerà come tale la sorella.

Isabelle a sua volta crescerà insieme all’assenza della madre, in una terra che non è la sua e a sua volta metterà al mondo due figlie che non sarà capace di amare. E le figlie pagheranno le conseguenze di questa cronica assenza di amore, in special modo una delle due, Cecilia che cadrà nella spirale crudele dell’anoressia.

Questa storia è narrata a ritroso, parte ciò dai giorni nostri, dall’epilogo, e giunge alla notte in cui tutto ebbe inizio, e si snoda anno dopo anno raccontando la storia di queste donne e delle loro vite in cui manca invariabilmente un pezzo, un vuoto che ognuna di loro ha ereditato dalla propria madre. E’ la storia di destini zoppi, di figlie abbandonate, ma anche di amori assoluti, di biciclette e di animali.

Talvolta è la voce narrante delle protagoniste che racconta, talvolta il racconto è alla terza persona singolare.

Personalmente ho amato le voci narranti, la sensazione è stata quella di entrare nella testa e nell’anima di queste donne, di viverne le angosce e la bellezza della loro forza.

Nel romanzo la bicicletta ha un posto d’onore e con essa uno dei suoi maggiori condottieri, Gino Bartali.

La bicicletta è il motivo scatenante di tutta la costruzione narrativa ed è metafora della vita stessa: “misurare i passi, aggiustare il ritmo, controbilanciare le oscillazioni, un po’ come andare in bicicletta, un po’ come vivere. Pedalare significa correggere un sistema di equilibri che si spezzano in continuazione, proprio come vivere.

Vi si ripercorrono i suoi successi e si gode anche di un magnifico idioma toscano, parlato da Zaro e da Nanni con freschezza e genuinità.

Vi sono poi gli animali delle favole che Carlo, primo marito di Isabelle, racconta alle figlie piccole prima di dormire. Le favole hanno ad oggetto il difficile equilibrio tra uomo e donna in amore e la difficoltà di essere genitore. Sono piccole perle queste favole, che si insinuano leggère in mezzo alle storie di queste donne, spezzando il ritmo narrativo con toni leggiadri ma densi di significato.

L’animale per eccellenza è la lucertola, la cui coda rinasce immemore delle vicende che ne hanno determinato la perdita. Di contro ci siamo noi umani, che non solo non possiamo far ricrescere un arto amputato, ma che continuiamo a soffrirne la perdita.

E poi ci sono le donne con il loro universo, spesso complicato. Il romanzo è al femminile, in un mondo in cui il ruolo dell’uomo è causa ed effetto dell’emotività e delle vicende delle protagoniste.

Le figure maschili, numericamente inferiori a quelle femminili, sono figure assolute, negative o positive: Zaro è un cinico donnaiolo, che non si sottrae alla viltà e non si piega a comprendere il suo unico figlio, che non disdegnerà di umiliare; Carlo è invece un uomo che accoglie le proprie figlie come una chioccia, cercando di colmare il vuoto lasciato dalla madre, con una dedizione e un calore commuovente.

Insomma, che dire! Questo romanzo è un viaggio nei vuoti dell’anima, che spesso ci portiamo appresso come un’eredità ineluttabile. Ma è anche un romanzo sulla forza interiore, che apre spiragli nel buio dell’esistenza.

TRAMA ➡️

1948, Dinard, sulle coste settentrionali della Francia: nel cuore di un luglio leggendario, quello in cui Gino Bartali scala la Francia a pedalate facendo sognare uomini e donne appena usciti dagli orrori della guerra, un gruppo di tecnici segue il campione. Tra loro Zaro Checcacci, giovane meccanico nativo – come “Ginettaccio” – di Ponte a Ema, che durante una delle serate euforiche dopo una tappa vinta incontra Lena, giovanissima cameriera bretone. Il tempo di una notte e la carovana del Tour riparte, lasciando Lena sola, e ignara di portare nel ventre Isabelle, che nascerà nove mesi dopo.
Ponte a Ema, 1959. Nell’officina di biciclette di Zaro, ormai sposato e padre di un bambino, Nanni, si presentano Lena e Isabelle, che ha dieci anni. Zaro non vorrà mai riconoscerla come figlia, eppure tra Isabelle e Nanni si instaurerà un rapporto di fratellanza profonda.
Vent’anni dopo, mentre soffia il vento della contestazione, Isabelle è una giovane donna che non è mai voluta salire su una bicicletta. Ma è sopravvissuta all’infanzia e dà alla luce due bambine, Marta e Cecilia, destinate a portare nel loro cammino e nel loro stesso corpo le tracce della storia che le precede… Mentre Marta, la primogenita, trova uno spazio nel mondo, dentro l’animo di Cecilia si apre la voragine spaventosa e seducente della fame, capace di divorare anche un’intelligenza straordinaria come la sua.

Narrata a ritroso, dai giorni nostri alla notte in cui tutto ebbe inizio, prende forma in questo romanzo la storia di quattro generazioni; la storia di una famiglia meticcia, in cui si intrecciano destini zoppi e figlie abbandonate ma anche amori assoluti e racconti di biciclette, animali, sogni tramandati come tesori.
In queste pagine, che a tratti hanno l’andamento ventoso e travolgente delle migliori avventure umane e altrove si soffermano su poche immagini come fotogrammi, Erika Bianchi si rivela una scrittrice matura, forte, sorprendente.

  • Editore: Giunti Editore
  • Pubblicazione: 2017
  • Genere: narrativa italiana
  • Pagine: 305

JALNA di Mazo de la Roche

Che piacevoli atmosfere ho trovato in Jalna! Un romanzo leggerissimo, soave, colmo di amabili descrizioni –paesaggi, natura, personaggi, modo di vivere- veri virtuosismi che di per sé son capacissimi di tenere le file di tutto il romanzo. Saga familiare, specchio della società degli anni venti del novecento, romanzo d’amore, di rinunce e di desideri stuzzicati dall’immobilità e dalla noia, biografia sui generis di Adeline Court e dei suoi numerosi discendenti. Jalna è tutto questo. Sta al lettore, credo, decidere quale aspetto prevalga sugli altri. 

Al di là dell’esigenza, probabilmente inutile, di incasellare questo delizioso romanzo in una o nell’altra categoria, devo dire che la trama di ampio respiro e i numerosi personaggi che compongono la famiglia Whiteoak-Court dà al romanzo il piglio giusto per entrare nelle corde del lettore. Se poi il lettore è un nostalgico delle atmosfere del passato, il gioco è fatto! Si innamorerà di questo romanzo inevitabilmente, deliziandosi attraverso le vicende dei protagonisti.

Insieme a Adeline Court, arzilla centenaria, lunatica, dispotica, golosissima di confetti alla menta e amante dei pappagalli variopinti e chiassosi, troviamo i tre figli, ormai anzianotti e legati alle loro abitudini e i sei nipoti. Il più grande, Renny, scapolo impenitente, affascinante a amante della campagna, l’unica femmina, Meggie, che la vita ha tradito amaramente proprio sul più bello, Eden , il poeta incompreso, Piers,  poco più che ventenne e innamorato del frutto di una colpa e infine i due più piccoli, il sedicenne Finch, indolente e bisognoso di attenzioni e Wakefiled, un bambino astuto e vivace, seppure cagionevole di salute.

La loro vita scorre sempre uguale a Jalna, ma qualcosa si insinuerà tra loro a sconvolgere le loro esistenze. Forse è riduttivo dare la colpa alle due nuore che piomberanno a Jalna. Forse è più appropriato dire che una nuova aria, fresca, suadente e ipnotica, arriverà ad avvolgere Jalna e a confondere le certezze dei suoi abitanti, ognuno dei quali mai è stato disposto a mostrarsi davvero per ciò che è. E quando le maschere saranno calate, ci sarà qualcuno che specchiandosi si troverà diverso. Avrà nuovi desideri. Mostrerà rancori sopiti. Scalfirà l’anima di chi gli sta di fronte.

Jalna, questa creatura viva e pulsante, si troverà ad essere indifesa. Perché Jalna è una fortezza che verrà espugnata e niente sarà più come prima. 

Nessuna vicenda tuttavia avrà così tanto potere da oscurare la forza vitale di Adeline, che, proprio sul finire di questo primo capitolo, festeggerà i suoi cento anni.  Un bacio sarà sufficiente a darle la carica per continua re a vivere e a tiranneggiare su Jalna e sui suoi abitanti.

Mazo de la Roche conduce le vicende con enorme grazia, fluidità, dolcezza e un pizzico di malinconia. Anche quando sembra che non accada nulla, la lettura scivola via e lascia al lettore la voglia di sorridere. Immaginarsi la natura intatta, l’aria pura e quasi dolorosa, le lunghe gonne svolazzanti sul prato, una teiera che fuma, un uomo che cavalca una giumenta e odora di vento e d’erba è una cosa che assomiglia terribilmente alla felicità. Un’epoca che fa nostalgia solo a pensarla, uomini ingenui che la vita non ha ancora corrotto, la rinuncia che diventa parte della vita stessa.

TRAMA ➡️ Jalna è il primo romanzo di una saga familiare amatissima che, a partire dagli anni Venti, conquistò generazioni di lettori, con undici milioni di copie vendute e centinaia di edizioni in tutto il mondo. All’epoca della sua prima uscita, la saga di Jalna, ambientata in Canada, era seconda solo a Via col vento fra i bestseller. Grazie a quest’opera, l’autrice, paragonabile a Thomas Hardy, ottenne fama internazionale e fu la prima donna a vincere il prestigioso Atlantic Monthly Prize.
I Whiteoak, numerosa famiglia di origini inglesi, risiedono a Jalna, grande tenuta nell’Ontario che deve il suo nome alla città indiana dove i due capostipiti, il capitano Philip Whiteoak e la moglie Adeline, si sono conosciuti. Molto tempo è trascorso da quel fatidico primo incontro. Oggi – siamo negli anni Venti – l’indomita Adeline, ormai nonna e vedova, tiene le fila di tutta la famiglia mentre aspetta con ansia di festeggiare il suo centesimo compleanno insieme a figli e nipoti: a partire dal piccolo Wakefield, scaltro come pochi, infallibile nell’escogitare trucchi per non studiare e sgraffignare fette di torta, fino al maggiore, Renny, il capofamiglia, grande seduttore che nasconde un animo sensibile. La vita a Jalna scorre tranquilla, fino a quando due nuore appena acquisite arrivano a scombussolarne gli equilibri: la giovanissima Pheasant, figlia illegittima del vicino, il cui ingresso in famiglia è accolto come un oltraggio, e la deliziosa Alayne, americana in carriera che, al contrario, con la sua grazia ammalierà tutti, specialmente gli uomini di casa…
Con una prosa leggera ed elegante e un delizioso sguardo ironico, Mazo de la Roche ci racconta la storia di tre generazioni accompagnandoci in un allegro gioco di intrecci incorniciato dalla bellezza e i colori del paesaggio canadese e dalla quiete della natura incontaminata.

LA CANZONE DI ACHILLE di Madeline Miller

Eravamo come dei all’alba del mondo e la nostra felicità era così abbagliante che non potevamo vedere altro che noi.

“La canzone di Achille” è un romanzo meraviglioso, che ha mi completamente stregato. Un romanzo che narra la storia di un amore.

Mai un amore è stato così puro, splendente  e assoluto come quello tra Achille e Patroclo. Achille, un semidio, bellissimo, fulgido di giovinezza e di audacia, l’”ariston  achaion” invincibile, il guerriero più forte della sua generazione.  Una macchina da guerra, un predestinato.

Patroclo è l’esatto contrario. Goffo, inadatto alla guerra. Dolce e sensibile.  Un uomo, ancorato inesorabilmente alla sua natura umana, destinato ad essere quasi dimenticato dalla storia.

L’amore tra i due è estasi e delirio. E’ corrente inarrestabile, è elettricità. E’ un legame incorruttibile che travalica la morte. E’ un destino scritto con il sangue che sa di avere il tempo contato. E’ parte di un disegno di morte, eppure è pieno di scintillante vita, di gioia, di appagamento. 

E’ un amore perfetto e profondo, che niente può temere, nemmeno la morte. 

Sullo sfondo ritroviamo l’Iliade in tutta la sua bellezza. Il ratto di Elena, la guerra contro Troia, gli anni interminabili di scontri inconcludenti. Achille che combatte ed è invincibile. Achille che si ritira dalla battaglia e manda Patroclo a morire. Achille e la sua vendetta. Achille e la morte, bramata, cercata e ottenuta. 

Un romanzo intriso di poesia. Una rilettura meravigliosa dell’Iliade, a suo modo fedele al disegno originale.

E se già l’Iliade ci ha fatto sognare, dentro e fuori dai banchi di scuola, con “La canzone di Achille” tornerà a noi più fulgida che mai, a ricordarci gli eterni versi di Omero e la sua costruzione perfetta, dove la morte gioca un ruolo da protagonista. Una morte annunciata che si crede di poter ingannare ma che si riprende i suoi onori con l’astuzia. Una morte che diventa desiderio profondo, di pace e di difesa dal dolore dell’abbandono.

Per chi crede che l’amore sia un effimero inganno, prescrivo questa lettura, come una medicina per una piaga che tarda a guarire. L’amore è forse solo una possibilità, ma è quella più bella e più appagante per l’uomo. L’amore non ha colore, né genere. Non ha neanche un nome. L’amore non si fa. L’amore si coglie, come un fiore, con mani intatte e pure. Un fiore che si fa vedere solo da chi ne è degno.

TRAMA ➡️ Dimenticate Troia, gli scenari di guerra, i duelli, il sangue, la morte. Dimenticate la violenza e le stragi, la crudeltà e l’orrore. E seguite invece il cammino di due giovani, prima amici, poi amanti e infine anche compagni d’armi – due giovani splendidi per gioventù e bellezza, destinati a concludere la loro vita sulla pianura troiana e a rimanere uniti per sempre con le ceneri mischiate in una sola, preziosissima urna. Madeline Miller, studiosa e docente di antichità classica, rievoca la storia d’amore e di morte di Achille e Patroclo, piegando il ritmo solenne dell’epica alla ricostruzione di una vicenda che ha lasciato scarse ma inconfondibili tracce: un legame tra uomini spogliato da ogni morbosità e restituito alla naturalezza con cui i greci antichi riconobbero e accettarono l’omosessualità. Patroclo muore al posto di Achille, per Achille, e Achille non vuole più vivere senza Patroclo. Sulle mura di Troia si profilano due altissime ombre che oscurano l’ormai usurata vicenda di Elena e Paride.

  • Editore: Feltrinelli
  • Genere: narrativa straniera
  • Traduzione: M. Curtoni e M. Paolini
  • Pagine: 383

GLI SCOMPARSI di Alessia Tripaldi

Ho finito di leggere questo bel thriller ieri. Un romanzo che mi ha sinceramente entusiasmato.

Sarà che in “Scomparsi” non troviamo il detective onnisciente a cui ci hanno abituato. C’è, al contrario, una commissaria in difficoltà che ricorre a collaborazioni non istituzionali per risolvere un caso di omicidio.

Sarà che il protagonista non è un uomo tutto muscoli ed azione ma, al contrario, è un uomo preda delle sue ossessioni e con un cognome scomodo.

Sarà che non assisteremo ad una indagine di polizia, ma ad uno studio psicologico che fonda i suoi principi sugli insegnamenti di Jung e non solo.

Marco Lombroso è un uomo in fuga. La sua è un’evasione da sestesso. Dai suoi pensieri che sono diventati ossessione. Marco è da sempre attirato dal male, del quale un tempo ha preteso di conoscere le origini. Come il suo trisavolo, Cesare Lombroso, ha cercato di classificare il male e suoi artefici per poterne carpire i segreti.

Lombroso è però un cognome impegnativo e scomodo da portare, specialmente per un aspirante criminologo. Cesare è infatti famoso per aver classificato i criminali in base al loro aspetto esteriore. Misure, colori, forme sono stati, per Cesare, i vari discrimanti per riconoscere un assassino da un ladro e un borseggiatore da uno stupratore. Una teoria stravagante che l’ha condannato come pazzo e visionario.

Marco ha scoperto da piccolo i famosi Atlanti in cui il trisavolo appuntava le sue teorie. Completamente abbacinato dagli scritti del suo scomodo antenato, ha elaborato una sua teoria e scritto il suo Atlante del crimine personale. In un recente passato Marco ha vissuto solo per quell’Atlante, rifugiandosi in esso, estraniandosi dalla realtà, vivendo ogni istante solo per scrivere i suoi febbrili appunti. Appunti che in alcune occasioni gli hanno permesso di fare luce su crimini che parevano irrisolvibili.

Fino al punto di rottura, che ha significato per Marco abbandonare la facoltà di criminologia e un amore nascente per Lucia, compagna di studi, divenuta poi Commissario di Polizia.

Lucia però giunge nuovamente nella sua vita e pretende di sconvolgerla, trascinandolo daccapo nella giostra frenetica, abbacinante e meravigliosa di una indagine per omicidio. Marco dovrà allora cedere alla tentazione di gettarsi a capofitto nella ricerca del colpevole. E sarà disarmante, astuto, attento ad ogni piccolo particolare. Intuitivo, empatico, fuori dalle righe, vincente in tutto. Ma anche castrato dalla cattiva fama del suo cognome, che lo relegherà ai margini, a lottare contro il pregiudizio e la malafede.

Il talento di Marco Lombroso è pari solo a quello della sua creatrice. Sbalorditivo Marco, con le sue intuizioni e la suaenorme conoscenza dei moventi psicologici del crimine. Superlativa Alessia Tripaldi, a costruire una trama così inusuale, così potente, così piena di rimandi alla psicologia, curiosa, profonda, che sa come attirare l’attenzione del lettore e farla sua, fino alla fine.

Gli scomparsi non è solo un thriller. E’ un manuale di istruzioni. E’ un’antologia del crimine. E’ un romanzo sul male e le sue fonti. Una lettura che diventa quasi un saggio, che illumina il lettore con suadenti ed affascinanti teorie. Vi si celebra l’innegabile natura umana del criminale, che cessa di essere un’aberrazione e diventa invece degno di compassione. Un uomo con le sue pulsioni, che vale la pena cercare di salvare. 

Consiglio vivamente la lettura di questo romanzo, che, a parer mio, stravolge le frontiere del romanzo thriller. Non più la ricerca ad ogni costo di un colpevole da punire, ma bensì uno studio sui motivi che portano un uomo a commettere azioni contro un suo simile.

Lunga vita, allora, a Marco Lombroso! Mi auguro con tutto il cuore di incontrarlo di nuovo, in un prossimo futuro! C’è davvero bisogno di un personaggio così, che riporti l’uomo in una dimensione più consona alla sua natura.

TRAMA ➡️ Un cadavere mutilato emerge da un tumulo di sterpaglie. Un ragazzo scalzo e magro dice di chiamarsi Leone e che quello è il corpo di suo padre, con cui ha sempre vissuto nei boschi. Quale segreto si nasconde tra le montagne impenetrabili del Centro Italia? La risposta spetta al commissario Lucia Pacinotti. “Un’altra sigaretta e poi vado” è la frase che ripete tra sé mentre è appostata in macchina cercando il coraggio di bussare alla porta del suo vecchio compagno di università, Marco Lombroso. Nonostante la frattura improvvisa che li ha separati anni prima, lui è l’unico che può aiutarla a dipanare il mistero del “ragazzo dei boschi”. Ciò che Lucia non sa è che bussando a quella porta costringerà Marco a riaprire anche il vecchio baule ereditato dal suo avo, Cesare Lombroso. Tra le pagine dell’Atlante dei criminali, nei pattern che collegano i crimini più efferati della Storia, si cela la verità, ma per trovarla è necessario addentrarsi nei fitti boschi delle montagne e in quelli ancora più intricati dell’ossessione per il male.

  • Casa Editrice: Rizzoli
  • Genere: thriller
  • Edizione: 2020
  • Pagine: 398

IL VENTO E IL SUO CAMPIONE di Giuseppe Vallerini

Immaginatevi di leggere una favola moderna, in cui i desideri si avverano.

Immaginatevi un rospo che si trasforma in Principe o una Principessa che si innamora di un povero mendicante. Un malato che guarisce, un profugo che viene accolto.

E pensate cosa deve provare, un lettore ignaro, a trovare tutti questi piccoli miracoli in un romanzo che non arriva alle 200 pagine.

Ora provate a chiudere gli occhi e a mescolare queste storie e i loro protagonisti. Il risultato che otterrete sarà sorprendente, pieno di intensa poesia, di passione, di inaspettata fiducia verso il destino, che a volte non è poi così ingrato, ma capace, invece, di mettere ogni tassello al posto giusto e di consentire ad un uomo di compiere un piccolo miracolo di redenzione.

Giuseppe Vallerini è un uomo che ha creduto al suo sogno e che ha avuto la forza di trasformare una bozza di romanzo pensato in giovanissima età nel libro di cui vi parlo. Uno che ha scritto, cancellato, letto, nuovamente cancellato e scritto di nuovo. Attività che si è protratta nel tempo e che, a suo dire, non gli è costata alcuna fatica.

Ed è facile crederci, dal momento che la soddisfazione di aver creato una meravigliosa quanto surreale parabola di vita, deve dare all’autore grande gioia ed enorme slancio.

Il protagonista, William Gareth Walsh, è un giovane uomo prigioniero della sua infelicità. Un insicuro, uno che si è accontentato di una vita scialba e al di sotto delle proprie possibilità pur di passare inosservato. Un uomo la cui timidezza e la cui scarsa autostima lo hanno spinto persino a rinunciare all’amore, quell’amore che con tutta probabilità avrebbe potuto cogliere con una sola mano, semplicemente tendendola verso l’amata, invece di nasconderla nelle tasche.

Poi, improvvisamente, tutto cambia. William può prendere in mano la sua vita e trasformarla come crede. Può esaudire il suo più intimo desiderio di bambino e gettarsi alle spalle insicurezze,infelicità e grigiore.

Come in una favola, magicamente la vita di William cambia. Apparentemente appagato, William si allontana dall’unico amico che abbia mai avuto e dimentica il suo sogno d’amore per inseguire facili avventure di una notte.

Ma come in ogni favola che si rispetti, arriva il momento in cui il sogno, che sembrava magnifico e perfetto, impallidisce e perde la sua aurea dorata. Perché ad un certo punto, riaffiorano alla mente di William dei ricordi indelebili che lo condurranno, nuovamente a scegliere di cambiare.

Ed è un ritorno alla retta via, verso la vita autentica. Verso l’accettazione e verso qualcosa che assomiglia terribilmente alla felicità.

Il bene vince su tutto, direte voi! Beh, innegabilmente sarà così. Ma sarebbe semplice e riduttivo relegare questo romanzo nei confini di una morale spicciola e poco originale.

Perché Il vento e il suo campione è anche e soprattutto la rivincita della vita semplice, dei buoni sentimenti e delle autentiche gioie della vita contro l’abbacinante mondo della gloria a qualsiasi prezzo. Il lettore accetterà di buon grado l’espediente fantastico che l’autore usa per portare William avanti e indietro dentro il suo sogno di bambino. Lo accetterà e gli sembrerà naturale, persino! Perché quel che conta è assaporare un lieto fine che non è solo un “vissero felici e contenti” ma che è, soprattutto, la consapevolezza che un briciolo di audacia e l’assunzione di qualche rischio possono davvero condurci lontano e renderci felici. 

Il vento e il suo campione è un manuale per la felicità da sfogliare quando tutto sembra remarci contro. E’ una ricetta di coraggio e di fiducia in se stessi. E’, infine, un esempio da tenere presente, quando, di fronte ad un bivio, ci chiederemo se sacrificare un sogno o lottare con tutte le forze per realizzarlo.

Credo che Giuseppe abbia ben chiaro in mente cosa fare se dovesse trovarsi davanti a quel crocicchio. Forze ci si è già trovato, chissà, e dalle sue scelte è nata la voglia di indicare la strada giusta a chi ha perduto l’orientamento.

La sua penna, senz’altro, è genuina e forte della consapevolezza delle sue potenzialità. Una penna sicura e suggestiva, che ha già trovato il seme dell’audacia e gli ingredienti per indurre il sogno.

TRAMA ➡️

Un anziano signore si ritira in una abbazia. Il suo nome è William Walsh.

Trascorre le sue giornate passeggiando alle prime luci dell’alba, sbrigando quelle poche commissioni che l’età e la forza rimasta gli permettono e soprattutto scrive. Nel silenzio della sera riversa su carta la storia che ha vissuto lasciando che anche le persone che più gli sono state care in vita prendano voce tramite i suoi ricordi.

Le prime notizie di sé, che William riporta nel diario polifonico, sono che sua madre è morta da due anni e che il padre è stato accoltellato tanto tempo prima nei pressi del porto di Liverpool. La sua vita scorre monotona tra la biblioteca dove lavora e la casa di cura dell’Abbazia dove spinge la carrozzina a Eddie Smith, un uomo cinquantasettenne con il quale stringerà una forte amicizia. Lo sorreggono in questo suo percorso asfittico la fede e le sedute psicoanalitiche.

Una notte, dopo una rimpatriata fra vecchi compagni di liceo, per un attimo prova l’impulso di buttarsi da un ponte e farla finita, quando incontra un senzatetto che gli dona un ciondolo magico. In un lampo, William diventa il calciatore più forte di tutti i tempi. Una sorta di George Best: donne, alcool e macchine veloci. Come calciatore sarà ancora più forte. C’è solo un problema, William non è George e scoprirà presto cosa gli manca davvero: l’unica donna di cui era innamorato dalle superiori e l’amicizia di un paraplegico. Insomma, la storia di William Walsh è la storia su quel che rimane, una volta (dopo) aver avuto tutto.

Un romanzo sorprendente, generoso e intrigante.

  • Casa editrice: Giovane Holden
  • Genere: narrativa ital
  • Edizione 2020
  • Pagine: 180

L’AUTORE ➡️ GIUSEPPE VALLERINI.

È nato nel 1967 in Toscana. Abita in Versilia e lavora per il Ministero della Difesa. Appassionato lettore da sempre, ha partecipato a corsi di approfondimento sulla letteratura inglese e russa e perfezionato lo studio di autori come Jane Austen, Charles Dickens, Wilkie Collins e George Eliot. Da studente ha vinto un concorso indetto dal Lions Club con una composizione sulla donazione degli organi. Ha corso diverse maratone. Lettura, trekking e bicicletta sono i suoi hobby. Il Vento e il suo Campioneè il suo primo romanzo.

CIRCE di Madeline Miller

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Di Circe non ho mai saputo nulla più di ciò che se ne dice nei libri di scuola. Una maga che troneggia su di un’isola selvaggia e inospitale, una ninfa subdola, nota al mondo per le sue scelte crudeli. Colei che accolse Odisseo durante il suo tumultuoso ritorno a Itaca dopo la vittoria degli Achei a Troia. Colei che trasformò gli uomini di Odisseo in Porci.

La Circe di Madeline Miller è tutt’altro. Una dea dai connotati umani, che di umano ha la voce, considerata brutta e stridula dalle divinità sue pari. Caparbia, volitiva, destinata, sin dalla nascita a stare in ombra. La figlia più fosca, più goffa e meno bella del Dio Elios. 

Fin da piccola si mostrerà attratta fatalmente dal mondo dei mortali, pronta ad infrangere le regole del suo mondo pur di avere un posto dove vivere, dove amare ed essere amata, dove prosperare e dove raccogliere quell’amore che le viene negato da subito dai suoi divini genitori, troppo presi dal nutrire la propria immortalità con la vanità, troppo accecati dalla bellezza delle altre loro figlie, ninfe più avvenenti e meno complicate di Circe. Dalla sua aurea famiglia Circe raccoglierà solo delusioni; persino Eete, l’adorato fratello minore, la disconoscerà per inseguire la sua gloria.

Circe vuole l’amore e per averlo compirà scelte discutibili. Circe arde al fuoco dei suoi desideri e per realizzarli affinerà l’arte della magia, un’abilità che le viene in dote dalla madre Perseide, una ninfa vanesia e capricciosa. Con le sue pozioni magiche Circe addomesticherà il mondo intero e si costruirà una identità forte e decisa sull’isola di EEa, dove verrà confinata dal padre.

Circe ne farà il suo regno e lì regnerà, insieme agli animali selvatici e circondata dalle sue erbe e dai suoi fiori, di cui apprenderà ogni segreto e qualsiasi potere.

La sua solitudine sarà interrotta dalla visita di Ermes, di Dedalo ed infine di Odisseo, figura che la Miller demonizza sorprendentemente mostrandolo al lettore come un uomo vanaglorioso, sanguinario e profondamente ingiusto. Un uomo la cui leggendaria astuzia sarà messa in ombra dal suo bisogno di cercare affannosamente qualcosa di impalpabile, che finirà per allontanarlo dall’affetto della sua gente.

Ciò che più colpisce in questo romanzo è la meravigliosa umanizzazione della maga Circe, una donna isolata dalla sua famiglia, in lotta con la solitudine, il cui cuore appare impenetrabile, a nascondere, in verità, un estremo bisogno di essere amata e compresa. Circe ha sentimenti umani e li esprime con grande potenza e incredibile candore.

Circe conosce la paura, la tristezza, la solitudine. Circe ama carnalmente come una donna. E’ generosa, scaltra, giusta. Circe sarà amante, saprà ammaliare e saprà anche rinunciare.

Circe sarà madre e conoscerà la forma dell’amore più puro e più coriaceo. Conoscerà l’ansia, il bisogno spasmodico di proteggere il figlio, il dolore di lasciarlo andare. 

Perennemente in lotta con i capricci delle divinità sue parenti, ne prenderà sempre più le distanze per poi compiere la sua scelta. Dopo un’esistenza in bilico tra la prepotenza della sua natura divina e la tragica attrazione che da sempre subisce verso la bellezza e la caducità dei mortali, sceglierà di morire.

Con la frase “dei mortali ho la voce, che io abbia tutto il resto” si conclude questo meraviglioso romanzo, celebrazione di una figura minore dell’Odissea, di cui se ne è sempre parlato con toni non esattamente celebrativi.

La penna felice, ispirata e magica di Madeline Miller sceglie dunque di riabilitare Circe e di elevarla, umanizzarla e dotarla di sentimenti. Persino l’arte magica, quasi sempre demonizzata dalla letteratura di tutti i tempi, diventa con Circe un’arma di difesa e non di offesa, un balsamo che giunge a lenire i colpi, spesso inaspettati e quasi sempre immeritati, che la Vita, quella degli Uomini, riserva ai suoi figli. La magia di Circe, infatti, è un’arte fine, che fonda i suoi poteri nel mondo delle piante. Circe possiede un acume e una sensibilità inusitata nel percepire dalle piante potenzialità e umori sconosciuti ai più. Circe ha il potere di capire le piante, di interpretare i loro umori e di governarne i poteri.

Con una scrittura profondamente introspettiva la Miller dà voce a una donna, prima che ad una dea. Leggendo dimenticheremo la natura divina di Circe, ci sapremo immedesimare in lei e di lei comprenderemo i moti interiori e i suoi sentimenti più intimi.

Circe è in fondo una ballata sulla solitudine e sulla difficoltà di essere diversi.  Sull’emarginazione, sul bisogno di ognuno di noi di essere accettato a compreso. Sulle avversità che riserva il destino e sugli infiniti modi che l’individuo trova per raddrizzare la propria vita e renderla degna di essere vissuta. 

Una lettura incredibilmente lucida e profondamente formativa per tutti, oltre che ad un focus entusiasmante sulla meravigliosa mitologia greca, che non cessa mai di ammaliare di stupire intere generazioni.

TRAMA ➡️

Ci sembra di sapere tutto della storia di Circe, la maga raccontata da Omero, che ama Odisseo e trasforma i suoi compagni in maiali. Eppure esistono un prima e un dopo nella vita di questa figura, che ne fanno uno dei personaggi femminili più fascinosi e complessi della tradizione classica. Circe è figlia di Elios, dio del sole, e della ninfa Perseide, ma è tanto diversa dai genitori e dai fratelli divini: ha un aspetto fosco, un carattere difficile, un temperamento indipendente; è perfino sensibile al dolore del mondo e preferisce la compagnia dei mortali a quella degli dèi. Quando, a causa di queste sue eccentricità, finisce esiliata sull’isola di Eea, non si perde d’animo, studia le virtù delle piante, impara a addomesticare le bestie selvatiche, affina le arti magiche. Ma Circe è soprattutto una donna di passioni: amore, amicizia, rivalità, paura, rabbia, nostalgia accompagnano gli incontri che le riserva il destino – con l’ingegnoso Dedalo, con il mostruoso Minotauro, con la feroce Scilla, con la tragica Medea, con l’astuto Odisseo, naturalmente, e infine con la misteriosa Penelope. Finché – non più solo maga, ma anche amante e madre – dovrà armarsi contro le ostilità dell’Olimpo e scegliere, una volta per tutte, se appartenere al mondo degli dèi, dov’è nata, o a quello dei mortali, che ha imparato ad amare. Poggiando su una solida conoscenza delle fonti e su una profonda comprensione dello spirito greco, Madeline Miller fa rivivere una delle figure più conturbanti del mito e ci regala uno sguardo originale sulle grandi storie dell’antichità.

  • Editore: Sonzogno
  • Traduttore: Marinella Magrì
  • Pagine: 411

L’ULTIMA PROVA di Samuel Vinciguerra

Trama ➡️

Tra verità e menzogne, realtà e illusione, fantascienza e sogno. La soluzione a tutti i problemi è stata realmente scovata? Trama:Il protagonista Leonard, impossibilitato a camminare, dopo un improvviso incidente riceve la possibilità di tornare indietro nel tempo di un giorno ed evitare la sua morte per tre volte. Intrighi e misteri porteranno a conoscere la storia del personaggio e delle misteriose figure che incontrerà.

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E’ la primissima volta che mi capita di leggere un romanzo di un autore diciannovenne.

Cosa si prova secondo voi a leggere un romanzo di un autore che potrebbe essere tuo figlio? A leggere le sue frasi, a scoprire a poco a poco la vastità della sua fantasia e l’insondabilità dei suoi pensieri?

Sentire chiaramente la freschezza della sua penna e, Samuel mi perdonerà, la sua ingenuità, il suo candore, la meraviglia dei suoi desideri e delle sua sacrosante aspirazioni?

Ve lo dico io! Si prova tenerezza e un senso di incredulità al pensiero che una simile trama sia uscita dalla mente di un ragazzo così giovane.

Samuel Vinciguerra è merce rara, perché legge e scrive da quando era piccolo e crede fermamente che i libri siano i migliori amici dell’uomo!

Samuel scrive romanzi, ne ha già diversi al suo attivo e in essi riversa la sua passione per l’astronomia.

L’ultima prova è un romanzo di fantascienza che ripropone l’annosa questione dei viaggi nel tempo, argomento affascinante che finisce prima o poi per attirare nelle sua maglie quasi tutti gli scrittori fantasy.

Impossibile non rimanerne abbacinati, soprattutto quando il viaggio nel tempo impatta ferocemente sullo svolgimento del presente.

Il racconto è assai articolati e vi fanno comparsa molti personaggi, che ruotano attorno al protagonista, un ragazzo di diciannove anni che non ho potuto evitare di immaginare come l’alter-ego dell’autore.

Il ragazzo ha un’esistenza complicata e un’unica grande ricchezza: l’affetto della madre, il ricordo struggente del padre e degli amici veri. Le traversie che incontrerà andranno ad intrecciarsi con il recente passato del padre, scienziato ambizioso  che intende riuscire in una impresa impossibile: quella di salvare l’umanità dal dolore, dalla cattiveria e dalle malattie.

Ma può un semplice uomo demolire, con il solo ausilio della scienza, la storia dell’uomo, quell’essere imperfetto che ha rinunciato, nella notte dei temi, alla perfezione? Può controvertirel’ordine delle cose per come le conosciamo? E se può farlo, è giusto farlo? Quali sono le conseguenze di questa sconfinata ambizione?

Non potete neanche immaginare cosa ha in serbo per voi Samuel Vinciguerra. Gli eventi si susseguono velocemente e si sviluppano su sentieri davvero inaspettati fino a culminare con qualcosa di incredibile.

Tanti i colpi di scena, non faranno  annoiare il lettore, catapultato avanti e indietro nel tempo alla ricerca di verità che davvero non possiamo immaginare.

Bravo Samuel! Intessere una trama così articolata non è facile, senza cadere in contraddizione. Per fortuna, nel mondo della fantasia tutto è concesso e non è necessario essere per forza coerenti a tutti i costi!

Credo che potremo dare una piccola licenza a Samuel e sorvolare se qualche eventi co sembrerà forzato o eccessivamente fantasioso. Con il tempo e l’esperienza si può sempre migliorare.

E a mio avviso qualcosa da migliorare c’è. A partire dalla sintassi, che un editor professionale potrà in un batter d’occhio correggere, dove necessario. Per poi proseguire con la struttura del romanzo, dove capitoli a volte davvero risicati potrebbero essere meglio sviluppati o accorpati nel precedente o nel successivo.

Un ultimo punto di attenzione per i personaggi. In un romanzo amo che questi diventino miei amici e voglio conoscerli più intimamente. E’ vero che “L’ultima prova” è un romanzo di fantascienza, ma è altrettanto vero che il bisogno di entrare in sintonia con i personaggi è comunque sentito dal lettore.

Ora basta fare la maestrina antipatica! 

L’ultima prova è un racconto sensazionale, che vi invito a leggere! Il libro è anche arricchito da molte bellissime illustrazioni, frutto del lavoro di tante persone, tra cui l’autore stesso. Vi troviamo anche una sorpresa finale che ho gradito tantissimo. Gli appunti di Samuel, gli schemi, la caratterizzazione dei personaggi, lo schema temporale e molto altro, tutto scritto di pugno dall’autore.

Insomma, un tripudio di amore, orgoglio e voglia di mettersi in gioco!

E adesso non mi rimane che augurarvi buona lettura!

A presto, miei cari!

Laura Salvadori

Eccomi qua!

Mi chiamo Laura Salvadori e da sempre vivo in mezzo ai libri.

Vivo in Toscana, sono sposata e ho due figlie ormai grandi, lavoro in Banca e ho una enorme passione, che ha attraversato indenne anni, lustri, decenni senza mai venire meno, anzi, crescendo sempre più.

Chi mi conosce sa quanto io ami leggere. Chi mi conosce da vicino sa, oltre a questo, che non posso stare senza leggere. Leggere è parte della mia vita.

Da diverso tempo traduco le mie letture in recensioni; lo scopo è quello di far conoscere i romanzi che amo alle persone ma è anche quello di trovare interlocutori per parlare delle mie letture, confrontarci, scambiarci suggerimenti e impressioni.

Questa mia passione mi ha portato, nel tempo, a conoscere molti autori e a collaborare con importanti blog di genere, come Thrillernord, e con illustri Case Editrici.

Quindi, eccomi pronta a condividere le mie letture con voi.

E se leggere per me è una malattia, spero con tutto il cuore di contagiarvi!